I.
È IL DÌ DEI COSCRITTI.
Il giorno in cui i coscritti s’adunano al palazzo del comune per tirare il numero, passa inosservato nell’obblioso oceano delle grandi città, ma per un villaggio è solenne e memorabile quanto lo può essere il battesimo d’una nuova campana o il passaggio, con rispetto parlando, d’un principe ereditario.
Il paesello quel dì è melanconico: i campi son deserti di lavoratori; le mandre muggono abbandonate nei vaccili; le fanciulle si lascian cascar di mano i lavori, e le madri si stringono replicatamente al petto i portati delle loro viscere come se con quelli abbracciamenti volessero scongiurare la sorte che pende sui loro capi.
Tutti sentono che la famiglia — perocchè un villaggio è una famiglia dove ciascuno si conosce per nome e s’accompagna dalla culla alla fossa — tutti sentono, diciamo, che la famiglia va ed essere vedovata dei migliori figliuoli, e il lavoro privato delle braccia più vigorose; talchè persino i più incalliti ed egoisti, non fosse altro per quella brutta ragione del tornaconto, la quale fa parer belle certe azioni che in fondo nol sono, si trovano spinti ad espandere quel po’ di carità che rampolla in loro in mezzo al pelo del cuore.
Se il dottore e lo speziale — diciamo questi perchè sono, come ognuno sa, i soliti politicanti della comunità, — si peritano a qualche perorazione «sugli obblighi del cittadino» o «sulla necessità di Stato» non è improbabile il caso che qualche giovinotto bell’umore, di quelli cui la leva piace come al montanino il mal di mare, risponda alle arringhe degli onorevoli oratori collo stesso frasario che il senatore schiavista della Carolina del Sud adoperò contro il suo oppositore umanitario in pien Senato americano.
E non vogliam dire che le busse tengan per ragioni nè nel vecchio nè nel nuovo mondo; vogliam dire soltanto che in quell’ora quasi mortale in cui i figli stan per essere divelti ai parenti e alle fidanzate gli sposi, tanta è la passione e la concitazione degli animi in povere genti che non han altro bene che il loro focolare e il loro solco, che nessuna ragione pare buona, se non quella che parla per essi, e con essi piange e deplora.
Quando nel fesso d’una roccia crepita una fiamma viva, e voi vi gettate sopra acqua diaccia, anzichè spegnere la fiamma, spaccate la roccia.
Ora il 7 settembre 1820, era una di quelle giornate per il piccolo villaggio di X.... Numerosi capannelli fin dal mattino ingombrano la piazzuola del comune. Nel mezzo il crocchio più numeroso che canta in un tuono rauco e melanconico una vecchia cantilena d’amore; sono i coscritti che pensano la tristezza star bene affogata nel bicchiere, e il cuore doversi intronare di risa perchè non oda i singhiozzi del dolore. Cattivi medici e peggior medicina!...
In sui canti, o passeggiando, altri giovani messi come i primi alla sorte; taluni si bisbigliano mesti addii, altri raccomandano agli amici le case e le donne, pochi ascoltano silenziosi e indifferenti i racconti di qualche veterano che ha veduto il grande esercito, Austerlitz e Moskowa. Frammisti a costoro i soliti curiosi e sfaccendati, che guizzano da un crocchio all’altro, beccando una novella di qua, e vomitandola di là, lasciando dovunque passano un atomo di fiele e una stilla di maldicenza, i due veri elementi primitivi del pettegolezzo e della poltroneria.
Più spiccati di tutti il parroco e il maresciallo de’ Carabinieri, a braccetto, solcando a passi solenni un tramite aperto dalla folla, sulla quale i due personaggi lasciavan cascare di quando in quando due occhiate sprezzanti e imperiose che parevano dire:
— Siamo il papato e l’impero, fateci largo.
Solamente, dobbiamo notarlo per fedeltà di cronisti, il parroco, il quale a confronto del maresciallo pareva un anitrocolo accanto ad uno struzzo, non poteva assolutamente appaiarsi col passo del suo gigantesco compagno, talchè era costretto trascinarsi dietro di lui, tenendosi agguantato al suo braccio per non perdere il beneficio di quel rimorchio e non restare arenato nella maramaglia. I pochi villani, che non avevano il rispetto della paura, non potevano tenersi dal ridere di quella pariglia così scompagnata; e se un filosofo fosse stato lì, avrebbe forse pensato alla terzina di Dante
. . . . . . . . . è giunta la spada Col pastorale; e l’una e l’altro insieme Per viva forza mal convien che vada;
o veduta, in quel gendarme che trascina via il prete, raffigurata tutta la storia moderna.
Il tocco delle 10 era fissato per l’estrazione del numero. Non appena cessarono di suonare al campanile del villaggio, la turba cominciò a ondulare e a sospingersi come quando un buffo repentino di borea agita una marina già prima tranquilla.
Il maresciallo dei carabinieri, che aveva stentorea la voce, come erculea la figura, gridò ai coscritti nel natio gianduia, sola lingua ufficiale a quei tempi:
— Avanti, giovinotti, facciamo presto!...
E poichè l’avviso aveva tutta l’aria del comando, i giovani designati presero la scala del comune e montarono volonterosi come le anime della barca di Caronte nel tragittare l’ultimo fiume.
In coda ad essi il resto della gente; ma come ognuno immagina, la sala del comune di X.... non misurava i trecento piedi di lunghezza ed i cento di larghezza della sala della Ragione di Padova, ed a mala pena capiva, oltre le tavole e le seggiole del sindaco e degli assessori appanciollati, una cinquantina di persone.
Per tal modo soltanto da dieci o dodici metà monelli e metà notabili, quelli per privilegio della piccolezza e questi per quello della grandezza, avevano potuto penetrare. Gli esclusi erano rimasti sul pianerottolo, sulla scalinata o sotto la porta ad aspettare la proclamazione.
Son sette i garzoni richiesti al comune. Son poste nell’urna le sette fortune Ciascun vi si accosta col tremito in cor.
Il primo ad essere chiamato fu il figlio stesso del sindaco, Adolfo Arena.
Quand’egli si mosse dal suo posto per andare all’urna, pareva che passasse un carico d’_acqua di Colonia_ e di pomata di _mille fiori_.
Accostossi all’urna colla testa alta, baldo e sprezzante; cavò una palla e senza nemmeno guardarla la diede a suo padre.
— _Quindici!_... — gridò questi mostrando con due dita la palla al pubblico e a’ suoi colleghi.
— _Quindici?!_... — ripeterono molti fra i coscritti in atto di sorpresa e quasi d’incredulità.
Ma il sindaco teneva sempre alto e visibile il numero come il cerretano della piazza fa colle uova che estrae dal viscere misterioso del suo sacco.
A vedere che quel riccone sfondolato, quel fannullone imbecille, che poteva col denaro delle pomate e delle essenze comperarsi _dieci cambii_, era così fortunato da sortire col numero più alto, un mormorìo sordo e lungo corse tutta la sala, mormorìo che voleva chiaramente significare al padre e al figliuolo:
— Non meritate la vostra fortuna.
Giorgio Santafiori, uno dei coscritti, fu il solo che si avvicinasse ad Adolfo e stringendogli la mano gli dicesse:
— Me ne congratulo di cuore. — E fu tosto la volta di Giorgio stesso.
Egli immerse lentamente la mano dentro l’urna, rimescolò le palle, ne estrasse una, la guardò, impallidì, ma pronunciò con voce abbastanza ferma e chiara.
— _Uno!_...
— _Uno_ — replicò sonoramente il sindaco colla stessa manovra.
Giorgio si mosse per uscire; molti di quei coscritti pensarono certamente in cuor loro:
— Meglio lui che noi; — ma tutti si sentivano il dovere di mostrarsi, pubblicamente almeno, tocchi dalla sua disgrazia; ciascuno gli aperse rispettosamente il passo fino alla scala.
Dopo Giorgio ci fu un momento di cicalìo, di colpi di tosse e di soffiate di naso.
Un maggiorente tra gli spettatori disse al vicino:
— Se quel giovane avesse avuto cervello, oggi potrebbe ancora pagarsi il _cambio_.
— Dite suo padre che doveva aver cervello — rispose il vicino.
E il maresciallo de’ Carabinieri, chinandosi all’orecchio del parroco che stavagli a dritta:
— È uno scavezzacollo di meno.
A cui il parroco, sempre sottovoce:
— È un eretico.
— Sarà dei primi a marciare — continuò il maresciallo; — e volgendosi al sindaco che aveva alla sua sinistra: — Non è vero, signor cavaliere?...
— Il _Buon Governo_ è nelle vostre mani, signor maresciallo: fate voi. Noi non possiamo che prestarvi l’appoggio della nostra autorità. Ma ripigliamo.
E il sindaco con la conosciuta sonorità chiamò un altro nome.
Un giovinotto alto, erculeo, color ciliegia, cogli occhi fiammeggianti ma piccini come quelli d’un falco, s’avanzò traballando fino alla tavola e cavò il suo numero.
— _Sette!_... — esclamò, e con rinforzo di trachea:
_Settanta?_...
Ma nello sforzo di porgere la palla al sindaco cadde rovescioni traverso la tavola e vi restò.
Il lettore, mi si lasci l’illusione d’averne almeno uno, abbandonerà volentieri gli altri coscritti alla loro partita di fortuna e seguiterà con me i passi degli altri personaggi che più ci debbono interessare.