Chapter 19 of 22 · 4089 words · ~20 min read

XIX.

Lenkoran. — Baku ed i suoi fuochi eterni. — Derbend. — Petrowsk. — Burrasca. — Le bocche del Volga. — Astrakan.

Toccata, inanzi l’alba del 14 settembre, Astara, luogo di confine tra la Russia e la Persia sulla sponda del mare, si giunse di assai buon matino alla stazione di Lenkoran. Potendo noi disporre di alcune ore, ci affrettammo a scendere a terra, per far un’escursione alla città nascosta dietro il fogliame degli alberi, a circa una _versta_ dal lido. Alcuni _droschki_ venuti molto a proposito in cerca di passaggeri, ci fecero guadagnar tempo. Lenkoran, capoluogo del Talysch, pare una città improvvisata, e quel poco che vi è in muratura è tutto nuovo. Un ampio viale tra due file di alberi e di case rammenta la colonia tedesca di Tiflis, ma serve di quartiere a famiglie di Malacani, e guida ad una piazza nel cui mezzo surge una bella chiesa di legno. Da questa si passa ad una seconda piazza che serve agli esercizi ginnastici, quindi ad una terza circondata da botteghe, che è il bazar, e poscia ad una quarta maggiore piazza che è il mercato. Quantunque dì festivo la maggior parte delle botteghe erano appena socchiuse, ed i mercanti venivano al nostro incontro chiedendoci a gara i paoli imperiali che dovevamo aver portali dalla Persia, per cambiarli, a condizioni molto vantaggiose per noi, colla sola moneta circolante in Russia, vale a dire con biglietti di banco.

Il clima del Talysch, le condizioni tutte del terreno sono ben poco dissimili da quello del Ghilan, e ne fa prova la bella vegetazione del piano e quella pure de’ non lontani colli; ma un non so quale governatore della Grusia ne ha avuto troppo alto concetto, quando volle tentare nella campagna di Lenkoran la cultura della canna da zuccaro. I polloni recativi dal Mazanderan germogliarono quel tanto precisa che valeva a disconsigliare la continuazione dell’esperimento, senza l’umiliazione d’un fiasco assoluto.

Il seguente matino ci risvegliammo nella rada di Baku, determinali a bene spendere il nostro tempo ne’ cinque giorni di sosta che ci erano assicurati. Il signor Nicolas si stabilì colla sua famigliuola in una casa privata della città; il capitano Clemencich ci abbandonò sollecitamente, per recarsi nel Caucaso occidentale onde assistere a qualche fazione militare della campagna che doveva far cadere nelle mani della Russia quest’ultimo asilo de’ Circassi; noi mantenemmo il nostro quartier generale sulla Tamara, per quindi trasferirlo sul nuovo piroscafo atteso da Astrakan.

La città di Baku, conservante l’antico stampo persiano, s’erge su di un piccolo contraforte d’una catena di colli affatto nudi e sterili. La circonda un vecchio muro, e le danno accesso, verso terra, due porte munite di ponte levatojo, ed altra porta dalla rada. Fuori delle mura, ad occidente, sono allineate lungo la spiaggia alcune belle ed eleganti case moderne ornate di qualche tentativo di giardino. Due antichi monumenti colpiscono lo sguardo di chi la guarda dal mare: sull’alto i minaretti, le cupole, i frontoni dell’antica residenza de’ khan; in basso, non lungi dalla porta della marina, una gran torre cilindrica, tozza, nera per vetustà, detta la torre della vergine, dalla leggenda che le è connessa di una donzella la quale, astretta dal padre ad un inviso connubio, di là si precipitò in mare. Nel piano fuori delle mura, a nord est, è il sobborgo o meglio la città nuova, con strade rettilinee intersecantisi ad angolo retto, sede de’ principali mercanti e di alcuni offizi del governo, quello delle poste compreso.

Baku ha appartenuto agli schah del Schirwan, finchè alla morte dello schah Nadir, nel 1748, scomposto il regno, riescì a costituirsi centro di un canato indipendente. Al principio di questo secolo il dominatore Hussein Kuli Khan, della stirpe de’ Kagiari, tentò riunire in una lega commune, contro l’invasione russa, i varj principotti musulmani del Caucaso orientale; quando assalito egli stesso nella sua residenza, ed esperimentata la debolezza delle sue forze, si pensò di meglio riescire col tradimento. Finse di voler scendere a patti, e chiese un abboccamento al principe Tsitsianoff, comandante supremo delle forze russe, per trarlo in agguato ed ucciderlo. Un armeno venuto in cognizione della congiura ne avvertì il principe, il quale, non ascoltando che la nobiltà del suo carattere, rispose semplicemente: non oserà. Andò infatti, e fu trucidato. L’inaudita scelleratezza ebbe la pronta e radicale punizione che era da attendersi: il conte Goudowitsch non fece altro che impadronirsi immediatamente del canato a nome della Russia.

Baku ha una popolazione di circa 10 mila abitanti, la massima parte persiani. La vita vi è discretamente animata, per essere questa città uno dei principali emporj del commercio della Russia colla Persia. Alla porta della marina il piazzale interno, i magazzeni circostanti, il lido stesso, erano ingombri di ferro delle miniere degli Urali. Il commercio proprio del luogo consiste in tappeti, seterie, zafferano e specialmente bitume.

La penisola di Apscheron, che forma la massima parte del circolo di Baku, è rinomata pe’ suoi numerosi pozzi di nafta, danti un produtto medio annuale di 300 mila _pud_[61]. Di questa preziosa sostanza si hanno diverse sorta: la nafta solida, picea, chiamata _kir_; la vischiosa, la liquida o petrolio. Quest’ultima è la sorta prevalente presso Baku, mentre all’opposta sponda del Caspio, all’isola di Tschelekan, è la prima, ossia la nafta picea che si estrae quasi esclusivamente. Il _kir_ viene poscia spedito in Russia, a Bokara ed in Persia, per farne terrazzi, come si pratica dell’asfalto in Italia ed in Francia, che in vero fra questi due bitumi non esiste differenza che di nome.

Sono altresì rinomati da secoli i fuochi di Baku, ossia i getti continui di gas infiammabile, simile affatto per la natura e per la origine al così detto gas delle paludi, al _feu grisou_ delle miniere di litantrace. Non v’ha dubio che si debba collegare la formazione di questo gas a quella stessa della nafta, ed è molto interessante il fatto osservato dal sig. de Baer che, nella penisola di Apscheron, in corrispondenza delle surgenti gasose, la nafta è liquida[62].

La sera stessa del nostro arrivo fummo cortesemente invitati da un officiale della marina russa al singolare spettacolo delle fiamme del mare, del quale però mi tenne defraudato un nuovo accesso di febre. A circa un’ora di distanza, al sud della città, presso gli scogli della sponda, gorgogliano veementi getti gasosi trascinanti seco alquanto petrolio che in sottilissimo velo si diffonde sull’aqua. Il contatto d’una face accesa fa sollevar d’intorno turbini di fuoco agitati in balìa delle onde, ed i miei compagni si dilettarono di scorrervi frammezzo, col battello guidato dalle braccia nerborute dello stesso capitano Müller, esponendo le barbe ed i capegli alla sommità ripiegate delle spartite fiamme.

Il dì seguente sul tramonto, noleggiati alcuni _droschki_, ci recammo a visitare il famoso tempio degli adoratori del fuoco, a 12 verste dalla città, presso il villaggio di Sarochani. La strada percorre una campagna ondulata, deserta, che non ha nulla da invidiare alle più aride steppe della Persia: solo qualche rara pezza di stentato verde si presenta allo sguardo nel fondo di qualche remota valletta. Poco oltre uno stagno, aU’ultima luce del giorno biancheggiante ancora di incrostazioni saline, vedemmo già comparire in distanza nel vasto piano alcune fiamme solitarie, e, dopo breve tratto, i nostri cocchieri si arrestarono alle tetre mura di un grande fabricato che d’ogni intorno diffondeva nell’aria una pallida luce giallastra. Li ci fu spalancata una porta, ed attraversando un cortile ove in una fossa, come in una fornace, soffiava un impetuoso getto di fuoco, entrammo nel sacro recinto. È questo una scura ed angusta cella, nel cui mezzo arde su di un altare di fango una fiammella eterna, mentre un secondo altare applicato al muro, dicontro alla porticina di ingresso, è adorno delle strane cianfrusaglie del rito. Il sacerdote, un indiano spiccato dalla metropoli ghebra di Bombay, non si fece aspettare; diede qualche tocco di campanello sul limitare del tempio, e si rivolse, come a cosa d’abitudine, a ripetere davanti a noi la cerimonia della sua religione. Incominciò dal soffiare in una grande chiocciola di tritone, traendone il noto suono cupo e penetrante di questo strumento, poi fra genuflessioni, gesticolazioni incomposte, e vario maneggio degli oggetti sacri dell’altare, brontolò le sue preghiere, nelle quali non potemmo intendere chiaramente che il ripetuto nome di Brama. La rappresentazione durò un quarto d’ora, all’incirca, e fu chiusa coll’offrire a ciascuno di noi dello zuccaro candito su di un piattellino, sul quale noi, alla nostra volta, depositammo tanto da fare un pajo di rubli. Ci fece sorpresa il trovare, tra i varj oggetti posti alla rinfusa sull’altare, un crocifisso, e fatto interrogare su di ciò il ghebro, che pure intendeva discretamente il russo, ci rispose che egli teneva in venerazione anche il Cristo, come un gran santo; la qual cosa ci confermò nell’opinione essere il nostro uomo anche un tantino impostore.

I fuochi di questo tempio sono eterni, od almeno di durata indefinita, però le più antiche memorie storiche intorno ad essi non vanno oltre il decimo secolo: anzi Massudi, scrittore arabo di quel secolo appunto, ne parla come fossero in epoca a lui prossima improvvisamente apparsi, dopo una eruzione dal terreno[63]. Una della nostre guide, nel cortile stesso del tempio, si fece a scavare la terra colle sole mani, sino alla profondità di circa due palmi, ed approssimando poscia alla fossa un foglietto di carta acceso, ne fece sollevare una fiamma spenta di nuovo col riversare nella fossa la sabbia circostante. Gli abitanti dei dintorni sono affatto liberi dalle cure per l’alimento de’ loro focolai: un tubo piantato nel terreno sino a pochi piedi di profondità, dà la fiamma sull’istante, duratura a norma de’ bisogni ed anche ad arbitrio.

Il terreno intorno a Baku risulta per intiero della così detta formazione caspica inferiore di cui ho fatto cenno nel precedente capitolo: però gli strati furono molto sensibilmente sollevati, tanto da costituire da soli i colli e le sponde qua e là dirupate del seno di Baku, come della massima parte dell’intiero perimetro del Caspio. Ne’ tagli naturali del terreno al sud della città si distinguono, procedendo dal basso, i seguenti strati fra loro connessi da passaggi insensibili dell’uno all’altro.

1.º Marna sabbiosa e sabbia finissima zeppe di conchiglie (_Bithynia, Dreissena, Monodacna_).

2.º Aggregato friabile di conchiglie de’ medesimi generi.

3.º Calcarea intieramente composta di grossi frammenti di conchiglie, e nicchj intieri determinabili, per la massima parte di cardiacei: una vera lumachella infine, solida e cavernosa, eccellente materiale di costruzione, e d’onde infatti è fabricata la città.

Nelle dislocazioni, senza dubio repentine e violenti, di questo terreno, gli strati della calcarea rimasero fratturati più del sottoposto sedimento incoerente, fino a trovarsi in diversi luoghi da questo discordanti, colle testate disordinatamente sporgenti.

Il giorno 17 settembre giunse da Astrakan l’atteso piroscafo che doveva dare il cambio alla Tamara. Era il Bariatinski, magnifico bastimento, con ampio e elegante salone sul ponte, avente per tetto un secondo ponte a commodo di chi volesse godere il fresco notturno. Ci occupammo il dì seguente del trasbordo delle nostre robe, e dell’assestamento delle nostre celle, mentre andava a poco a poco formandosi il carico del bastimento, e nuovi passeggeri giungevano ad occuparlo. Venne così a comporsi nel salotto una eletta società, in massima parte di ufficiali russi, e di una signora che allo spirito sciorinato in purissima lingua francese, alla considerazione ond’era circondata, palesava la distinzione dei suo rango, come ne’ tratti dei viso le traccie d’una passata bellezza. Era la contessa Freigang, moglie d’un generale, antico capo della stazione navale di Baku, ed ora trasferito ad altra sede nell’interno dell’impero.

Il Bariatinski avea portato i giornali di Mosca e di Pietroburgo accumulati da due settimane, pieni di gravissime notizie per noi. Gli ufficiali russi, con visibile commozione al saperci italiani, gareggiavano nel tradurle e nel commentarle, esprimendo anche in questa circostanza la profonda simpatia pel nostro paese, e la ammirazione per la grande personalità di Garibaldi che abbiamo sempre e dapertutto incontrate in Russia. Mancano le parole ad esprimere la costernazione e lo stupore onde fummo compresi al racconto del nuovo estremo cimento della nostra patria, e della fatalità che lo volle scongiurato col sangue sui campi di Aspromonte!

Coll’animo straziato ed il pensiero travolto ne’ turbini di un imprevedibile che la distanza de’ luoghi rendeva più tetro, rimanemmo ancora tre giorni nella rada di Baku. La matina del 22 giungemmo in faccia a Derbend. Il signor Alessandro Dumas, che già era stato tema principale delle nostre conversazioni colla signora contessa Freigang, venne ancora alla nostra memoria. In Torino, pochi giorni prima della nostra partenza, conferendo con me e con Lessona, trasfondendoci, collo splendido colorito della sua parola, le sue impressioni di viaggio ne’ paesi stessi che avremmo dovuto percorrere, ci aveva fatto promettere di visitare questa così singolare città, e la gran muraglia e la porta di ferro. Era quindi per noi quasi lo sciogliere un voto lo sbarcare: ma il mare era grosso, e molta la distanza dal lido, ed il capitano da noi interrogato rispondeva che non poteva assicurarci poi la possibilità del ritorno a bordo. Questo bastò per farci rientrar subito nei limiti di quella prudenza che era stata fino allora la nostra scorta, e restar paghi di rimirare la città dal ponte del bastimento. Il panorama era per verità stupendo. Le case di stile tutto orientale, stipate sull’erto pendio del monte ed allineate da strade l’una sull’altra parallele fra loro ed alla spiaggia, la muraglia che s’inerpica sul monte, e ricingendo strettamente la città la isola dal circostante rupestre deserto, danno a Derbend un tale carattere, che descritto colla fedeltà della prospettiva può sembrare ancora fantasia di romanziere[64].

Sul far della sera fu ridato il moto alle ruote, ed inanzi l’alba si gettò l’ancora a Petrowsk, per rimanervi buona parte del giorno. È questa una piccola città affatto nuova, con belle case, ed un forte che domina la spiaggia. I magazzini, ed un grande molo che trovammo in costruzione molto inoltrata, lasciano credere che il governo russo voglia farne la principale stazione navale del Caspio, qui soltanto essendo possibile, per tutta la sponda occidentale di questo mare, un simulacro di porto. Dietro la città surge un monte col dosso prolungato così regolarmente da rassomigliare ad un piccolo Iura. In distanza, in un valloncino, appicciccata alla roccia come un nido d’aquila, vedesi la città lesghiana. La sponda presentasi qui ancora costituita della stessa calcarea di Baku.

Era giorno di mercato, e la piazza vedevasi animata di cenciosi Lesghi dalla truce fisionomia, di soldati russi, ed anche di qualche elegante gonnella. Incontrato un carro di pescagione che andava al peso publico, lo seguii da vicino, finchè la merce fu riversata in grandi corbe. Erano tutti lucci, tinche e carpe. Ecco i bei pesci marini del Caspio!

Nella sera, quando ancora stavamo seduti alla tavola del pranzo, e il Bariatinski avea preso il largo, fummo assaliti da una violenta bufera. Il fischio orribile del vento, l’impeto delle ondate sui fianchi della nave, il forte rullìo, il tumulto dei passaggeri sbattuti sul ponte, il passo concitato e le grida del capitano e de’ marinai, producevano un baccano infernale. Fu prudenza l’ardire del capitano di avvicinarsi alla costa e gettar l’ancora, e così fummo salvi. Il giorno dopo, dileguata rapidamente la tempesta, vedemmo tutta la gravezza dell’incorso pericolo. Il capitano stesso ci assicurò che in tanti anni di navigazione sul Caspio non s’era mai trovato così prossimo al naufragio. Tre valigie erano state svelte da una furiosa ondata e gettate in mare, un gran numero di colli avea sofferto avaria, ed una donna piangeva dirottamente i suoi rubli di carta macerati. Il Bariatinski avea ripreso felicemente il suo corso, quando visto in distanza un segnale d’allarme deviò prontamente a quella volta. Era un bastimento mercantile, che veniva da Astrakan, diretto a Petrowsk, e sbattuto dalla burrasca, avendo perduto l’albero maestro ed il timone, ebbe la buona ventura d’esser preso a rimorchio e ricondotto al punto d’ond’era partito.

La matina del 25 eravamo già pervenuti ai bassi fondi, ove le grosse navi corrono pericolo d’arenarsi. Alcuni anni prima, infatti, il piroscafo Costantino, incappatovi a 60 verste dalla spiaggia, rimase condannato all’immobilità per due intieri mesi, co’ suoi passaggeri a bordo. Dopo questo avvenimento il governo russo ha fatto costrurre dei piccoli rimorchiatori che ricevono il carico de’ piroscafi corrieri, e lo trasportano ad Astrakan. Dovemmo adunque passare noi medesimi, colla folla stipata degli altri passaggeri, e l’ingombro dei colli e delle mercanzie, quali su di un grande barcone piatto, quali sul rimorchiatore stesso, che trascinò eziandio per altre cinque leghe il Bariatinski vuoto, e il bastimento salvato. La terra non era peranco in vista, e già potevamo bevere l’aqua dolcissima del Volga.

Dopo alcune ore il verde dei canneti che spuntano già in distanza, qualche isolotto a fior d’aqua, sparse navi ancorate, fra le quali un bastimento da guerra impegnato nelle sabbie, poi qualche capanna di doganieri e di pescatori, ci annunciarono il gran delta del fiume. Alle due pomeridiane fummo accostati dalla barca della dogana, ed un commissario montò a bordo per le perlustrazioni del suo officio. Quanto ci aveano detto del rigore e delle vessazioni delle dogane russe fu pienamente smentito, e noi in particolare fummo trattati con tutti i riguardi che si usano verso i diplomatici, cioè col non aprire tampoco le casse e le valigie di nostra pertinenza.

Eravamo frattanto entrati nel braccio principale tra gli ottanta in cui si decompone al suo sbocco il maggior fiume d’Europa; e il dì seguente, allo spuntar del sole, approdammo ad Astrakan.

Alcuni de’ miei compagni si occuparono immediatamente delle disposizioni per continuare il viaggio. Lessona prostrato dalla febre avea bisogno urgente di riposo e di un asilo almeno tranquillo per qualche giorno, e questo fu subito trovato a pochi passi, chè la scelta dell’albergo non era imbarazzante. Questa città così grande, così commerciante, così ricca, non ne conta più di tre, tutti di infima classe. Fidandoci dell’esterno entrammo in quello che poteva passare per il meno sucido, ove ci furono aperte quattro camerette anguste come celle da prigione, colle pareti di semplici assite, ed il mobiliare composto in tutto di due sedie, di un tavolino, e di un canapè duro, appena largo e non tanto lungo quanto la persona, senza nè cuscini nè coperte. Per buona ventura avevamo ancora qualche materasso di scorta, e la fibra temprata da sei mesi all’abbandono di ogni mollezza.

Astrakan, come del resto la massima parte delle città sul Volga, è formata di due parti: d’un gran sobborgo con case di legno lungo il fiume, e della città con spaziose lunghe contrade rettilinee, eleganti case in muratura, di stile severo e maestoso, e belle botteghe riccamente fornite di mercanzie d’Europa.

La via principale del sobborgo scorre parallela al fiume, e nello spazio frapposto sta il folto delle abitazioni, degli emporj, e degli officj delle compagnie di navigazione. Questa parte della città vive della vita della principale arteria commerciale della Russia, e dell’affluenza della pesca del Caspio. La quantità di minuto pesce che si consuma fresco sul luogo, o secco e salato viene spacciato a prezzo vilissimo per grande estensione di paese, è ancora un nulla al paragone dell’immenso produtto degli storioni, delle aringhe e delle foche, che viene qui preparato e convertito in generi del grande commercio, con grande profitto anche delle saline erariali. Stanno allineati in gran numero sulla riva grandi barconi, vivaj riboccanti di pesci, fra i quali è sovratutto da segnalarsi il delizioso sterletto, pienamente meritevole del pregio in cui è tenuto dai sibariti russi. Il pesce morto che si espone sui banchi del mercato, relativamente in assai scarsa quantità, e solo pel consumo giornaliero, è poco meno che sprezzato. I grossi storioni che affluiscono a questo centro di manipolazione vengono subito sventrati e fatti a pezzi. La carne, e specialmente la musculatura del dorso, è acconciata col sale e seccata; le ovaia, spogliate degli inviluppi membranosi e salate in barili, danno il caviar (_ikra_), di cui si fa uso così esteso, così generale e quasi prescritto all’antipasto (_zakuska_). I lunghi rigorosi digiuni del rito greco concorrono in gran parte a mantener viva la consumazione dell’immensa quantità di materia alimentare che le grandi pescaje caspiche versano annualmente sul mercato. Un produtto di grande importanza, un vero monopolio di Astrakan, è la colla di pesce, tanto ricercata, come sostanza di prima necessità in diverse industrie. Le foche, provenienti in massima parte dai banchi e dalle isole della sponda orientale del Caspio, danno un cospicuo provento nel grasso e nelle pelli. L’aringa o _beschenka_ (_Clupea pontica_), rimonta il Volga in banchi talmente enormi da suggerire e quasi render scusabile lo scialaquo che si fa di tanta abondanza col non tener conto che dell’olio. Si può calcolare la preda ordinaria annuale di questo pesce, nella parte inferiore del Volga, a 50 millioni di teste. Il consiglio di non lasciar andare tutta dispersa una così ingente massa di buona sostanza alimentare non fu ascoltato che tardi e soltanto in assai ristretta misura. Gli eccitamenti del signor de Baer non ottennero qualche effetto se non durante la guerra della Crimea. Nel 1855 10 millioni di aringhe salate (200,000 _pud_) furono messe in commercio, con grande profitto de’ privati e del publico erario, e rappresentarono un capitale di 153,600 rubli; mentre la stessa quantità di pesca semplicemente manipolata per l’estrazione dell’olio, non avrebbe dato che 10,000 _pud_ di questa sostanza, per un capitale di 10,000 rubli.

Il produtto della grande pesca alla quale attendono non meno di 4,000 barche, fu per la provincia di Astrakan, nel 1861 il seguente.

Beluga (_Accipenser huso_) 35,500 teste Osotr (_A. Güldenstädtii_) 50,000 — Sevringa (_A. stellatus_) 200,000 — Ikra (_caviar_) 8,000 _pud_ Colla di prima qualità 600 — Fasci musculari dorsali 600 — Foche 50,000 teste

La provincia di Astrakan occupa una superficie di 185,550 verste quadrate, con una popolazione stabile di 550 mila abitanti (50,000 nella sola città principale), ed altrettanto di popolazione mobile, di Tartari, Kirgisi e Calmucchi dati alla pastorizia. Il terreno è piano, sabbioso, solcato dalle inumerevoli diramazioni del Volga, che ristagnano in molte paludi. Facendo anche una larga parte alle steppe della parte occidentale della provincia, popolate dalle tribù de’ Calmucchi, una grande estensione del terreno è di sua natura fertilissima, eppure inculta per difetto di braccia. Scarsa è la stessa produzione del riso per rispetto al grande consumo che fanno di questo genere gli orientali, ed alla vastità del terreno irrigabile[65].

La produzione del bestiame è invece considerevolissima. Quella de’ soli cavalli ascende al numero di 230,000 teste, numero che sarebbe forse raddoppiato ove si tenesse calcolo delle immense mandre allevate dai Kirgisi nomadi, e che in una parte dell’anno passano nel vicino governo di Orenburgo, o fra le tribù indipendenti. V’hanno inoltre

Buoi 500,000 Montoni 1,500,000 Capre 610,000 Camelli 30,000 Porci 50,000

La provincia di Astrakan comprende anche non meno di 140 laghi salati, de’ quali uno solo, quello di Elton, per verità il maggiore, potrebbe somministrare tutta la quantità di sale che può occorrere a metà della Russia.

Nel 1861 le saline di questa sola provincia produssero 5,500,000 _pud_ di sale, smerciato a 35 _kopecki_ il _pud_; oltre 80,000 _pud_ di solfato di soda per le vetraje.

Importante è anche il produtto delle pelli, specialmente de’ montoni. Quelle che si conoscono in Europa col nome appunto di Astrakan, provengono però in massima parte da Bokara.

Rimanemmo in Astrakan tre giorni; e qui incominciammo a rincivilire, rientrati ormai nell’ambiente della società europea. Fummo accolti dal governatore, signor Deshayes, di stirpe francese, con ogni maniera di cortesia, invitati a pranzo, e ad un convegno, nelle splendide sale della sua residenza, della più eletta società di Astrakan. Era un concerto di beneficenza, nel quale i primi onori toccarono alla consorte stessa del governatore, molto gentile e avvenente dama, che eseguì deliziosamente, colla sua voce pura e soave, alcune belle melodie del genio italiano.

La febre di Lessona avea preso un tale aspetto di gravezza da incuterci molto serie apprensioni, ma poi una forte dose di chinina data a tempo restituì talmente le forze da render possibile la continuazione immediata del viaggio, calcolando anche sui lunghi giorni che dovevamo passare sul Volga, in condizioni certo non più disagiate di quelle che ci offriva l’albergo di Astrakan. Ci liberammo degli oggetti più pesanti e voluminosi divenuti ormai inutili, lasciandoli in regalo ad un povero savojardo che aveva fatto presso noi l’officio di servitore e di interprete, e trovavasi balestrato in questa estrema parte d’Europa, come disertore dell’esercito sardo. Il 28 passammo sul piroscafo _Likoi_, riunendoci ancora all’ottima famiglia Nicolas, dalla quale non dovevamo separarci che a Berlino.