Chapter 10 of 18 · 1884 words · ~9 min read

IX.

GLI «ANIMALI PARLANTI».

Passando nell’aprile del 1820 per via della Zecca, arrivati alle ultime case bastava alzar gli occhi per vedere al sommo d’una porta larga e bassa un’enorme insegna di osteria. L’insegna con pennellate da orbi raffigurava sopra una larga tavola l’apologo del Leone che fa le parti ai minori compagni di preda, come ce lo ha lasciato descritto Fedro nelle sue favole, e l’Abate Casti nel suo poema; e sotto portava a lettere meglio che da speziale questa scritta un po’ singolare:

_Agli animali parlanti_ _si mangia, si beve, e non si giuoca._

Ora bisogna convenire che se la bizzarria dell’insegna e le due prime promesse della scritta «si mangia e si beve» erano un bell’amo agli avventori, l’ultima condizione minatoria «e non si giuoca» pareva proprio stampata là per far scappare tutta quella parte rispettabile di publico beone e bettoliere che ama avvicendare il corso ed il boccone col giro di tresette e di primiera.

Alcuno però dapprincipio aveva preso a giuoco il divieto, ed aveva cercato deluderlo, ma l’oste era subito intervenuto e con due parole secche e dure come pugni di ferro aveva subito rimesso l’ordine e fatta rispettare la sua legge...... E gli avventori bevevano, pagavano e se ne andavano scontenti, e giurando di non tornare mai più in una bettola che aveva la disciplina del convento, mangiare, bere, e non far nulla!

L’oste però, ad onta del sensibile abbandono del suo negozio, non mostrava alcuna disposizione a scancellare quell’articolo di legge e quando quella bettola era deserta si sedeva in panciolle sulla porta; accendeva la sua lunga pipa e fumava aspettando.

L’oste però non era solo; c’era anche una ostessa; c’era una mogliera, quindi un’opposizione, un dissenso, un antagonismo di poteri, e dentro a certi limiti molto ristretti, un dualismo. La moglie infatti non aveva mancato opporsi fin dalle prime a quella capricciosa proibizione con tutte le ragioni del tornaconto nelle quali era dottissima, e con tutte le forze della sua loquela, le quali erano onnipossenti; ma il marito che le cedeva _pro bono pacis_ in tutti gli accessorii, da questo, che a lui pareva principale, non volle indietreggiare nemmeno d’un passo, e un dì in cui la voce della sua compagna s’era fatta impertinente e riottosa più del dovere, aveva finito coll’intimarle un solenne ed imperioso _front-en-arrière — front!_ che era il più valido mezzo con cui soleva chiudere la discussione, e sciogliere le sedute quando le vedeva un po’ troppo tirate in lungo.

Perocchè bisogna sapere che il padrone degli _animali parlanti_ era un vecchio soldato; nientemeno che un avanzo di Saragozza e della Beresina; un sergente del _Grande Esercito_.

Quando nel 1814 fu atterrato l’idolo che egli aveva adorato con 500 mila camerati, portati in giro per le capitali d’Europa, il sergente Pietro Carrera era prigioniero dei Russi in Siberia, e quando dopo la pace del 1815 egli potè rivedere l’Europa, Napoleone era già incatenato sul suo scoglio Africano e il sole dell’impero era tramontato.

Ma Pietro Carrera aveva fatto come il granatiere dell’Elba: aveva riposto nel suo zaino l’aquila vinta e aveva giurato d’aspettare. Egli era uno degli entusiasti del grand’uomo, e credeva sempre vederlo tornare come un Messia. Per lui era la gloria non solo, ma la libertà, la giustizia, e in una sola parola, la patria, che lui caduto era divenuta schiava e soltanto in suo nome poteva essere redenta.

Ed all’adorazione del Semidio rispondeva con odio profondo e mortale contro la torma di tirannelli che s’erano gettati sulle sue spoglie e se l’erano divise. Tornato in Piemonte non ebbe che parole di disprezzo per i soldati del grande Capitano che non avevano esitato porre al servizio de’ suoi nemici la loro vecchia spada di Osterlitza e di Majoraloswetz, e non volle avere nulla di comune nè con loro, nè col governo... Li chiamava soldati di ventura e disertori, e quando li vedeva passare, il fiero veterano voltava le spalle e sputava nero.

Ma bisognava vivere, e dopo avere per i primi tre anni curvata la fronte, che aveva tante volte sfidato l’aspetto degli Ulani austriaci e dei Cosacchi, sotto la soma del facchino in un magazzino, trovò una donna che s’innamorò della sua cicatrice e lo sposò.

Egli aveva allora cinquant’anni e Caterina 40 e l’accordo dell’età non poteva essere più promettente.

Caterina gli portò in dote un migliaio di lire e questo fu il capitale col quale inaugurarono la taverna degli _Animali parlanti_.

Ma il sergente Carrera, oltrechè essere un devoto napoleonico, era un uomo austero; non avrebbe mai voluto un mestiere che servisse d’alimento al vizio ed alla poltroneria. Fino al buon vino ed alla buona tavola ci arrivava, e memore delle allegre libazioni del bivacco e dei festosi ditirambi della vittoria, poteva perdonare qualche scappata in onore di Bacco, che era nella sua mitologia, meglio dell’infida Venere, il solo amico di Marte.

Inoltre egli aveva un pensiero segreto che non aveva ancora interamente rivelato a nessuno e che pochi soltanto avevano confusamente indovinato.

Egli voleva formarsi un pubblico d’avventori tutto suo, col quale poter star a discorrere, disputare a comodo suo, senza ombra e senza sospetto, ed al quale, occorrendo, svelare le recondite speranze del suo cuore, e questo pubblico non poteva essere di scioperati, di fannulloni e d’imbecilli. Il suo ideale erano i giovani ed i soldati, i giovani perchè pronti a tutte le idee generose, i soldati perchè, una volta educati, avevano il braccio armato per sostenerle.

Per questo egli aveva aperto bottega in via della Zecca tra l’Università e la Caserma, sperando che la vicinanza gli avrebbe tirati gli avventori d’entrambe le parti, per questo teneva il miglior _Barbera_ e lo vendeva al più basso prezzo possibile, e consacrava a’ suoi intingoli di pollo tutto lo sforzo della sua arte culinaria.

Quanto a giuocare ci dovevano rinunciare; chè non è al tavoliere colle carte in mano che si fanno gli uomini ed i soldati: poi erano tutti ragazzi, figli di famiglia e corti di borsa, e non voleva che venissero in casa sua a spennacchiarla di que’ quattro soldi che i loro parenti, sottraendoli più spesso al pane quotidiano, mandavano loro da casa.

Era un oste evangelico e una bettola morale. Cosa miracolosa in vero!

Mamma Caterina era una buona donna e aveva per suo marito un gran rispetto confortato da una buona dose di paura. Ma quel sistema economico non c’era versi che le potesse entrare in capo. Essa era tutta economia, tutto sparagno, diremo addirittura tutta lesineria: avrebbe fatto intingoli di passeri se avesse potuto venderli per capponi, misurato col centimetro le porzioni, e annacquato il vino a suo padre se fosse venuto alla sua bettola; considerava insomma l’avventore come il suo arcolaio, un coso da far girare finchè c’era un’agugliata sul suo cilindro, od un quattrino nella sua tasca; e vi lasciamo immaginare come doveva cruciarsi di quelle pazze prodigalità di suo marito.

Perciò su questo tema era un continuo litigio — «Sergente — lo chiamava sempre per il suo titolo giacchè oppositrice sì, ma rispettosa sempre, — c’è troppo lardo nell’intingolo — Sergente, facciamoci pagare il lume agli avventori che si fermano dopo bevuto... Sergente, c’è troppo vino in quel _Barbera_ — Sergente, se non lasciate giuocare nella vostra osteria ci giuocheranno i topi!...»

Il sergente rare volte si lasciava tirare a discutere giacchè sapeva, che una volta accordata libertà di parola, egli era vinto; piuttosto se gli pareva lecito accordava. Ma il più delle volte frenava, come dicemmo, la discussione con un comando militare, reminiscenza de’ suoi giovani anni, che mutava di rigore a seconda de’ casi e della circostanza. Così quando le chiacchiere della moglie l’avevan appena nojato, un _Garde à vous_.... e la donna subito zittiva; se ella però ripigliava, ed egli cominciava ad infastidirsi, le replicava con un più sonoro _armes-aux-pieds_. Se infine questi due comandi erano stati vani e le manovre non erano eseguite, usciva con un finale e rabbioso: _fron-en arrière-front!_ dopo il quale nemmeno sua moglie osava più fiatare.

Ciò non ostante per i primi mesi finì coll’avere ragione mamma Caterina. La taverna era deserta, e il sergente Carrera continuava da trenta giorni a mangiare egli solo i suoi intingoli. Mamma Caterina disperava, e Carrera stesso era impensierito e molinava tra sè di cambiar mestiere.

Finalmente un giorno, una brigata di studenti usciti allora di scuola coll’appetito che sogliono mettere certe età e certe lezioni, alzarono il naso come Renzo all’insegna del _Sole_, nell’apologo degli _Animali Parlanti_, e si fermarono a guardare e a leggere.

— Tò — disse uno di loro — deve essere un oste di spirito quegli che ha scelto quell’insegna.

— E di coraggio, soggiunse un altro. Quel Leone che fa le parti a modo suo «_quia nominor leo_» ricorda il famoso apologo nel _Congresso di Vienna_ e mi pare impossibile che il _Buon Governo_ l’abbia perdonato.

— Bah! Il Buon Governo è troppo buono per capire queste cose.... Ma la scritta dico io «Qui si mangia si beve e non si giuoca».... che l’oste sia un quacquero?!...

— Potrebbe essere un filosofo... là.

— Da pranzare ce n’è...

— Sicuro che ce n’è...

— Cosa per esempio?...

— Minestra e intingoli di pollo... formaggio, insalata.

— E null’altro?

— Non è anche troppo? — fece il sergente.

— Eh..... — rispose il primo interlocutore.....

— Quando lo dite voi..... signor oste..... basterà.

— Vengano di sopra e staranno meglio.

— Avete una stanza di sopra?

— Due ne abbiamo — fece Carrera sempre collo stesso piglio....

— Allora andiamo di sopra....

E i quattro studenti si misero a tavola.

Trovarono il vino eccellente, l’intingolo squisito, i prezzi discretissimi e quand’ebbero finito vollero fare un brindisi agli _Animali parlanti_ ed al loro proprietario.

— Come vi chiamate, caro oste? — disse quegli che pareva il capo della brigata e che era il nostro conoscente Ernesto Gastone.

— Pietro Carrera, sergente di Napoleone e decorato della Legion d’onore.

— Sergente?.... Cavaliere voi, e fate l’oste... qui?.... fece Ernesto guardando le pareti nude e le quattro tavole bianche della sala.

— E perchè no?...

— Ma un sergente di Napoleone potrebbe essere almeno tenente nel nostro esercito.

— Un sergente di Napoleone può vendere degli intingoli ma non può vendere la sua coscienza.

— Bravo Carrera! viva il nostro sergente Carrera!.... Toccatela con noi, sergente!...

E gli studenti sporsero uno de’ loro bicchieri al veterano e vollero che bevesse con loro...

— Sì, ma viva pure quello là — disse Carrera — e additò sopra il camino un busto in gesso di Napoleone I.

— Ma l’Italia prima ancora di lui! — replicò il capo della brigata.

— L’Italia.... L’Italia.... biascicò tra i denti il sergente.... ma chi la libererà l’Italia... lui!... ancora lui!.... disse alzando sul busto i suoi occhi umidi di lagrime involontarie.

— Sergente, voi siete un nobile cuore — disse uno degli studenti. — Noi ci intendiamo e ci intenderemo meglio. Intanto gli studenti di Torino prendono sotto la loro protezione gli _Animali Parlanti_ e da quest’oggi essi diventano una succursale della Università degli Studi.

— No — disse Carrera — vi ringrazio.... no, troppa gente mi noierebbe e mi nuocerebbe... — Pochi ma buoni... mi basta.... e ad una condizione.

— Che qui non si giuoca?

— E che non si scherza — soggiunse il sergente.