Chapter 10 of 22 · 4859 words · ~24 min read

X.

Partenza da Diulfa. — Ghelim kiayà. — Marend. — Il monte del castello. — I Tepe della Persia. — Passo del Maschuk. — Sofian. — Solenne ingresso in Tauris. — Nostri alloggiamenti. — Ozj forzati. — Bozzetti zoologici. — Lo storno roseo.

Il dì susseguente (17 giugno) col primo biancheggiar dell’alba, il pianerottolo squallido e deserto di Diulfa era tutto animato dal nitrir de’ cavalli, da grida confuse, da un brulicame di affaccendati. Quando piacque al cielo, dopo un pajo d’ore, tutto era in compiuto ordine di marcia. I fidi malacani, che aveano acconsentito a condurre le nostre due carrozze fino a Tauris, ci precedettero per fare ai nostri occhi le prime prove della difficile impresa che si assumevano. Stretta la mano al capitano Romanoff che ripassava l’Arasse, recando seco un fascio di nostre lettere per l’Europa, s’avviò infine anche l’interminabile caravana avente alla testa un picchetto di _serbasi_. Doveva esser un bello spettacolo guardato dall’alto della quarantena russa che biancheggiava sulla nostra destra, e che in breve perdemmo di vista.

Dopo qualche ora di cammino, la strada (non si dimentichi il valore di questa parola, quando si tratta della Persia) sale in una valle orribilmente sassosa, anzi propriamente nel fondo di un torrente alpestre, ove tale è l’ingombro de’ macigni che riesce assai malagevole lo studiare fra svolte e balze il passo de’ cavalli. Giunti infine presso il termine del burrone, all’ombra ospitale di un gruppo di salici, dal cui piede scaturisce un rigagnolo di fresca e purissima aqua, mentre prendiamo ristoro dell’arsura di un sole asiatico e di un cammino faticoso, seduti a crocchio colla testa fra le mani, pensiamo alla sorte delle povere nostre carrozze ed alla pretesa più che ardita di far loro superare quel passo che aveva già costato a noi così gravi stenti. Eravamo in questa sosta angosciosa da una lunga ora, quando infine, guardando nel fondo della valle, ci vien fatto di scorgere due baracche traballanti fra un turbine di gente stretta d’attorno, e mettiamo un gran respiro nel riconoscere le nostre carrozze più portate che sospinte fra quei macigni, e per quell’erta via, da gente del nostro seguito e da altra raccolta ad un villaggio a piè del monte. Poco c’importava de’ veicoli, molto degli oggetti che ne formavano il carico, poichè tra questi si trovavano gli strumenti fisici e geodetici. Superata questa difficoltà, mentre la caravana si ricompone, alcuni di noi ci distacchiamo in avanguardia, per far poscia nuova sosta in un sito di elezione che troviamo in un pianerottolo in parte cultivato, ove un piccolo aquedutto si dilata in un bacino cinto di salici; e qui, dopo tirati alcuni colpi alle tortore ed ai falchetti (_Falco subbuteo_), abbiamo il divertimento forzato di dar la caccia ad uno de’ nostri cavalli che sbrigliatosi avea preso, saltellando capricciosamente, la via dei campi. Raggiunti dal rimanente della comitiva e ripreso il cammino, dopo breve tratto un’altra avventura sospende la marcia. Il sole ardente percuote il nostro povero _mehmendar_ che incomincia a barcollare, poi si rovescia di sella tramortito. Per buona sorte le vetture non erano molte discoste. Toccava adunque non a noi, molli europei, ma ad un persiano cader prima vittima, ed in tutto il viaggio unica, di quel sole che la Persia ha preso per suo emblema; e rendere così il primo omaggio alla previdenza del ministro Cerruti di portar al nostro seguito due vetture ad uso di ambulanza.

Ghelin Kiayà, luogo designato per stazione, ove giungiamo verso le undici dei mattino, è un villaggio discretamente popoloso, in un piccolo seno compreso da montagne affatto nude. Le case sono tutte di fango, con angoli arrotondati, ed i tetti coperti di paglia confusamente distesa. Kuli Khan tirato fuori dalla vettura cascante come uno straccio, è ricoverato in una tenda, ove i nostri medici lo assistono con applicazione al capo di pannilini di aqua agghiacciata, che presto e fortunatamente lo rimettono in istato di continuare il cammino.

Le montagne sovrastanti al villaggio appartengono alla stessa formazione di Diulfa, e constano ancora di puddinga e di arenaria in strati alternanti, ma la puddinga predominante e più resistente all’azione continua dell’aria, sporge in grandi scogliere dirupate che servono di nido ad una moltitudine di colombi selvatici (_Columba livia_). Queste roccie sono state smosse e compenetrate da un’emersione trachitica.

Oltre Ghelin Kiayà il terreno, per un gran tratto ancora deserto e sassoso, è quasi piano; la strada è più nettamente tracciata, e, singolar cosa, vi distinguiamo chiare impronte di ruote. Ben tosto ci si apre allo sguardo una valle ampia, ben cultivata, e con frequenti e dense macchie di alberi; il più bello, il più ridente paesaggio, da che avevamo lasciato le provincie del Caucaso. In quella valle è Marend, la prima città persiana che incontriamo sul nostro cammino. Innanzi giungervi, un gruppo di cavalieri che stava aspettandoci, si muove di galloppo al nostro incontro. Erano il governatore ed il capo della religione, con numeroso seguito. Scambiati i complimenti, sotto gli ordini del conte Grimaldi, ci disponiamo in due ranghi, dietro il ministro, per dare un certo tono di solennità al nostro ingresso in Marend; quand’ecco uno spiritato _dervisch_ avanzarsi di furia alla testa del cavallo del commendatore Cerruti, alzando un’accetta in gesto minaccioso. Fu un istante di gravissimo pericolo per noi: chè uno de’ miei compagni, visto quell’atto, aveva già posto mano al _revolver_, in difesa del ministro. Per buona ventura con pari rapidità alcuni Persiani accorsero a circondare il _dervisch_, cercando con esclamazioni supplichevoli di rimuoverlo. Kuli Khan stesso, rompendo frettoloso la folla, si rivolse a quel mal capitato, e lo acquietò con una manata di _schahi_. Fummo avvertiti in quell’occasione che altri simili incontri ci sarebbero occorsi in avvenire, che però non avremmo giammai avuto da temere alcun male, mentre dall’altro lato l’offesa recata ad un _dervisch_, avrebbe facilmente attirato su di noi il furore della popolazione.

La città di Marend non si vede se non quando vi si è nel bel mezzo, tutte le case essendo nascoste sotto l’ombra di grandi alberi. La percorremmo nella sua lunghezza, per accampare, nello spazio fra la città stessa ed il monte che le sovrasta a mezzogiorno, in un piccolo prato, presso una sorgente di aqua purissima. La giornata è limpida e serena, l’aria è rinfrescata dai monti ancora nevosi sulle punte culminanti, ed il florido aspetto di questo _eden_ della Persia occidentale ci rianima tutti. Se fossi condannato a scegliere il mio soggiorno nel dominio del Re de’ Re, credo che non mi accingerei tampoco a cercare un altro angolo di terra da preferirsi a questa valle di Marend, alla quale ben poco manca per essere veramente deliziosa. Due catene di monti fanno corona a settentrione ed a mezzo giorno ad una pianura ampia e verdeggiante, e confondendo ad oriente i loro contraforti, chiudono da questo lato la valle. La neve che rimane molto avanti nella state sulle cime de’ monti, alimenta i canaletti con molta arte diramati a fertilizzare le campagne benissimo cultivate.

Dalla nostra stazione, rivolgendo il dorso alla catena del Maschuk, veggiamo davanti a noi il solito corrispondente antemurale, qui interrotto, e nell’intervallo è posta la città che abbiamo precisamente di prospetto. In questo medesimo intervallo, all’oriente della città, sorge un monticello di forma irregolarmente conica, il quale da’ circostanti rilievi si distingue per la sua nudità perfetta, e pel suo color grigio di cenere. Io e Lessona, col nostro fucile ad armacollo, e colla guida di due soldati, dirigiamo colà appunto la nostra consueta escursione, e ne ritorniamo col dolore di non potervi consacrare almeno una settimana di ricerche.

[Illustrazione: Fig. 1. Il monte del castello a Marend.]

Quel monticello (fig. 1) è detto nel paese monte del Castello di Marend (_Marend Kalè tepe_), perchè alla sua cima era costrutto anticamente un piccolo castello, del quale veggonsi ancora le rovine. Il materiale di cui è formato presso che intieramente, è un limo compatto, del tutto simile alla terra delle steppe persiane. La sua forma è quale già dissi, conica, irregolare, e la superficie tutta solcata e corrosa dalle aque pluviali. La sua dimensione, valutata ad occhio, ci parve misurare da circa un centinajo di metri in altezza e trecento in diametro della base. Sul dosso del monticello non spunta un filo d’erba. Ma il nostro esame fu particolarmente rivolto a certi tentativi di gallerie e di trincee che veggonsi in varj punti, ed in particolare ad un antro largamente aperto, a piccola altezza (V. fig. 2) dal lato rivolto verso la città. In questo taglio sono messi a nudo due distinti straterelli orizzontali, con ghiaja, rottami di stoviglie, frantumi di ossa, pulviscolo carbonoso, e numerosi frammenti di carbone vegetale. Il maggiore di questi strati era visibile pel tratto di quattordici metri; ma le traccie che a qualche distanza, al medesimo livello, ricompajono nettissime, fanno supporre allo strato medesimo una grande estensione. Le ossa da noi raccolte nel breve tempo del quale potevamo disporre, sono tutte di ruminanti, e, tranne qualche falange, tutte rotte, ed in siffatta maniera da fare attribuire, senza dubio alcuno, tale rottura all’azione diretta della mano dell’uomo[27]. Esse conservano ancora una forte proporzione di sostanza animale. Nel fondo dell’antro, che si dirige verso il centro del monticello, trovammo in parte già smossi, in parte ancora al loro posto naturale, massi pietrosi di dimensioni maggiori di quelli che veggonsi sparsi nella campagna circostante, ed uno fra essi evidentemente scavato ad arte, come per farne un mortajo. Risalendo poscia verso il monte, non trovammo più che uno straterello di cenere in una piccola trincea, e pochi frammenti di carbone e di stoviglie moderne affatto superficiali.

[Illustrazione: Fig. 1. Il monte del castello di Marend.

a — a strati con frantumi di carbone vegetale, ossa, stoviglie.]

Noi eravamo adunque in presenza di uno di que’ _tepe_[28], così frequenti in Persia, dei quali i viaggiatori hanno soltanto, ed alla sfuggita, accennata l’esistenza, limitandosi a riportare la vaga tradizione locale che li considera come luoghi di sacrifizj degli antichi Ghebri. Eppure sarebbe questa materia del più vivo interesse scientifico, ora tanto più, da che avanzi consimili di antiche popolazioni umane in Europa, hanno svelato un nuovo campo di investigazioni oltre le colonne d’Ercole della cronologia paleografica. A mia conoscenza Maurizio Wagner è il solo che abbia dato qualche cenno alquanto particolare de’ _tepe_ della Persia, nelle vicinanze di Urmia, lo riferisco le sue stesse parole. «Oltre questi naturali rilievi, si trovano anche colline artificiali di forma regolare, con sommità appianata, somiglianti alle famose _Mohille_ o _Kurgane_ delle steppe della Russia meridionale, ed agli antichi monticoli cimiteriali di Kertsch sul Mar Nero, ma più grandi, di maggior periferia, e non di forma conica siccome son questi. Siffatte colline, al lago di Urmia, sono ricoperte di terra vegetale, di prati o di colture. Al disotto della terra vegetale si rinvengono ceneri, scheletri umani, ossa di animali, frantumi di stoviglie, monete di rame e di argento, per la massima parte affatto lisciate ed irriconoscibili. Quelle monete nelle quali si può ancora scorgere uno stampo, appartengono, pel maggior numero, all’epoca della dominazione romana, pochissime al tempo degli antichi Persiani. Noi visitammo due di questi colli presso il villaggio di Degalu. Si vedono qui gli avanzi di grandiosi scavi; gallerie di oltre cento passi in lunghezza, colle quali si è voluto senza dubio andar alla ricerca di supposti tesori. In siffatti scavi si trovano realmente, sebbene scarse, monete d’argento. Ne’ casi più sfavorevoli la cenere, che non manca mai, e che viene adoperata a concime delle campagne, dà qualche compenso alla fatica degli scavatori. Gli indigeni danno a queste colline artificiali, la cui origine e la cui significazione non conoscono, nessuna altra denominazione fuori quella di _tepe_, e le attribuiscono, dietro la dominante tradizione, a Zoroastro, ai Magi, agli antichi adoratori del fuoco»[29].

Questo brano senza alcun ragguaglio preciso sulla giacitura delle monete romane e degli scheletri umani, non sparge per verità alcuna luce sul problema dei _tepe_ della Persia. È lecito perfin dubitare che i _tepe_ di cui parla Wagner siano della stessa formazione di questo di Marend e degli altri, pigmei al paragone, che abbiamo incontrati nel seguito del nostro viaggio, tutti con ogni probabilità anteriori all’epoca dell’invasione romana in Oriente. Dovrò riprendere in altra occasione questo argomento; ora mi limiterò a dire che i naturalisti, i quali intendessero di proposito ad istituire ricerche scientifiche sui _tepe_ della Persia, dovrebbero fare il più gran conto del monte del castello di Marend, per la imponente sua mole, e per l’abondanza de’ frantumi di ossa e di stoviglie che vi si contengono.

Ritornati da questa escursione alle nostre tende, vi trovammo ancora in visita di commiato il governatore, uomo che al grado ed alla intelligente fisonomia, doveva esser da noi considerato come il rappresentante della scienza persiana in Marend. Lo interrogammo sull’argomento che ci aveva presi di tanto interesse, e seppimo da lui come nessuna tradizione locale fosse congiunta al monte del castello, e come gli scavi che vi sono praticati abbiano avuto per solo scopo l’estrazione di buon materiale di concimazione de’ terreni.

I raggi della scienza europea si estinguono nell’atmosfera opaca della barbarie orientale, ma se vi potessero penetrare, si troverebbero in molti punti prevenuti da antiche pratiche tradizionali. Liebig potrebbe aggiungere alla sua bella dissertazione sull’agricultura chinese, qualche pagina sulle industrie agronomiche dei Persiani.

Il mattino seguente valichiamo la catena del Maschuk, per una via ripida, nel fondo di un vallone tortuoso che separa due diverse sorta di roccie. I monti sulla nostra sinistra sono di un conglomerato rosso di varia struttura, passante per gradi dall’arenaria alla puddinga con massi enormi, ed hanno forme più arrotondate, cresta meno elevata de’ monti calcarei che sorgono al lato destro della valle, terminati da scogli e da aguglie ancora biancheggianti di sprazzi nevosi. Verso la sommità della catena la valle si allarga, ed il suo fondo è ricoperto da un immenso deposito di ghiaje e sabbie, che nei solchi de’ torrentelli, e nelle scarpe qua e là scoscese si veggono in strati orizzontali: primo saggio di questi sterminati cumuli di tritumi che dovevamo più tardi osservare nell’Elburz, e che costituiscono un carattere particolare di queste grandi catene del nord della Persia. Superato il pendìo, ci si apre un alto piano cultivato ma senza un solo arbusto, ove le rovine di un grandioso caravanserai fanno testimonianza della munificenza di Abbas il grande e della forza dei terremoti dell’Asia. Scendendo per l’opposto versante si percorre il letto di un torrente ampio e commodo, con aqua limpida, macchie di pioppi e di salici, poi di nuovo la steppa, ed infine si giunge al miserabile villaggio di Sofian, presso il quale, in un piccolo angolo ingombro di piante e intersecato da canali, sono pronte a ricoverarci le nostre tende. L’allegria del nostro pranzo fu in quel giorno di nuova specie, un’allegria arrabbiata, condita di bestemmie innocenti, chè invero non ci aspettavamo di mancare di ghiaccio, di vino e perfino di buona aqua, a così poca distanza dal grande emporio di Tauris. Quando, sul far della sera, ecco giungere al nostro campo un corriere speditoci dal ministro degli affari esteri di Tauris, con un plico di lettere per noi: le prime lettere da che avevamo lasciata l’Europa! La gioja febbrile di quel momento, la ressa attorno al ministro distributore delle lettere, l’avidità dell’esser tutti assorti nelle memorie affettuose dei parenti e degli amici, il ricambio delle notizie e dei saluti, si possono più facilmente imaginare che descrivere. Quel corriere, che parlava discretamente il francese, aveva faccia da cristiano, ed era infatti un giovane armeno cattolico, nato a Tauris. Ci disse tante, belle cose del nostro ricevimento per l’indomani, dell’alloggiamento che ci era preparato, delle feste che si progettavano per noi. Col pensiero commosso da tante impressioni nuove e diverse andammo a passare una notte insonne sotto le tende.

Il 20 giugno, di buon mattino, in sole quattro ore di marcia, eravamo in vista della allora da noi tanto sospirata Tauris; ma l’entrarvi non doveva essere affare tanto spedito. Dopo una magra colazione servita alla rinfusa, ci svestimmo de’ polverosi abiti di viaggio per indossare le brillanti nostre divise, e mentre eravamo affaccendati a questa trasformazione resa complicata dalla fretta, dall’angusto spazio, e dalla confusione de’ bagagli, ecco avanzarsi al nostro accampamento un drappello di cavalieri, fra’ quali distinguiamo con graditissima sorpresa vestiti europei, ed erano appunto europei che venivano a farci visita: il console inglese, M. Abot, alcuni svizzeri e tedeschi, ed un italiano di nome e di famiglia, il sig. Castelli, residente da lunghi anni in Tauris. Montammo infine in sella, con questo rinforzo di scorta, per recarci a non più di qualche centinajo di passi, ove, presso un altro accampamento, stavano aspettandoci le autorità di Tauris con immenso seguito di servi e di soldati. Tutto questo turbine di gente, quando fummo a certa distanza, si mosse al nostro incontro, e ne venne un parapiglia, come di due masse di cavalleria urtantisi in battaglia, se non che la battaglia era qui di inchini e di _salamelecchi_, e le due masse si confusero in una, che disordinatamente unita, fece ancora pochi passi al galoppo, fin al muricciuolo d’un giardino suburbano, ove s’era aperta, per quella circostanza solenne una piccola breccia tanto da lasciarci passare carponi ad uno ad uno. Là mettemmo piede a terra lasciando i cavalli a’ palafrenieri, ed entrati nel giardino, sotto una spaziosa tenda, attorno ad una gran tavola stracarica delle solite confetture, ci ponemmo gravemente a sedere, facendo ala al nostro ministro occupante il posto d’onore con al suo fianco il governatore di Tauris, generali persiani ed altri de’ più alti funzionari della provincia. Uno sciame di servi si diede a portar in giro _scherbeth_[30], thè, e _katian_, finchè lo stesso nostro ministro alzandosi non venne a dare il segnale della partenza. Nuova inestricabile confusione per riprender i nostri cavalli, e compiere infine la cerimonia del solenne ingresso nella città, fra la siepe di teste e di busti che sporgeva dai muriccioli, e la folla che in più luoghi ingombrava il passaggio, intanto che il nostro arrivo era annunciato ai quattro venti dallo sparo de’ cannoni. Il caracollar de’ cavalli di una turba fattasi cotanto numerosa e stipata, travolgeva nell’aria un tal nembo di polvere da non vederci più l’un l’altro, da urtarci ad ogni tratto, da dover studiare più che il passo il modo di respirare, mentre dall’alto ci sferzava le spalle un sole ardentissimo. Secondo i nostri più discreti calcoli questi tormenti dell’etichetta del sito e della stagione, avrebbero dovuto aver presto un fine, se d’altro non si fosse trattato che di muovere per la via più diritta, attraverso la città, a’ nostri alloggiamenti. Ma ci eravamo ingannati. Le autorità persiane che si eran poste a capo della cavalcata diplomatica, ci imposero il supplizio del giro attorno alle mura della cittadella, che durò per sè solo oltre un’ora. Questa cittadella occupa un’immensa area che basterebbe ad una intiera città; il suo recinto è un muro di fango, rotto da corrosioni, fessure e scoscendimenti, che appena e malamente potrebbe servire di difesa contro una popolazione inerme. Dall’orlo del muro sporgono rovine di case, di castelli e di qualche torre. Infine questo spettacolo non era tale da produrre in noi un alto concetto della potenza militare della Persia, ma solo noja e stanchezza. Quando piacque a’ nostri ospiti fummo condotti al quartiere assegnatoci, il quale era niente meno che lo stesso palazzo dello Schah, ove ripresero come cosa nuova i complimenti e le felicitazioni ufficiali, tanto da non lasciarci liberi di respirare infine a nostro agio se non ad ora assai inoltrata.

Questo palazzo sorge sul confine meridionale della città, nel mezzo di un ampio giardino rettangolare chiuso da un muro. Fu edificato da Feth Alì Schah, ed è per conseguenza recente; ora per l’incuria connaturale ai Persiani, e pel cattivo materiale di costruzione, che è in massima parte fango, trovasi già in uno stato di deperimento assai prossimo alla rovina. Il corpo principale consta di un ordine di camere terrene, e di un piano superiore, quello che propriamente serve di abitazione al sovrano quando recasi in Tauris. Un gran salone o _talar_, sta sopra il portone d’accesso, ed occupa colla sua grande vetriata la parte di mezzo, che è pur la maggiore, della facciata rivolta verso la città. L’interno del salone è ornato nel modo istesso della gran sala del Sardar di Erivan; colla volta a specchi, e le pareti dipinte con quadri rappresentanti caccie e battaglie, ed in mezzo alle figure di questi quadri spicca, colla sua grande barba nera quella di Feth Alì. Tra questi dipinti ci fece sorpresa il vedere due grandi figure isolate e simmetriche di due imperatori europei, Alessandro e Napoleone. Due piccole camere, una per lato, compiono questo piano superiore. Serviva di stanza al nostro ministro una di queste due camere, ai ricevimenti ed alla mensa la gran sala: il rimanente personale dell’ambasciata si distribuì nelle camere al piano terreno. In un’ala laterale di antri di fango, fu preso il meno rovinato per farne la cucina. Kuli Khan, sebbene padrone di una delle più belle case della città, rimase con noi da mattina a sera durante la nostra fermata in Tauris, ed a tal uopo si fece piantare la sua tenda particolare nel giardino, di fianco al palazzo. L’ammobigliamento di questo, che per la Persia si può dire ancora sontuoso alloggio, consisteva de’ nostri materassi e delle nostre casse; solo nella sala superiore trovammo disposti alcuni vecchi sedili e qualche tavola sconquassata.

La spianata al davanti del portone d’accesso, secondo lo stile persiano, era quasi per intiero occupata da una gran fossa quadrata, ma inetta a mantener l’aqua per lo stato delle sue pareti; la facciata opposta del palazzo formava uno dei lati di un piccolo giardino interno chiuso dal suo proprio muro di fango, diviso regolarmente in ajuole coperte di erbe selvatiche ed arbusti scompigliati. Il grande giardino circumambiente era piuttosto un bosco denso ed incolto, suddiviso da viali rettilinei intersecantisi ad angolo retto, con qualche pezza di vigneto e di prato naturale.

Tale era il nostro alloggiamento in Tauris. Chi è schiavo delle mollezze europee ci compiangerà; ma chi viaggia privatamente in Persia, invidierà la nostra sorte. Tre o quattro giorni, necessarj d’altronde alle interminabili cerimonie ufficiali, potevano trascorrere per noi abbastanza confortanti e lieti. Ma gli ostacoli che incominciavano qui a farsi gravissimi, per la speditezza del nostro viaggio, ci hanno condannati ad una dimora lunga e nojosa oltre ogni previsione. Noi naturalisti in particolare dobbiamo lamentare un prezioso tempo perduto. Se nel piano del viaggio fosse stata compresa una fermata di undici giorni in Tauris, avremmo colta con vero trasporto questa opportunità per spingere un’escursione al lago di Urmia, od al Saband, ma la prospettiva della partenza ad un indomani che si trasportava sempre per impedimenti nuovi ed inattesi, ci ha tenuti presso che prigionieri, ed ha ristretto le nostre escursioni nel recinto del giardino reale. Gli ozj di Tauris non hanno lasciato nelle reminiscenze del nostro viaggio che la vana amarezza di una bella e rara occasione infruttuosa.

Licenziati i malacani di Tiflis, il governo persiano mise a disposizione del nostro ministro, pel trasporto delle vetture, cavalli dell’artiglieria. Bisognava provedere ai cavalli per noi, ed alle tende, poichè i cavalli e le tende che ci avevano servito da Diulfa, non dovevano procedere oltre Tauris. Kuli Khan, il quale aveva sempre mostrato per noi la maggior premura, doveva cedere l’ufficio ad un altro mehmendar di rango superiore, che il governo aveva scelto nella persona di un generale, Alì Naghi Khan. Spuntò in noi la persuasione che non vi fosse da guadagnare nel cambio; e questo sentimento fatto palese anche col desiderio espresso, della conservazione presso la nostra ambasciata del primiero _mehmendar_, ha sicuramente potuto agire in modo sfavorevole sull’animo del _mehmendar_ nuovo, e gli ostacoli, che si presentavano al progredimento sollecito del nostro viaggio, furono da noi attribuiti intieramente alla mala voglia di questi. Supporre in tali circostanze un sentimento di reazione e le sue naturali conseguenze, non è calunniare un persiano, posto a contatto con infedeli europei: giustizia per altro vuole che io soggiunga, altra esser stata la vera causa de’ lamentati impedimenti, da noi conosciuta più tardi, e siccome a suo luogo dirò.

Reclusi forzatamente in questo recioto, il meglio che potevamo fare, quando la noja e l’impazienza delle giornaliere contrarietà non ci deprimevano affatto, era il cacciare nel giardino. La _Testudo ibera_ e lo _Stellio caucasius_, vi sono abbastanza communi; ma qui per la prima volta trovai da aggiungere alle già raccolte specie di rettili due scincoidi, cioè l’_Ablepharus ménetriési_, Dum. Bibr. ed una nuova specie di _Euprepis_ che io ho chiamato _E. affinis_[31]. Quanto agli uccelli, ecco le specie da me trovate. _Athene noctua, var. persica; Upupa epops, Pyrgita domestica; Carduelis elegans; Euspiza melanocephala; Sturnus vulgaris; Acridotheres roseus; Parus major: Muscicapa luctuosa; Saxicola aurita; S. œnanthe; Hypolais elaica; Curruca hortensis: Curruca cinerea var. persica._ Quest’ultima specie nidificante in grande abbondanza nel giardino, insieme all’_Hyp. elaica_, è del tutto simile alla sterpazola da me veduta a Delidjan, il cui canto io aveva trovato sensibilmente più melodioso ed argentino di quello della communissima _Curruca cinerea_ d’Europa, dalla quale del resto costantemente si distingue per una statura minore, e colorito meno volgente al fulvo. Queste differenze non mi decidono ancora a considerare come specie distinta la sterpazola del Caucaso e di Persia, come non posso seguire l’esempio di coloro che separano specificamente dalla commune civetta d’Europa quella di Persia, solo perchè di un colore costantemente molto più pallido.

Di un’altra specie non posso dare che una vaga indicazione. Passeggiando un giorno senza fucile nel giardino, fui colpito da un gorgheggio forte e sonoro che metteva un uccello dell’aspetto e della statura dell’_Acrocephalus turdoides_, posato su di un ramo a pochi passi da me, d’onde potei contemplarlo a mio agio. Il dì seguente, ricercandolo appositamente lo rividi e gli diressi un colpo; ma sgraziatamente l’uccello ferito si perdè nel bosco, nè per quanta diligenza io facessi mi venne dato rinvenirlo. Non poteva essere certamente, in luogo cotanto asciutto, la commune specie d’Europa, dalla quale differiva altresì per il colore più giallastro del petto e del ventre, e pel canto ancora più altisonante.

Io voglio prendere ora l’occasione di dire qualche cosa del così bello e così commune storno roseo (_Acridotheres roseus_), i cui branchi innumerevoli fanno gradita impressione ad ogni viaggiatore in Oriente, fosse il più alieno dalle emozioni di un naturalista. Il bel contrasto dell’elegante vivo e delicato roseo col nero vellutino della testa, delle ali e della coda, le centinaja, le migliaja di individui volanti di concerto in branchi stipati, fanno di questa specie una delle più caratteristiche delle campagne dell’Oriente. Questa splendida livrea è però solo del maschio adulto. I giovani e le femmine hanno una piuma assai più modesta, grigio di fumo, con appena qualche velatura di roseo. Io ho visto branchi di individui adulti, ed altri affatto separati di giovani dei due sessi. Nella buona stagione questi branchi si scompartono in copie, le quali però rimangono sempre approssimate in una località di elezione. Nordmann che ha data un eccellente monografia di questa specie, assicura di aver osservato branchi i quali passano tutta una estate senza attendere all’opera della propagazione. Il nutrimento di questi uccelli consiste di insetti, e specialmente di locuste; ma nella primavera avanzata preferiscono le frutta e specialmente le ciliege, ed allora ingrassano assai, di una pinguedine di bel colore roseo. La loro carne, che in altra stagione è dura e spregevole, diventa in questa tenera e grata quanto mai, e l’ambasciata italiana ne può fare ampia testimonianza, a salutare istruzione per chi viaggia la Persia, e deve provedere a tutta la bisogna del vitto giornaliero. Sul far della sera gli individui che s’eran dati a pascolare nei campi e ne’ giardini, si appollajano in grandi branchi sugli alberi, stretti siffattamente gli uni presso gli altri, da piegare sotto il peso grossi rami. Dall’alto di queste piante fanno sentire un gorgheggio, un cicalìo continuo e sostenuto, che cessa poi quasi d’improviso quando il sole sia tramontato. È facile allora il farne una vera strage, lasciandosi essi avvicinare dal cacciatore, per poco questo sia cauto, a breve tiro di fucile.

Lo storno roseo è uccello providenziale per l’Oriente, per la quantità immensa di locuste che distrugge, senza che per altro valga a lottare con profitto contro il numero sterminato di questi insetti che ne’ deserti hanno le loro covate al riparo di un altro ben maggiore nemico che è l’aratro. I Tartari e gli Armeni tengono gli storni rosei in grande venerazione, e benedicono il loro arrivo, quando vedono i campi minacciati di totale sterminio dalle cavallette. Ancora oggi gli Armeni hanno fiducia in una sorgente miracolosa che scaturisce ai piedi dell’Ararat; credono che l’acqua di questa sorgente abbia la virtù di chiamare gli storni rosei; epperò ne conservano sempre scrupulosamente una certa provigione che espongono all’uopo nelle minacciate campagne, e, quando la provigione è esaurita, se ne riforniscono, facendo apposite peregrinazioni, anche di lontano, alla sacra fonte. In molti paesi dell’Europa civile, che non hanno nè gli storni rosei nè l’acqua dell’Ararat, si esorcizzano direttamente, da ignoranti ministri di superstizione, i bruchi e gli scarafaggi, a scorno dell’impotenza delle academie d’agricultura.