Chapter 1 of 18 · 2321 words · ~12 min read

XXI.

SOPRA UNA TOMBA.

Giorgio, sebbene l’immagine di suo padre non l’abbandonasse un istante, non si era ancora recato a visitarlo al suo sepolcreto, perchè era sicuro che il primo mezzo per onorarlo era di attendere ai negozi abbastanza intricati e di rendere felice la sua famiglia. Le donne avevano adempiuto per lui al pietoso ufficio.

Una sera però si sentì oltre l’usato melanconico e dolente: un fiero spasimo contorcevagli il cuore e provava un insuperabile bisogno di esser solo e di piangere. Uscì di casa, infilò la prima viottoletta, si pose a camminare senza direzione e senza scopo, sebbene nel turbine di pensieri che gli rombava nel cervello, uno più possente degli altri lo dominasse e guidasse i suoi passi. Andò lungo tratto di via a capo chino, ora cogli occhi al cielo, ora arrestandosi dinanzi al mormorio d’un’acqua corrente come se dovesse favellare con essa, ora spezzando i rami d’albero che gli si paravano innanzi, come se volesse trarre vendetta di un nemico, distratto, assorto, non vedendo e non udendo nulla, nè coi sensi, nè collo spirito, di quanto lo circondava.

Già era giunto alla siepe d’albospino che egli stesso aveva piantato, e non se ne era accorto; sicchè sorpreso e quasi irritato di quell’oggetto che si frapponeva alla corrente delle sue meditazioni, s’arretrò di botto, alzando la testa e guardando, fissamente il luogo in cui si trovava.

Era la tomba di suo padre. Scosse un fremito passeggiero come tocco di scintilla elettrica, entrò nel piccolo cancelletto della barriera, andò al tumulo, vi si prostese, immerse la sua faccia nell’erba che l’incoronava, e vi rimase a lungo come persona morta. Quando levò la faccia inzuppata di pianto, s’assise sul tumulo stesso, colla fronte appoggiata a una mano, l’occhio vagante nell’infinito, muto, insensibile e quasi sculturale.

Durava così il tacito colloquio da pochi minuti, quando una forma umana uscì dalle file dei cipressi dietro alle spalle di Giorgio, sola rompendo col fruscio della lunga veste il silenzio profondo della selva eridania. Giorgio non intese, e solo quando l’umana forma gli passò davanti, scosse il letargo e la guardò. La guardò e la riconobbe. — La riconobbe e impallidì, e si imporporò ad un tempo, e le lagrime gli si disseccarono e il sangue gli rimase al cuore; tentò alzarsi e nol potè, cercò la voce e non trovò che una parola affiacchita: «Giusta!»

— Sono io, signor Giorgio, vi disturbo, lo so, ed era per andarmene; ma per uscire dalla siepe dovea passarvi dinanzi..... Scusatemi.

— Oh, signora Giusta.... realmente la siepe è un po’ alta.... perdonate a me. Capisco che non so bene quel che mi dico. La vostra comparsa fu sì improvvisa.... e insperata.

— Lo credo. E’ pare che siamo destinati ad incontrarci sempre nei luoghi solitari!

— Eh sì.... ma l’altra volta era ben in altro luogo.... ed era io che vi sorprendeva e la cosa cambia assai. Poi, vi dico il vero, era così lontano dall’aspettarmi.... l’onore — (voleva dire la consolazione, ma non ardì) — d’una vostra visita qui, che non sono ancora rimesso dallo stordimento. Perdono ancora — fece Giorgio alzandosi e interamente riavuto. — Volete sedervi qui? l’erba cresce sì molle in questi tristi luoghi! O volete che v’accompagni fuori del bosco?

— Grazie.... la strada questa volta la so.... mi sederò poichè lo permettete. — E i due giovani si assisero sul tumulo che per essere stretto li obbligava a restare molto vicini.

— Vi siete venuta molte volte? — riprese Giorgio, guardando fisa la fanciulla.

— Molte no — ma perchè nasconderlo? alcune sì.

— E posso osare di chiedervi il perchè?

— Il perchè? Voi dovreste intenderlo, o Giorgio. Sono un po’ romantica e mi piacciono le stranezze sentimentali.

— Oh, non dite così!... nol crederò mai.

— Ebbene vi dirò anche che sono sovente triste. Quando la melanconia mi coglie scappo di casa e corro nei prati, pei boschi, sui sentieri abbandonati... dove mi capita. Ho veduto questa selva e me ne piacque il silenzio e vi ritornai volentieri. Come vi trovai una tomba, quella di vostro padre, o Giorgio, la foresta mi venne ancor più cara e decisi di visitarla spesso.

— Non è tutto, signora Giusta. Dite che in voi pure s’è desto il culto delle sante cose; dite che il visitar questa fossa maledetta dagli uomini vi parve una protesta coraggiosa e un ufficio gentile; dite che avete voluto dividere con noi, orfani, il tributo di compianto che rendiamo all’uomo che è qui dentro.... dite questo e vi crederò... Rispondete, signora Giusta, di chi sono queste viole sparse qui sulla terra?... Di mia madre nè di mia sorella nol sono, perchè gli è più di tre giorni ch’esse non vengono qui.

— Sono mie.... e mi concederete, o Giorgio, che passare dinanzi alla tomba di un defunto senza gettarle un fiore gli è peggio ancora che passare dinanzi a un povero senza gettargli un soldo.

— Lo concedo sì.... ma concedete a me di dirvi che siete una santa.... ma sappiate che da quest’ora io v’appartengo.... Mi credono un fanciullo ma non è così... io posso nulla ma la mia vita è vostra. Non so quale servigio possa rendersi ad una fanciulla oggi. Un tempo davano la vita, ora non so; ma tutto quello che voi chiederete l’avrete da me. Non potrei mentirvi in questo sito. Io dubito che abbiate dei corrucci, che la vostra casa deve contenere dei terribili misteri ai quali non aveste che l’iniziazione della vittima.... Ma comunque, se io, la mia casa, tutto quel po’ che avanza ai Santafiori valesse a mitigare un solo dei vostri dolori, ad appagare un solo dei vostri desiderii, sappiate ch’io non crederò mai di avere fatto abbastanza che valga il profumo che sfugge da una sola di queste viole, che ricompensi una sola delle occhiate di pietà che avete gettate su questa tomba scomunicata.

Giorgio s’era esaltato e la parola, che prima uscivagli balzana e stentata, sgorgò in sul fluire ardente e veloce. L’agitazione gli aveva offuscato quel sentimento riguardoso che il luogo e la persona gli imponevano, e si era accostato a Giusta tanto che oramai le teste dei due giovani potevano toccarsi.

Per questo Giusta, commossa quanto il suo interlocutore, ma preservata dal natìo pudore, indietreggiò alquanto senza nessuna espressione di rimprovero o di esagerato decoro, ma che tuttavia gelò in un subito il repentino entusiasmo di Giorgio.

E poichè come dicemmo egli non voleva confessare d’amarla, l’atto della fanciulla lo richiamò al suo proponimento, e lo sforzò quasi a gettare un po’ d’acqua fresca su tutto quel bollore che egli aveva lasciato scappare per la via della gratitudine, ma che era già entrato in quella dell’amore, e architettò nella testa quest’altro discorso il quale non poteva essere nè più goffo nè più ingiusto.

— Scusatemi, signora Giusta, non è la prima volta che siamo soli e potete avere fiducia nel mio onore. In qualunque luogo vi trovassi non vi mancherei mai di rispetto, ma qui, sotto gli occhi di mio padre, mi farei piuttosto ardere vivo. So, non ne dubitate, quale distanza mi separa da voi.... io sono povero e sfortunato e voi siete ricca e destinata alla fortuna. Vi ho confessata la mia gratitudine, perchè questo sentimento è più forte di me stesso e non potea reprimerlo. Esso potrà esservi indifferente, lo capisco, ma non offendetevi.

— Basta così, signor Giorgio.... Voi non sapete più quel che vi dite. — E la fanciulla, voltate le spalle al suo interlocutore, abbandonò il sacrato e s’incamminò verso l’uscita del bosco.

Giorgio restò senza fiato e senza moto a contemplare Giusta che spariva fra gli alberi, quasi incredulo che egli avesse potuto lacerare colle proprie mani la più bella, la sola larva poetica che gli sorridesse ancora sulla terra.

La fanciulla camminava celeremente e si era allontanata d’un buon tratto di strada, ma pensava; e più pensava più sentiva che il passo le si rallentava; una forza più potente del suo sdegno la tratteneva e finì coll’arrestarsi.

— Povero Giorgio! perchè gli aggiungerò a tanti dolori anche questo disgusto? Non poteva certo volermi offendere.... egli che mi ama, sebbene lo neghi. — E senza altro riflettere ritornò sopra i suoi passi e rientrò ancor non vista nel sacrato dove Giorgio era rimasto colla testa fra le mani, colle dita abbrancate nei capelli, preso da una specie di vertigine mentale.

— Giorgio — fece la giovinetta, toccandogli appena la spalla.

Giorgio la rivide, balzò in piedi, si precipitò alle sue ginocchia, e stringendole convulsivamente la mano gridava:

— Perdono... perdono....

— Vi ho perdonato. Ora tocca a voi a perdonarmi il mio atto di dispetto.

— L’ho meritato.

— No, voi siete infelice e l’infelicità rende aspri e diffidenti. Io doveva comprendervi, Giorgio, e in luogo di volgervi le spalle, stendervi la mano come faccio ora, e in luogo della vostra gratitudine chiedervi la vostra amicizia.

— L’avete da lungo tempo, Giusta — rispose Giorgio rasserenato e tornando a risentire i suoi scrupoli amorosi — e se non ho osato proferirvela si è che.... — e s’arrestava di nuovo.

— Che cosa? — rispose Giusta, gioendo interiormente e ormai deliberata a provocare una spiegazione (da tanto tempo desiderata) e di cui il cuor suo aveva bisogno. Certo ella arrivava talvolta a manifestazioni che, adoprate da una men giovane o men pura di lei, sarebbero parse civetterie, e osservate da uno men cieco di Giorgio avrebbero espresso meglio che le parole i sentimenti di quell’anima. Ma, lo ripetiamo, essa amava, e non sapeva nascondere il suo affetto come colei che ignorava il male, il male maggiore dei nostri tempi, la vergogna del bene. A noi del resto la ritrosìa parve spesso una larva della scaltrezza, e l’ars velare artem in femmine principalmente, è assai più pericolosa dell’ingenuo abbandono e della pudica schiettezza.

— Si è che — riprese il giovane — se vi avessi confessata questa amicizia or sono dodici mesi, credete voi che oggi potrei padroneggiare il mio cuore? E che sarebbe avvenuto, Giusta, di me, se un giorno non potendo più ingannarmi o ingannarvi, dissimulare o tacere, vi avessi gettato ai piedi la dichiarazione di un affetto che non era quello che mi era permesso di nutrire per voi, che non era quello che voi nutrivate per me?... ve lo lascio pensare. Se aveste rifiutato, avreste uccisa ogni gioia della mia vita.... se accettato, vi sareste incatenata a un destino tetro e maledetto, e non avremmo avuto altra consolazione nel naufragio che di sommergerci insieme.

— Che importa — disse Giusta pensatamente. Mano mano che essa scopriva l’arte falsa di Giorgio per negarle l’affetto, più ella si sentiva deliberata a confessarlo interamente.

— Che importa? — esclamò il giovane un po’ sbalordito — ma pensate voi, Giusta, tutto il valore di quel che mi dite; sapete voi quanto bene e quanto male può racchiudere una vostra parola? Voi siete troppo buona per trastullarvi col cuore d’un giovane.

Giusta stette alquanto pensierosa, guardò a lungo Giorgio, indi, come vinta da un interno divisamento, proruppe:

— Ascoltatemi bene, o Giorgio. Non so che valga l’essere ricca.... so bene piuttosto che la mia ricchezza non mi ha dato un solo minuto di gioia.... Pensate a vostro padre, pensate al mio, e dite chi di noi due deve abbassare la testa, se io ricca o voi povero! Voi non lo crederete, Giorgio, e vi parrà superbia la mia, ma sono più infelice di voi. Voi foste percosso da fiere sventure, e non son molti giorni dalla suprema; ma lasciate che ve lo dica, delle vostre sventure il cuore può consolarsi. Quando si ha una famiglia come la vostra, i conforti non mancano mai; quando si è vissuti in mezzo alle pure dolcezze ed ai santi esempi che vostro padre ha versato sul vostro capo, le avversità ponno lasciare qualche ruga sul volto, ma passano via senza offendere lo spirito. Sapete voi quale è la sventura che non si vince e non si guarisce? La lotta con sè stessi, l’isolamento del cuore, la morte dell’anima. Sapete voi il tormento che non lascia un’ora di pace? Il pensiero d’essere circondati da quelli che non possono e non vogliono intendervi; d’avere un ideale e di vedervelo ogni giorno stracciato sul viso; d’avere una fede e di vedervela ogni giorno insultata....; d’avere nell’anima amore e di respirare d’intorno a voi odio; d’essere puro e di assorbire i miasmi della colpa; sentir desiderio d’abbracciare vostro padre.... e, mio Dio; non poterlo. Questa è la sciagura vera, incurabile, mortale. Vedete, o Giorgio, ch’io non potrei scherzare.... Vedete che il bisogno d’un anima che risponda alla mia non è un capriccio, vedete che se voi mi profferiste anche più della vostra amicizia sarei io che dovrei benedirvi.

Solo un mentecatto non avrebbe inteso; e prima ancora che la fanciulla avesse finito, Giorgio si era gettato — no, non è la parola — si era lasciato cascare nelle braccia di Giusta, ed avea stampato le sue labbra, divampanti di tutta la sete di quella passione tanto tempo contenuta, su quella fronte illuminata dalla celeste aureola dell’amore. Giusta, non indietreggiò, nol respinse; e quelle due anime giovani ed innocenti si smarrirono, come Mario e Cosetta, nel delirio del primo ed ultimo bacio. Quando si disciolsero, Giorgio tremava, Giusta aveva gli occhi rossi, ma irradiava da tutto il suo volto fiamme di angelica gioia. Il giovinetto nel volgere gli occhi vide la tomba del padre e s’abbrunì, e indicandola a Giusta disse: — È questo un ben triste auspicio a un giuramento d’amore.

— No, l’amore è più forte che la morte — fece la fanciulla ponendo la sua nella destra di Giorgio e risuggellando su quella lugubre ara il giuramento eterno dei loro cuori.

PARTE SECONDA.

IL FIGLIO

— Où va tu, jeune soldat?...

— Je vais combattre pour les lois eternelles descendues d’en haut.

— Que tes armes soient bénies, jeune soldat!

LAMENNAIS — _Parole d’un Croyant_.