Chapter 3 of 22 · 5989 words · ~30 min read

III.

Poti. — Il lago Paleaston. — Foreste vergini. — Il _Phasis_. — Il vello d’oro. — Marani. — La nostra guida d’onore. — Modi di viaggiare nel Caucaso. — L’ospitalità russa. — Kutais. — Accoglienza dal governatore. — Paesaggio delizioso. — Il passo di Suram. — Una giostra d’animali. — Mtzchetha.

Il piccolo vapore _Ackermann_, risalendo per brevissimo tratto il Rioni, ci sbarcò finalmente a Poti, miserabile posto militare contrastato fra i Russi ed i Turchi, e finalmente rimasto ai Russi nel 1829; da troppo poco tempo quindi per aver potuto già svolgersi a città. Pure ne ha il titolo ed il rango, ed è sede di un governatore, ed è capitale di una provincia, la Guria. La sua popolazione stabile non va oltre i 500 abitanti. Tutti gli edifizi, e la chiesa stessa, sono di legno, tranne il recinto quadrato della vecchia fortezza turca, il cui muro è abbandonato, come di nessuno conto, all’opera edace del tempo. V’è una contrada ed una piazza principale; e, fuori questa, varie case da un sol piano ed isolate sono fra loro disposte con tal ordine, come avessero a costituire il tracciato di lunghe contrade rettilinee di una futura città. Vi è un albergo, l’_Hôtel de la Colchide_, composto di tre distinte casuccie; una principale che dà sulla piazza, e due capanne, che l’oste avea il coraggio di chiamare _pavillons_. Oltre la piccola guarnigione v’era allora di passaggio uno dei battaglioni di una nuova spedizione russa contro il Caucaso occidentale. Un gruppo di soldati volle onorare la missione italiana con una rappresentazione di musica e danza nazionale. Due clarinetti, un triangolo ed un tamburrone formavano l’orchestra, ed accompagnavano un coro di voci, di carattere selvaggio, originale, non privo di armonia, nel mentre un soldato, con due staffili ad ogni mano, saltava e si contorceva grottescamente in cadenza nel mezzo del circolo. Tre bottiglie di aquavite e tre rubli misero a quella povera gente tanta lena in corpo, che si dovette, anche per compassione, pregarla di desistere.

Il terreno all’intorno è fertilissimo, umido ed in gran parte paludoso. Il così detto lago Paleaston, presso la città, assai probabilmente era un tempo lo sbocco del Rioni; ora non è che un grande stagno, suddiviso in bracci e canali da isole e lingue di folti canneti, e communicante col Rioni per un piccolo canale, e col mare per mezzo di un piccolo fiume. L’aqua era leggermente salmastra, ma fui assicurato non essere sempre così: variando le condizioni di quello stagno secondo che lo spirare dei venti e la marea vi fanno refluire l’aqua del vicino mare; oppure, agendo in opposta direzione, tanto la respingono dal lido, che le aque proprie dello stagno abbiano facile declivio.

Non trovammo alcuno degli abitanti che volesse far con noi una partita di pesca, e fu necessità accontentarci d’adoperare le nostre piccole reti lungo la sponda. Con mezzi così limitati non potemmo raccogliere che due specie di pesci: un ghiozzo (_Gobius macropus_, De. Fil.) ed un pesce-ago (_Syngnatus abaster_ Risso, di cui _S. buccatus_ Rathke è perfetto sinonimo); un piccolo crostaceo (_Palæmon_ sp.), alcuni giovani e perciò indeterminabili individui di _Anodonte_, una _Neritina_, la _Paludina achatina_ ed in assai maggior abondanza la _Melanopsis prærosa._ Questa specie è infarcita di Cercarie appartenenti a quattro diverse specie, tutte nuove, e per molti aspetti assai interessanti.

Incomincia a Poti una immensa distesa di foreste vergini; e lo stesso lago Paleaston ne è presso che circondato. Ciò che avevamo visto a Batum non era che un preludio di questa imponente scena. Aceri, ontani, olmi, tigli, pioppi, platani, eccelsi, stipali, co’ rami confusi della loro corona, fanno una vôlta di denso fogliame che intercetta i raggi del sole; ed il rovo, la vite selvatica, l’edera, il luppolo, la vitalba, arrampicandosi per que’ tronchi in fantastiche spire, vi intrecciano i loro sarmenti, e ricadono decomposti in lunghi cordoni a ravvinghiarsi ancora cogli sterpi ed i virgulti del terreno: qua e là tronchi e rami fracidi impigliati fra questo ordito del caos, e radici serpeggianti allo scoperto rivestite d’una generazione novella di epatiche, di muschi, di licheni, di funghi; dapertutto un profumo indefinibile, un silenzio austero, solenne, e solo di quando in quando uno stormir di foglia per qualche essere invisibile che si ritrae davanti ai nostri passi. Appena potevamo inoltrarci nella foresta per un sentiero battuto, o deviare di poco per qualche tracciato che era stato un sentiero l’anno precedente, ma nel quale i rovi e gli sterpi stavano riprendendo il loro dominio. Ogni nuovo passo deve essere aperto dall’accetta.

Per un solco tortuoso di questa bella regione di vergini foreste, il placido corso del Rioni segna il confine tra le due provincie della Mingrelia e della Guria che formano l’antica Colchide. Lo stesso piccolo vapore _Akermann_ che ci aveva sbarcati a Poli, risalendo il fiume, ci condusse in dodici ore a Marani nell’Imerezia, prima stazione del nostro viaggio di terra. Presso Marani le grandi foreste si fanno più spezzate, gli alberi più diradati, e negli intervalli si veggono praterie naturali, campi cultivati, ma non un villaggio lungo la sponda, soltanto qualche casolare isolato e raramente qualche brigata di contadini. Incontrammo, in marcia per una stradicciuola lungo il fiume, un altro battaglione diretto a Poli, il quale, non appena ci scorse, volle salutarci colla stessa musica che ci aveva assordati il giorno prima. Durante questo tragitto non mi si offerse materia ad osservazioni zoologiche meritevoli di qualche speciale nota. Presso Poti ho trovato la _Muscicapa parva_, e sul fiume le solite specie dell’Europa meridionale: _Actitis hypoleuca, Charadrius minor, Sterna hirundo, Sterna nigra,_ qualche piccolo stormo di anitre, un piccolo branco di _Otis tetrax_ su di un isolotto, moltissime Meropi (_M. apiaster_) nidificanti lungo le sponde, ed in gran numero coppie di tortore. Abonda anche qui, come nelle basse valli di tutta la grande regione caucasica, il fagiano commune, ma non ebbimo campo di vederne.

Non si può parlare del Fasi e della Colchide senza rammentare la leggenda del vello d’oro, e la testimonianza di Strabone che alcuni fiumi del Caucaso travolgessero pagliuzze d’oro, le quali rimaneano impigliate nelle pelli vellose di montone che vi si distendevano sul fondo. Vige ancora una simile credenza nella Mingrelia, e si indicano diversi fiumicelli come particolarmente auriferi. Alcuni ufficiali del corpo delle miniere del governo russo hanno perlustrato il paese per ricercare se mai qualche cosa di fondato avesse questa tradizione, ma ebbero risultati affatto negativi. Nella Guria è un monte chiamato _Kysyl_, che vuol dire monte dell’oro: ma tutto si riduce ad uno schisto argilloso contenente innumerevoli cristallini di pirite che rimangono qualche volta sciolti, ed accumulati dalla pioggia ne’ crepacci del terreno.

Or spero trovar inchinevoli al perdono quegli eruditi che vedono sempre un’arcana sapienza anche nelle più vuote favole dell’antichità, se, io profano, oso tentare una spiegazione del mito del vello d’oro, senza storpiare testi greci, o squarci d’ignorati codici. Il vello d’oro esiste realmente, ed è ancora al suo posto, aspettante un novello Giasone e novelli Argonauti: ma non è una cosa da rapire, è una cosa da occupare, è la Colchide stessa, anzi tutto il bacino del Rioni. È un paese vasto quanto la Lombardia, inculto, spopolato, ma predisposto dalla natura a trasformarsi in uno de’ più ricchi e popolosi del mondo. La Lombardia non è qui tirata in scena come una misura agraria o geografica: il confronto è spontaneo e conveniente per ogni lato: le condizioni naturali sono le medesime ne’ due paesi; con un sopracarico di favori per la bella provincia dell’Asia: una immensa pianura di antiche alluvioni, solcata da un gran fiume e da numerosi tributarj, tutt’attorno sollevantesi per gradi a colline, a monticoli, e via via salendo ad una cresta continua, frastagliata e nevosa, che forma il limite vero del bacino; abondanti aque da nevi perpetue, e più abondanti quanto più la terra ne sente il bisogno: mitissimo clima: terreno risultante dallo sfacelo di roccie cristalline ricche de’ principj minerali più essenziali per la vegetazione. Ma l’immenso sviluppo de’ depositi de’ ghiacciaj, a piè delle Alpi di Lombardia, ha prodotto grandi distese di ghiaja sulle antiche alluvioni per tutta la pianura; e lunghe liste e grandi isole di sterili argille ferrigne vi formano i primi rialzi verso i colli. Con queste dure condizioni del suolo hanno dovuto luttare i primi abitatori della Lombardia. La fertilità presente di quella bella contrada è il lavoro pertinace accumulato di una lunga serie di generazioni, è una vera creazione dell’uomo. Nella grande catena del Caucaso non v’è traccia di un periodo glaciale; e ne derivano, come immediata conseguenza, condizioni affatto diverse ne’ bacini che i grandi rami di quella catena comprendono. — Lo stato primitivo della gran valle del Rioni è lo stato presente espresso da una magnifica vegetazione spontanea. Il fondo della valle è tutto limo sabbioso finissimo senza un ciottolo; le colline sono di arenarie, di conglomerati, di marne, tutte verdeggianti e boscose. Le immense foreste del piano sono un capitale incalcolabile da mettere subito a frutto, e da moltiplicarsi coi frutti erogati in cultivazioni immediatamente produttive. Tutte le condizioni locali sono favorevolissime allo sviluppo di un completo sistema di canali irrigatori; e lo stesso Rioni in prima linea dovrebbe fornirvi le sue aque, troppo scarse ed incerte per l’uso di una regolare navigazione. I piccoli battelli a vapore che lo percorrono stentatamente, e sotto la vigilanza dello scandaglio anche nella sua piena ordinaria, sono per intieri mesi condannati ad una perfetta inazione. I tempi attuali, i bisogni della civiltà e dell’industria, richieggono ben altri mezzi di communicazione. Ciò che veramente manca ora alla Colchide è un porto sicuro e sufficiente; ma il suo litorale è abbastanza esteso perchè l’arte si possa in qualche sito appoggiare a qualche vantaggio naturale.

Nessun _ukase_ di nessun autocrata riescirà mai a fare di Poti un importante scalo maritimo. I continui interrimenti ne allontanano sempre più il mare, ed accrescono le difficoltà contro le quali deve ora luttare la navigazione. Il governo russo si è molto preoccupato del modo di rimuoverle o vincerle, ma non ha fatto che convincersi dell’impotenza d’ogni mezzo imaginato. Non v’è che una sola cosa da fare pel vantaggio di Poti: servirsi del Rioni stesso per colmare le paludi, e prima il lago Paleaston: governare i canali che mettono nel mare, scemare così la malaria, piaga attuale della regione formata dal delta di quel fiume, e farne assai meglio di una colonia militare, e di uno scalo maritimo contro natura, farne una colonia agricola.

È un problema sociale e politico ad un tempo: come ad un paese così prediletto dalla natura non affluiscano braccia e capitali che pur vi troverebbero un così pronto e lauto profitto; come mai la non scemata emigrazione europea si diriga ancora tutta verso occidente alle lontane Americhe, ove non di raro trova al posto dell’abondanza una spaventosa miseria. Qui mi pare di sentire l’eterno ritornello della forza repulsiva del despotismo russo; ma la risposta è tanto ovvia quanto difficile ad essere accolta in cervelli prevenuti. Le colonie europee non cercano una particolare forma di governo per quel che possa avere di intrinseco, ma terre da cultivare, sicurezza delle persone e delle cose, facilità di smercio dei produtti; e non è proprio detto che tutti questi beni siano la figliazione diretta ed esclusiva di una data forma di governo. Ove non è una società fatta da organizzare, ma una società da creare, la forma transitoria del governo patriarcale è la sola possibile, ed è quella che rende prospere le colonie tedesche della Russia meridionale. La sicurezza delle persone e delle proprietà era preparata in questa parte del Caucaso occidentale dalla virtù del cristianesimo, che mette sempre, anche nella più rozza barbarie, germi inestinguibili di civiltà: ed è già a quest’ora tutelata da una lunga soggezione alla Russia, meglio che dalla lancia cosacca: e se un poco anche da questa, non è poi tanto male, per l’azione del presente sull’avvenire. Il valore delle terre, e di terre di loro natura fertilissime, è minimo. Un vasto possedimento di 76,000 ettari presso Marani è stato venduto al prezzo di 100,000 rubli: il che vale quanto cinque franchi l’ettaro. Gli Italiani che mandano già i loro navigli a caricar grano alle bocche del Danubio, a Odessa, e fino a Taganrog, dovrebbero essere i primi interessati al successo di nuove colonie nella Colchide. Non ardisco far voti che vadano essi medesimi a stabilire queste colonie, quando considero il moltissimo che abbiamo da colonizzare in casa nostra; ma poi l’ardire mi viene quando mi rammento d’avere, or fa sei anni, in una cruda giornata d’inverno, valicato il San Gottardo con una compagnia di robusti montanari genovesi mal vestiti e sproveduti di tutto, i quali non sfuggirono il pericolo di restare assiderati sotto un furioso uragano di nevi, che per andare a consegnarsi come reclute ad una compagnia di speculatori in Brema, e di là essere spediti, schiavi bianchi, nell’America del Nord.

La stazione postale e militare di Marani od Orpiri, ove arrivammo dopo 12 ore di navigazione, è un gruppo di poche case disseminate fra una bella verzura, ed in gran parte nascoste sotto il fogliame di grandi alberi. Chi vi giunge, come noi, per la via d’Europa, rimane colpito dalla vista di uomini indossanti la lunga veste del soldato russo, dalle faccie scialbe, imberbi, e come edematose, dalle braccia penzolanti, dall’incesso svogliato, dalla voce stuonata. Sono questi gli scapsi, setta di fanatici religiosi che sottraggonsi vilmente coll’evirarsi alle insidie della carne. Dalle sparse provincie del vasto impero il governo russo qui li deporta e ne forma un reggimento di pena. Sono questi scapsi che fanno il servizio de’ trasporti per conto del governo, e che doveano condurci a Kutais.

Noi eravamo ospiti attesi. Ce lo fecero sapere due ufficiali che vennero al nostro sbarco, cioè il colonnello comandante del luogo ed un capitano, sul quale devo dare qualche particolare. Si chiamava Romanoff, ed era stato colonnello, ma tolto di quella dignità per qualche scappata, aveva dovuto riconquistare i suoi gradi, e aveva di nuovo raggiunto il grado di capitano, ed il principe Orbeliani l’aveva nominato suo ajutante di campo. Per speciale delegazione del principe, veniva da Tiflis a mettersi a disposizione del ministro Cerruti per tutta la durata del nostro viaggio sino al confine persiano; uomo attivo, intelligente, astuto, loquace, buon compagnone sempre e particolarmente a mensa, parlante il francese come un parigino. Sua moglie, una assai bella e colta e spiritosa signora, che ebbimo la fortuna di conoscere personalmente, vive ritirata a Kutais. Qualche maligno sorrisetto sotto i baffi in alcuno dei miei compagni che voleva passare tra i più fini ed avveduti, non tolse che l’opera assidua ed energica del capitano Romanoff fosse da tutti riconosciuta come di vera utilità in molte circostanze, ed ove le istituzioni della civiltà incontrano tanti ostacoli ne’ luoghi e negli uomini.

Il governatore dell’Imerezia aveva disposti, ad agevolare il nostro viaggio, mezzi non concessi a semplici privati. Affinchè il lettore possa comprendere il grande servigio che ci hanno renduto, dirò in poche parole quale sia il modo di viaggiare in Russia, e più particolarmente nelle provincie del Caucaso.

Chi ha vetture sue proprie è padrone di servirsene: nel caso contrario, vale a dire nel caso della commune dei viaggiatori, alle stazioni postali si trova solo la _telega_, veicolo affatto rozzo e primitivo, di legno greggio, senza molle, intieramente scoperto, ristretto, basso, appena capace di due persone oltre il conducente, colla sponda quasi a livello della panchina. Lascio pensare la voluttà di un _touriste_ dell’Europa occidentale, seduto in un simile carruccio, tratto di gran carriera per una strada sassosa. Nella _telega_ dell’Imerezia, la distanza delle due ruote anteriori dalle posteriori è tale che la verticale del sedere cada alquanto al davanti di queste ultime, e così gli urti vengano in parte elisi dalla elasticità delle stanghe sottoposte; ma in quella delle altre provincie la panchina sta direttamente sull’asse delle ruote posteriori, ed allora non v’è tregua; sbalzi e sussulti violenti ad ogni istante da sentirsi strappar le budella, da esser lanciati fuori del traino, al quale bisogna tenersi saldamente colle due mani.

Dopo la _telega_ il veicolo più commune è il _forgone_, simile a quello che si usa in Europa nel treno militare, ma senza molle. Se ne possono avere non troppo difficilmente, o da privati, od anche da alcune stazioni postali. Quindi viene il _tarantass_, vettura coperta, per lo più senza sedili interni, e colla cassa riposante su due lunghe stanghe, le quali fanno l’ufficio di molle, tese fra le due ruote anteriori e le due posteriori. Infine vengono le carrozze propriamente dette, costrutte nello stile europeo; le quali si possono avere assai difficilmente, e per lo più alla sola condizione di comperarle, per quindi rivenderle con grossa perdita alla fine del viaggio.

Nelle provincie caucasiche non vi sono alberghi (e quali alberghi!) se non a Poti, a Kutais, a Tiflis. Il passaggero non trova ricovero che alle stazioni di posta: un camerotto perfettamente nudo, ove è padrone di farsi un letto colle sue proprie robe, e più o meno vicino un fiume, un rigagnolo, un fosso, un abbeveratojo pei cavalli, ove lavarsi il viso. Appena nelle nuove stazioni prossime alle maggiori città si trova qualche tavolazzo, come ne’ corpi di guardia. Altra cura è quella del vitto. Dal mastro di posta o da qualche suo dipendente si può aver sempre un _samovar_[8], e non sempre qualche pentola, qualche bicchiere. Quanto alle proviste il viaggiatore prudente se le assicura portandole con sè; chè altrimenti potrebbe correr pericolo di lunghi digiuni forzati. Soltanto lungo lo stradale fra Poti e Tiflis, presso le stazioni postali, si trova qualche bottega ove provedere vino, tè, zucchero, aquavite, pane, caviar, pesce salato, lardo, uova. Al di là di Tiflis, fra le popolazioni tartare, sulle due strade che conducono l’una a Baku, l’altra ad Erivan, non si trova più nulla.

V’è un altro modo di viaggiare senza dipendere dai mastri di posta; in veicoli privati, grandi forgoni tirati da quattro cavalli. Il proprietario aspetta d’aver il suo numero di passaggieri, d’aver completata la sua piccola carovana, poi si mette in cammino a picciole giornate, facendo le sue tappe, quando gli viene il capriccio, all’aperta campagna, ove lascia liberamente pascolare i suoi cavalli. I passaggieri devono allora essere provvisti di tutto per vivere. Come ognun vede questo modo di viaggiare costa assai poco in danaro, enormemente in tempo ed in noja.

Sotto questi auspicj incominciava a Marani il nostro viaggio per le terre asiatiche. Spiegati i nostri materassi, pernottammo nelle vuote camere di un fabricato piuttosto bello alla sponda del Rioni; ed alla prima frescura del matino eravamo tutti a lavarci militarmente al fiume. Il capitano Romanoff aveva condotto seco una vettura abbastanza bella e commoda. Una grande berlina da viaggio del governatore di Kutais, un’altra carrozza, un _tarantass_ e due forgoni stavano a nostra disposizione. Dopo aver stipulato, e non senza un lungo tergiversare, coll’unica compagnia di spedizione residente in Marani, il trasporto dell’immenso bagaglio sino a Tiflis, dopo le lunghe formalità della consegna, la nostra carovana si pose solennemente in cammino, che un’ora mancava a mezzogiorno.

Fatta una ventina di verste, per una strada abbastanza buona, il terreno, approssimandosi ai colli, cambia natura, diventa ghiajoso, ma non sterile. I grandi alberi cedono a fitti boschi cedui di castagni, di quercie, di nocciuoli. Alle due pomeridiane eravamo in Kutais, accolti da varj ufficiali che ci dissero con grande cortesia i benvenuti, e ci accompagnarono ai nostri alloggiamenti. L’unico albergo della città era troppo piccolo per ricoverarci e per provedere ai nostri bisogni.

Qui fa duopo ch’io abbozzi, ancora una volta per sempre, un quadro dell’ospitalità russa nelle provincie caucasiche, sempre la stessa dapertutto, e la migliore che può dare l’ordine attuale del paese. Le autorità locali ci prevengono, facendo sgomberare alcune camere, che, ripulite, imbiancate e nella più assoluta nudità, sono messe a nostra disposizione. L’accoglienza, lo ripeto, veste tutte le forme della cordialità e dell’etichetta; visite, rallegramenti, inchini, strette di mano, sentinelle d’onore alla porta, ma non un letto, non una tavola, non un sedile, non un bacino per lavarci, non un chiodo nel muro. Si calcolava che noi, muniti di tutto per un viaggio in Persia, dovevamo esser ancor meglio preparati per un viaggio in provincie russe; e da parte nostra non si poteva pretendere dal paese ciò che il paese non ha nelle sue proprie costumanze. In ciò la Russia transcaucasica non è in condizione peggiore di quel che sia una parte del mezzogiorno della stessa Russia europea, ove il mobiliare della casa, tranne che presso i grandi signori, e le alte autorità, è ridotto, o, dirò meglio, mantenuto, alla semplicità de’ tempi patriarcali. Non solo ne è sbandito quel superfluo che è tanto necessario al molle occidentale, ma perfino ogni elemento del più ordinario _confort_. Non v’ha più di un passo per raggiungere l’estremo che è la mitologica semplicità persiana, alla quale andavamo incontro. Basti dire che un giaciglio da potersi veramente chiamare un letto, non fu da noi ritrovato ulteriormente, nel lungo tratto percorso in territorio russo, che nel viaggio di ritorno, a Mosca.

Ogni città della Russia transcaucasica possiede un _casino (club)_, al quale è annesso un _restaurant_, ed ove convengono pe’ loro pasti, pe’ loro divertimenti, ed anche, occorrendo, per qualche piccola orgia notturna, gli ufficiali dell’ordine civile e del militare. Dapertutto noi eravamo non solamente ammessi al casino, ma fattine padroni; e là eravamo serviti della colazione e del pranzo, ai prezzi correnti nel paese, i quali, e ciò sia detto per sempre e per ogni genere, sono per lo meno il doppio di quanto si paga nella stessa Inghilterra.

Non appena giunti, senza perder tempo si presero d’assalto i più vicini _droschki_, e... _pascioll_, di gran carriera, la nostra brigala si diede a scorazzar per la città. Questi così detti _droschki_ sono veicoli esclusivi alla Russia, di forma particolare, costante e immutabile per tutta la estensione del grande impero, come un carattere nazionale; piccole carrozzette scoperte, basse, senza portiera, capaci di due sole persone, oltre il cocchiere, colla sponda sporgente attorno al cuscino di non più di un palmo, tirate da due cavalli attaccati in modo singolare; uno fra le due stanghe proprie del veicolo, l’altro al fianco sinistro, come fosse di rinforzo. Per abitudine vanno di gran carriera, ed i novizj, quali eravamo noi, devono stare molto in guardia onde non esserne sbalzati fuori, specialmente quando si corre un terreno disuguale.

Kutais, l’antica _Cotatisium_, è ancora una piccola città, ma assai graziosa ed in posizione amenissima, alle falde delle colline che si continuano nel grande sistema del Caucaso. Il Rioni limpido, vivace, rumoreggiante, ne separa un grosso quartiere, quello precisamente per il quale eravamo venuti, e che può dirsi un sobborgo. Vi sono molte case, belle, eleganti, e per lo stile e per l’eccellente materiale di costruzione tratto dal vicinissimo colle. È una calcarea grigio-giallognola, così tenera, allorquando è di fresco estratta, da lasciarsi lavorare con ogni facilità, ma che acquista, per l’azione dell’aria, una sempre maggiore resistenza. Per tale preziosa qualità la calcarea di Kutais ricorda la pietra di Viggiù in Lombardia. Col favore di questa circostanza la città è in continuo sviluppo, ed accenna a divenire fra breve una delle più belle e forse la più bella delle provincie caucasiche.

La parte vecchia è, come generalmente, nel centro, e qui pure trovasi il mercato, o _bazar_, il quale è tutto in legno, e consiste in due file di botteghe aprentisi sotto due porticati stretti, ineguali, screpolati e abbruniti dalla vetustà e dalle intemperie. Questo mercato è ben provisto di generi di consumazione e di manifatture indigene, tra le quali primeggiano le belle cinture ed i _kangiar_ ricchissimi per ornati d’argento. Quasi nel centro della città è pure il giardino publico, assai vago ed ombroso. Tra i publici edificj ci fu particolarmente indicato un palazzo non ancora ultimato, fatto erigere dalla principessa Woronzoff, per fondare e dotare a tutte sue spese una casa di educazione per giovani zitelle.

La fama della bellezza delle donne georgiane, non punto smentita dalla realtà, vuolsi particolarmente sostenuta dalla Mingrelia e dalla Guria, e solo in grado di poco minore da questa confinante provincia dell’Imerezia. Perdoni il lettore questa frivolezza; ma davvero anche i più austeri della missione italiana non sapevano trattenersi dal lanciare sguardi, che in Europa sarebbersi detti petulanti, alle curiose imeretine facenti capolino dalle finestre e riguardanti, per la novità, non meno fissamente le nostre persone. È singolare l’uniformità del tipo in queste donne: si direbbero tutte di una famiglia. Grandi occhi neri con fine ma regolari e spiccanti sopraciglia; naso leggermente aquilino; mento rotondetto, e piuttosto pronunciato; carnagione rosea. Aggiungi a questo l’elegantissima acconciatura nazionale del capo, con quel piccolo berretto orlato di ricami, inclinato alquanto sul fronte, col velo che dal disotto ne sfugge, per cascar mollemente sulle treccie e sulle spalle. Nè men bello e caratteristico è il tipo degli uomini, ai quali pure molto dona il pittoresco costume, il _papach_, grande berretto di denso vello, le due cartucciere che s’incontrano ad angolo nel mezzo del petto, la cintura e la daga ricchissima di ornati d’argento a fiorami e rabeschi. Altri in luogo del _papach_, portano il _koudi_, piccola pezzuola che sta sull’alto del fronte come una visiera alzata, tenuta in posto da un nastro che si allaccia sotto il mento. La popolazione del resto è mista, come in tutte le città del Caucaso; della quale miscela dirò fra poco.

Com’era di preciso dovere ci portammo a far visita al governatore, generale Kolioubakine. La sua residenza è un elegante palazzina posta al lembo orientale della città, sul ciglio di una valle fresca e verdeggiante di castagni, faggi, carpini, melegrani; sul fondo della quale serpeggia un ramo del Rioni. Dal loggiato che la domina, questa bella solitudine, ridente come un giardino naturale, ci toccò le più delicate fibre del cuore per la sua perfetta rassomiglianza con un paesaggio subalpino. Ci parve d’esser trasportati nella valle della Dora presso Torino, in un punto elevato fra Alpignano ed Avigliana. Il nostro pensiero s’abbandonava a questo accordo fantastico di realtà e di rimembranze, quando venne a richiamarlo uno strepito di passi affrettati: e subito dopo ci si presentò il generale con alcuni ufficiali del suo seguito. Ci accolse con quella squisita urbanità, con quel tono sciolto ed affabile che trovammo in tutti gli alti funzionarj della Russia, e che è il frutto di una accuratissima educazione. Inutile il dire che il generale Kolioubakine parlava francese corretto e spedito (della qual lingua non comprendeva sillaba un giovane principe mingreliano del suo seguito). La conversazione fu animata e varia, e conchiusa coll’assicurazione di efficaci provvedimenti per la più felice continuazione del nostro viaggio. E veramente ne dovevamo provare gli effetti.

Sorbito il caffè, passammo dal loggiato nelle belle ed ampie sale: il generale ci mostrò la sua piccola ma scelta biblioteca, molti bellissimi disegni del Caucaso; e ci fece vedere il sito preciso sul quale pochi anni prima era stato assassinato il suo predecessore, principe Gagarine, da un altro principe della Mingrelia.

Il matino seguente, mentre tutto era disposto per la partenza, e noi eravamo radunati, lungamente aspettando i cavalli e qualche veicolo di rinforzo, ecco invece giungere il nostro capitano Romanoff trafelato, sbuffante, col sudore a goccioloni sol viso abbronzato, e fra sonore bestemmie nella più perfetta _verve_ francese annunciarci che non si trovava mezzo di portarci in quel giorno stesso verso Tiflis; che i castroni di Marani, sprezzando ogni offerta, si rifiutavano a procedere oltre il termine già raggiunto del loro contratto. Che fare? Perduto altro tempo in commentare questa difficoltà del tutto inattesa in una città come Kutais, venne finalmente la soluzione. Fra l’autocrazia d’un governatore russo, e quella inerente al grado militare, il generale Kolioubakine ne aveva anche di troppo per imporne a chichesia, e tanto meglio ai nostri vetturini, i quali, nell’alternativa o della prigione o di una nuova tangente di rubli, scelsero filosoficamente il secondo partito. Così potemmo metterci in cammino che già era oltrepassato il mezzogiorno.

La strada, tosto lasciata Kutais, serpeggia fra boschetti e prati in dolce pendio per valloncini e colli deliziosi; e si interna nella valle della Kwirila; altro grosso ramo tributario del Rioni. Di quando in quando uno squarcio del terreno mette a nudo strati della medesima calcarea di Kutais, alternanti con marne ora argillose, ora sabbiose, passanti per gradi alla sottoposta arenaria. Tutti questi strati, sono sollevati, ed in vari luoghi rotti e profondamente alterati da emersioni porfiriche. Procedendo, il paese diventa sempre più alpestre e pittoresco: il fianco de’ monti è rivestito d’un fitto cespugliame di lauri, di melagrani, di lecci; dapertutto spiccano elegantemente grandi macchie pavonazzine per gli addensati cespiti dell’_Azalæa pontica_, in perfetta fioritura. Passiamo presso antichissimi ruderi di un castello che la tradizione attribuisce al padre di Medea, e più discosto dalla strada, sull’alto di una rocca, vediamo le pittoresche rovine di una vecchia fortezza turca. Poi il cammino, sempre più erto, ora scorre al piede di grandi scogliere, ora sul ciglio di un burrone, o fra gole dirupate, finchè si giunge quasi d’improviso ad un pianerottolo cinto da alte montagne e scogli di calcarea bianchissima, ov’è la stazione postale di Bielagori, nostra tappa della giornata.

Ci avviammo il dì seguente di buon matino al passo di Suram. Dopo Bielagori la roccia è ancora una calcarea compatta con selce piromaca, in grandi strati, e di nuovo ricompajono grandi masse di porfido alcune delle quali profondamente alterate, come _caolinizzate_. Dopo la stazione postale susseguente, e procedendo sempre verso il culmine della montagna, la roccia cambia affatto natura. È un conglomerato con pasta di arenaria e grandi ciottoli, e perfino enormi massi per entro contenuti in gran copia. Sotto questo conglomerato ricompare un’altra calcarea ora compatta, ora marnosa, sino a far passaggio ad una vera marna variegata, ma con predominanza del rosso. Questa marna alla sua volta prende maggior consistenza, s’indurisce, e diventa una vera roccia metamorfica con cristalli d’anfibolo; ed infine presso la cresta del monte, sotto questa serie di roccie, emergono grandi masse di una diorite granitoide. Il conglomerato, di cui ho detto, contiene pezzi di tutte le roccie susseguenti, della calcarea, della marna, della roccia metamorfica, della diorite stessa, e massi talvolta così voluminosi, da esser perfino difficile lo stabilire se questi massi siano veramente inviluppati nel conglomerato, oppure roccie in posto che vi sono compenetrate. Una bellissima foresta di quercie, carpini, frassini, faggi, e conifere qua e là disseminate, riveste tutto il versante pel quale si ascende, e fino al passo di Suram, in un abbassamento della catena del Likhi, la quale, collegando il Caucaso agli estremi contraforti settentrionali della catena del Bambak, separa il bacino del Rioni da quello del Kur, ossia l’Imerezia dalla maggiore provincia detta da’ Georgiani _Karthli_ o _Karthuli_, la quale forma, colle sue suddivisioni, la massima parte della Georgia attuale.

Superato questo passo di Suram, si scende in un alto piano ove il terreno è fertilissimo e ben cultivato, avente in qualche luogo l’aspetto di una torbiera dissodata. Il Kur (_Cyrus_ degli antichi) scorre presso le falde de’ monti dal lato opposto, che limitano la valle a mezzogiorno. Tutto il paese prende un aspetto nuovo: bei villaggi, praterie, campi seminati, grandi armenti di bovini. Facemmo una breve sosta alla stazione postale, rassomigliante non poco ad uno di quei grandi cascinali che fanno centro de’ pingui latifondi della bassa Lombardia. Le stesse montagne alla destra del Kur sono rivestite di bei pascoli naturali alla loro base e verso le sommità boscose. Dovevamo pernottare a Jekalkalaki, ove infatti una _telega_ con due dei nostri compagni ci precorse. Ma il grosso della comitiva, giunta in ritardo, sul far della notte, a Gori, fu obligata ad arrestarvisi provvedendo alla meglio alla cena ed all’alloggio. Ne ripartimmo alla prima luce del matino, che appena potevansi discernere le rovine di antichi forti, e più lungi biancheggiar nella nebbia le case della città che fu un tempo grande e popolosa, e sede de’ re georgiani.

Sferzando i cavalli, per riguadagnare il terreno perduto il giorno inanzi, percorrevamo lietamente il nostro cammino, quando la curiosità del naturalista e del cacciatore fu scossa da una scena inaspettata, da una strana giostra di animali a un tiro di fucile da noi. Un lepre spaventato correva a tutta furia di gambe, inseguito da uno stuolo di corvi, mossi da inconcepibile istinto di malignità, ed or l’uno, or l’altro corvo, con rapida vicenda, scendeva a piombo verso il povero quadrupede, come per punzecchiarlo, ma senza raggiungerlo, e rialzandosi presto a livello degli altri. Intanto a maggiore altezza battevano le ali due avoltoi, coll’aria diplomatica d’essere là per la loro strada naturale, ma in fondo per ispiare se c’era da prender parte al festino; come due fregate inglesi ove ci sia del torbido.

Raggiunti in breve tempo i nostri compagni a Jekalkalaki, allestita sollecitamente una _telega_, questa volta facemmo da corrieri io e Lessona. La strada continua bellissima in una valle fiancheggiata in gran parte da aride montagne calcaree; ma al suo fondo ampia, amena, tutta a pascoli e campi coltivati. S’incontra anche qualche villaggio georgiano, con case sotterranee, circondato di bei giardini, frutteti e vigne. Ad un certo punto veggiamo sulla nostra sinistra, sul fianco tagliato a picco di un’alta montagna calcarea, con strati quasi orizzontali, alcune aperture di caverne, ampie tanto da passarvi liberamente un uomo; ma appena accessibili da chi possa inforcare un ippogrifo, o più prosaicamente raccomandandosi a lunga e robusta fune, si faccia calare dall’alto. In quelle cavità hanno tante volte cercato rifugio i poveri abitanti nelle irruzioni de’ Tartari. Dapertutto, nella Georgia, le grotte, le fessure degli scogli, sono state convertite in asili contro la ferocia delle orde musulmane, ed ove non era predisposto il lavoro dalla stessa natura, la mano dell’uomo si rivolse alle roccie meno ribelli; e così si formarono perfino in alcuni luoghi interi villaggi sotterranei.

Passammo quindi per la piccola città di Mtzchetha, antica capitale della Georgia, pittorescamente situata sul Kur, a cavaliere di erti scogli, fra i quali, in un profondo burrone, spumeggia il fiume. Due chiese di stile maestoso, che prende maggior risalto dalla severa tinta del tempo, richiudono le tombe dei re georgiani. Poco oltre è l’ultima stazione postale, nuova, ben costrutta, con camere abbastanza belle, ed una fra queste, rarità dovuta alla vicinanza di Tiflis, addobbata con tutto l’apparato di un _restaurant_ europeo.

Noi avevamo preceduto di circa un’ora il resto della carovana, coll’incarico di far tener pronti i cavalli. Credevamo che, nell’ignoranza della lingua del paese, la sola nostra presenza bastasse a far capire al mastro di posta chi eravamo e ciò che da lui si voleva; ma c’ingannammo, e riesciti vani anche gesti da disgradarne un mimo da teatro di provincia, ricorremmo all’espediente di ripetergli all’orecchio: _italianski, français, deutsch_; onde metterlo sulla strada di trovarci almeno un interprete. Per buona ventura la corta intelligenza del mastro di posta si risvegliò quel tanto appena da comprendere ciò che era più essenziale. Fatto cenno colla mano di attendere, ci condusse poco dopo una donna che parlava anche il tedesco, per mezzo della quale potemmo spiegarci, e dar l’ordine di preparar subito cavalli per cinque carrozze attese fra breve. Il mastro di posta protestò di non aver avuto alcun ordine od avviso preventivo per un bisogno così straordinario, quindi non aver disponibili per quel giorno un numero sufficiente di cavalli. Il sito era bello e noi ci saremmo tanto volontieri rassegnati ad una sosta forzata fino all’indomani; ma anche qui dovevamo vedere la potenza magica di un paio di bestemmie in russo, sussidiata da qualche gesto ancora più eloquente de’ nostri. Giunsero infatti le attese vetture, e con esse il capitano Romanoff, il quale, sentito il nostro rapporto, si rivolse al mastro di posta con quel grazioso piglio che il lettore può indovinare, ed i cavalli spuntarono dal terreno come gli uomini di Cadmo. Convenne per altro aspettare un’ora, spesa del resto in una refezione della quale sentivamo bisogno. Alle 4-1/2 pomeridiane di quel giorno 17 maggio eravamo in Tiflis, all’_Hôtel du Caucase_.