VIII.
Il nostro ingresso nell’impero dello Schah. — Scacciamento del dragomanno. — Modi di viaggiare in Persia. — Le stazioni postali ed i caravanserai. — Veicoli. — Il nostro accampamento. — Ordine delle marcie. — Forma dall’accoglienza persiana. — Dare per avere. — Sicurezza delle strade.
Varcammo l’Arasse alla spicciolata, per adattarci alla capacità della sconquassata barcaccia che intrattiene sul fiume il governo persiano, geloso di conservare le difficoltà del passaggio dal territorio russo sul suo proprio. Il nostro immenso bagaglio ci aveva già in gran parte preceduti il giorno inanzi, e ci aveva del pari preceduti il nostro dragomanno Mehrab. Alla sponda destra del fiume stava aspettandoci uno sciame di soldati e di _ferrasch_[25], gli uni tenenti a mano i cavalli che dovevamo inforcare pel decoro della cerimonia, gli altri per farci scorta d’onore. Montati in sella, fummo subito classificati secondo il nostro valore relativo nell’equitazione. L’alta e la bassa e la nessuna scuola in confusa miscela, resero discretamente scompigliata la nostra fila, e quando la voce del comando dei più esperti incominciava già ad ottener qualche successo, il breve tratto che ci separava dall’accampamento era già percorso. Kuli Khan stava aspettandoci, colla sua scorta, in tenuta di parata. Uditi e ricambiati i complimenti d’uso, scendemmo di cavallo, ed entrammo nella gran tenda, ove si dovea compiere la seconda parte delle formalità del nostro ricevimento. Seduti in cerchio su vecchi sedili sgangherati, ripresero i complimenti e incominciò la circolazione da una bocca all’altra dell’indispensabilissimo _kalian_, mentre i servi si davano gran moto a versarci thè, caffè, _sherbeth_, e ad offrirci sovra enormi bacili di legno frutta e confetture. Così fu fatta definitivamente la consegna delle nostre persone al _mehmendar_.
Resi liberi infine, ci affrettammo a svestirci dell’uniforme, a riprender il nostro abito di fatica, ad assettare i nostri particolari bagagli, a tutto disporre pel nuovo sistema di viaggio che doveva incominciare all’alba del domani. Principal cura doveva esser la scelta de’ cavalli, appropriata al nostro vario grado di sicurezza in sella, essendo nella nostra schiera i due estremi, cavalcatori di prima forza, ed altri pei quali tutta la pratica precedente non andava al di là di qualche asinata campestre. I forti, da buoni fratelli, ajutarono i deboli, anche con un’istruzione accelerata nelle più fondamentali norme dell’equitazione. Noi eravamo sufficientemente provisti di selle europee: i cavalli, buoni in generale, sebbene di forme poco eleganti, provenivano, per offerte che si dicevano spontanee, dalle scuderie delle primarie autorità di Tauris.
Mentre la maggior parte della comitiva attendeva a questa importante bisogna, il ministro Cerruti occupato nella sua tenda alle più generali disposizioni pel viaggio, aveva dovuto muovere qualche rimbrotto al nostro dragomanno Mehrab, per la sua trascuratezza in eseguire gli ordini ricevuti. Costui che non avrebbe avuto l’ardire di alzar gli occhi in faccia ad un’autorità persiana di secondo ordine, era già guastato dal trattamento affabile e benevolo ch’aveva ricevuto da noi, e trascese fino a stancare la longanime pazienza del ministro, e ad accendere il giusto sdegno di uno de’ nostri che trovavasi presente. Non appena la notizia di questo fatto si diffuse nella nostra brigata, fu unanime la deliberazione di pregare il commendatore Cerruti a liberarsi di quell’uomo, dal quale non era più sperabile utile servigio. Il signor Mehrab, immediatamente e lautamente pagato, ripassò l’Arasse, per ribattere pochi giorni dopo le nostre orme, ed accagionare alla missione nuove importunità in Tauris, cessate con nuovo sacrifizio di danaro. La mancanza del dragomanno stipendiato non ci fu punto sensibile. Il turco è la lingua parlata per tutto l’Aserbedjan, e si spende molto bene anche al di là, e questa lingua, non punto straniera ad alcuni membri della missione, ed allo stesso ministro, era profondamente conosciuta dal console Bosio, che ben di buon animo si lasciò acclamare dragomanno ufficioso.
L’effetto di questo malaugurato incidente fu presto mandato in fumo: la giornata sarebbe stata ancora condita di una discreta dose di buon umore generale, se il vento, già molesto dal mattino, non fosse divenuto impetuoso verso la sera, travolgendo densi nembi di arena, e minacciando ad ogni istante di travolger insieme anche le tende. Ma i Persiani sanno, e dovemmo imparare anche noi, che con questo elemento bisogna far conti giornalieri; epperò tutti i congegni delle tende sono diretti a sfidarlo, ed i nostri _ferrasch_ affaccendati attorno ai nodi ed ai piuoli, ci assicurarono l’asilo per la notte.
L’ordine che mi sono prefisso in queste note, esige ora che io descriva il modo di viaggiare in Persia. I semplici privati ottengono facilmente dal governatore di una provincia qualunque un firmano, e col firmano una piccola scorta della quale è capo un così detto _golam_, sorta di guardia nazionale a cavallo, che provede per via a tutti i bisogni del viaggiatore, e sovratutto all’alloggio per la notte in qualche abitazione privata; ma le persone rivestite di un carattere publico, gli ambasciatori de’ sovrani esteri, hanno a guida un _mehmendar_ ed una scorta più numerosa, e devono subire le noje di lunghi cerimoniali e di regali enormemente passivi ad ogni stazione principale. Se l’ambasciata è poco numerosa, come fu dal 1860 al 1861 l’ambasciata prussiane, di sole quattro persone, gli alloggiamenti sono presi ne’ villaggi o nelle città che si incontrano sul cammino; in caso differente, come appunto fu il nostro, il ricovero ad ogni fermata è un piccolo villaggio improvisato di tende.
Non occorre il dire che solo veicolo possibile in Persia è il cavallo. Ora su tutte le linee più battute si trovano di tratto in tratto stazioni di posta, nel linguaggio del paese chiamate _tschaparkhané_, ove si effettua il cambio dei cavalli, ed ove pure si trova disponibile qualche cella oscura e sudicia pel riposo, un _samovar_ ed un kalian, per quella forma di ristoro di cui ogni viaggiatore sente maggior bisogno in Persia. Ogni _tschaparkhané_ si distingue da un piccolo cortiletto chiuso fra mura di fango, nelle quali mura sono scavate piccole nicchie che servono di mangiatoja pei cavalli; una stanza terrena, ed un’altra superiore alla porta di entrata, costituiscono quasi dovunque i soli quartieri per gli alloggiamenti.
Oltre i _tschaparkhané_, i quali sono d’ordinario ne’ villaggi, od a questi molto vicini, s’incontrano in Persia i _caravanserai_, grandi edifizj, alla costruzione dei quali hanno proveduto con particolar cura i varj Schah che si sono succeduti nel dominio del paese, od alcuni di que’ pochi ai quali i Schah permettono arricchirsi, e per animo pietoso, o, più di soventi, per un contratto interno colla propria coscienza, vogliono lasciare ai posteri qualche memoria di sè. Questi edifizj sorgono nella solitudine delle steppe, fra le maggiori tratte da un villaggio all’altro, e sono una vera providenza pei viandanti. La loro forma di grandi recinti quadrati, con tronchi di torre ai quattro angoli, ed un’unica grande porta di accesso, li fa rassomiglianti a piccoli forti. Ve n’ha che sono costrutti in mattoni cotti, con un certo gusto architettonico, primeggiando quelli edificati da Abbas il grande, ma non ve n’ha alcuno che non porti le traccie del tempo e dell’estrema incuria de’ Persiani; e non rari sono quelli affatto rovinati ed abbandonati. Nell’interno di questi caravanserai, ai quattro lati del recinto, sono allineati grandi archi a guisa di casematte, che servono di stanza ai viaggiatori. Non ci mancarono occasioni per far conoscenza pratica di questi sucidi asili, ed a suo tempo darò, all’abbozzo che ne ho fatto, qualche tocco di chiaroscuro.
Ho detto che solo veicolo in Persia è il cavallo; questo per la commune de’ viaggiatori, cioè per uomini, ed uomini sani. Il commendator Cerruti ha voluto tentare l’impossibile, e vi è riescito, facendo trascinare al seguito della caravana due vetturaccie, pel caso che alcuno di noi cadesse ammalato per via, o per qualche altro accidente imprevisto: e realmente questa misura ci salvò da gravi imbarazzi in più di una circostanza. Sebbene non siano in Persia strade propriamente dette, la natura del paese renderebbe agevole il viaggiare in vettura, ove si accomodassero i burroni che di quando in quando tagliano la solita via delle caravane. Più di una volta ci trovammo nella necessità di far portare le carrozze attraverso passi impraticabili. — Due altre forme di veicoli indigeni sono particolarmente ad uso delle donne e de’ malati. L’una è il _kegiavé_, sorta di gabbie appajate ed equilibrate sul dorso di un mulo; l’altra è il _tartaraval_, lettiga chiusa, su due stanghe legate a due muli, l’uno al davanti, l’altro al di dietro.
Secondo la condizione della perfetta reciprocità, era stato stabilito che tutte le spese del nostro viaggio, dall’Arasse a Teheran, fossero a carico del governo persiano; e questo ci aveva muniti di un doppio sistema di tende, in tal modo che, mentre uno ci serviva di ricovero, l’altro viaggiava su muli alla stazione del giorno seguente, ove tutto l’accampamento doveva trovarsi già disposto al nostro arrivo. Questo accampamento era diviso in due parti, una per noi, l’altro pel _mehmendar_ e pel suo seguito. Fra le tende minori che ci servivano di stanza, sorgeva la tenda principale funzionante come sala di ricevimento e sala da pranzo, adobbata da un grande baldacchino interno in tessuto serico di Tauris. Sul pavimento erano distesi grossi feltri stampati a disegni con discreta eleganza, e nella tenda maggiore uno di que’ tappeti che per la tessitura, la vivacità e la solidità de’ colori non hanno rivali in Europa. Nell’interno di questa tenda stava disposta in tre pezzi malamente connessi una vecchia tavola che aveva servito da chi sa quanti anni alle ambasciate europee, ed all’intorno sedili scarsamente sufficienti.
Le tende erano sempre erette in prossimità di qualche villaggio. Che se il nostro modo di viaggiare, le provigioni delle quali eravamo forniti, potevano anche emanciparci da questa vicinanza, una necessità assoluta era per noi qualche rivolo, qualche canale ove attinger aqua, e questi si incontrano in Persia così rari e distanti, da determinare necessariamente la posizione di ogni luogo abitato ed abitabile anche temporaneamente. I servi che avevano la cura di preparare il nostro accampamento, non mancavano mai di scavare presso la tenda principale un apposito bacino rettangolare, della profondità di un metro all’incirca, e di guidarvi dal vicino canale un filo d’aqua.
Una forte compagnia di mulattieri era stata assoldata dal governo persiano pel trasporto dell’immenso materiale della nostra caravana. Come già avevamo dovuto far nel tragitto per le provincie caucasiche, i nostri bagagli erano divisi in due parti: i materassi e gli involti, cogli oggetti di uso giornaliero, viaggiavano con noi; le valigie e le casse più pesanti erano confidate a’ mulattieri che partivano separatamente da ogni stazione, precedendo di cinque o sei ore la caravana. Rimando ad altra occasione l’assolvere un debito di coscienza verso questi uomini duri alla fatica, intelligenti, sobrj, che sono i _tscharvadar_ o mulattieri persiani.
L’ordine delle nostre marcie fu discusso a Diulfa tra il commendatore Cerruti, forte della sua responsabilità, della sua esperienza in altri lunghi viaggi, ed il professor Lessona, che riuniva alla conoscenza pratica del clima dell’Oriente, alla fiducia di noi tutti, il carattere ufficiale di medico della missione. La stagione estiva nel suo corso ascendente, l’idea preconcetta degli ardori canicolari della Persia, che però trovammo nel fatto maggiore della realtà, suggerirono la misura di viaggiare dalle ultime ore della notte alle prime del mattino. La bontà di questa disposizione, che trovò da principio qualche animo restio, fu messa fuori di dubio in due circostanze dalla prova comparativa dell’ordine invertito. Per tal maniera noi giungevamo alla novella stazione verso le nove del mattino; era presto preparata la colazione, alla quale succedeva qualche ora di riposo spontaneo e prescritto, dopo il quale i naturalisti ed i cacciatori mettevansi in moto fino all’ora del pranzo. La fibra ritemprata in questa vicenda delle ore diurne, apriva ne’ più giovani e più vivaci della nostra brigata la vena del buon umore, ed i nostri crocchi sotto la tenda s’animavano di racconti, di dispute ora scientifiche ora scherzose, di commenti alle scene persiane delle quali eravamo testimonj, tanto che le veglie serali si prolungavano fino a dimenticare che il sonno, al quale era pure riserbato il trionfo finale della giornata, ci doveva essere inesorabilmente misurato. Verso le due di notte, ad un cenno del vigile nostro capo, i servi, dato di piglio a bacini di rame, passavano da una tenda all’altra a batterci la diana nelle orecchie ed a farci trasalire sui nostri materassi. Superato più o meno sollecitamente, secondo la varia tempra individuale, questo momento della nostra vita giornaliera, il più duro e nello stesso tempo il più comico, raccolte fra i barcollamenti di un sonno tenace le nostre robe, cercato a tentoni fra l’oscurità e l’intricato cordame delle tende il nostro cavallo, eravamo finalmente in sella. Alcuni fra i migliori cavalcatori della brigata, portando un lampione all’estremità di un’asta, ed intuonando in coro passabilmente stuonato una canzone napoletana, mettevansi a dare ordine e moto alla caravana. La quale s’avviava in lunga fila, preceduta da due fantaccini delle milizie dello Schah, portanti a mano una mazzuola, e seguita dai nostri servi europei, dalla schiera de’ _ferrasch_, e dal codazzo dei muli carichi dei nostri materassi, delle masserizie di cucina, e dei piccoli bagagli. Nella nostra propria fila s’immischiavano il _mehmendar_ ed alcune persone del suo seguito, due delle quali erano per noi di particolare importanza: l’_abdar_ ed il _kaliandar_. Quello portava al mezzo la sella due enorme bissaccie contenenti in bottiglie metalliche una provigione di aqua, questo teneva in mano un _kalian_ munito di lungo tubo di cuojo, e sospeso alla sella un fornello con carboni ardenti, necessarj ad alimentare la consumazione del delizioso _tombeki_. Il posto a fianco del _kaliandar_ era in generale il più disputato ed il più ricambiato fra buoni amici. Un cavallo d’onore (_Jedäk_), riccamente bardato, era condotto a mano da un palafreniere dietro la persona del ministro, come cavalcatura di parata negli ingressi solenni, sebbene anche in queste circostanze il ministro non abbandonasse il cavallo di viaggio.
Di quando in quando staccavansi dalla nostra fila cavalieri persiani, ambiziosi di darci una prova del loro valore nell’equitazione colle bizzarre e grottesche movenze della _fantasia_, nelle quali non ebbimo a notare che una sola cosa: l’assoluta inferiorità dei Persiani in confronto de’ Georgiani e dei Tartari. Noi stessi di quando in quando ci prendevamo il gusto di spinger il cavallo alla corsa, sopravvanzandoci l’un l’altro, e così, fra esercizj equestri, e ciancie e canzoni, si rompeva la noja e la trista solitudine di quelle interminabili steppe.
Dopo una marcia di sei o sette ore, giungevamo alla nuova stazione, che il biancheggiar delle tende faceva discernere a distanza; lì ci attendevano i salamelecchi, i complimenti, i doni delle autorità dei vicino abitato, più o meno sperticati e solenni a norma della relativa importanza di questo. La popolazione maschile si affollava a farci ala, descrivendo col culmine del berettone, al nostro passaggio, grandi archi di cerchio, mentre le donne, schierate dietro i muricciuoli di fango, ci sbirciavano dai trafori o dai lembi dei pannilini che tenevano stretti al volto, tanto più tenacemente, quanto più scarse e grinzose erano le mani, strumenti allora non di modestia o superstizione persiana. Presso le città, fra la gente che ci veniva incontro, distinguevasi sempre qualche _dervisch_ seminudo, trafelante, dagli occhi spiritati, che brandendo un’accetta, in tuono fra il supplichevole ed il minaccioso, con esclamazioni selvaggie, mettevasi a seguire dappresso il nostro ministro, finchè non era mandato in pace con qualche elemosina.
All’ingresso delle principali borgate o delle città, tenevasi pronto nel mezzo della via un uomo premente col ginocchio un montone, armata la destra di coltello, e coll’altra mano torcendo il collo del povero animale, per quindi scannarlo ai piedi del cavallo del capo dell’ambasciata. Questa costumanza, contro la quale protestò invano l’animo sensibile del commendatore Cerruti, è senza dubio una tradizione continuata da’ templi biblici, una forma primitiva di offerta ospitalità.
I doni che ci venivano recati su grandi bacini di legno, consistevano ordinariamente in latte naturale, latte acido, miele, frutta, citrioli, alle quali cose s’aggiungevano, nelle città, pacchi di thè, pani di zuccaro, ed un profluvio di insipide confetture. Ne avevamo soventi in tale esuberanza da distribuirne largamente a tutte le persone del nostro numeroso seguito, perchè ne’ luoghi principali, ove hanno sede autorità diverse, ciascuna di questa ci portava il suo tributo. Ma sotto l’aspetto della cortese liberalità cova la gatta; l’apparenza del dare copre l’avidità, connaturale ai Persiani, del ricevere ad usura. Questi doni venivano tosto ricambiati non già nella misura del loro intrinseco valore, ma in ragione del grado della persona alla quale erano presentati. Un piatto di citriuoli che sarebbesi pagato pochi schahi sulla piazza, acquistava il valore di alcuni _tomani_ pel semplice atto dell’offerta ad un ministro di un sovrano europeo.[26] Le ambasciate diplomatiche non si impegnano mai in un viaggio nella Persia, senza aver prima ben notate a taccuino, non soltanto la formalità dell’etichetta orientale, ma anche la distribuzione dei presenti, ed in questa faccenda le tradizionali costumanze sono insegnate da un’ambasciata all’altra con tanta fedeltà, da rendere inutili trattative ufficiali col governo persiano, e da lasciare così il carattere della spontaneità più naturale a ciò che in sostanza è una vera tariffa. Senza contare i paoli imperiali, i zecchini olandesi, i tomani, che il nostro ministro doveva giornalmente distribuire a destra ed a manca, molte casse del nostro complicato bagaglio contenevano donativi consistenti particolarmente in armi di lusso, ed erano mano mano alleggerite, ad ogni visita ufficiale di qualche importanza.
Intorno alla sicurezza personale de’ viaggiatori in Persia, le nostre idee hanno dovuto modificarsi d’assai da quel che erano al momento della partenza. Uno straniero non percorre questo paese senza un firmano, che è quanto dire senza la protezione visibile del governo, e di un governo al quale non manca una certa idea indeterminata, colorita di qualche utile ricordo, della potenza dell’Europa, geloso delle apparenze almeno di un ordine interno, ed anche animato da un certo punto d’onore verso coloro ai quali accorda l’ospitalità. Un attentato contro la roba o la vita di un europeo innocente, amico e come tale riconosciuto, sarebbe subito punito colle pene più strane, per giustizia sommaria. Nè v’è a temere da parte delle popolazioni alcuno di que’ terribili scoppj di fanatismo maomettano che hanno fatto spargere tanto sangue cristiano nella Siria. Un persiano potrà rifiutarvi da bere nella sua scodella, gettare subito a terra con disprezzo quella che per caso avesse toccato il vostro labbro; tirarvi dietro le spalle, con mano timida e furtiva, qualche sassata; ma non ardirà mai far di più. Il governo, in questa tutela de’ viaggiatori, è generalmente obbedito, e se qualche corriere, anche in epoca recente, fu svaligiato ed ucciso, lo fu per ordine segreto del governo stesso, il quale poi dovette fare le finte più ostentate di ricercare i colpevoli. La pompa colla quale procedeva la nostra caravana, la sua forza numerica e quella della sua scorta, erano perciò tutela esuberante contro ogni tentativo di ladri o di malevoli. Eppure noi eravamo armati da far spavento; pistole nelle tasche dell’arcione, pistole in saccoccia, fucili e carabine ad armacollo. Quando il sig. Hanhart negoziante svizzero stabilito in Tauris, vide questo arsenale, soggiunse ridendo, che avremmo fatto assai meglio portando al posto di tutta quella roba del cioccolatte; ed aveva perfettamente ragione. Le strade non sono infestate che lungo il tratto confinante col paese de’ Curdi; ma anche nell’emergenza di uno scontro con queste orde rapaci, le armi non fanno che complicare il pericolo, poichè i Curdi non attaccano una colonna di viandanti se non dopo averla spiata di lontano, ed essersi bene assicurati di trovarsi in forza preponderante; in tal caso la resistenza può essere eroica, ma è quasi sempre fatale. Un buon fucile da caccia deve bastare al viaggiatore per tutti gli eventi.
La Persia! Che bello, che pittoresco paese avete percorso; ci ripetevano i nostri amici al risalutarci vivi e più o meno sani, dopo sette mesi di assenza. Dedico a questi esclamanti il capitolo che segue.