Chapter 16 of 22 · 8447 words · ~42 min read

XVI.

Partenza pel Demavend. — Ingresso nell’Elburz. — Hafdscheh. — Valle del Lar. — Ask. — Grande formazione di travertino e di conglomerato vulcanico. — Reinah. — Abigerm. — Stazione Thomson. — Roccie del Demavend. — Salita al gran cono. — Ritorno alla stazione. — Precedenti ascensioni e misure del Demavend. — Resto di attività di questo vulcano. — Sua probabile epoca. — Leggenda del re Zuhaq. — Cenni zoologici. — Città di Demavend. — Ritorno a Tedgrisch.

Grazie alle sollecite disposizioni del nostro ministro, ai consigli ed alla cooperazione attiva de’ signori Fane e Watson, segretari della legazione d’Inghilterra, in meno di due giorni tutto fu allestito per la nostra escursione al Demavend. La brigata riescì composta di me, Lessona, Orio, Ferrati, Clemencich, Doria, Centurioni, e del sig. Champain, capitano del genio dell’armata delle Indie, gentile e colto signore, ospite del signor Alison. Mirza Alì fu incaricato del doppio uffizio di dragomanno e di _golam_.

Il 9 agosto sul meriggio, muoviamo pieni di lena dal nostro quartiere generale di Tedgrisch, verso oriente, per viottoli e campi, lunghesso le falde della grande parete del Schemran, fin dove questa si abbassa per aprire un varco, deviando alquanto verso il nord, e spiccando un contraforte verso mezzogiorno, che, decomposto in una zampa d’oca di colline aridissime di tritume marnoso, va perdendosi nella steppa. Passando a ridosso di questo contraforte raggiungiamo ben presto la strada di Teheran, per la quale ci impegniamo nella salita della montagna. Giunti sull’altura, ecco aprirsi al nostro sguardo una valle profonda, ben cultivata, con alberi e villaggi, e per un pendìo assai ripido vi scendiamo. La sponda opposta della valle è scoscesa, e lambita da un fiumicello, e nell’ampio taglio che si presenta a noi di prospetto vedesi in basso un’emersione porfidica; per tutto il resto calcare marnoso, che a contatto del porfido diventa screziato. Più in basso, seguendo alquanto il corso dell’aqua, la scarpa è tagliata in un immenso deposito di tritume. Lì, passando il fiumicello su di un ponte in muratura, dopo breve ascesa si giunge a Sinak, bel villaggio fra campi e prati e filari di piante, oltrepassato il quale si passa di nuovo su di un ponte, il ramo principale del Dschadscharud, limpido, vivace, rumoreggiante fra grossi massi di puddinga. Tutt’attorno, come in ampio anfiteatro circoscritto da pittoreschi scogli, i zampilli, i rivoletti che si portano al fiume, animano la vegetazione. Eravamo in questo punto entrati nell’Elburz, e da questo punto non si presentano più al nostro sguardo che nude gigantesche rupi, e nelle valli freschi verdeggianti pascoli.

Dopo una mezz’ora di cammino nella valle, riprendiamo la salita lungo il ciglio di un profondo burrone nel cui fondo, rotto da cascatelle, scorre un altro piccolo affluente del Dschadscharud. Qui si incontra ancora puddinga alla base, e sovra di essa strati inclinati di marna argillosa alternanti con altri di calcarea, i quali, più resistenti alla corrosione, sporgono a guisa di muraglie. Probabilmente queste roccie spettano alla formazione carbonifera. Eravamo saliti così ad una nuova altura, ad un altro scalino dell’Elburz, e già annottava; ma un bel chiarore di luna ci illumina la via e tutta la scena dintorno. Passiamo presso il villaggio di Kubad sepolto fra grandi alberi, in un profondo vallone sulla nostra sinistra, e giungiamo infine alla stazione di Hafdscheh, ove prendiamo alloggio nel castello del Sadrazam. La notte fresca, serena, chiara, ci lascia scorgere distintamente il bel paese che si domina dal terrazzo, le case sul pendìo del monte, e la popolazione che si è posta a dormire sui tetti. Inanzi radunarci per la partenza, il mattino seguente, profittammo fin della prima luce per spartirci in piccole scorrerie ne’ dintorni, e deliziarci all’aspetto di una natura così differente dalla triste monotonia delle steppe. Tutto il villaggio apparteneva all’infelice Sadrazam, del quale mi è occorso far cenno nel capitolo precedente. Il castello è principesco, solidamente costrutto di pietra da taglio e di mattoni, in vari grandiosi corpi connessi fra loro per ampie gradinate a terrazzi e giardini, sull’erto fianco del monte, d’onde lo sguardo scende pei vari accidenti di una valle pittoresca. I pianerottoli, le convalli, i burroni circostanti, sono rivestiti di bella vegetazione, con folto cespugliame e grandi alberi in dense macchie od in filari intersecanti campi cultivati e prati naturali.

Gli uccelli da me visti in questa breve escursione sono:

_Pica caudata, Pyrgita domestica, Euspiza melanocephala_ (giovani in branchi numerosi), _Hirundo rustica, Chelidon urbica, Parus major; Muscicapa grisola, Luscinia lusciola, Ruticilla phœnicura_, e, come novità, un’altra specie non descritta per lo addietro, la quale per vari caratteri, e specialmente per la livrea e pei costumi, deve formar il tipo di un genere apposito nella famiglia delle _Saxicolinæ_. È la mia _Irania Finoti_.

Da Hafdscheh, ripigliando la salita, la strada serpeggia per lungo tratto sul culmine di un immenso dosso tutto costituito da tritumi incoerenti e massi di varia mole frammisti senz’ordine, ricolmante una profonda valle, e solcato a’ suoi lati dalle aque torrentizie. Più oltre procedendo, qua e là ai lati del nostro cammino, si scorgono altre convalli ingombre da formazioni di ugual natura. È un fatto meritevole di particolare attenzione la grande potenza di questi depositi di tritumi nell’Elburz, perchè nelle Alpi simili formazioni di trasporto sono dovute in parte principale all’azione dei ghiacciaj, mentre nell’Elburz si cercherebbero invano le traccie anche remote di un periodo glaciale, come non riescì al sig. Abich il trovarne nel Caucaso.

Dopo una breve discesa che ci conduce in un piano che sembra un letto di torrente, pieghiamo sulla destra, ove il piano si allarga come ad anfiteatro, e di là s’incomincia la salita di un monte calcareo, per un sentiero angusto tortuoso ed erto, fra dirupi e burroni. La nostra marcia è resa ancor più difficile dall’incontro di una carovana lunga e spezzata di muli, carichi di carbone del Mazanderan. Varie interessanti specie di uccelli mi si offrono in questo tratto di strada: di nuovo l’_Irania Finoti_, una _Saxicola_ o meglio _Dromolæa_ di nuova specie, nettamente caratterizzata (_Dr. chrysopygia_ De F.), la _Fringilla nivalis_, il _Serinus pusillus_, frequente in numerosi branchi, e nell’istesso modo frequente una _Otocoris_ che io ho chiamata _O. larvata_, l’_Emberixa hortulana_, la _Cotyle rupestris_ e la commune _Saxicola oenanthe_ in gran numero.

Valicata quest’altura scendiamo nella valle del Lar, nella quale troviamo stabilita una famiglia di pastori nomadi. Le aque del fiume, limpide come cristallo, si diramano in un ampio letto fra isolotti e praticelli. La _Ferula_ del galbano, in piena fioritura, copre, specialmente verso la sponda sinistra del fiume, lunghe liste di terra, colle grandi foglie e gli steli oltre l’altezza d’un uomo. Oltrepassata questa valle e tagliato un altro ramo del fiume, incassato in un profondo solco, ridiscendiamo al Lar, il cui ampio letto è rivestito di giunchi e pingui pascoli. Le bellezze di una natura alpestre e selvaggia si spiegano sempre più col nostro avanzare. Ci si presenta qui in tutta la sua mole l’eccelso cono del Demavend, ma non ancora la roccia di questo gran focolaio vulcanico; i monti che rinchiudono la valle sono sempre di calcarea grigia. Il sole indorava ancora le alte cime circostanti, quando i nostri _ferrasch_ ci allestivano le tende per la notte presso il casolare solitario di Hanlar-khan unico per grande estensione in queste valli. Potei dunque profittare dell’ultimo ritaglio del giorno per un’escursione attorno al nostro campo. Il terreno è tutto bucherato da una piccola specie di _Arvicola_ ch’io ho chiamata _A. mystacinus_. Molte specie di uccelli hanno qui il loro convegno estivo: _Serinus pusillus, Carpodacus erythrinus, Saxicola oenanthe, Pratincola rubetra, P. rubicola, Phyllopneuste trochilus, Anthus arboreus, A. aquaticus, Coturnix dactylisonams, Aegialites minor, Totanus ochropus_. Seppi dagli abitanti del casolare essere qui frequenti l’_Argali_, la _Capra ægagrus_, ed il _Tihu_ (_Ammoperdix griseogularis_). Tra i rettili devo indicare l’immancabile _Stellio caucasicus_, ed una piccola lucerta, assai ovvia anche a più elevato livello, e che, malgrado il ventre rosso di fuoco, non si può distinguere dalla commune _Lacerta muralis_ d’Europa, mancante al piano. Copiosa vi è pure la rana commune. Il Lar abonda straordinariamente di trote, tanto che ne ebbimo ad esuberanza pel nostro desinare. Il pieno disco della luna surse a vestire di nuovo incanto questa scena maestosa. Conversando e passeggiando fino ad ora assai tarda, malgrado le fatiche della giornata, passammo una notte deliziosa. Il termometro segnava +11° C.

Il mattino seguente (11 agosto), per la sponda destra della valle, ricca di profonde cristalline surgenti, seguiamo il corso del fiume, quindi lo passiamo a guado, ove, dalla sinistra della valle, vi affluisce un rivo di aqua lattiginosa, probabilmente per contenere in sospensione del caolino. Di lì attraversiamo un ampio pascolo, circondato da una gran curva del fiume, ed animato da numerosi armenti e da tende della tribù nomade de’ Curdi Biati, che, guidata da Hanlar khan, sorta di principe vassallo, lascia ogni anno in estate la pestifera steppa paludosa di Veramin, per riparare alla fresca ubertosa valle del Lar. Questi Iliati non sono rapaci come i Curdi del confine; le loro donne tengono il viso scoperto, e mostrano i tratti d’un bel tipo. Mentre le pecore e le capre pascolano sul pendio de’ vicini monti, il piano verdeggiante è di preferenza riserbato ai cavalli. Il nostro Mirza Alì, che avevamo perduto di vista, ci raggiunge guidando un bellissimo puledro che egli dice aver acquistato al prezzo di 14 tomani, e che al prezzo medesimo cede o finge di cedere volontieri al capitano Clemencich. Al ritorno, quando già eravamo ad una sola marcia da Teheran, il puledro scompare, e Mirza Alì giura e bestemmia che gli fu rubato, che non gli sarebbe possibile il ricuperarlo; ma una comminatoria secca ed energica del nostro amico, una minaccia pronunciata con tutto il tono di volerla mantenere, fanno sì che l’innocente Mirza Alì ribatta la strada, e riprenda felicemente il puledro ai ladri, ossia lo sleghi dal nascondiglio ove l’avea trafugato.

Oltrepassato questo pascolo, ove il Lar si ripiega verso il Demavend, rinchiuso in un profondo burrone, incontriamo per la prima volta la roccia vulcanica. Essa forma una corona di monti depressi attorno al gran cono, ed è tutta screpolata a grossi frantumi angolosi, ingombranti anche i circostanti campi, onde è reso molto difficile il nostro cammino. Da questo luogo si può rilevare come un lembo della massa vulcanica si estenda oltre il fiume, in un avvallamento della montagna calcarea: fatto importante che si collega ad altri osservati nel seguito, e si riferisce ad una delle ultime grandi fasi di questo centro vulcanico. Codesti monti sono parte di una immensa corona che circonda il cono proprio del Demavend, come Somma circonda il Vesuvio. Qua e là, per grandi breccie in questa corona, scappa fuori un enorme ventaglio di tritumi vulcanici.

La linea che battiamo quasi sempre senza traccia alcuna di strada o di sentiero, è un grande arco di cerchio alla base del Demavend. Inanzi giungere ai monti che sovrastano ad Ask, il nostro progredire è fatto straordinariamente difficile, per l’ingombro di enormi frane. Quindi valichiamo un dosso di grossolano conglomerato vulcanico, per scendere ancora nel solco del fiume, dalle cui pareti s’erge una bella vegetazione che ci preannuncia un luogo popoloso. La discesa è così difficile che alcuni di noi, ed io fra questi, reputiamo prudente il farla a piedi; ma giunti in basso eccoci ad un ruscello d’aqua fortemente ferruginosa, sì grosso che per guadarlo mi è forza risalire a cavallo. Da questa parte lo stesso cemento della puddinga è ferruginoso a notevole altezza sull’ima valle. I monti del lato opposto del fiume sono pure di conglomerato vulcanico. Una grande scogliera di basalto prismatico s’erge dirupata a dominare il sentiero che ci porta ad Ask.

Ask è una piccola città, capo luogo del distretto del Laridjan, rinomata in tutta la Persia per le sue aque minerali, salino-termali, solforose, ferruginose, che in larghe vene, come produtti dell’azione vulcanica, zampillano da molti punti nelle sue adiacenze, e nella città stessa. Quantunque il paese abondi naturalmente dei migliori materiali di costruzione, la città è quasi per intiero formata del solito fango, qui non più di necessità, ma di inconcepibile elezione. Le sue case, fra le quali ve n’ha di grandi e signorili, sono in modo assai pittoresco accavallate sulla sponda sinistra che scende per erto pendio al fiume, spumeggiante nel profondo, fra dirupi di travertino. Pel declivio delle stradicciuole anguste, tortuose, quasi impraticabili, che mettono all’unico ponte gettato ove il burrone del fiume è più angusto e scosceso, andiamo a prendere quartiere al di là del ponte, in un abituro isolato. La scelta di questo sito non poteva essere più favorevole, e per godere dell’incantevole orrida bellezza della valle, e per osservare i tagli naturali delle sponde, ne’ quali sta scritta la storia delle ultime fasi di questa contrada vulcanica.

Il travertino, in istrati irregolari e grandi mammelloni occupa il fondo della valle. È in massima parte compatto o leggermente cavernoso, ma passa per gradi a’ due stati estremi di tufo e di alabastro, e contien anche straterelli di gesso cristallino candidissimo. Esso è stato sepolto da un immenso deposito di sabbia e ciottolame vulcanico, che ha dovuto, un tempo, ostruire la valle. Seguendo per breve tratto la corrente del fiume, ove questa forma un angolo, si vede la parete sinistra della valle tagliata a picco, per un’altezza (misurata ad occhio) dai 200 a 250 metri. Tutto questo taglio è nella puddinga e nella ghiaja vulcanica, con disposizione in strati orizzontali. Risalendo dal lato opposto ad un centinajo di passi dal ponte, si arriva ad altro taglio elevato e scosceso nello stesso deposito di sabbia e ghiaja vulcanica, ora incoerente ora cementata, e qui si può vedere benissimo la transazione del travertino alla ghiaja, in modo che gli strati superiori del travertino sono sabbiosi, gli strati inferiori della sabbia sono più o meno solidificati da cemento calcareo. In questi strati veggonsi eziandio copiosamente sparsi cristalli isolati di gesso, a dimostrar sempre più il legame fra il travertino e il deposito incoerente che lo ricuopre.

La roccia solida in posto, che costituisce i monti del lato destro della valle, è una calcarea grigia, compatta. In faccia alla città, oltre il ponte, ove una grande scogliera scoscesa forma un piccolo seno, anche le frane della roccia calcarea sono state legate da cemento di travertino. Più verso il nord, dicontro all’angolo del fiume, si può vedere un piccolo promontorio della stessa roccia calcarea grigia inviluppata da una gran crosta di travertino, che ha riempita anche una fessura, a guisa di un piccolo filone.

Chiunque guardi la posizione di Ask, le nude e verticali pareti della valle, il burrone sul quale è gettato il ponte, deve necessariamente acquistar la convinzione che qui la massa del travertino, la cui recente formazione non potrebbe mettersi in dubio, con tutto quanto le sta sopra, è stata spaccata sotto un violento parossismo della forza vulcanica, onde venne aperto un nuovo passaggio alle aque del Lar. Questa spaccatura gira per grande tratto intorno alla base del Demavend, e in generale segna il limite fra il circo proprio del vulcano e quello più esterno delle montagne calcaree, però non senza che lingue di roccie vulcaniche si sovrapongano alla calcarea alla destra del fiume, e inversamente propagini de’ monti calcarei passino alla sua sinistra.

Il giorno 12 lasciamo Ask di buon mattino, nell’intento di portarci a pernottare al piede del cono proprio del Demavend. Fuori della città si entra subito in una scura gola, aperta nel conglomerato vulcanico, e nelle cui pareti gli abitanti hanno scavate molte grotte, alcune delle quali sono chiuse da imposte. Poscia la via ripiega a destra sul monte, erta e difficile, fra l’ingombro di massi enormi, che ci incutono serie apprensioni sul passaggio de’ nostri muli col voluminoso carico delle tende e delle provvigioni. Questo monte è dello stesso conglomerato, con varia tenacità del cemento, onde lo sporgere orrendamente confuso delle masse che hanno più resistito alle corrosioni delle aque meteoriche. Vinta la salita si giunge ad un altopiano ben coltivato, e quindi a Reinah[43], gruppo di case ombreggiate da grandi alberi. Mirza Alì, tutto fiero di farci vedere un _echantillon_ di donne persiane, ci mette in attenzione della decantata bellezza di queste che avremmo incontrate nel villaggio. Accorsero infatti, allo scalpitar della carovana le donne, che non avean pensato a coprirsi il viso; ci guardarono il tempo necessario a soddisfar la loro e la nostra più discreta curiosità, poi fuggirono a precipizio. Mirza Alì aveva ragione.

Oltre Reinah il cammino, girando sempre attorno alla base del Demavend, attraversa dossi arrotondati, propagini de’ monti marnosi-calcarei separati dalla massa principale dalla grande spaccatura del Lar. La roccia eruttata dal vulcano ha invase le depressioni fra questi dossi. In più luoghi si vedono anche breccie e puddinge vulcaniche con cemento ed incrostazioni di travertino.

Eran le 9 dello stesso mattino quando scendemmo di cavallo ad Abigerm. Lì, in praticelli a’ piè dell’erto pendìo del monte, ombreggiati da filari di salici, fumano le surgenti termali che danno il nome al villaggio. Il getto principale si versa immediatamente in un bacino cinto da un muricciuolo, d’onde l’aqua trascorre in rigagnoli ed in vaschette a certe costruzioni che hanno più l’aspetto di tumuli che di celle da bagni. Alcune donne nude stavano lavando pannilini, ed al nostro approssimarsi si posero frettolosamente un cencio sul capo, e fuggirono al villaggio. La temperatura dell’aqua, allo sbocco della sorgente, era di +63,5° C. Dovemmo far sosta per l’asciolvere, per aspettare i muli co’ carichi più pesanti, e sovratutto per fare gli ultimi preparativi per la salita. Mirza Alì spedito al prossimo villaggio in cerca di guide, di alcune delle quali, già sperimentate nell’ascensione de’ Prussiani e degli Inglesi, avevamo il nome scritto, ritornò con alcuni uomini di mala voglia, i quali, forse per caricare la mercede da pattuirsi, esagerarono la difficoltà dell’impresa, la lunghezza del cammino, ed insistevano onde si pernottasse in Abigerm. Tenemmo consiglio, e riescì felicemente a trionfare la fermezza del capitano Champain; onde si deliberò di partir subito, e passar la notte nel circo interno del Demavend, a’ piedi del gran cono. Mentre noi eravamo affaccendati a semplificar i bagagli, onde non portar lassù con noi se non le provvigioni e gli equipaggi di prima necessità, le guide persiane si raccolsero in numero di dieci, prepararono bastoni, e certe scarpe di strana foggia, formate da pezzi di pelle di capra con trafori nel lembo, pei quali si passa una correggia che stringe il piede come in una borsa. Sottometto questo modello di scarpe all’approvazione de’ club alpini; dirò intanto che pochi di noi si decisero ad adottarlo.

Partimmo ad una mezz’ora dopo mezzo giorno. Passato il villaggio di Abigerm la salita si fa subito molto erta, in un vallone le cui pareti sono di strati fortemente inclinati e ripiegati di arenaria e di marna alternanti (del terreno carbonifero?). La vegetazione arborea s’arresta al villaggio; continua invece una svariata e rigogliosa vegetazione erbacea. Incontriamo un’altra surgente ferruginosa, di sapore sommamente piccante e stitico. La ripidezza della valle e tutta la difficoltà del cammino crescono col mutar della roccia, col passare ad un potente deposito di conglomerato vulcanico che sporge in erte scogliere, ed ingombra il terreno di frane; quindi si incontra la roccia vulcanica massiccia, tutta rotta in massi angolosi, sui quali si perde ogni traccia di sentiero: è questa la roccia che forma la corona basale del Demavend. Alle 5 scendiamo dall’orlo dirupato di questa corona nell’immenso circo da me già paragonato a quello del monte Somma, orribilmente ingombro di frantumi angolosi, eppure non spoglio di verdura. Vi trovammo infatti una mandra di cavalli al pascolo. Piegando sulla sinistra andammo a cercare un posto conveniente per passarvi la notte, e dopo varie esplorazioni ci riescì trovare due ajuole rettangolari, circoscritte da informi muricciuoli formati co’ massi tolti dall’interno: testimonianza sicura che già qui, prima di noi, altri europei aveano fatta stazione. Qui dunque ci arrestammo. D’ogni intorno gorgogliavano rivoletti e cascatelle, od allo scoperto o ne’ profondi vani fra i massi petrosi. Il nostro cuoco si diede ad ammannire un parco desinare, i nostri _ferrasch_ a preparar l’unica tenda della quale potevamo disporre, essendo caduto e morto per via un mulo che portava l’altra. Alcuni di noi, ed io precisamente fra questi, dovettero rassegnarsi a passar la notte, come dicono i Francesi, alla _belle étoile_. Pieni di lena passammo una lietissima sera, e non ci coricammo prima di aver ad una voce battezzato questo sito col nome di stazione _Thomson_. Preghiamo i viaggiatori futuri, e sovratutto chi farà la carta del Demavend, a conservarlo, in memoria del primo europeo che toccò la sommità di quell’eccelso cono.

Qualche _touriste_ ha cercato lasciare più stabile memoria di sè. Sulla parete verticale di un masso prossimo all’accampamento io trovai scolpite queste lettere A B P, come principio di una iscrizione incompiuta. Non mi riesce interpretare questo enigma con alcuno de’ nomi a me noti de’ visitatori del Demavend. Quel masso intanto starà come un segnale della stazione Thomson.

[Illustrazione: Fig. 7. — Veduta del Demavend e del nostro accampamento alla stazione Thomson. Da un disegno del capitano Champain.]

La notte fu molto fredda: al mattino il termometro segnava ancora -3° C, e d’ogni intorno brillavano croste e stallattiti di ghiaccio. Per buona sorte eravamo bene proveduti di mantelli e di coperte. Più che il freddo riescì molesta a me la rarefazione dell’aria, a quell’altezza di 3,600^m; ond’ebbi a provare un grave insulto di asma notturno.

Io ho sempre parlato fin qui di roccie vulcaniche in genere, senza mai pronunciare alcun nome particolare, evitando perfino di servirmi della parola spicciativa _lava_ che adoperano i viaggiatori quando parlano del Demavend. Egli è che in fatti sulla strada da noi percorsa, non si incontra in alcun luogo una vera lava, come quella, per esempio, che io ho trovata presso Hissar, o come quella eruttata da vulcani attivi d’Europa. La sola distinzione netta e precisa che si possa fare delle roccie onde è costituita la gran massa del Demavend, è quella delle due categorie che hanno per tipi rispettivi il basalto e la trachite, presentanti ciascuna varietà secondarie di struttura, di colore, di diverse proporzioni de’ minerali elementari. Le roccie basaltiche, ben caratterizzate anche dalla presenza dell’olivina, hanno la pasta ora compatta ora cristallina, e contengono in varie proporzioni cristallini feldspatici, fino ad assumere la vera struttura porfidoide, come, per esempio, accade del basalto prismatico di Ask. Le roccie trachitiche presentano due estreme varietà ben distinte di colore, l’una bianca, con struttura più cristallina, e mica nera, l’altra rossa, con struttura più compatta, e mica color tombacco: l’una varietà si fonde nell’altra per tutti i possibili passaggi. Il nome di lava si potrebbe tutt’al più adoperare per indicare la crosta di trachite rifusa, leggermente scoriacea e bollosa, sulla quale si cammina per lungo tratto in salire alla sommità del cono. Nella collezione di saggi di roccie fatta in Persia dall’insigne botanico russo Buhse, e scientificamente descritta da Grewingk[44], si parla di pomici, di lave, di pietra picea, che possono tutt’al più riferirsi a qualche rara ed affatto isolata varietà di roccie delle suaccennate due categorie.

Altri autori parlano di pomici del Demavend, Kotschy specialmente, il quale per di più segna nella sua carta, al lato nord-ovest intorno al cratere, grandi monticoli e scarpe di lapilli e frantumi di questa sostanza. I saggi di Buhse sono stati raccolti sulla strada medesima da noi percorsa, e fino alla base del monte presso Abigerm. Per quanto io facessi particolare attenzione alle roccie sul nostro cammino, non mi venne mai dato di trovare alcun frammento paragonabile veramente, e pei caratteri e pel modo di formazione, alle vere pomici dei vulcani d’Italia. Gli stessi saggi di Buhse che io ho visti nel Museo mineralogico dell’Academia delle scienze di Pietroburgo, non mi sembrano esattamente determinati come pomici. Alcuni pezzi di assai apparente aspetto pumiceo raccolti dal prof. Lessona intorno al cratere, uno fra gli altri coperto da bellissimi cristallini di ferro oligisto, sono frantumi di trachite profondamente alterata da soffioni solforosi: vi si possono infatti distinguere colla lente minuti cristallini, anche della caratteristica mica, sfuggiti all’azione di vapori alteranti. Io credo perciò che, fino a nuova più sicura prova del contrario, si possa mettere in dubio l’esistenza di vere pomici al Demavend, per quanto la produzione di questa sostanza sia ne’ vulcani legata coll’esistenza delle roccie trachitiche.

È impossibile determinare in una semplice escursione, e per un solo lato del Demavend, l’ordine di successione delle emersioni trachitiche e basaltiche. Il solo fatto che mi sia risultato ben chiaro è questo: che le prime sono prevalenti nel cono centrale, le seconde nella corona basale del vulcano. È pure da notarsi, come assai importante che, nel perimetro di questa corona, le roccie eruttive riposano generalmente sovra conglomerati, i cui frammenti sono ancora delle stesse roccie basaltiche e trachitiche. In alcuni luoghi, come per esempio presso Ask, il basalto è compreso fra due depositi di conglomerati. Questo prova che l’aqua ha avuto una parte molto importante nelle dejezioni del Demavend, come in generale di tutti i vulcani.

All’alba del 13 agosto incominciò la salita vera del cono. Avevamo avuta la previdenza di far tener pronti alla stazione Thomson i nostri muli, i quali ci giovarono per circa un’ora di cammino, frammezzo alle frane, infinchè l’erta cessò dall’esser praticabile anche da muli persiani. La superficie del cono è assai ineguale, ma i rilievi e gli avvallamenti hanno una visibile disposizione come di raggi che partono dalla sommità, e si allargano verso la base. Gli avvallamenti, non occorre il dirlo, sono letti di neve. In qualche sinuosità più riparata ne avevamo già viste alla base alcune pezze isolate; queste crescono naturalmente di numero e di estensione coll’altezza, così che, verso la sommità, imponenti distese di nevi perpetue occupano tutto lo spazio tra le coste del monte. Seguimmo da principio per lungo tratto una cresta, poi scendemmo in un gran letto di lapillo trachitico, onde il procedere era fatto ancora più faticoso. Da questo passammo su di una crosta scoriacea di trachite rossastra che si continua fin presso la sommità del monte, come una gran colata fluita dal cratere.

L’effetto della rarefazione dell’aria non tardò molto a farsi sentire in alcuni di noi. Da prima si arrestò una delle nostre guide di Abigerm presa da vomito, poi Doria; ed infine, a quattro quinti della salita, dovetti io pure rinunciare con profonda invidia a dividere co’ miei compagni la gloria di toccare la cima del grande vulcano. I sintomi che ebbi a provare furono nausea, vertigini, affanno di respiro, ed un sonno invincibile non appena m’arrestassi a prendere alquanto riposo. Dovetti quindi cedere e ridiscendere alla stazione, accompagnato da una delle guide.

Prendo dalle relazioni verbali avute sul luogo il giorno istesso, e specialmente dal giornale del mio amico Lessona il racconto del resto della salita. Piegando alquanto verso oriente si lascia la roccia solida per passar ancora sul lapillo, da cui escono qua e là punte e scogli di trachite; quindi si arriva al passo più pericoloso, al così detto _Bamsi bend_ (passo del gatto), che è uno stretto sentiero da indovinarsi attraverso un immenso ripidissimo letto di neve entro un avvallamento della montagna. All’opposto lato la difficoltà cresce ancora per lo sporgere della roccia, sotto la quale conviene curvarsi per passare, dividendo l’attenzione fra la testa ed i piedi; e se un piede manca, si è irreparabilmente perduti, scivolando nell’abisso. Il prof. Lessona ed il capitano Champain furono i soli che, governando prudentemente il bastone, escirono da questo passo senza ajuto delle guide, mentre altri due non furono salvi che per la prontezza onde furono soccorsi. Al di là di questo passo l’erta riprende faticosissima su di una cresta rocciosa, poi di nuovo su di un’erta di lapilli più ripida delle precedenti. Da questo punto si vede già l’orlo del cratere tutto giallo di solfo. Succede un nuovo avvallamento occupato da una gran massa di neve meno erta della precedente, ma non meno pericolosa in altra ora od in altra stagione, quando, solidificata dal freddo, non ceda sotto il passo. Qui il prof. Lessona ed il capitano Champain sentirono contemporaneamente uno scoppio dalla cima del monte, e videro sollevarsi un denso getto di vapore: l’aria d’ogni intorno era piena di esalazioni solfuree. — Si compie l’ultimo tratto della salita nella neve cosparsa di polvere di solfo, o nella roccia incrostata di solfo. Primo a toccar la sommità (eran le 2 pomeridiane) fu Orio, che fece sventolar il fazzoletto sulla punta del bastone, gridando _viva Italia_. Fu immediatamente raggiunto dal capitano inglese, poi dagli altri. Mirza Alì, ed alcune guide che soffrivano della rarefazione dell’aria, s’arrestarono più in basso, in una caverna scavata nello solfo.

Il cercine del cratere ha la figura di un’elisse, il cui maggior diametro, dall’ovest all’est, misurerebbe, all’occhio del prof. Lessona, trecento metri, l’altro ad esso perpendicolare, forse cento. All’est ed all’ovest vi sono due depressioni, al nord e al sud due rialzi. Tutto il cercine era coperto di neve, meno che dalla parte tra l’est ed il sud, ove tutta la apparente sua massa era purissimo solfo. L’interno era un piano di neve e di ghiaccio sul quale nessuno osò avventurarsi. Quando i miei compagni vi arrivarono vi si vedeva ancora dalla parte verso l’est un vano circolare che in breve si chiuse: era forse di là partito il getto di vapore osservato poco prima.

Il barometro del capitano Champain si era guasto per via: quello del prof. Ferrati invece, perfettamente conservato, giunse felicemente alla cima. I miei amici vi si promettevano la vista delle selve del Mazanderau e, più lungi, del Caspio: non videro invece, verso il nord, che uno sterminato mare di nebbia, al sud-ovest l’immensa distesa dell’altopiano iranico, dalle altre parti nubi e vertici di montagne, che dal basso sembravano giganti e di lassù pigmee. Rimasero sull’orlo del cratere un’ora, spesa anche in parte nelle osservazioni barometriche; scrissero i loro nomi su di un foglietto che fu riposto in una bottiglia, e questa, ermeticamente chiusa, abbandonata colà, come documento ai futuri _touristes_.

Alle 3-1/2 le guide instavano onde si discendesse precipitosamente. Una nuvoletta avea ravvolta per un istante tutta la brigata, altre maggiori accennavano di seguirla ingrossando, ed il pericolo era imminente di non poter discernere più, nel fitto della nebbia, il buon cammino. La discesa fu senza inconvenienti. Alcuna delle nostre guide, sui piani inclinati di neve, si lasciava scivolare in basso. Mirza Alì per discendere in questo modo, s’accoppiò stranamente con un altro persiano, ma presto rotolarono entrambi, e furono ben fortunati di poter riprendere il cammino più lento ma più sicuro della roccia. Io medesimo, avendo incautamente ceduto alla seduzione di questo mezzo accelerato, corsi pericolo estremo di vita.

Alle ore sei eravamo tutti radunati alla stazione Thomson, lieti del successo, ed il nostro amico prof. Ferrati lietissimo di poter intervenire autorevolmente nella discordia delle cifre dell’altezza del Demavend. Al desinare, mancandoci il vino che avevamo espressamente lasciato ad Abigerm, un po’ d’aqua tinta di rhum ne tenne le veci al _toast_. Lì pernottammo di nuovo, e il dì seguente fummo di ritorno ad Ask così per tempo da passare in quell’interessante località tutta la giornata.

L’unica via per la quale si possa ascendere il Demavend è quella che abbiamo seguita; per tutto il resto del perimetro del gran cono l’erta è impraticabile, od almeno non fu ancora tentata. Ho già detto come il Demavend, visto dai contorni di Teheran, si presenti col suo asse sensibilmente inclinato verso ovest, come se la sua base fosse stata sollevata verso oriente. La posizione di Ask corisponde appunto alla elevazione del piano di questa base, onde viene che da qui la retta applicata sul pendio, in un piano verticale all’orizonte, formi con questo un angolo più acuto che non altrove. È importante l’osservare subito che a questa parte del monte corrisponde pure la grande spaccatura che aprì il corso alle aque del Lar: sulla quale circostanza dovrò tornar fra poco.

Quasi ogni anno i montanari di Reinah e di Abigerm salgono alla cima del Demavend per raccogliervi solfo, e si racconta che non rari siano i casi di pagare colla vita l’avidità del guadagno: ma per lungo lasso di secoli nessun viaggiatore europeo aveva ardito affrontar una simile impresa. Doveva naturalmente toccare ad un figlio della bionda Albione il dare il buon esempio, e ad altri poi seguirlo. Il paese che sotto varj aspetti è ancora una terra incognita, le difficoltà d’ogni genere che vi si incontrano, il rango di quella montagna fra le più elevate del globo, la sua stessa natura, le misure discordi ottenute in varie riprese della sua altezza, fanno sì che, negli annali de’ viaggi, la salita del Demavend sia ancora adesso un fatto meritevole di registrazione. Ecco in breve, ed in ordine cronologico, le notizie che ho potuto raccogliere sulle ascensioni e sulle misure ipsometriche di questo grande vulcano.

1837. Nel settembre. Taylor Thomson è il primo europeo che si cimenti alla salita del Demavend, portando seco un barometro, ma essendo la sommità del monte ravvolta tra le nebbie s’arresta ad una caverna alcune centinaja di metri più in basso, e quivi prende le sue misure termometriche e barometriche. Ainsworth su queste misure calcolò approssimativamente l’altezza del Demavend in 13,793 piedi parigini. Humboldt invece, sui dati medesimi, arriva ad una cifra assai più elevata: 18,400 p. p.

1838-39. Il capitano Lemm è spedito in Persia dal governo russo, per accompagnare un invio di doni allo Schah ed al governatore del Korassan, e coll’incarico di determinare l’esatta posizione geografica de’ principali punti sulla sua strada. Dalla sua tabella estraggo queste altezze, misurate trigonometricamente da Teheran.

Teheran: casa della legazione russa 3,579. p. p. sul livello del mare.

Cima del Schemran 12,247. — Cima del Demavend 18,846. —

1843. Kotschy, dalla metà di giugno ai primi di agosto, percorre in varie direzioni la base ed i contorni del Demavend, specialmente per ricerche botaniche. Agli ultimi di luglio intraprende la salita del cono: ne dà una minuta ed esatta descrizione, ed assai belli disegni. Percorre l’orlo del cratere in 378 passi. La sua relazione, stampata molti anni più tardi (_Mittheilungen di Petermann_, 1859), è quanto di meglio finora fu scritto sul Demavend.

Kotschy non prese misure ipsometriche. All’occasione della stampa della sua relazione sentenziò esser molto esagerata la cifra dell’altezza del Demavend data dagli Inglesi; giudicando ad occhio da esperto alpigiano, com’egli stesso dice, e dalla natura della vegetazione, concede tutt’al più un maximum di 15,000, p. p.

1852. Czarnotta, ufficiale montanistico austriaco al servizio del governo persiano. La sua ascensione (in agosto) è qualche cosa di romanzesco. Abbandonato dalle sue guide passa una notte solo, privo di coperte e di provigioni, alla distanza di due ore dal cratere, sotto una buffera di gelo che gli intirizzisce le membra, e fa discendere il termometro a -17 R. (!!). Dopo stenti infiniti arriva alla sommità e passa una seconda notte a poca distanza dal cratere. Incontra individui estranei che sembrano attentare alla sua vita; le stesse sue guide che più tardi lo raggiungono, dopo averlo derubato de’ suoi istrumenti e delle sue pistole, non dimostrano più miti intenzioni. Tratta per la sua salvezza, gettando a quella gente quanto danaro aveva. Ritornato a Teheran poche settimane dopo muore di tifo. (Vedi ancora le _Mittheilungen di Petermann_, 1859).

1854. Renold Thomson, fratello dell’altro citato più sopra, e lord Kerr, salgono il Demavend, ma per mancanza di istrumenti nè fanno osservazioni nè publicano relazione alcuna.

1858. Gli stessi, in compagnia del sig. di S. Quintin, addetto alla legazione francese, e del sig. Castelli (di Tauris), ripetono la salita con un eccellente ipsometro ad ebullizione di Casella. Questo sig. Thomson è il medesimo che ebbimo la fortuna di conoscere personalmente ne’ nostri frequenti convegni colla legazione inglese. Il suo rapporto, publicato nel giornale della società geografica di Londra, è molto ben redatto. Il risultato dell’osservazione fatta in questa circostanza darebbe al Demavend un’altezza di 20,192. p. p.

1859. Il sig. Beguer, segretario della legazione russa, ed il sig. Barthelemy francese, morto poco dopo a Teheran, ribattono il medesimo cammino, e toccano la punta del Demavend, ma non fanno osservazioni.

1860. Il barone Minutoli, il sig. Grolman, il sig. Brugsch della ambasciata prussiana, accompagnati dai signori Watson, Fane e Dolmage della legazione inglese, intraprendono l’ascesa del Demavend verso la fine di luglio, essi pure muniti di un ipsometro ad ebullizione, mentre il sig. Nicolas, stando al piede del vulcano, alla stazione di Abigerm, istituisce contemporaneamente osservazioni di confronto. I dati ottenuti conducono ad attribuire al Demavend un’altezza di circa 20,000 p. p.

1861. La spedizione russa del Caspio, sotto la direzione del sig. Iwastschinzow, determina l’altezza del Demavend mediante osservazioni trigonometriche alle due stazioni dell’isola Aschuradah, nella baja di Astrabad, e dello sbocco del fiume Tedjen presso Ferhabad. La media ottenuta è di 17,326 p. p. al disopra del livello del mare generale.

1862. La sezione dell’ambasciata italiana. Le misure barometriche del nostro collega com.^e Ferrati intervengono molto a proposito fra tanta discordia di cifre. Sebbene per la natura stessa del metodo siano da ritenersi come semplicemente approssimative, esse hanno su tutte le altre precedentemente prese il grande vantaggio di esser state confrontate con osservazioni barometriche e termometriche eseguite nel giorno stesso ed alla stessa ora, alla stazione russa di Aschuradah, sul Caspio, presso la base al nord del Demavend, con istrumenti regolati, come quelli medesimi del Prof. Ferrati, all’osservatorio meteorologico di Tiflis.

Ecco ora le cifre datemi dall’egregio collega, come esprimenti altezze sul livello medio dell’oceano.

Teheran 1240 metri Ask, presso il ponte 1795 » Abigerm 2275 » Cima del Demavend 5670 »

È un errore soventi ripetuto ne’ libri che il Demavend serva di faro ai naviganti del Caspio. Non potrebbe essere tutt’al più che un faro diurno ed a ciel sereno, poichè non getta mai fuoco, ed il languido persistente suo lavoro vulcanico si manifesta ora soltanto con fenomeni secondarj. Il suo cratere attuale è sproporzionatamente piccolo in confronto della immensa mole del cono; e nessuna conosciuta memoria storica accenna a masse fuse di là eruttate. Quella colata di trachite scoriacea, di cui ho fatto cenno, è ben poca cosa al paragone della massa compatta attraversata da potenti _dicche_ onde tutto il cono è formato. La sommità del monte è una solfatara attiva. Lo solfo che incessantemente vi si sublima, accompagnato da soffioni di vapori aquei, è in fiori ed in minuti cristalli, inquinato da gesso. Vi si trova anche, nella trachite alterata da questi soffioni, qualche sublimazione di ferro oligisto. Alla stessa causa interna, onde è alimentata la solfatara della sommità, si collegano le surgenti termali e solforose della base.

L’attività vulcanica del Demavend è manifesta eziandio da terremoti. Morier ha fatto una relazione di quelli del 1805, e del giugno del 1815; il quale ultimo, come risulta pure da un rapporto di Bell, ha cagionato gravi sconvolgimenti. Alla base del monte verso occidente, sulla strada da Amol a Teheran, tra Karu e Balkulum, Bell ha visto, come effetti di questo terremoto, rovine di edifizj, ponti distrutti, i cui pilastri non si corrispondevano più. Molti villaggi pure furono sconquassati, e le strade fatte impraticabili per due anni dopo l’avvenimento.

Abbiamo precedentemente veduto: 1º che la formazione di travertino di Ask, e la ingente massa di tritume e conglomerato vulcanico che vi sta sopra, si debbono considerare come di formazione recente; 2º che il burrone del Lar, circuente per gran tratto, a sud-est, la base del Demavend si è aperto nel travertino stesso. È molto probabile che il medesimo terremoto, per forza del quale si è fatta questa grande spaccatura, abbia sollevata da questa parte la base del vulcano, ed inclinatone l’asse verso occidente. Aggiungerò pure come sia antica tradizione, tuttora vigente in Teheran, che il Demavend abbia cambiato di forma.

L’età moderna di questo vulcano si desume anche da altri dati. È impossibile non vedere una continuità di processo tra la formazione del travertino del burrone di Ask, e le aque solforose-termali che sgorgano da questa parte in sì gran copia; fra il ruscello d’aqua ferruginosa che si passa arrivando ad Ask da Teheran, ed il cemento ferruginoso fino ad assai notevole altezza della puddinga vulcanica a’ piè della quale scorre il ruscello stesso.

Devesi poi fare particolare attenzione a questo, che, per quanto risulta dalle mie osservazioni, nè le tanto caratteristiche roccie del Demavend, nè altre roccie vulcaniche in istretto senso, trovansi rappresentate nel tritume generale degli altipiani della Persia occidentale; per il che sarebbe da concludersi che le formazioni vulcaniche dell’Elburz sono posteriori alla dispersione de’ tritumi onde quegli altipiani furono costituiti. Abich ha osservato la stessa cosa nel Caucaso e nell’Armenia. Certamente poi la ingente mole del Demavend non è surta tutta in una sol volta, ma prima si formò la corona basale, poscia il cono centrale. Nel tratto percorso della base di questo monte, io ho quasi dapertutto osservato che le masse eruttive delle roccie, e specialmente delle basaltiche, riposano sovra strati più o meno potenti di conglomerato vulcanico.

Ho accennato più sopra alla mancanza di un attendibile documento istorico di lave roventi eruttate anticamente dal Demavend. Un qualche dato della antica maggiore attività del vulcano sembrami tuttavia trasparire dal velame della leggenda mitologica del re Zohaq, ancora oggi tanto popolare fra gli abitanti del nord della Persia, e così poeticamente narrata dal loro immortale Firdusi. L’empio Zohaq, nato ne’ deserti dell’Arabia, erasi legato in patto infernale con Arimane, e coll’ajuto di questi aveva ucciso il proprio padre, per usurparne la corona. Il genio del male che, sotto forma di un bel giovinetto, erasi posto al suo servizio, e lo nutriva di sangue, gli chiese un giorno di potere imprimer sulle di lui spalle un bacio, come segno e mercede della sua fedeltà. Non appena le labbra infuocate di Arimane toccarono le spalle del suo signore, spuntarono da queste due neri serpenti, che nessun arte valse a distruggere, e che si dovettero satollare di cervella umane. Zohaq, eletto poscia re dagli Irani, stendeva sul paese da oltre un secolo il suo terribile scettro, ed ogni giorno gli erano immolate due vittime umane; quando il fabro Kawe, al quale erano stati presi sedici figliuoli per farne pasto ai serpenti, sul punto di vedersene tolto ancora uno, chiamò gli Irani all’insurrezione. Un giovine eroe, Feridun, nato nelle aspre gole del Demavend, intraprese la lutta col potente Zohaq, e, fattolo prigioniero, lo rinchiuse nell’immensa interna spelonca di quella montagna, ove carico di catene _strepita_ e _mugge_ il vinto tiranno. Come segno che doveva annunciare tutt’all’intorno la vittoria, Feridun accese, sulla sommità del Demavend, _un fuoco di gioja_. Ogni anno, l’ultimo giorno di agosto, nella città che trae il nome dal grande vulcano, la festa commemorativa della caduta del re Zohaq è celebrata con grandi clamori, corse tumultuanti di cavalli, e fuochi[45].

Ora se anche in questa, come in ogni altra leggenda tradizionale, è lecito ricercare qualche fondamento di reale, due cose fermano l’attenzione: la fiamma accesa da Feridun sulla cima del Demavend, probabile indizio di materie ignee eruttate, o di vapori illuminati dalle bragie del cratere ora da secoli estinto; e gli strepiti, i muggiti dell’incatenato Zohaq, alludenti a rumori di vera attività vulcanica, piuttosto che all’impeto de’ soffioni attuali. Non può a meno anche di far impressione alla mente l’analogia fra la leggenda persiana ed il mito greco di Encelado fulminato da Giove, e chiuso nelle viscere dell’Etna.

Non lascerò Ask senza aggiungere qualche cenno sulla fauna di questa parte culminante dell’Elburz. Due sole specie di rettili ho trovato attorno alla corona del Demavend, la _Lacerta muralis_, varietà del ventre rosso di fuoco, e lo _Stellio caucasicus_. Quest’ultima è quella che si porta a maggior altezza, ma non fino a passare nel circo attorno al cono centrale. Il carattere alpino della fauna ornitologica già dianzi osservato, si fa sempre più evidente. La _Sitta syriaca_ riempie la solitaria vallata di Ask delle sonore sue note. La _Pyrgita domestica_ qui scompare, ed è sostituita dalla _Pyrgita montana_ abbondantissima ne’ campi e negli orti attorno alla città. Nel pianerottolo di Reinah trovai ancora la tortora commune (_Turtur auritus_), e stormi di _Fregilus graculus_. Il _Serinus pusillus_, l’_Otocoris larvata_, la _Petrocincla saxatilis_, salgono fino all’orlo della corona del Demavend. Nel circo al di là di questa corona si trovano: la _Ruticilla tithys_, l’_Accentor alpinus_, ed il _Pyrrhocorax alpinus_; e fin qui sale del pari la pernice (_Caccabis chucar_), il cui chiocciare ripercuotevasi al mattino per que’ dirupi. Uno stormo di ventisette individui passò a tiro di fucile sulla nostra stazione la mattina stessa dell’ascesa del cono. Una moltitudine di avoltoi (_Vultus fulvus_) vedevasi costantemente roteare per l’aria al disopra de’ pascoli.

Nella sua escursione al Demavend Kotschy racconta aver visto un branco di venti capre selvatiche, o, come egli dice, stambecchi, scendere dalla sommità del monte, e mettersi a pascolare tranquillamente fra i muli della sua piccola caravana. — La gente del seguito avea già data mano al fucile, ma ne fu trattenuta da Kotschy stesso, che voleva da una parte evitare il pericolo di ferire invece d’una capra uno de’ muli, dall’altra era curioso di studiare da vicino il contegno di quelle così circospette bestie. Ad un tratto le capre presero a fuggir precipitosamente sui greppi inaccessibili a piede umano. Causa di questo improvviso spavento fu una grossa tigre che Kotschy ebbe agio di osservare a circa 500 passi di distanza. La fiera che al dir di una guida era salita dalla parte di Ask, rimase accosciata alcuni minuti, poi, all’aspetto del fumo dell’accampamento e della gente, si allontanò di nuovo.

La mattina del 15 agosto, tenuto consiglio per la scelta del cammino di ritorno, prevalse la proposta di non ribattere quello stesso che avevamo fatto in venendo, ma di passare per la città di Demavend. Dal punto di vista delle collezioni zoologiche questa scelta fu infelice. Io calcolava su di abondante caccia delle specie osservate ne’ giorni precedenti, e il calcolo, col mutar delle condizioni del paese, andò fallito.

Lasciata adunque Ask, ribattuta per un certo tratto la strada medesima per la quale eravamo venuti, giunti al bivio, lasciammo la via di ponente, scendendo ancora le pittoresche balze fra grandi frane e pianerottoli erbosi del sistema del Demavend, finchè si giunse al Lar, ad un ponte in muratura; reso da due anni impraticabile per guasti che, secondo il costume persiano, lungi dal riparare prontamente si lasciarono progredire. La rapida corrente si passa su di un ponte posticcio. Al di là del fiume, prima di impegnarci in una gola fra roccie calcaree, si incontra, sulla destra del cammino, l’ultima propagine del Demavend: una lingua di roccia basaltica, separata dalla sottoposta calcarea, dal solito conglomerato vulcanico, e che cessa bruscamente. La località è interessante perchè anche qui si può vedere chiaramente come i frantumi delle roccie caratteristiche del Demavend, non si estendano oltre le frane della base propria del vulcano. Di là il cammino continua per lungo tratto chiuso fra monotoni ed aridissimi dirupi calcarei, con appena qualche po’ di vegetazione lungo un povero ruscello. Varcato il giogo sul quale s’inerpica il sentiero, si discende in una valle trasversale aprica, tutta cultivata; e qui si vede succedere alla calcarea un’arenaria rossa compatta di grana finissima. Si valica di nuovo un colle formato di strati di calcarea marnosa indurita, in massima parte di vaghissimo color turchesino, per ridiscendere ancora in una valle più ampia, benissimo cultivata, con macchie e filari di alberi, e popolata di armenti. Nel fondo, tra il denso fogliame dei boschetti e de’ giardini, spuntano le torri e le cupole smaltate delle moschee della città di Demavend: meta sospirata dopo una marcia di otto ore.

Il nostro golam-dragomanno ci condusse pei viottoli tortuosi della città all’estremo opposto, in una casa qualunque che egli si era prefissa senza che si potesse concepire alcuna ragione della scelta. Il nostro cuoco era già intento ad ammannire il pranzo, e noi a trovar qualche posto in quell’orribile catapecchia ove distendere i nostri materassi, quando supragiunse il padron di casa a lagnarsi di questa violazione della sua proprietà, e ad intimarci di sgombrare. Mirza Alì non fece altro, in nostra presenza, che applicargli subito una buona razione di scappellotti e di calci, e mandare invece lui, il padrone, a cercarsi un altro asilo per quella notte.

La città di Demavend porta nel mio giornale una nota particolare per l’abondanza e la squisitezza delle frutta, ed in ispecie dei sugosi e dolci cocomeri.

Lasciandola alle nostre spalle, il dì seguente, attraversammo da prima il bosco che la ricinge ad occidente, quindi ancora i bei campi che formano la ricchezza della città, per salire, dopo breve tratto, sui colli che da questo lato limitano la valle. Non tardammo ad avvederci del molto brutto cambio che avevamo fatto mutando strada, lasciando i fantastici dirupi, le erbose valli, le ridenti oasi del Dschadscharud e del Lar, per una interminabile successione di grandi onde di colline marnose orribilmente nude, monotone e tristi. Ad ogni salita movevasi l’animo nostro alla fiducia di vedere di colassù mutar l’aspetto del paese, ma invano: un nuovo avvallamento, una nuova salita dello stesso inesorabile carattere. Dopo lunghe ore di un cammino siffatto, eccoci finalmente ad un po’ d’aqua nel fondo di un valloncino, e al di là ad un piccolo caravanserai ove facciamo sosta per la colazione. Vi trovammo due mercanti diretti alla capitale con stoffe e pelli del Mazanderan, e traenti seco a spettacolo publico due belli animali vivi: un grosso babbuino grigio (_Cynocephalus hamadryas_), ed un giovane leone mansuetissimo, che i due mercanti aveano avuto a Schiraz. Oltre il caravanserai la strada continua ancora a ridosso di colline marnose aridissime, rotte però qua e là da masse di melafiro, con vene e rognoni di mesotipo. Poco prima di scendere ai Dschadscharud, sulla sinistra del cammino, si può vedere un taglio del terreno cogli strati marnosi sollevati ricoperti dal tritume generale, i cui frammenti sono adagiati non già in posizione orizontale, ma secondo l’inclinazione degli strati sottoposti, onde si dovrebbe inferire che il sollevamento di queste colline si è compiuto dopo la dispersione del tritume generale stesso, e forse per opera della emersione del melafiro.

Sul far della sera arriviamo infine all’ultima stazione, al greto del Dschadscharud, la cui rapida corrente ha qui l’importanza di un vero fiume, quantunque diretta a farsi tutta assorbire nel deserto. Alziamo le nostre tende fra una capanna di poveri coloni ed il ponte che, per caso raro in Persia, era in perfetto stato di conservazione. Il vino che ci era mancato sul Demavend ci soprabondava qui, ed il proposito di non riportare a casa che bottiglie vuote è puntualmente eseguito. I brindisi, gli evviva, le canzoni patrie, risuonano per quella nuda e squallida solitudine, finchè ci regge il fiato ed il _Bordeaux_ non ci aggrava le palpebre. Il mattino seguente una breve e lieta cavalcata ci ricongiunse ai nostri compagni in Tedgrisch.