XIII.
LA PARTENZA DEL COSCRITTO.
Giorgio non aveva un giorno da perdere. Fra una settimana c’era la chiamata de’ coscritti, egli aveva bisogno di tornare a casa, di rivedere i suoi, d’aggiustare le sue faccende, di provvedere come che sia all’avvenire della sua famiglia; e la mattina dopo, abbracciato Ernesto, ripigliò la via del suo villaggio.
Percorrendola pensava alla rapida evoluzione che in pochi giorni s’era compita nell’anima sua, e alla nuova esistenza che l’attendeva, e non gli pareva quasi più d’essere lui. Egli che non avrebbe mai creduto potersi staccare da casa sua, che aveva sognata un’esistenza di domestica quiete tra sua madre ed una sposa; egli era balzato nell’ignoto mistero d’una congiura politica; egli s’era a un tratto gravato per volere d’un uomo, la cui parola era sacra, di un grande, terribile dovere che non poteva ormai nè discutere, nè ricusare, e che lo sforzava a passare a capo chino traverso alla dorata tela de’ suoi sogni e per adempiere il quale gli era d’uopo raccogliere tutte le forze della sua virtù; e sacrificar ogni cosa diletta più caramente, ad un principio, ad una bandiera, ad una potenza invisibile che si chiama la Patria, giurarle obbedienza, consacrarle la vita, e quella de’ suoi cari, votarsi per essa al martirio.
E non avea egli nella casa altri doveri, sacri almeno come quelli della patria? l’adempirli non era una milizia e una battaglia, meno gloriosa è vero, ma appunto per questo, più disinteressata?
Fra l’uomo che lotta nell’adempimento d’un’oscura missione e muore a tutti ignoto fuorchè all’affetto di pochi cuori, e l’eroe che ha per scena il mondo, per funerali la storia, qual’è il più grande e il più meritevole?
Aveva ragione suo padre d’imporgli quel dovere, aveva avuto ragione anch’egli di sacrificare tutto per gli altri, e risparmiare nulla per sè ed i suoi.....
— Giorgio, tu bestemmi — gridava dentro di sè giunto a questa parte del suo doloroso monologo.... Tuo padre era un sant’uomo; e tu devi inginocchiarti davanti alla sua volontà come a quella di Dio.... Ora la risoluzione è presa.... Del resto non è egli che mi ha imposti questi dilemmi.... è il destino. O esule.... perseguitato.... forse, miserabile sempre... O soldato combattente d’una giusta causa, o martire.... probabilmente.... La scelta non è dubbia.
Ernesto aveva ragione; Ferrero era la voce stessa di suo padre redivivo.
In questi pensieri giungeva al suo villaggio.
All’ingresso del paese il primo conoscente che incontrò fu _Leon_: esso gli era balzato incontro, ma in luogo d’accoglierlo col suo giocondo saluto, mugolava e gemeva, come se avesse avuto a dirgli una parola di compianto. Giunto in piazza, la bottega dello Speziale era ingombra della solita brigata, e gli parve di accorgersi che tutti lo guardavano e che alcuno dicesse: povero giovane!
Fatti ancora pochi passi, la campana della Chiesa cominciò a dare funebri rintocchi, che gli echeggiavano nell’anima come l’addio di un caro morente, alla fine giunse di faccia alla porta di casa sua.... Traversò il grande cortile, arrivò sotto il portico; due contadine luride e sinistre sedute vicino ad un fiasco bevevano e canticchiavano mezzo assonnate dal vino una monotona nenia. Giorgio che non aveva mai veduto quelle facce in casa sua si fermò e disse: — Chi siete?
— Siamo quelle che la devono vestire....
— Vestire? non m’avete l’aria di sarte alla moda, — disse Giorgio sorridendo, e non sapendo ancora su quale tema profferiva quel suo scherzo innocente.
Le due megere gli sghignazzarono dietro dicendo:
— Si lavora col figurino della morte, signor Giorgio.
Giorgio non aveva udito, ma in un angolo della sala aveva trovato stretti in un gruppo scultoriamente bello, il piccolo Balilla e Livia abbracciati, che piangevano in silenzio, insensibili a quanto li circondava.
— Livia! Balilla.... perchè piangete?
Livia alzò gli occhi, guardò Giorgio e non ebbe il coraggio e la forza di profferire una sola parola.
— Un’altra disgrazia.... nostra madre forse?
Livia scoppiò in un singhiozzo; Giorgio sapeva già la verità; scavalcò la scala per accertarsene, entrò in una stanza illuminata da un funebre cero.... — Vi giaceva sua madre morta.
Egli si gettò a’ piedi del letto e vi restò per più ore sprofondato in quel dolore senza lacrime e senza parole che assomiglia soltanto all’ambascia di chi affoga in una voragine senza rive. Pure doveva farsi coraggio, era il solo che se lo potesse fare e lo dovesse insegnare in quella casa.
Venne a scuoterlo una mano leggiera che si era posata sulla spalla. Alzò la fronte con piglio irato quasi per dire «lasciatemi» e incontrò lo sguardo calmo e carezzevole della sua Giusta.
Egli restò un istante immobile, attonito, stupito; la guardava e non poteva credere che fosse lei. Mormorò un tu! di meraviglia e d’incredulità, e poi vinto da un sentimento ancora più forte si precipitò a’ suoi piedi e il pianto lungamente soffocato dall’angoscia sgorgò a pieni rivi sulle sue guancie.
Giusta credeva cadere sotto l’emozione, ma tutta piena della sua missione consolatrice, si fece coraggio e parlò.
— Giorgio, io non poteva lasciarti solo in faccia a questo nuovo dolore. Io ho voluto provarti che vi è qualche cosa d’ancora più forte delle leggi del mondo, della volontà di mio padre, e della mia prigione: il tuo affetto. Stasera tornerò nella mia triste muda, ma tu saprai che v’è al mondo una povera fanciulla pronta a tutto per te e che s’è fatta delle tue sventure una religione, e di questa religione un amore. Giorgio, separiamoci... è necessario... io ti lascio per me questa promessa: felice, t’avrei amato, infelice, t’adorerò. Addio.
Giorgio volle trattenerla, ella aveva già osato troppo, e seguita da _Leon_ riguadagnò, traverso i sentieri de’ campi, casa sua.
Sua madre era appena scesa nella fossa, fattale scavare dal figlio vicino a quella di suo padre, quando al suono della campana del comune era pubblicato il bando della partenza dei coscritti.
Giorgio corse all’inferriata di Giusta e le annunciò il mutato proposito.
— Parto: seguo il tuo consiglio e quello d’altri amici. Ma vado incontro a un terribile avvenire ed io non ho il coraggio d’incatenare la tua giovine e quieta esistenza, al mio torbido destino. Giusta, per quanto mi costi, io, se lo vuoi, ti restituisco la tua parola.
— Giorgio, io vi perdono l’amara offesa che mi fate. Eccovi questi capelli..... dentro il medaglione ho ricamato io stessa queste parole «_Vostra o di Dio_» sento che nessuna violenza umana potrà farmi tradire questo giuramento.
Promisero scriversi, promisero rivedersi tutte le volte che fosse stato possibile, e colla fortezza di due anime eroiche votate al martirio si separarono.
Giorgio impiegò i pochi giorni che gli restavano a pagare i debiti, a liquidare l’ormai esausto suo patrimonio, ed a provvedere alla meglio al pane de’ suoi fratelli, Balilla, e Livia, che le raddoppiate sventure avevano sempre più confermati ne’ sentimenti e nelle pratiche della religione e staccati dalle speranze di questo mondo.
Livia aveva deciso finire i suoi giorni in un convento e null’altro aspettava per dar esecuzione a questo suo voto fuorchè il piccolo Balilla fosse cresciuto tanto da avere un’arte in mano, e un asilo sicuro per i suoi giovani anni.
Venne alla fine la mattina del gran giorno; i coscritti erano fino dall’alba radunati nella piazza del Comune, e aspettavano il maresciallo de’ carabinieri che li venisse a scortare fino alla città vicina, dove con un’altra scorta sarebbero proceduti fino a Torino.
Erano tristi, scontenti, abbattuti; alcuni bisbigliavano nei canti dolci promesse alle loro belle; altri reggevano sul petto una madre che singhiozzava tacitamente; altri si tenevan discosti seduti sopra una pietra col capo tra le mani a pensare.
Scorsa mezz’ora comparve il Maresciallo con quattro carabinieri, e dietro a loro quasi subito anche Giorgio Santafiori.
Il Maresciallo prese un ruolo, chiamò uno per uno, li numerò, li fece schierare, ordinò il silenzio, un per _fianco destro_ e _marsch!_ Giorgio era alla testa.
Tutto il paese era fuori a vedere la partenza del mesto convoglio....
Era un salutarsi, un agitar di cappelli, un mandar d’augurii, e un lacrimare sommesso che toccava il cuore. Era il fiore del villaggio che se n’andava, ed anche coloro che non avevano in quella schiera tesoro particolare d’affetti, partecipavano mestamente alla perdita della famiglia comune.
Il più commiserato di tutti, bisogna dirlo, era Giorgio. La coscienza popolare aveva finito col rendere giustizia alle virtù di casa sua ed a rispettare le sue sventure. Nel vederlo andare si ricordavano i beneficii di suo padre, la pietà di sua madre, i due fratelli che restavano a casa poveri e soli, e più di una voce s’udì profferire:
— Povero Giorgio... povero Giorgio!
Il sindaco Arena colse quel nuovo spiro dell’aura popolare, e fedele al suo costume volle con un atto generoso secondarla.
La colonna aveva appena mossi i primi passi ed Arena s’era avvicinato a Giorgio, e con voce abbastanza forte da essere udito da tutti gli altri:
— Signor Santafiori, se volete raccomandare a me la vostra famiglia, io sarò ben felice di proteggerla.
Giorgio s’arrestò, fece un moto verso di lui come avesse voluto assalirlo; poi mutando pensiero gli slanciò contro un gesto di sovrano disprezzo e disse, abbastanza forte da essere udito: — Coccodrillo! — e continuò la sua marcia fatale.