XXII.
La navigazione sul Volga. — Sarepta. — Le due sponde del fiume. — Kasan. — Nishnyi-Nowgorod. — Mosca. — Pietroburgo. — La Russia.
Il passaggio dalla state all’inverno è rapido nel mezzogiorno della Russia. Noi eravamo ad Astrakan allo spirar di settembre; il sole non si facea meno sentire che in Italia, e già le compagnie di navigazione sul Volga faceano gli apprestamenti per l’inverno con una previdenza che a noi parve eccessiva, ma che trovammo poi nel fatto pienamente giustificata. Erano quelle, siccome già ci aveano detto, le ultime corse regolari fino oltre Nishnyi Novgorod; e la loro durata, e la loro tratta, dipendevano intieramente dal capriccio della stagione, al quale non era prudenza per noi l’affidarsi. Adunque la mattina del 29 settembre ci imbarcammo sul _Likoi_, disposti a passar undici continui intieri giorni sul maggior fiume d’Europa, il bastimento non era di primo rango, ma almeno eravamo noi i padroni delle celle di prima classe, mentre sopra coperta v’era folla stipata di donne, di contadini, di merciajuoli, ma sovratutto di soldati. La stagione delle corse di piacere, se mai ve ne possono essere sul Volga, da vari giorni era chiusa: il personale di servizio licenziato, rimanevano soltanto un cuoco ed un cameriere per tutti i viaggianti di prima e di seconda classe. I guasti dell’ormai spirata campagna, e per esempio i vetri rotti alle finestre, erano lasciati stare, fino alle riparazioni generali del maggio. Le celle non erano tampoco provedute di coperte, mentre i russi puro sangue, affollati sul ponte, conoscitori del clima del loro paese, erano già inviluppati nel loro bisunto _touloup_[79]. Il freddo delle notti si fece infatti subito sentire molto vivo, e ben presto si prolungò nel giorno, sino a rendersi permanente, ed i nostri mantelli, le nostre coperte erano insufficienti. Le provigioni non mancavano a bordo: ve n’era ancora un abbastanza grosso avanzo, e d’altronde sarebbersi potuto ogni giorno rifare. Ma il _sicciäss, sicciäss_ (subito subito) che l’affacendato cameriere rispondeva ad ogni nostra ordinazione avea finito per esser da noi tradutto in _fra due ore_.
Poi v’erano altre dolcezze quotidiane. I piroscafi del Volga non bruciano altro materiale che legna, e le grandi cataste sul ponte sono presto consumate. Ogni compagnia adunque, tiene su tutta la tortuosa linea del fiume, ripartiti a misurata distanza, i suoi depositi, ove all’arrivo del battello sono già pronte schiere in massima parte di donne, per rifar la provigione. Tutti i portatori, l’uno dopo l’altro giunti sul ponte, e precisamente sovra le nostre teste, lasciavano cadere di piombo il carico, attorno al quale altri s’affacendavano per ricomporre la catasta, e non è dirsi il fracasso infernale, onde noi chiusi come in una cassa armonica, avevamo straziati e timpano e nervi! Questo trattamento ci toccava almeno due volte nella notte, che di giorno sapevamo evitarlo, passando noi stessi a terra.
Con tutto ciò, e malgrado la tetra monotonia delle sponde del Volga, la noja era bandita a bordo del _Likoi_. La lettura, il conversare, il rivolgere il pensiero alle cose vedute, le impressioni nuove che pur non mancavano e che ciascuno analizzava a suo modo ad alta voce, davano pascolo al tempo.
Ma principale distrazione era per noi la vista della città lungo questa grande arteria della Russia. Il giorno susseguente a quello della nostra partenza approfittammo subito della opportunità di una fermata di qualche ora per visitar Sarepta, distante circa una versta dal fiume, nella bassa pianura coltivata, d’onde s’ascende subito ad un immenso deserto. La città è piccola, raccolta, pulita, con belle case ed una piazza a guisa di _square_. La sua popolazione di circa 3 mille anime è tutta tedesca. L’industria principale consiste nel raccolto e nella manipolazione della senape, che poi viene spedita in tutta la Russia. Vedendo molti passeggeri, che erano scesi con noi, recarsi difilati e processionalmente alla farmacia, situata appunto nella piazza, mi prese la curiosità; ed entrato io pure, vidi tutta quella gente far ricerca di un balsamo che ci si disse godere di immensa riputazione per tutto il paese all’intorno, come di una panacea universale. Nessuno passa da Sarepta senza provederne per sè e pei suoi amici. Ve n’ha di due forme, di unguento e di estratto liquido, ed il più ricercato era l’unguento.
Altra più caratteristica singolarità di Sarepta è la perpetuazione tradizionale, rispettata come sacra ed inviolabile, de’ vincoli ond’eransi in origine legati i fratelli Moravi fondatori della colonia. In questa isola segregata affatto dal tramestio di cupidigie e di passioni della grande società europea, vige un sistema di amministrazione generale dei proventi de’ singoli individui, che molto rassomiglia alla famosa utopia de’ socialisti francesi.
A breve distanza di Sarepta è Tzaritzin, ove è la stazione del piccolo tronco di strada ferrata che congiunge il Volga al Don. Il sobborgo lungo il fiume è una bella fila di case di legno nuove ed eleganti. Qui termina il governo di Astrakan.
Da Nishnyi Nowgorod fino a Tzaritzin la sponda destra del Volga è alta e scoscesa, la sinistra invece depressa e piatta, tanto che i russi chiamano la prima sponda montana, la seconda sponda dei prati, perchè essendo soggetta alle ricorrenti innondazioni del fiume, è anche più rivestita di pascoli. Già Pallas avea notata come costante questa differenza di livello fra le due sponde in tutti i fiumi della Russia meridionale. La mente perspicacissima del sig. di Baer cercandone la ragione ha visto in questo caso particolare la manifestazione di una legge generale, per lo addietro inavertita, che regola ne’ fiumi la direzione della forza laterale della corrente, quindi la forma del letto, in dipendenza del moto di rotazione della terra. Risulta da questa legge che in tutti i fiumi dell’emisfero boreale l’azione della corrente si esercita particolarmente sulla sponda destra, sulla sinistra invece nei fiumi dall’emisfero australe. Questa azione è sovratutto evidente nei fiumi aventi una direzione prossima a quella di un meridiano, e ciò per ragioni facili ad intendersi, ma si deve pure ammettere pei fiumi aventi la direzione di un parallelo. Le osservazioni del signor di Baer hanno la data del 1853, e furono publicate in Russia nel 1854, cinque anni prima che il signor Babinet, senza citare alcun predecessore, trattasse questo medesimo argomento, arrivando alle stesse conclusioni, nel seno dell’istituto di Francia (_Comptes rendus_, vol. 49, 1859). Il signor di Baer ha in seguito nuovamente esposte ed estese le sue osservazioni in una classica memoria che forma il numero VIII de’ suoi _Kaspische Studien_.
Il giorno 2 di ottobre si fece altra più lunga fermata in Saratow, grande città, con strade dritte, spaziose, intersecantisi ad angolo retto, e magnifici fabricati, ma così deserta come non vidi mai altra città al mondo. Per intiere strade, fin dove l’occhio poteva giungere, non un’anima vivente. Saratow è centro di un governo. Il grande tronco di ferrovia che la deve congiungere a Mosca, ed infondervi così vita novella, era in costruzione assai inoltrata, ed ora, mentre scrivo, è compiuto. Qui lasciammo il Likoi per passare sovra di un’altro molto più elegante e spazioso battello, il Kasan, appartenente alla stessa compagnia Samolet, la quale possiede non meno di 36 piroscafi sul Volga.
Il giorno 5 visitammo la bella città di Simbirsk che due anni dopo doveva esser intieramente distrutta per mano di quella terribile ed occulta società di incendiarj che fa vedere fino a qual punto si sa esser barbari in Russia, quando si vuol esser barbari, e contro la quale a nulla finora valsero gli occhi d’Argo della polizia di Pietroburgo.
Il freddo si era frattanto reso molto intenso. Nella notte dal 5 al 6 (ottobre) nevicò a larghe falde, e nella susseguente il termometro scese a -7° C. Le sponde del nostro battello brillavano di ghiacciuoli. La campagna era verde e gelata.
Io voleva veder Kasan, una della più importanti città della Russia, presso l’estremo confine orientale di Europa. Mi era anche di particolare interesse il far una visita al dottor Nicola Wagner, professore in quella università, e chieder schiarimenti sovra la sua scoperta della generazione delle larve in alcuni insetti (Cecidomine), che trovava affatto miscredenti i naturalisti di Germania, ai quali era stata communicata. Orio si lasciò facilmente sedurre ad essermi compagno, e giunti allo scalo ci separammo dalla nostra brigata, che ci avrebbe aspettati a Nishnyi Nowgorod.
Lungo la sponda del Volga si distende anche qui il solito sobborgo, con qualche buona taverna, ed una lunga fila di botteghe di legno che forma un vero bazar. La città è discosta tre verste che percorremmo celeremente in _droschki_. La strada è da principio alquanto difficile, ineguale, pantanosa per le ricorrenti piene del fiume, poi si fa larga e piana fra una campagna vestita di boscaglie paludose; e passato un altro sobborgo di ville signorili e giardini, si giunge ad un ampio greto, solcato da’ rami di un piccolo fiume, la Kasanka, e che si attraversa su di un lunghissimo ponte-terrapieno, terminante alla porta stessa della città. Prima di giungere a questa ci colpì lo sguardo un grande tronco di piramide, sorgente, dalla sinistra sponda del fiume. È un mausoleo eretto in onore di Ivan Vassilievitsch e dei suoi prodi caduti nella vittoria riportata sui Tartari.
La città di Kasan è grande, popolosa, con belle contrade e grandiosi fabricati e si presenta assai pittorescamente anche di lontano, colle sue case affollate su di un piccolo dosso. Gli abitanti sono ancora in massima parte Tartari, perfettamente assimilati co’ loro conquistatori. Il sole già prossimo al tramonto non ci permise che la vista esterna del magnifico palazzo dell’università, della grande colonnata e dell’atrio. Il prof. Wagner ci accolse cortesemente; mi espose pel minuto la sua interessante scoperta, oramai confermata; e mi volle anche fornire materiali affinchè potessi io medesimo, nelle rimanenti ore di ozio sul Volga, verificarne alcuni particolari. Professor di fisica alla stessa università è un italiano, il signor Bolzani; ma ci mancò l’occasione di farne la conoscenza personale, non essendo egli peranco di ritorno da Londra, ov’erasi recato per la grande esposizione industriale. Alloggiammo all’albergo Resanoff, albergo di primo rango, ove però non sono ancora introdotti i letti all’Europea. Il mattino seguente, dopo altro giro per la città allo scopo anche di provederci di difese contro il freddo, ritornammo al sobborgo alla sponda del fiume. Mancava ancora da circa un’ora alla partenza del battello, e passeggiando noi oziosamente lunghesso la fila delle botteghe, scortane una di libri, entrammo. Non fu poca la nostra maraviglia nel trovare quasi null’altro che produzioni della letteratura parigina contemporanea, edizioni di Hachette e di Levy: qui, presso che alle porte della Siberia! Per mio conto comperai un libretto di Alfonso Karr: _la pêche_ che mi ha divertito assai, e per que’ saporiti frizzi che piovono così spontanei dalla penna dell’autore delle _guèpes_, e per una sequela di grosse castronerie che il buon Karr si è lasciate sfuggire.
Dopo altri due giorni di navigazione, raggiungemmo finalmente i nostri compagni a Nishnyi Nowgorod, la celebre città, ove si tiene la più grande fiera del mondo. La città propriamente detta, sulla sponda destra del fiume, elevata tanto da dominar di colassù grande estensione di paese; vince in bellezza ed in amenità di situazione le altre città del Volga. Ha un bel giardino publico, spaziose contrade, ed una grande piazza che dà accesso al Kremlin, o cittadella, ampio recinto contenente caserme e la residenza del governatore. A piè dell’altura, in parte lungo il Volga, ed in parte lungo il suo confluente Oka, è un grande sobborgo abitato particolarmente da mercanti. Una seconda immensa città, nell’angolo compreso fra i due fiumi, tutta magazzini e case di legno, scompartita in isolati regolari da lunghe contrade rettilinee, è popolata soltanto durante la fiera, vuota affatto nel resto dell’anno. Anche questa ora è diventata un mucchio di ceneri! Io ed Orio ci recammo subito a far visita al governatore, pel quale avevamo una lettera di presentazione. Il generale Alexis Odyntzoff ci accolse colla più squisita cortesia, condita da una certa apparente ruvidezza militare, e volle assolutamente che sedessimo a mensa colla sua famiglia. V’erano, oltre la sua signora, due graziose bambine e due istitutrici francesi. Si parlò della ricchezza del paese, della grande fiera, e di viaggi. Seppimo in questa occasione che due mesi prima erano passati per Nishnyi Nowgorod il signore e la signora di Bourboulon, che erano venuti per via di terra da Pekino; dura impresa per un uomo rotto alla vita del cavallo e della tenda, mirabilissima per una donna.
La fiera di Nishnyi Nowgorod si apre ai 29 di luglio, e si chiude verso la metà di settembre, non ad un giorno assolutamente fisso, potendosi anche prolungare, come appunto avvenne nel 1862 oltre il termine consueto. Le nazioni manifatturiere d’Europa vi sono rappresentate, ma in scarso numero al confronto delle popolazioni asiatiche, de’ Tartari, de’ Kirgisi, de’ Tongusi, de’ Kamtschadali, de’ Mongoli, de’ Cinesi, de’ Persiani. Vi affluiscono tutte le produzioni del mondo antico, dai tessuti di Manchester e dai giuocatoli di Norimberga, ai cuoi della Tartaria, ai tappeti persiani, alle pelliccie della Siberia, al thè della China. Quest’ultimo è anzi uno de’ principali articoli. Quasi tutto il thè di cui si fa così esteso consumo in Russia, è portato dalle caravane a questo grande centro di commercio, sebbene ora vada prendendo piede la concorrenza della via di mare e degli emporj inglesi. La fiera del 1862 fu delle più animate. Vi si portarono mercanzie pel valore complessivo di 96 millioni di rubli, e ne furono smaltite per 95 millioni. Mancando i mezzi ed il tempo per l’applicazione di un più esatto metodo di statistica, si fece approssimativamente il calcolo del numero delle bocche dalla quantità di pane cotto nei forni in eccedenza della consumazione ordinaria, e si giunse così alla cifra di 60,000 persone accorse alla fiera.
A Nishnyi Nowgorod eravamo finalmente ad uno degli estremi capi della gran rete di ferrovie dell’Europa centrale. Fra gli impiegati alla stazione trovammo un nostro compatriota, un genovese, che si adoperò con molta premura a toglierci da molti imbarazzi, e primo da quello della regolare consegna dei nostri bagagli.
Scendemmo alla stazione di Mosca al matino del giorno 11, ed ivi stava aspettandoci un signore prevenuto dal nostro arrivo che, scortici alla fisionomia, ci accostò rivolgendoci la parola un po’ in francese un po’ in italiano. Era il signor Billo che ci offriva ricovero nella sua _pensione_ nel quartiere della grande _Lubianska_. Fu una vera fortuna per noi il non avere da fare altro che seguire il nostro ospite, il quale, come un esperto capitano, con cenni e parole monche distribuite qua e là, diede prestamente tutte le disposizioni che facevano al caso nostro, e fattici salire in _droschky_ ci condusse di filo alla sua casa, ove per la prima volta, dopo sei mesi, potevamo riconfortarci di tutti gli agi di tutte le ricercatezze della vita materiale, non richieste veramente dalle nostre ordinarie abitudini, ma dallo stato in cui eravamo ridotti dalle febri persiane. Ne’ tre giorni da noi passati in questa splendida metropoli il signor Billo fu tutto per noi, e spinse la cortesia sino a volerci fare egli medesimo da Cicerone.
Le mura di questa immensa città portano scolpita la storia delle grandi epoche della Russia. Nel 1300 Mosca era tutta compresa nell’angusto perimetro dell’attuale Kremlin, difesa per un lato dal fiume (la Moskova), e pel resto da una siepe, finchè in quel medesimo secolo il gran duca Demetrio Donskoy non la ricinse di mura; le quali dovettero sostenere numerosi assedj dai Tartari e dai Lituani, e distrutte infine per le ingiurie degli uomini e del tempo, furono riedificate e munite di torri sotto lo czar Giovanni III, per opera di architetti italiani. Questo primitivo recinto fu presto insufficiente, crescendo rapidamente la popolazione col costituirsi del novello impero: molte case sorsero d’attorno, poscia tutte rinchiuse in un secondo muro di cinta, che sussiste ancora e limita la così detta _citè_, (_Kilay-gorod_) tutt’attorno della quale crebbero ne’ secoli successivi le più recenti costruzioni che formano la massima parte della Mosca attuale.
Mosca ha veramente uno stampo affatto proprio, nelle costruzioni non posteriori all’epoca di Pietro il Grande, e sovratutto nelle chiese e nei conventi: ma negli edificj moderni va sempre più sacrificando il carattere nazionale alla purezza dello stile, così che si trovano in questa città le più strane e dissonanti associazioni, dal più mostruoso barocco, nella cattedrale della Intercessione della Vergine[80], all’estremo dell’eleganza e della magnificenza nel palazzo imperiale. Fra le costruzioni moderne si distinguono i sontuosi palazzi dei così detti baroni dell’aquavite, ossia degli arricchiti nell’appalto dell’imposta sui liquori spiritosi, che forma una delle principali rendite della finanza russa. Le case dei privati sono eleganti, ma generalmente basse, di un sol piano oltre il terreno, il che determina, per una sì grossa popolazione, la vastità dell’area occupata. Gli edificj publici sono colossali. La cavallerizza, per esempio, è un salone, col soffitto piano, avente non meno di 170 metri di lunghezza, e 44 di larghezza, ove possono manovrare tremila cavalli. L’albergo dei trovatelli è una città nella città, poichè vi si dà ricetto ed istruzione a non meno di quindici mila derelitti. Una vera maraviglia, un vero museo di grandiosi monumenti, è il Kremlin, il vaticano del culto greco, il cuore di Mosca, come Mosca è il cuore della Russia. Quattro cattedrali abbaglianti di stendardi ricchissimi, di imagini sante, di candelabri, di oro e di gemme, il palazzo imperiale, il palazzo del patriarca, gli arsenali storici della Russia, il tesoro, sono, ciascuno per sè, un tale stipato assembramento di singolarità stupenda, da sottrarsi ad ogni descrizione. Non esiste città al mondo ove le chiese siano tante numerose come a Mosca. Non le ho contate, ma fui assicurato esservene intorno alle quattrocento, ciascheduna con molti campanili terminati da una cupola rigonfia, e questa alla sua punta da una enorme croce dorata. Dal baluardo del Kremlin io rimirava una sera per l’immensa città questa selva di torri crucigere. La vôlta del cielo, d’un triste uniforme grigio, andava oscurandosi; solo verso ponente una gran zona purpurea circoscriveva l’orizzonte. Quando il sole vi passò nel suo tramonto, le croci dorate delle chiese brillarono improvisamente di viva luce spiccante dal fondo scuro del cielo, e fu per alcuni minuti uno spettacolo incantevole, come di un gran fuoco d’artifizio per tutta la città.
Esiste in Mosca una celebre università, fondata nel 1755, aggrandita da Caterina seconda, e dotata dal principe Paolo Demidoff di un esteso dominio lavorato da 3500 servi, e di un forte capitale in danaro per sopraggiunta[81]. Ha pur sede in questa città una società di Scienze naturali che è tra le più celebri academie di Europa. Con tali elementi fa maraviglia la povertà delle collezioni scientifiche, ed in particolare della collezione zoologica, ove tolti una dozzina di pezzi capitali che sono un monopolio della Russia (uno scheletro di Mammouth, per esempio, ad uno di Ritina), il resto, anche numericamente ben poca cosa, è sformato, cadente, e per di più deturpato da errori madornali nelle determinazioni sistematiche. Nello spiattellare questa verità devo aggiungere, che il professore di zoologia nell’università, signor Bogdanow, non ha alcuna ingerenza nel Museo.
Dall’antica alla moderna capitale dell’impero moscovita, corrono venti ore di ferrovia.
Lo spettacolo della prospettiva di Newsky che percorremmo per gran tratto nel recarci all’albergo Klee, fu il preludio delle impressioni vive e profonde fra le quali passammo otto giorni in Pietroburgo. Non può entrare nel mio piano il descrivere la magnificenza delle contrade, de’ palazzi, de’ templi, le multiformi meraviglie d’arte accumulate in questa città, surta per incanto, ad un cenno del più grande despota creatore che abbia esistito. Ogni dì le nostre particolari inclinazioni ci portavano oltre la Newa, a quei stupendi santuarj della scienza che sono l’osservatorio di Pulkova, il giardino botanico, il museo del Corpo delle miniere, l’academia imperiale delle scienze. Dovunque fummo accolti colla gentilezza più squisita ed operosa, ed a me è grato in particolar modo il ricordare il prof. Besser, il generale di Helmersen, il colonnello di Kocktscharoff, il prof. Brandt, i signori Strauch e Moravïtz addetti al museo zoologico, e l’academico Carlo Ernesto di Baer. Io aveva già avuto la fortuna di conoscere in Milano, sedici anni prima, questo decano illustre de’ viventi naturalisti, e grande fu la mia soddisfazione in rivederlo, malgrado le infermità fisiche della vecchiezza, vivace e robusto di spirito come all’epoca in cui fondava le basi dell’embriologia.
Ma se rinuncio a descrivere le grandi monumentali opere di Pietroburgo, non posso trattenere una esclamazione di orrore per le traccie che vi ha lasciato il genio della distruzione. Tutta Europa fu scossa dalla notizia del terribile incendio che nel maggio del medesimo anno 1862 ha ridotto in cenere il gran quartiere dell’Apraxine dvor e del ministero dell’interno.
Non si può vedere il teatro di questo disastro senza rimanere soprafatti dal pensiero della potenza del male. È un isolalo immenso, centro del commercio della metropoli; e le ricchezze distrutte, le famiglie gettate nella miseria, fanno raccapriccio. Quando io visitai questo desolato campo di macerie fuliginose vi erano risorte in gran numero botteghe improvisate, e tutt’attorno era in pieno corso l’opera della riedificazione. Ma dove si reclutano queste mute invisibili masnade volanti di furie? Nessuno lo sa, ognuno lo crede a suo modo, e intanto le fiamme spente in un luogo, divampano in un altro. I giornali asseriscono che la reazione e la rivoluzione si ribattono in Russia l’accusa di una così insana e feroce barbarie: noi veramente non abbiamo udite queste recriminazioni de’ partiti estremi e piuttosto fummo sorpresi dall’indifferenza generale del paese come di eventi oramai abituali. Il paese era preoccupato di ben altro.
Il tratto più spiccante nella fisionomia morale del popolo russo è lo spirito religioso, o per dir meglio l’abbondanza del culto esterno. Lungo le contrade più frequentate delle città sono di quando in quando appese al muro imagini sacre con adobbo più o meno vistoso di cerei, e nessuno passa di là senza far tre inchini e tre segni di croce, od almeno levarsi molto rispettosamente il cappello. A Mosca una delle sei porte del Kremlin è la così detta porta santa. L’imperatore stesso nel passarvi scende di carrozza e si scopre il capo, onde tener vivo in tutti il buon esempio. Pe’ dimentici o per gl’ignari di questo atto di riverenza è appostata una sentinella.
In ogni camera abitata sta appesa in un angolo, e molto in alto, un’imagine sacra, con una lampada ardente; e ciò basta perchè la camera sia convertita in un vero santuario, e lo starvi a capo scoperto sia di assoluta prescrizione. Nella sala de’ _Traktyr_ (osterie), ove conviene il publico, due oggetti sono immancabili: un grande organo a cilindro che ripete le arie nazionali, e specialmente l’inno allo Czar, e l’imagine santa nella sua cornice dorata e col suo lumicino perpetuo. Così il luogo è santificato; un leggero oblio di questa circostanza fu sul punto di involgerci in una vertenza che avrebbe potuto avere conseguenze molto serie. Uno de’ nostri compagni, tenendo il berretto in capo, si facea servir da pranzo nel salotto commune del nostro albergo in Astrakan, ove stavano seduti, attorno ad una tavola separata, alcuni giovinotti di civile condizione, ma già riscaldati dal vino. Scorso qualche tempo noi li vedemmo confabulare tra di loro in modo assai concitato, di quando in quando accennando al nostro compagno che stava tranquillamente smaltendo una porzione di _hucha_, ossia di zuppa di sterletto. Il sig. Nicolas che per caso giunse nella sala, ed intendeva perfettamente il russo, ci mise in avvertenza delle esclamazioni di que’ giovinotti diretti contro di noi, per non sapeasi qual insulto fatto da un italiano al nobile sangue russo. Il nostro compagno finito il suo pranzo, si era tranquillamente allontanato, e nullameno la scena prendeva col vuotarsi di nuovi bicchieri un carattere sempre più minaccioso, tanto che l’oste medesimo impaurito mandò per un commissario di polizia, il quale accorse prontamente, ma durò molta fatica ad impedire uno scandalo e ad avviare quei giovani alle case loro. L’insulto era nella profanazione del luogo pel berretto in testa del nostro compagno, veduto e giudicato attraverso i fumi del vino.
L’istruzione publica è tutta nelle mani del governo. Io ho già avuto occasione di deplorare l’estrema negligenza dell’istruzione elementare, aggiungo ora che un’epoca riparatrice è surta da poco, ed un grande salutare movimento per la diffusione delle scuole ne’ villaggi, si è ridestato in tutti gli ordini della società russa. Le università sono organizzate militarmente: a ciascuna è preposto un curatore che il più delle volte è un generale in ritiro; la disciplina vi è rigorosa al maggior grado; la censura vigile e sospettosa. Fino a questi ultimi anni il numero degli studenti era determinato per ogni università, e gli ammessi dovevano sottostar ad enormi tasse, con che l’iscrizione in un albo universitario era un vero privilegio. Fra le riforme che segnalarono i primi anni di regno di Alessandro II quella degli studj fu compresa. Le tasse di molto ridotte, tolto il limite al numero degli studenti, questi accorsero in folla da tutti gli angoli della Russia alle università, vi si costituirono in corporazioni, fondarono società di mutuo soccorso, biblioteche, sale di convegno. La gioventù delle università è la stessa in tutti i luoghi, facile all’entusiasmo, a tradurre in atto i primi moti di una nobile passione. Dopo i massacri di Varsavia nel febbrajo del 61, in tutte le università dell’impero gli studenti polacchi fecero celebrare un servizio divino in suffragio delle vittime, e gli studenti russi s’unirono nella mesta cerimonia ai loro compagni. Pochi mesi dopo una sollevazione di contadini a Kasan fu domata colla forza delle armi: in segno di compianto gli studenti raccolti di quella università sparsero di fiori il feretro de’ caduti. Questi fatti comparvero nelle alte regioni del governo come preliminari di un movimento che bisognava tosto reprimere. Il sig. Kovalevski, ministro della publica istruzione che avea secondate le riforme liberali, cedette il posto all’ammiraglio Poutiatine, per opera del quale furono ristabilite le tasse annuali d’iscrizione degli studenti in 50 rubli, richiamati in vigore le più vessatorie discipline de’ tempi trascorsi. Frutti di queste inconsiderate misure fu una vera insurrezione degli studenti a Mosca e a Pietroburgo, sciolta coll’estremo rimedio delle armi.
Tali avvenimenti si eran fatti compiere durante il viaggio in Crimea dell’imperatore. Al ritorno nella sua residenza Alessandro II fu vivamente scosso dal trovar chiuse le scuole, gli studenti dispersi o chiusi in fortezza; e di nuovo l’onda del potere si volse alle riforme liberali. Un nuovo ministro il sig. Golovnine fu chiamato alla direzione della publica istruzione.
Un completo riordinamento delle scuole stava appunto elaborandosi al nostro passaggio per la Russia. Si parlava già di una forte diminuzione delle tasse scolastiche, e dell’istituzione in tutte le università de’ privati docenti, fino allora tolerati soltanto alla università di Dorpat, per concessione all’indole germanica degli abitanti della Livonia. Le antiche durezze andavano a poco a poco rilasciandosi, la gioventù ripopolava gli atenei.
La censura de’ libri, per iniziativa stessa del novello ministro, doveva farsi meno sospettosa ed arcigna. Non possiamo dire se queste buone intenzioni siano state intese ed obedite. A me recò non poca meraviglia il trovar sui giornali venuti di Francia o di Germania un singolare marchio dell’ufficio di revisione. Tutti i fogli sono regolarmente distribuiti, ma sui periodi che il rigido censore avrebbe voluto soppressi, si applica uno stampo nero indelebile, il quale propriamente par che dica: lettore, ecco un brano che ti deve interessare vivamente; cercalo in ogni modo e leggilo bene. Accade che de’ giornali portino talvolta delle mezze colonne, delle colonne intiere di un bel nero, intenso, uniforme, riquadrato con molta regolarità. A Mosca vidi nella vetrina esterna d’un librajo un fascicolo di un giornale tedesco sulla Russia: volli comperarlo, ma il librajo me lo rifiutò pretendendo che io pagassi l’abbonamento anticipato di un anno. Cercando sodisfar la mia curiosità in Pietroburgo, i librai ai quali mi diressi soggiunsero che l’opera era severamente proibita, e non volevano credere che io la avessi veduta esposta in Mosca. È sempre così: l’arbitrio, il capriccio, l’intelligenza stessa del revisore fanno veramente la legge. Come mai gli uomini di Stato della Russia non veggono che la censura dei libri nuoce perfino all’intento vero pel quale fu istituita; che essendo misura di governo inefficace e screditata di sua natura, rende popolare e più audace l’opposizione a tutte le altre!
Ma la Russia è il paese delle grandi contradizioni. Da una parte questo affanno minuto, geloso, incessante dell’autorità per tener misurata l’aria vitale all’intelligenza che si spiega, e dirigerne le mosse a battuta di tamburo, dall’altra favori ed onoranze all’ingegno che è surto e si impone col prestigio del successo. Nessun altro paese d’Europa tiene la scienza in maggior estimazione. L’aristocrazia della dottrina è posta in Russia al medesimo ordine colla aristocrazia del sangue, e questa non si crede degradata per ciò. Il governo è larghissimo di mezzi al culto dei severi studi, alla sola implicita impreteribile condizione che non s’attenti all’ordinamento politico dell’impero. È una ambizione nazionale il mettersi tra le fila de’ militanti per la scienza: epperò la Russia prende una parte veramente cospicua al progresso generale in Europa sopratutto delle scienze fisiche ed etnografiche. Molti de’ suoi dotti più illustri appartengono ancora all’importazione alemanna, ma la massima parte di essi non conservano altro segno esterno della loro culla che il suono del nome, mentre per lingua, abitudini ed affezioni sono perfettamente assimilati nella nuova patria. La Russia scientifica e la Russia moderna si confondono nella loro origine dal ferreo antiveggente despotismo di Pietro il grande, pel quale il paese fu veramente germanizzato. Nella opinione generale due partiti sono in antagonismo al governo della Russia, con varia prevalenza; il partito alemanno ed il partito moscovita, aventi rispettivamente come sede e centro d’azione Pietroburgo e Mosca, ossia, con espression popolare, la testa ed il cuore della Russia. Ebbene, continuando il paragone, è facile vedere che appunto per la divisione del lavoro fisiologico fra questi due nobilissimi visceri ha potuto crescere con tanto vigore il colossale organismo della Russia.
Noi trovammo però molto pronunciato un movimento di reazione, così che le catedre universitarie oramai sono affatto chiuse ai dotti della vicina Germania. Questa sodisfazione dell’amor proprio nazionale è tanto più legitima, in quanto che non è congiunta colla pretesa di una scienza ortodossa russa, diversa da quella dell’occidente, o colla millanteria narcotica di un primato fittizio. L’importazione occidentale è cessata, ma i giovani più distinti degli atenei della Russia sentono vivamente il bisogno di compiere la loro scientifica educazione col tanto efficace mezzo de’ viaggi, ed annualmente sono a centinaja quelli che lasciano il loro paese per riprendere la vita dello studente ne’ principali istituti di Germania, di Francia e d’Inghilterra. La facilità di apprendere le lingue straniere, ch’è un carattere particolare delle razze slave, fa sì che nulla rimanga ignorato ai Russi di quanto si fa di memorabile nei vasto mondo della scienza.
Fin qui i più grandi lavori de’ Russi sono stati publicati in latino, in tedesco od in francese, e l’uso della loro lingua fu tutt’al più riserbato a’ lavori di storia nazionale. Ora dal partito moscovita puro si vorrebbe cambiato questo sistema, e far adottare la sola lingua russa anche per le opere di scienze fisiche e naturali. È sperabile che questo tentativo non riesca, sebbene alcuni abbiano già dato l’esempio. È troppo presto il pretendere d’imporre all’Europa una nuova lingua scientifica; non è cavalleresco per parte dei dotti russi il segregarsi così dai loro confratelli d’occidente, e non è del loro interesse il rinunciare a quella giusta sodisfazione che consiste nel vedere i proprj lavori apprezzati oltre i confini del proprio paese.
La veramente grande e generale preoccupazione degli spiriti era l’emancipazione dei contadini, oramai inapellabilmente decretata con tutta la forza di una legge organica dell’impero. È noto quale fosse la loro condizione: veri servi della gleba aveano in usufrutto un pezzo di terra da cultivare, a condizione di cultivare anche le terre del padrone, e di prestarsi ad ogni chiamata in schiere (_corvées_), a certi determinati altri lavori: non poteano possedere, non poteano abbandonar le loro terre, ed erano esclusi da ogni ingerenza nelle faccende del commune. I padroni reclutavano pure tra di essi i contingenti per l’armata. L’importanza de’ possedimenti era misurata ed espressa dal numero de’ servi che vi erano attaccati.
Il pensiero dell’affrancamento de’ contadini, che aveva balenato appena nel cervello di qualche solitario moralista, prese maggior consistenza all’avvenimento al trono dello Czar attuale, che sino da’ suoi primi atti annunciava un’epoca novella alla Russia; ma le difficoltà dell’esecuzione apparvero così gravi, la crisi conseguente così spaventosa, che questa radicale riforma sociale fu ritenuta come da aversi presente allo spirito, ma da effettuarsi in un’epoca indeterminata. L’_ukase_ imperiale del 19 febrajo 1861 troncò gl’indugi; dichiarata la libertà de’ servi, stabilì minutamente le norme affinchè potessero, a prezzo di danaro, diventare veri padroni delle terre che aveano avuto in uso fino allora da padre in figlio, in pari tempo redimendosi dal lavoro obligatorio. Due anni di tempo erano concessi per la transizione dall’antico al nuovo ordine di cose, per la stipulazione de’ nuovi patti fra i contadini ed i padroni. Questo biennio era appunto prossimo a spirare quando noi attraversavamo la Russia, e non s’era ancora presa alcuna deliberazione, e si vedeva con terrore l’approssimarsi del termine ultimo. Tutta la società era cupamente travagliata, tutti gli interessi rovinati. I servi non volevano accettare l’_ukase_ che in una sola parte: in quella che li scioglieva dalle prestazioni di lavoro a vantaggio del padrone, e si rifiutavano a qualunque imposizione per esser mantenuti al possesso di terre che per lunga serie di anni, perfino da secoli, essi consideravano già come incontrastabile loro proprietà. Noi apparteniamo al padrone, dicevano essi, ma la terra appartiene a noi; e frattanto rifiutavansi ad ogni tributo. Pochi mesi dopo la publicazione dell’_ukase_ diecimila contadini insursero armati nel governo di Kasan, per reclamare la proprietà assoluta delle loro terre, senza condizione: e fu d’uopo d’una vera battaglia per sottometterli. Non è a dirsi lo stato dei proprietarj in una sì violenta crisi sociale!
Questo grande atto che trasforma intieramente la Russia non fu imposto da alcuna stringente necessità materiale, fu un omaggio reso alla scienza sociale, alla scienza d’occidente. La vita trascorreva pei contadini abbastanza tranquilla e contenta. Quelle medesime condizioni di isolamento che li rendevano industriosi a proveder a tutti i bisogni della famiglia, agli alimenti, alle vesti, a’ mobili, agli attrezzi rurali, faceva sommo, a’ loro voti, il bene più facilmente e più sicuramente conseguibile, la rustica agiatezza della vita patriarcale. Di raro vedevano i loro padroni; alcuni perfino, invecchiati sul luogo, non aveano mai vista la faccia del signore al quale pagavano tributo: tutti infine erano attaccati alle loro terre dall’affezione per la cosa posseduta. La miseria del contadino della pingue Lombardia è sconosciuta in Russia: ne’ due mesi che noi passammo nelle provincie russe al di qua e al di là del Caucaso, non ci occorse mai di vedere una mano stendersi a cercare l’elemosina. Alcuni servi della gleba hanno potuto perfino accumulare fortune colossali. Dall’altra parte i signori, scevri da ogni cura di amministrazione de’ loro beni, potevano darsi affatto liberamente alle alte cariche dello Stato, circondarsi degli agi e del lusso del loro rango fin ne’ posti avanzati dell’estrema Asia, ingolfarsi ne’ fasti olimpici della vita di corte, o nelle dissipazioni della vita parigina. Ora tutto è cambiato, e pel momento con una grave perturbazione generale. Surge pe’ contadini, colla dignità dell’uomo libero, la vera lutta per l’esistenza; si preparano nel loro prossimo avvenire fortune e procelle per lo addietro ignorate, nuovi desideri, nuovi più elevati godimenti, ma anche nuove illusioni. Il perturbamento è ancora più grave nella classe dei signori, non foss’altro per la sospensione delle rendite durante la lutta pe’ nuovi accordi co’ servi, e non poche fortune, già minate dalla crisi finanziaria che travaglia ancora la intiera Europa, andarono in completa ruina.
L’emancipazione de’ contadini è frutto de’ tempi maturati durante il famoso raccoglimento della Russia, annunciato dal principe di Gortschakoff dopo la guerra di Crimea; è sintomo e fomite ad un tempo di uno spirito novello che agita in Russia tutte le classi della società; è la creazione del terzo stato; radicale riforma da cui dipendono tutte le altre, che poi necessariamente trascina dietro di sè. Fin qui non sarebbe stata possibile in Russia che una rivoluzione di palazzo, od una sollevazione brutale di quella plebe che si palesa dalla fiaccola devastatrice come il leone dall’unghia; ora è aperta l’arena alla pacifica, potente e ferace rivoluzione delle idee. Ferve il lavoro nelle stesse regioni del governo, e già per nuove leggi sono informate a più liberali principj l’amministrazione della finanza publica, l’amministrazione communale, la magistratura. La rottura col passato è ancora più decisa ed energica in ogni manifestazione della vita publica. Nelle assemblee della nobiltà raccolte lo stesso anno 1862, a Pietroburgo, a Mosca, a Tver, s’udirono le proposte di stati generali, e di parlamento nazionale; e coloro che le hanno pronunciate non furono deportati in Siberia.
Notisi questa circostanza come sintomo assai espressivo della attuale situazione e dell’avvenire della Russia!
FINE DEL VOLUME.
ERRORI E CORREZIONI.
Devo riparare ad una ommissione a proposito delle ascensioni dell’Ararat. La cima di questa colossale montagna fu veramente raggiunta nell’agosto del 1850 da una spedizione russa avente a capo il colonnello (ora generale) Chodzko, e della quale facevano parte il sig. Moritz, direttore dell’osservatorio meteorologico di Tiflis, il sig. Chanikow che più tardi si rese tanto distinto pel suo viaggio nel Kurassan, con altri quattro uficiali e sessanta soldati. Il generale Chodzko rimase sulla cima del monte sei intieri giorni a fare osservazioni. Non mi è nota la cifra per esso trovata esprimerne l’altezza del grande Ararat. La quota del piccolo Ararat è a 12,805 piedi inglesi sul livello del mare.
_Pag._ _linee_ _leggi_
1 13 perduto perduta 6 18 disertare dissertare 9 7 _Paffinus_ _Puffinus_ 21 18 angitica augitica 29 4 trarformarsi trasformarsi 39 10 Alpigiano Alpignano 49 11 tutti tutt’ 69 9 mezzo mezzi 92 3 infioravano indoravano 96 4 combe conche 101 23 Schach Schah 104 16 sinistra destra » 17 destra sinistra 165 I. XI. 183 23 _Cotyle_ _Chelidon_ 188 12 Borè Bourée 213 6 amgdatoide amigdaloide 216 8 altre alte 227 18 officiali al officiali europei servizio al servizio 229 18 vari vani 237 17 asdirazione aspirazione 249 30 regolare regalare 255 15 _l’Argali_ (_Copra _l’Argali, la ægagrus_) Capra ægagrus_ 258 15 orrizzontali orizzontali 273 8 inguinato inquinato 278 18-19 applicarmi applicargli 293 22 ad orso a dorso 298 3 Vürth Würth 306 10 sud-est sud-ovest 316 10 specia specie 329 28 barò farò 348 17 _isabelline_ _isabellino_ 349 22-23 cespugliane cespugliose 353 18 _rotundataæ_ _rotundatæ_ 363 11 =Cyclestoma= =Cyclostoma= » 15 =Lymnoen= =Lymnæus= » 16 Engeli Enzeli 366 17 _Pteroches_ _Pterocles_ 369 22 orrizzonte orizonte 370 34 ingenta ingente 375 8 lavorata lavorate 379 1 lungò lungo » 31 _Kapische_ _Kaspische_ 387 2 Klec Klee
NOTE:
[1] SPALLANZANI, _Viaggio alle due Sicilie_.
[2] Affatto recentemente il mio amico Doria, ritornando dalla Persia, trovavasi a bordo d’un grosso vapore del Llyod, quando, verso il capo Matapan, si videro d’un tratto gettati sul ponte del bastimento un gran numero di calamaj. Era uno stormo che, inseguito forse da qualche pesce vorace, si saettò fuori dell’aqua, e con tale impeto, che perfino sette individui caddero sul ponte del comando. Il marchese Doria ne raccolse parecchi esemplari, nei quali riconobbi una specie finora rarissima nelle collezioni: la _Loligo (Ommastrephes) æquipoda_ di Rüppell.
[3] Per esempio, la barletta _(Falco rufipes)_, il pett’azzurro _(Cyanecula suecica)_, la gambetta _(Tringa pugnax)_, il croccolone _(Gallinago major)_, la marsaiola _(Querquedula circia)_.
[4] Communicata alla regia academia delle scienze di Torino nella tornata del 3 maggio.
[5] Le mie escursioni zoologiche in Costantinopoli dovettero limitarsi alle visite de’ mercati, ove trovai portarsi allora in gran copia mitili esculenti, tonni, palamiti (_Pelamis sarda_), grossi caponi (_Trigla_, e specialmente _Trigla lyra_), acciughe e latterini. Questi ultimi (_Atherina hepsetus_), dagli abitanti europei del gran quartiere di Pera, sono chiamati _eperians_, per una certa rassomiglianza col vero eperian dell’Oceano (_Osmerus eperianus_), che è tutt’altra cosa. Vidi anche molti storioni, e fra questi trovai un esemplare di quella singolare anomalia dell’_Accipenser stellatus_, descritta da Brandt come una specie distinta, col nome di _A. Ratzeburgi_.
[6] _Anthus rufogularis_.
[7] Vedi anche _Bulletin de l’Académie Imperiale de St. Petersbourg_, tomo III, pag. 84.
[8] Il _samovar_ è un vaso, per lo più in lamina d’ottone, con doppia parete, e così costruito che nel centro si pongono carboni accesi, alla periferia l’aqua da far bollire. È l’utensile di cucina più usato in tutta la Russia e in tutta la Persia: e converrebbe anche, per la commodità e per l’economia, ad ogni famiglia in Europa. In Russia se ne fanno anche di eleganti, pel servizio del tè nelle sale di società.
[9] V. GÜLDENSTÄDT, _Beschreibung der Kaukasischen Länder_, Berlin, 1834.
[10] EICHWALD, _Reise in den Kaukasus_, pag. 85.
[11] Vedi particolarmente KOCH, _Wanderungen in Oriente wahrend der Jahre_ 1843-44, vol. III.
[12] Un _rublo_ equivale a poco meno di quattro franchi; un _kopek_ a circa quattro centesimi; una _dessatina_ a poco meno di 110 are.
[13] Sull’organizzazione dell’armata del Caucaso, e sulle operazioni della campagna del 1862, vedi una serie di interessantissimi articoli nell’_Italia militare_ dal giugno all’agosto 1863. L’anonimo di quelli articoli è di una trasparenza cristallina.
[14] Mentre scrivo queste linee vengo a sapere che recentemente è stato addetto a questo istituto, collo speciale incarico delle osservazioni magnetiche, il sig. Radde, il celebre perlustratore dell’Amur.
[15] Su questa particolarità, e sulla struttura della cute nello _Stellio_, ho fatto apposita communicazione alla R. Academia delle scienze di Torino, nella seduta del 31 maggio 1863.
[16] Trovai qui per la prima volta nell’Asia questa specie esclusivamente rappresentata dalla sua varietà dalla testa nera, la quale perciò potrebbe esser considerata come una razza locale, asiatica, che manda soltanto i suoi avamposti nell’Europa meridionale.
[17] Eichwald (_Reise in den Kaukasus_) descrive tre specie di pesci del lago Guktscha, che egli denomina _Salmo fario_, _Cyprinus cupoeta_, _Cypr. barbus_. Le prime due corrispondono certamente a quelle da me raccolte: dell’ultima non mi riescì trovar esemplari, per quanta offrissi lauto compenso ai pescatori di Helenowko. La critica ittiologica era ancora molto bambina pochi anni addietro, e sarebbe ora assai difficile lo stabilire a quale delle specie descritte da Pallas e da Eichwald, sugli incertissimi caratteri del colore, si possa riferire la trota che io ho trovato costante nell’Asia occidentale. I suoi caratteri corrispondono perfettamente a quelli del _Salar obtusirostris_ di Heckel, salve alcune variazioni nella forma del muso, che si rende meno ottuso coll’età.
[18] _Clepsine orientalis_. De F. affine alla _complanata_, ma di dimensioni sensibilmente maggiori, di corpo più molle, di color molto più verde.
_Clepsine Leuckarii_, De F. affine per le dimensioni, per le forme e per la consistenza del corpo alla _Cl. bioculata_, ma perfettamente distinta dagli occhi in numero di otto, e dal colorito. Il fondo generale del corpo è un bruno tabacco, con fitte marezzature giallo-ranciato, sporche ai lati, ed altre simili più rare nel mezzo del dorso.
[19] Così si chiamano i fanti regolari in Persia.
[20] Non è chi, visitando la cittadella di Erivan, sfugga al racconto di questo episodio della vita di Hussein Khan. Era nel paese una zitella armena, decantata per la sua bellezza, e fidanzata ad un giovane della sua religione. Il Sardar la fece rapire e trarre nel suo _harem_; ed ivi colmandola di affettuose premure e di ricchi doni, tentava ogni mezzo per vincerne l’animo restio. Una delle sue notti angosciose, la giovane prigioniera ode, a piè della rocca, fra il mormorio del Sanga, un canto noto e caro al suo cuore: e nel delirio amoroso si precipita dalla finestra, e rimane tramortita a piè delle mura nelle braccia del suo disperato amante. Le guardie accorrono, riconducono i due innamorati al cospetto di Hussein Khan, il quale, commosso da un ardente affetto che oramai disperava poter rivolgere a lui stesso, accordò ad entrambi immediata libertà.
[21] È generale credenza nel paese che Arkouri sia stato fabricato da Noè; il quale ivi avrebbe altresì piantata la prima vite.
[22] Vedi _Reise nach dem Ararat_, Stuttgart und Tübingen, 1848.
[23] La descrizione che di questa specie ho data nell’_Archivio di zoologia_ (vol. III, fasc. 1.º), riguarda alla sola femmina, e deve perciò esser rifatta. Il maschio mi giunse più tardi con altri oggetti, in una cassa che io reputavo perduta.
L’_Emberiza (Fringillaria) Cerrutii_, sarà quindi così caratterizzata.
_E. cœsiæ affinis, sed mento et annulo orbitali albis, torque griseo pectorali nullo, abdomine infimo crissoque cervinis._
MAS. _Capite, colloque postico et laterali, cinereo plumbeis; collo antico pectore toto summoque abdomine fusco æruginosis; dorso brunneo rufo, lævissime fusco adumbrato._
FŒM. _Capite, collo postico dorsoque supremo cinereo fuscis; pectore pallide æruginoso_.
[24] _Mehmendar_ vuol dire ricevitore degli ospiti, ed è sempre un personaggio di rango, delegato a questo ufficio dal governo persiano.
[25] _Ferrasch_ vale quanto servo. Ogni forestiero di qualche rango ne deve avere intorno a sè un numero proporzionato al rango stesso.
[26] Il tomano che è la moneta d’oro della Persia, equivale a circa 12 fr., e si decompone in 10 grani, monete d’argento grossolanamente coniate, e rassomiglianti nella forma a piccoli lupini. Il grano si divide in due _penabat_, ed il _penabat_ in dieci _schahi_.
[27] A tutti è noto come in certi casi sia difficile, a chi non dispone di un copioso corredo di materiali di confronto, la determinazione precisa di frammenti isolati di ossa. Quelli che si prestano ad una simile operazione tra i pezzi da noi raccolti nel monticello di Marend, spettano a ruminanti domestici. Di particolar interesse è un grosso frammento di mandibola co’ molari molto consumati, e che si distingue per la crescente larghezza della mandibola stessa, partendo dal margine alveolare, press’a poco come nei majali. In una mia breve memoria inserita nella _Rivista contemporanea_ (_Agosto_ 1863.), ho creduto poter riferire questo frammento ad una specie di cervo; ma poscia, uno de’ più esperti paleontologi dell’epoca nostra, il sig. Lartet, al quale io aveva communicato un modello di quel frammento, mi scrive che, a suo avviso, malgrado l’aspetto _cerviforme_ da que’ molari preso per la consumazione, quel frammento deve riferirsi piuttosto ad un bue di piccola statura. Rimane sempre il carattere accennato della grossezza della mandibola, maggiore assai che nelle ordinarie razze domestiche del bue commune.
[28] Tepe vuol dire in turco monticello, promontorio, ed è quindi vocabolo assai generico; ma io me ne servirò per indicare esclusivamente quei monticelli che per la struttura e pel modo di formazione fanno causa commune con questo di Marend.
[29] _Reise nach Persien und dem Lande der Kurden_, Leipzig 1852, vol. II, pag. 133.
[30] _Scherbeth_ è aqua raddolcita con sciroppo. Da questa parola viene senza dubio il nostro _sorbetto_.
[31] Trovai di nuovo questa specie nella bella collezione di rettili fatta dal mio compagno ed amico marchese Doria nella Persia meridionale.
[32] La parola _Mirza_ premessa al nome indica un letterato, posta invece dopo il nome indica un principe del sangue.
[33] Qui, nel pieno di Udjan, come già prima a Marend, ho trovato la _Pratincola Hemprichii_ di Ehrenberg. Questa specie, dall’Egitto, ove per la prima volta fu rinvenuta, si innoltra nell’Asia occidentale. Io l’ho riveduta più tardi a Pietroburgo, nella collezione fatta da Karelin nel paese de’ Kirgisi.
[34] Da una lettera di Bokara ho appreso che i tre viaggiatori italiani, sulla cui sorte, mentre io scrivo, si è in tanta angosciosa trepidazione, hanno avuto molto a soffrire nella Tartaria per le molestie di certe specie di zecche. Sarebbe mai la specie dell’_Argas persicus_ estesa fin là?
[35] Un assai pregevole monografia anatomica su questa specie è quella del signor Heller, publicata nel _Bullettino dell’Accademia di Vienna_, 1858.
[36] Non abbiamo visto in Persia che rarissimi cani, e questi per lo più levrieri di somma bellezza, che si pagano perfino a prezzi superiori a quelli de’ più bei cavalli.
[37] Il prof. Lessona farà meglio conoscere questa specie così distinta pe’ suoi costumi da tutti gli altri oniscidi. Vive nelle steppe, in profonde gallerie: un individuo adulto si trova ad ogni buco, come di guardia: i giovani in sul far della sera vagano per la campagna, e si arrampicano sulle erbe. Attorno all’ingresso della galleria sono accumulati frammenti terrosi figurati, che io credo esser gli escrementi stessi dell’animaletto. Potemmo osservare diversi individui trascinanti pezzetti d’erba alla propria tana.
[38] Isidoro Géoffroy di S. Hilaire ne ha fatto una specie distinta, col nome di _Spermophilus concolor_.
[39] In queste acque ho pur trovato tre nuove specie di Irudinee.
_Hæmopis incerta._ De F. Parte superiore olivaceo-rossastra, con molti punti neri in due serie ai lati di una linea mediana alquanto più chiara: ventre dello stesso colore del dorso, ma più pallido, e senza macchie.
[40] Il farsach, misura itineraria in Persia, equivale a cinque chilometri e mezzo.
[41] _Reise der K. preussischen Gesandschaft nach Persien._ 1860-61, Lipsia due volumi in 8.º grandi.
Questa opera è senza contrasto una delle più importanti finora publicate sulla Persia, non soltanto per essere la più recente, ma eziandio per la ricchezza delle descrizioni, delle notizie storiche e statistiche, e la pompa del’erudizione linguistica.
[42] I Veneziani specialmente aveano avute relazioni diplomatiche colla Persia, spedite e ricevute ambasciate. Gli atti di queste ambasciate furono raccolti, per eccitamento del mio amico comm. Cristoforo Negri, dal signor Guglielmo Berchet, in un bel volume escito alla luce allora appunto che si stava rivedendo le bozze di questo capitolo.
[43] Alcuni scrivono Rena o Rhaena: ma già non vi sono due autori che scrivano nel medesimo modo i nomi de’ villaggi persiani.
[44] _Die geognostischen und orographischen Verhältnisen des noerdlichen Persiens._ Pietroburgo, 1853.
[45] V. _Ritter. Asien._, V, 561. BRUGSCH, Op. cit. I, 293.
[46] Un anno dopo venni a sapere che questo D. Küsten era morto di febri maligne in Rescht.
[47] A dare una più adequata idea del clima di queste provincie e specialmente del Mazanderan, aggiungerò che la coltivazione del cotone vi prospera tanto da esser divenuta uno de’ principali prodotti. Da alcune prove fatte risulta che la canna da zuccaro vi può vegetar perfettamente; e presso Sari crescono ancora oggi le palme.
[48] Il risultato delle educazioni fatte sinora in Italia con semente di Persia riescì in verità scoraggiante per la cattiva qualità de’ bozzoli ottenuti; ma bisogna riflettere che queste prove furono fatte sotto l’influenza del regime proibitivo, quindi con semente ottenuta di contrabando, confezionata da’ Persiani stessi, senza buone norme, e senza scelta di partite. I Persiani non vanno tanto scrupolosi nella qualità de’ bozzoli: ciò che loro importa è l’averne molti, di brutte o di belle razze non importa: e ve ne sono infatti delle une e delle altre. Alcune tavole scelte che io vidi dal sig. Hahnart non erano per certo inferiori in qualità all’antica e tanto apprezzata razza di Lombardia.
[49] _Murd’ab_ vuol dire in persiano morta aqua.
[50] L’ammiraglio Smyth calcola la superficie dell’Adriatico in 2493, quella del mar Nero in 7525 miglia geografiche quadrate (di 15 al grado). Non conosco misure precise della superficie del Caspio; posso dire soltanto che Bergsträsser la giudica, come non v’ha dubio che sia, superiore alle 6000 miglia quadrate.
[51] BORSZCZOW, _Ueber die Natur des Aralo-Caspischen Flachlandes. Würzburger naturw. Zeitschift_, 1. _Band_.
[52] Il signor de Baer, dal quale ricevo questa notizia, dice 9 braccia (Faden). Prendo questa parola come equivalente alla sagena russa, la quale corrisponde a 2^m,134, e trascuro la frazione.
[53] Io aveva raccolto presso Baku da circa 4 litri di aqua da sottomettere in Torino all’indagine di alcuno dei nostri valenti chimici: ma i due bottiglioni suggellati che la contenevano mi furono involati sul battello a vapore da qualcuno che forse ha creduto di fare un buon bottino di aquavite. Quanta non sarà stata la doppiamente amara disillusione di questo _voleur volé_!
[54] Lo Sterletto del Caspio si distingue da quello del Danubio per il muso meno prolungato e la bocca più piccola.
[55] _Minor: corpore compresso; tubulis nasalibus binis exertis supra maxillam. Squamis rhombeis._
D. 6 — 21. P. 15. A. 17. V: 12. _Squamis ser. vert. 20. ser. longit. 48._
Questa piccola specie è communissima fra le alghe presso Baku, e si distingue pel corpo molto compresso, come nei Blennii, e per due tubi nasali prolungati, al di sopra della mascella superiore. Gli occhi, alquanto rivolti in alto, distano fra loro di mezzo diametro. La pinna ventrale arrotondata rimane col suo estremo lembo distante dall’apertura anale per uno spazio uguale alla metà della sua propria lunghezza.
Le misure e le proporzioni in un esemplare di medie dimensioni sono le seguenti:
Lunghezza totale del corpo 0^m,06 Distanza dall’apice del muso al lembo dell’opercolo 0^m,015 Altezza del corpo 0^m,012
Colore verdastro sul dorso, più pallido sul ventre, con molte fascie di colore più scuro irregolari e verticali sui fianchi, onde il corpo risulta come zebrato.
[56] Il genere _Scaphiodon_, creato da Heckel nel 1843, comprende il _Cyprinus capoeta_ di Güldenstaedt, che precedentemente avea servito al signor Valenciennes per la fondazione d’un genere apposito _Capoeta_. Secondo le buone leggi della nomenclatura il nome generico del professore parigino deve avere la preferenza, ed io non esito punto a sostituirlo a quello del compianto ittiologo viennese.
Questo genere è veramente caratteristico della fauna ittiologica dell’Asia occidentale, e comprende molte specie, il cui numero verrà forse ridotto quando se ne rifarà un’accurata critica. Veggasi l’importante opera di Heckel (_Fische Syriens_) e la più recente bella monografia del conte di Keyserling.
Una specie che è molto abondante nel lago Goktscha fu da me riferita sull’autorità di Eichwald a quella tipica di Güldenstaedt, ma il confronto diretto con esemplari di questa posteriormente avuti, mi rendono persuaso che la specie del lago Goktscha deve esserne affatto distinta.
Tra le specie del corpo grosso, arrotondato, questa viene in prima linea, tanto il corpo stesso è quasi cilindrico, mugiliforme. La larghezza del capo, presa tra i due opercoli sensibilmente rigonfi, è uguale all’altezza del corpo stesso: la lunghezza misura cinque volte ed un terzo quella dell’intiero corpo, ed è uguale all’altezza del corpo istesso, il diametro dell’occhio sta sei volte nella lunghezza del capo, e da un occhio all’altro corrono tre diametri e mezzo.
Un carattere proprio di questa specie consiste nel terzo raggio della dorsale che è gracile, liscio, con appena debolissimo indizio di seghettatura al suo lato posteriore.
Il colore è bronzato cupo sulle parti superiori, volgente alquanto all’argenteo sul ventre.
D. 3/9. A. 2/5. Squam. ser. 54 9/8.
Ritengo probabile che questa specie scenda anche al Caspio, ov’io però non l’ho veduta. Sicura è l’esistenza in questo mare delle due seguenti, che ebbi a trovare anche nell’Arasse a Djulfa, e delle quali alcuni individui facevano parte di un’interessante collezione di pesci di Erzerum, mandatami dall’amico Bosio, R. console d’Italia a Trebisonda.
[57] Tre individui di questa specie, provenienti dalle sorgenti dell’Arasse presso Erzerum, mi furono spediti dal predetto signor cav. Bosio. Non differiscono per nulla dal _Chondrochilus regius_ di Heckel, se non pel carattere dei denti faringei 6 — 6 e non 7 — 6. Il che vuol dire semplicemente che questo carattere non può avere per sè solo quel valore che Heckel gli vorrebbe attribuire: e ciò conferma quanto ebbe a notare l’illustre mio amico profess. de Siebold nella sua veramente classica opera sui pesci dell’Europa centrale.
Annovero il _Chondr. regium_ tra i pesci del Caspio, perchè abita uno de’ grandi fiumi che si versano in questo mare e perchè si può molto ragionevolmente supporre che a questa specie debbasi riferire il _Cyprinus nasus_ registrato da Pallas e da Eichwald come un pesce caspico.
[58] Mentre io stava correggendo le bozze di questo capitolo, ripassando i numeri del _Bullettino della imp. academia delle scienze_ di Pietroburgo, di fresco giunti in Torino, trovo in una nota del sig. de Baer l’interessante notizia che fra le specie recentemente raccolte nel Caspio dal signor luogotenente Ulski (ch’ebbi la fortuna di conoscere personalmente in Baku), trovasi pure l’_Idotea entomon_. Questa specie manca nel mar Nero, trovasi invece nel Baltico e nel mar Bianco, e, secondo le relazioni degli academici Brandt e Schrenk, si estende fin sulle sponde del Kamtschatka.
[59] Il _Salmo (?) leucichihys_ e la _Idotea entomon_ accennerebbero per verità ad una antica communicazione del gran mare interno europeo-asiatico col mar glaciale, ma una semplice communicazione indiretta per via de’ fiumi, poichè la prima specie è da ritenersi piuttosto fluviale che marina, e la seconda si trova pure in aqua dolce, nel lago Wenern in Svezia.
[60] V. _Bulletin de la société géologique de France_, tomo XXI, pag. 259.
[61] Il _pud_ russo equivale all’incirca a 13 chilogrammi.
[62] Non è possibile separare, quanto al processo di loro formazione, questi così fisicamente diversi produtti che i chimici hanno per lo addietro compresi sotto la molto vaga denominazione di idrocarburi naturali: tutti derivano indubiamente da sostanze organiche.
Il Prof. Stoppani di Milano, in una dotta sua memoria publicata nel _Politecnico_ (vol. XXIII.), ha cercato invece spiegarne l’origine per la diretta combinazione de’ loro elementi sotto l’influenza delle forze vulcaniche. Io non mi farò qui a discutere se l’associazione delle surgenti di gas infiammabile e di petrolio colle salze, e di queste co’ vulcani veri, sia intima e causale, più che fortuita. Mi pare che la cosa non sia per anco sufficientemente dimostrata, sebbene i fatti addotti dal prof. Stoppani siano di molto peso, e ricevano l’appoggio dell’incontestabile autorità del sig. Abich, il quale ha trovato nella disposizione de’ vulcani di fango e delle sorgenti bituminose della penisola di Apscheron uno stretto rapporto colle linee di dislocazione dovuta alle emersioni trachitiche (_Mem. dell’Acad. Imp. di Pietroburgo_, tomo VI, 1863).
A mio avviso vi sono qui due generi di fatti da separarsi assolutamente. Da una parte la formazione e condensazione locale de’ così detti idrocarburi, dall’altra il loro sprigionamento. Quest’ultimo si potrà concedere all’azione vulcanica od almeno plutonica; ma quando è così chiara l’origine del gas delle paludi e di quello delle miniere di litantrace, quando tutti i terreni d’onde scaturiscono emanazioni infiammabili s’appalesano così ricchi di sostanze organiche (come le marne terziarie d’Italia, la formazione aralo-caspica, e le stesse roccie per lo addietro considerate come azoiche de’ distretti del petrolio nell’America settentrionale) non è più necessario andar fantasticando in traccia di nuovi misteriosi agenti. Dovunque io mi sono imbattuto nella formazione della marna azzurra subapennina ho notato che dalle fratture fresche di questa roccia esala un distinto odore di nafta. È noto poi il fatto del gas infiammabile imprigionato nel sale decrepitante di Vieliczka, onde venne al pensiero del prof. Bianconi un’ipotesi certamente ingegnosa, se non in tutto sostenibile, sull’origine de’ così detti terreni ardenti.
[63] Koch. _Vanderungen in Oriente_. Vol. III, pag. 250.
[64] Non si può capire per quale strano abbaglio un viaggiatore di questo secolo, Gamba, abbia potuto scrivere che Derbend è a quattro verste dal mare!
[65] Dagli immensi canneti del gran delta del Volga si trae un profitto che potrà sembrare strano, ma che è bene sia conosciuto: la pannocchia, opportunamente battuta e spogliata dei semi, viene convertita in una specie di lana vegetale di cui si imbottiscono cuscini e materassi specialmente pei militari.
[66] I neonati hanno le gambe posteriori non più lunghe delle anteriori.
[67] Questa specie, trovata per la prima volta in Egitto da Ehrenberg, deve avere una grande estensione geografica verso oriente. Io l’ho vista rappresentata anche nella collezione fatta da Kareljn nelle steppe de’ Kirgisi.
[68] Ho qualche dubbio che questa specie da me descritta come nuove possa non esser altro che l’abito di nozze della _O. penicillata_, il quale però non è punto descritto dagli autori, e neppure nella recentissima opera di Jerdon gli uccelli delle Indie.
[69] Questa specie può figurare legittimamente nel quadro delle sospese. Io l’ho vista in Astrakan in una piccola ma assai interessante collezione di uccelli di quel territorio.
[70] Questa specie fu descritta contemporaneamente (1843) anche da Fraser (Proced. Zool. Soc.) col nome di _Perdix Bonhami._ Preferisco la denominazione di Brandt come quella che esprime un carattere così netto e deciso della specie, non mentovato da Fraser, e neppur rappresentato nelle figura che ne diede questo autore nella sua _Zoologia typica_.
[71] Giornale dell’I. R. Istituto Lombardo, tomo 6.º
[72] Nouv. Mém. de la Societé Imp. des Natur. de Moscou Tom. IX. pag. 423.
[73] Le seguenti specie di Ofidii, tutte recate dalle provincie meridionali della Persia dal marchese Doria, sono state determinate dall’illustre erpetologo professore Jan, e qui descritte colle stesse sue parole.
[74] Il _Tetraogallus caucasicus_ si distingue dall’_himalayanus_ pel sottocoda di color nero. Se a quella od a questa specie si debba riferire il _Kepkederneh_ de’ Persiani, non potrei dire.
[75] Io ho raccolto dalla bocca di alcuni persiani il nome di Argali applicato anche al mufflone dell’Elburz, od _Ovis Gmelini_. Mi è mancato l’occasione di studiar bene i caratteri di questa specie, della quale non posseggo che un cranio regalatomi dal colonnello Andreini. A Khiva si chiama _arkal_ (notisi l’analogia del nome con _argali_) un mufflone che il prof. Brandi considera come una specie particolare, ma che nella rassomiglianza coll’_O. tragelophus_ parmi avere appunto uno de’ caratteri che Blyth assegna al suo _O. Gmelini_.
[76] Vedi UNGER, _Neuholland in Europa_, Wien.
[77] Vedi particolarmente: SPIEGEL. _Eran, das Land zwischen den Indus und Tigris_, ecc. Berlin. 1863.
[78] Op. cit. vol. 1, pag. 331.
[79] Il _touloup_ è un soprabito di pelli di montone camosciate, col pelo rivolto all’indentro. Ve n’ha che sono cuciti con qualche eleganza, anche a disegni o ricami.
[80] Si racconta che Giovanni il terribile, fatta costruire questa chiesa nel secolo decimosesto, tanto se ne compiacesse, che esaltando di lodi l’architetto, gli domandasse se mai fosse possibile inalzare più splendido monumento. L’architetto (era un italiano) avendo risposto che sentivasi egli medesimo capace di fare ancora qualche cosa di meglio, fu subito rimeritato dalla brutale gelosia del tiranno coll’aver strappati gli occhi, onde la novella chiesa restasse unica nel suo genere.
[81] Anche gli atti di splendidezza prendono in Russia enormi proporzioni. Eccone un altro esempio. In questi ultimi anni il signor Sidonow non legò in morte, ma diede lui vivente la somma di un millione di rubli (circa quattro millioni di franchi), per fondare una università in Siberia.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 397-98 sono state riportate nel testo. La notazione ^ indica che il carattere seguente è in apice.