II.
È UNA MADRE.
Giorgio Santafiori s’era diretto difilato a casa sua, l’ultima del paese. Il colpo che lo aveva percosso, l’avea quasi sbalordito, ma appena fuori e all’aria aperta si ricordò ch’era suo dovere mostrarsi uomo e comparire innanzi alle donne di sua famiglia più calmo e sereno che gli fosse possibile. Strada facendo pensava che se fosse una disgrazia da potersi nascondere o confessare più tardi, egli l’avrebbe fatto; ma come mai celare ciò che tutto il paese conosceva, che cento bocche si sarebbero affrettate a riportare a sua madre e a sua sorella caso mai l’ignorassero ancora?
— Se non si può nascondere la verità — diceva a sè stesso il giovane — bisogna almeno dar l’esempio del coraggio nel sopportarla.
E temendo d’essere pallido, suo malgrado mettevasi a correre a perdita di lena, per poter cancellare col rossore violento della corsa, la traccia di dolore dell’anima sua.
Ma Giorgio non poteva presentire che sua madre sapesse già tutto.
Balilla, il fratello minore del coscritto, uno di quei misteriosi fanciulli riboccanti di vitalità, padroneggiati da istinti generosi e selvaggi a un tempo, che a sette anni vi dicono delle parole così serie e così virili che vi fanno paura e sui quali pende certamente l’inesorabile dilemma «o grandi uomini o miserabili» secondochè nell’ora suprema della loro vita, nel passaggio decisivo dell’infanzia all’adolescenza — dall’istinto alla ragione — avranno trovato accanto a sè l’austera sentinella dell’educazione paterna, o l’ombra indulgente della compassione materna — Balilla, dicevamo, era uno di quegli scappatacci che s’era ficcato fra le gambe dei notabili per entrare nella sala; sicchè, appena intese la sorte del fratello, per la stessa via ond’era venuto, cioè fra le gambe sullodate, era sgattaiolato fuori della sala e a gambe levate era corso a casa sua a portare la novella.
— Mamma!... Livia! — gridò il fanciullo tutto sgolato, appena giunto sulla soglia — Giorgio ha cavato il numero _uno_.
Una martellata sul cervello, un ferro rovente nel cuore non potevano far più male a quelle due donne.
Nessuna svenne, perchè madre e figlia erano da lungo tempo temperate alla fiamma viva della sventura; ma si precipitarono l’una nelle braccia dell’altra, vinte da quell’angoscia che impedisce di piangere e di parlare. Passata quella prima ambascia la madre rivoltasi al figliuolo che aveste recata la novella:
— È impossibile!... — esclamò — è impossibile — e udendo nell’andito vicino i passi di Giorgio, si slanciò verso di esso ripetendo ancora. — Ah!... dimmi che non è vero Giorgio, dimmelo per pietà.
Giorgio balbettò alcune parole, e tutto il coraggio che aveva raccolto per istrada si disfece innanzi al dolore di sua madre. Dopo quel primo sfogo, la signora Rosalia — così chiamavano per tutto il paese la madre del nostro coscritto — si sentì più calma; quell’impeto di dolore abbonacciavasi: ma non come s’abbonaccia un oceano quando la bufera è passata, ma per sprofondarsi sempre più e impadronirsi dei centri della vita, per ingigantire colà non visto, silenzioso e implacabile.
Oh perchè mai quella donna che vedevasi tolto, è vero, il figliuolo ma non per sempre e forse per poco, provava uno spasimo che sarebbe stato solo legittimo dinnanzi a una tomba?... Il lettore che ci rivolgesse questa domanda continui questo racconto; per ora rispetti con noi i presagi e il dolore d’una madre.
I suoi figli le stavano d’attorno e cercavano riconfortarla: Livia rimutava i guanciali del seggiolone; Giorgio le sottoponeva ai piedi lo sgabelletto. Balilla si sforzava a portarle dei bicchieri d’acqua che si rovesciava incorreggibilmente addosso prima di giungere al segno.
Livia la sorella era più sensibile di tutti nella casa; essa tremava e aveva la febbre, ma pur tuttavia con quella virtù di rassegnazione, che è l’eroismo delle donne, trovava ancora la forza di dire:
— Via mamma!... Giorgio tornerà presto, gli daranno dei permessi come l’anno scorso a Michele.... Andrò io, se mai, a gettarmi ai piedi del Re.
— Del Re?!... — fece Giorgio sorridendo e diremmo sogghignando amaramente.
— Michele! — sospirò alla sua volta la signora Rosalia....
Vi fu un istante di pausa. Giorgio la interruppe levando la mano verso un quadro che pendeva alla parete di fronte a lui e esclamando:
— Quell’uomo solo m’avrebbe insegnato quel che bisognava fare quando non si vuol essere schiavi.
Le donne, il bambino, tutti, levarono gli occhi verso il quadro: era il ritratto del capo della famiglia, del marito di Rosalia, del padre di Giorgio, Livia e Balilla.
Stettero tutti quattro contemplando quella figura, quasi aspettando che parlasse, poi la madre per la prima inginocchiossi, e i figli l’imitarono assorti in un voto, in una preghiera comune.
Chi conosce la vita di quel vecchio innanzi alla cui immagine stava genuflessa quella famiglia, intenderà com’egli potesse essere invocato senza idolatria.
Se la Chiesa ha i suoi santi, perchè non li avrà la casa?
Quel giorno, Rocco, un vecchio contadino imbambolito, che faceva i grossi servizi della casa, non intendendo come un dispiacere così da poco potesse guastare l’appetito, dopo che egli avea proprio il giorno del funerale di sua moglie mangiato col miglior gusto del mondo la più bella tacchina del pollaio, — Rocco, diciamo, avea preparato il solito desinare, ma nessuno vi toccò, meno Balilla, per quella gran ragione dell’età che potrebbe, anche dai filosofi, essere data per spiegazione di molte cose buone e cattive senza bisogno di pescarle nelle monadi di Leibnizio o nei bernoccoli di Gall.
E certo quella legge che proporziona ai bambini le afflizioni è provvidenziale perchè li prepara alle maggiori prove dell’età adulta senza vulnerare troppo quella sensibilità che debbe essere la molla della loro virtù.
Passò l’ora del desinare, venne la sera e Giorgio s’era scostato un po’ da sua madre ed era montato nella sua stanza. Quivi tirò da un vecchio stipo alcuni scartafacci, ne sfogliò alcune pagine, poi giunto a un certo punto si lasciò cadere il capo fra le mani e sospirò.
— Ah!... mio padre aveva ragione: servitù e miseria!...
Frattanto la notte calava, e un’allegra banda di coscritti attraversava la strada sfilando in battaglia sotto le finestre del Santafiori e cantando a perdita di flato, con grande accompagnamento di strilli, uno stornello della contrada, del quale per caso conosciamo il tenore:
Va là bellina che il mio cor non falla Tu mi vorresti collo schioppo in spalla. Va là bellina ch’ora so il tuo male Tu vorresti sposare un caporale; Ma uccel di bosco non sta bene in gabbia E tu bellina creperai di rabbia.
Giorgio si scosse, s’affacciò alla finestra e dietro gli scuri socchiusi accompagnò lungamente collo sguardo quella spensierata comitiva, le cui voci si perdevano già nell’immenso sfondo della pianura eridania.
— Essi non lasciano nulla dietro di sè, mentre io....
E una lagrima lunga e silenziosa gli rigava la guancia....
Poi come spinto da un interno divisamento, prese da un canto un randello, e in punta di piedi, per non farsi udire dai suoi di casa, uscì per il muro del giardino e prese la via dei campi.