XVI.
IL D’ANGENNES.
Si recitava al _D’Angennes_ l’_Antigone_ di Alfieri, e rappresentava la parte di protagonista Carlotta Marchionni, la prima fra le attrici italiane d’allora, e maestra non mai superata dalle future. Torino tutto vi accorreva, meno forse per ammirazione dello spettacolo o vaghezza di piacere, che per cercare nelle patriottiche invettive del tragico Astigiano, uno sfogo ai compressi sentimenti ed un grido di protesta.
Sarebbe un libro degno di nota, dire l’influenza che ebbe il teatro sui moti popolari. Si potrebbe risalire fino a Sofocle che spingeva colla sua _Elettra_ gli Ateniesi alla battaglia, e scendere giù giù fino a Gustavo Modena che armava coi versi della Francesca da Rimini il braccio dei Bolognesi. Così la prima favilla di quell’incendio piemontese, che se non fu grande fu certamente eroico, venne dal Teatro.
Le cose però al _D’Angennes_ avevano preso da qualche sera proporzioni formidabili. Gli studenti lo invadevano in massa e lo convertivano in vero _pandemonio_. Cominciavano quando non era ancora illuminato, col grido: _Fuori i lumi!_ e quando i lumi erano comparsi volevano l’orchestra, e quando l’orchestra suonava, interrompevano e volevano l’aria che loro accomodava, e intuonata l’aria, l’accompagnavano di fischi, di urli, e di colpi, facendo stromento d’ogni cosa, di rulli di gran cassa, di strazianti note di corno e di giganteschi muggiti di contrabasso e di quanti suoni può imitare coi piedi, colle mani, colla bocca un concerto di pazzi.
Tossivano, starnutavano, si facevan le boccacce. Si chiamavan per nome, si gittavan delle pallottole; se compariva sulla scena un personaggio, una comparsa che non fosse nelle loro grazie, eran capaci di pigliarla a mele e a torsi. — Se infine l’attore pronunciava uno di quei famosi versi che hanno tante volte commosso il nostro giovinile patriottismo, era uno scoppio d’applausi da far crollare la sala ed impallidire nelle loro logge i birri della polizia. Indarno tentavano carabinieri e poliziotti, or colle dolci or colle brusche, contenerli e ridarli al dovere, spesso rischiavano essi medesimi d’esser presi a bersaglio, e non sempre riportavano sane le spalle ai loro quartieri.
Era insomma lo stesso pubblico che Plauto dipinge ne’ _Bacchidi_, che aveva Eschilo alle _Orestiadi_ e Vittor Hugo all’_Ernani_.
Quella sera la sala era ancora tutta fremebonda per quei versi terribilmente famosi che Emone slancia a Creonte:
«Ecco il don de’ tiranni, il non tor nulla! «Seggio di sangue e d’empietade il trono,
quando entraron d’improvviso quattro studenti col rosso berretto frigio sul capo. Fu un tuono d’applausi: la tempesta si mutò in uragano. Tutti gli studenti levaronsi in piedi proprio come un sol uomo: gli uomini agitavano i loro cappelli, le donne sventolavano i fazzoletti, gli attori non erano più intesi, e la rappresentazione fu sospesa. Era il fantasma della repubblica venuto di sotterra che scuoteva sulla faccia di un’intera città i suoi colori di fuoco.
La polizia non poteva tollerarlo; era evidentemente una sfida al governo; era la prima parola della sedizione e a qualunque costo le toccava di comprimerla.
Infatti una mano di gendarmi e i poliziotti s’eran già fatto strada fino ai quattro audaci e già li trascinavano pel collare fuori della sala. Allora il tumulto cambiossi in sommossa ed in vera battaglia.
— Uno per tutti, e tutti per ciascuno! urlò una voce stentorea dal mezzo della sala, e nell’istesso tempo un’ondata di gente si precipitò contro la porta in soccorso degli arrestati. Ma altri carabinieri erano accorsi, e pareva che la polizia non volesse lasciare così presto la sua preda. S’impegnò allora una lotta corpo a corpo tra un branco di giovani e un drappello armato. Gli studenti fecero arma di tutto, delle sedie, delle panche, dei tavolini, delle sciabole strappate ai loro avversarii, ma era sempre una lotta ineguale e la vittoria restò per quel momento alla legge. I quattro studenti furono ciò nonostante trascinati in carcere, e i suoi compagni furono lasciati per quella notte a medicare le avute ferite, e a meditare per il domani più eroici e più strani propositi di vendetta.
L’avvenimento della sera precedente aveva messo la città in agitazione e data la febbre all’Università. E quando diciamo _Università_ intendiamo, tutti gli studenti, tutti gli scolari dal laureando al bimbo di prima classe, dal professore all’ultimo bidello. Perocchè agli occhi degli uni quei quattro studenti temerarii col loro berretto rosso sul capo rappresentavano la rivolta, la santa rivolta contro una legge aborrita, la libertà, la bandiera dell’avvenire. Per gli altri, quattro studenti arrestati dalla polizia, gettati in un carcere, sottoposti a un tribunale incompetente erano un’accusa vivente contro i violatori della legge, una deroga flagrante alle consuetudini e ai privilegi della Università Torinese, che riconosceva nel magistrato degli studii il solo tribunale competente, a giudicare degli studenti e dei Professori. Era dunque in nome della legalità che essi, i rettori degli studi, i loro avvocati, e i loro amici chiedevano la liberazione di quei quattro rivoluzionarii.
Ma lo scandalo era stato troppo grande e l’urto troppo violento perchè un governo arbitrario che si reggeva soltanto sulla forza potesse mettere a cimento la propria salute per il rispetto di antiquate consuetudini di legge.
Quindi il Magistrato degli studi ricusò netto la restituzione de’ quattro studenti, e li fece tradurre a Cuneo e a Fenestrelle, dopo averli fatti traversare, in atto di superba disfida, l’addolorata e fremente città.
Affrettiamoci a dire che fra quei quattro studenti vi era uno dei nostri conoscenti, il giovane Adolfo Arena.
Il progetto della comparsa al teatro era uscito di getto dalla testa del nostro Ernesto Gastone: i suoi amici del comitato l’avevano accettato, ma scaltri e prudenti avevano preveduto che l’impresa si sarebbe disciolta in un tafferuglio del quale probabilmente i quattro attori visibili sarebbero stati le vittime. — Non era quindi una prova da arrischiarvi i migliori, molto meno i capi, i quali avevano la responsabilità di ben più serii cimenti. Era una scaramuccia nella quale si potevano mandare avanti i novizii e dilettanti, salvo a sostenerla col grosso delle forze quando la mischia fosse impegnata.
Però Ernesto e i suoi compagni erano stati costretti a scegliere gli attori di quella bizzarria tra una classe di studenti che non era la più famosa per prudenza e per serietà; degli originali che per chiasso si buttano a fare il prologo buffo d’un dramma serio se ne trovano sempre, specialmente nella spensierata età della scuola e dei piaceri.
E tra gli spensierati brillava il nostro Adolfo Arena. Egli era già famoso a Torino per mascherate e baccanali, e si sapeva che quando aveva alzato il gomito non avrebbe indietreggiato a comparire in pieno mezzogiorno vestito da Adamo in mezzo Piazza Castello. Era la sola bravura e il solo orgoglio dei quali fosse capace. Però Ernesto che lo conosceva bene, mise subito la mano su di lui, e su tre altri che lo assomigliavano per il colpo del _D’Angennes_.
Lo colse proprio mezzo cotto e non ebbe a pregar molto per convertirlo. Parlare a quel ragazzaccio di Patria, di esempio, di dovere, sarebbe stato arabo. Adolfo non aveva nè il cuore per sentire nè il cervello per capire questo linguaggio. Era facile invece, specialmente _inter pocula_, fargli entrare in capo l’idea d’una bravata, o d’una farsa, che avrebbe fatto rumore per la città e reso celebre per ventiquattro ore il suo eroe.
Inoltre Adolfo aveva, senza saperne il perchè, un gran rispetto per Ernesto e non osava contraddirgli.
Non lo amava, ma sentiva che era il re degli studenti e ne subiva l’autorità.
— D’altronde, soggiungeva Ernesto, ci siamo tutti e non ci può accadere alcun male. Ai cagnotti del Lodi pensiamo noi. E dopo il colpo, gran cena e gran baldoria tutti insieme agli _animali parlanti_.
— Non dir altro, Ernesto.... è un torto che mi fai... metti che sia affare fatto.
Il negozio fu così conchiuso, e Arena dopo aver invocato il coraggio di tutti i vini del Piemonte, come un poeta tutte le muse, si gettò nell’impresa di cui abbiamo viste le peripezie e la fine.
Adolfo Arena il giorno dopo viaggiava per Fenestrelle sotto un’accusa di tentata sommossa e colla reputazione ormai fatta d’uno dei più neri carbonari e dei più rabbiosi rivoluzionari. E non è la prima riputazione scroccata a quel modo.
Frattanto i caporioni dell’Università davano la posta ai loro amici dell’esercito per concertare il da farsi. Il convegno era ai soliti _animali parlanti_ per le dieci della sera.
I capi ci vennero tutti, Gastone, Muschietti, Tubi, Grandis, fra gli studenti, tra gli ufficiali Ferrero, Gambini, Errico, Laneri, fra i soldati il nostro Giorgio....
Fu posto come suol dirsi sul tappeto, se si doveva prendere occasione dell’arresto dei quattro studenti per dar dentro immediatamente nella rivoluzione o aspettare che l’agitazione fosse cresciuta, e che la congiura dell’esercito fosse meglio apparecchiata.
Tutti gli ufficiali dell’esercito furono per l’attendere: tutti gli studenti furono per cominciare nel vegnente mattino.
Ferrero adduceva che i reggimenti di stanza a Torino, specialmente i granatieri della guardia e i carabinieri, erano fedeli al re: che nella stessa reggia nella quale egli era capitano, non c’erano che due compagnie sulle quali poter contare; che in ogni modo una rivoluzione a Torino non si poteva tentare senza aver la certezza che la Cittadella sarebbe stata in mano de’ liberali, e quanto alla Cittadella chiedeva a Gambini ed a Errico che vi stanziavano se c’era almeno una fondata speranza di riescita.
Gambini rispose che fino a quando non fossero cambiate le compagnie del reggimento d’Aosta che vi erano di guardia l’esito era assai incerto, e che egli non ne assumeva la responsabilità.
— Vedete, amici, soggiungeva Ferrero, nulla è preparato. E volendo precipitare l’impresa la rovineremo. Aggiungete che i capi che ho veduto poco fa, lunge dell’incoraggiare un tentativo per domani, deplorano il fatto del _D’Angennes_ di ieri sera e dicono che non avrà servito che a dar la sveglia alla polizia senza alcun frutto.
Ernesto, impaziente di quel discorso, rispondeva: — Io credo che il pericolo non sia questo che la Cittadella non si possa avere; non c’era bisogno che il nostro Ferrero ci assicurasse che i capi erano per indugiare. Indugeranno sempre questi Fabj in caricatura. Ma gli è appunto perchè siamo convinti che essi sono per l’indugio, che noi siamo per il precipizio. A ciascuno la parte sua. Del resto io dico che noi studenti non abbiamo libertà di scelta: ormai siamo tanto compromessi che l’Università verrà chiusa e noi studenti dispersi nei quattro angoli del Piemonte e sorvegliati. E allora sarà una forza perduta. Poi gli studenti sono ragazzi, oggi hanno la testa accesa e si butterebbero nella voragine di Curzio, domani a mente fredda penseranno ai babbi, alle mamme, alla carriera, al ventre e sarà finita. Se la città e la truppa vorrà e potrà aiutarci, avremo vinto; se no, il sangue traccerà una barriera tra il governo e il popolo e renderà implacabile l’odio. Qui la quistione è di cominciar a fare, e la inerzia è il peggiore dei nemici.
— E cominciar a morire..... — disse il gigantesco Alberigo Grandis — dalla morte sola nascono le grandi cose.
La discussione fu continuata più viva ed acerba, ma ogni parola fu vana, gli studenti restarono incrollabili.
— Io cercherò aiutarvi, disse Ferrero.... purchè mi lascino uscir di caserma.
— Io farò ogni sforzo perchè non s’adoperi l’artiglieria, rispondeva Gambini.
— Ed io, replicava Giorgio, chiedo al signor Capitano di cambiare per domani la divisa nella giacchetta dello studente per poter combattere al fianco dei miei amici.
Gambini esitava: era una concessione grave; alla fine disse:
— No, Giorgio, io potrei aver bisogno d’un amico fidato nella Cittadella o ai pezzi;.... resta con me,
— E se Ernesto muore — fece Giorgio.
— Mi vendicherai, — fece Ernesto, stendendo la mano al suo amico.... — ci sarà posto per tutti.
E con questo proposito si separarono.
Il giorno dopo, fin dal mattino, via di Po era in un insolito moto. Drappelli di studenti che venivano da tutte le parti quali armati di randelli, quali visibilmente inermi: parte entravano nell’Università, parte prendevano posto alle vie laterali ed agli approcci. Alcuni disselciavano la via e ammucchiavano pietre; altri sbarravano le porte e muravano le finestre; ad ogni mezz’ora arrivava o partiva un messaggero; e ad ogni istante cresceva l’ansia, la folla, e quel sordo tumulto che preconizza una sommossa.
Fra i primi, percorrendo le file, mandando istruzioni, incoraggiando, eccitando, erano i nostri amici degli _Animali Parlanti_....
Dall’altra parte il Governo prendeva le sue misure; faceva occupare da fitti drappelli di Carabinieri a cavallo ed a piedi e dalle compagnie pur fidate de’ Granatieri e Guardie, Piazza di Po, Piazza Castello e dintorni dell’Università; e senza fare un passo in avanti nè indietro ambe le parti si guardavano minacciose e aspettavano.
Cosa aspettavano? Gli studenti avevano mandati al conte Prospero Balbo ministro dell’interno due loro delegati coll’_ultimatum_ bellicoso di chiedere la restituzione dei colleghi arrestati e aspettavano la risposta.
Il conte Balbo si portò egli stesso all’Università; e il suo arrivo fu accolto da frenetici applausi. Ma disse quel che sogliono dire in simili circostanze tutti i governi che credono aver tanta autorità da resistere e non possono rinunziarvi: «Gli studenti si ritirassero prima dall’Università, e non dubitava che, restituito l’ordine, la clemenza del Re avrebbe restituiti alle loro case i prigionieri».
Ma gli studenti volevano, e con ragione, un impegno formale: e il conte Balbo non poteva darlo.
— Vada a chiederlo, gridò il Grandis: noi accordiamo ancora a S. M. sei ore di tempo.
La scolaresca salutò la franca spacconata con uno scoppio di risa. Il conte Balbo promise tornare dal Re, a patto che gli studenti stessero intanto tranquilli ad attendere gli ordini sovrani.
Fu accettata la condizione, e mentre il conte Balbo si sforzava indarno di piegare l’animo ligneo e caparbio di Vittorio Emanuele, gli studenti si occupavano a raddoppiare le difese, a distribuire le scolte ed a prepararsi alla lotta probabile.
Gastone andava e veniva dall’una all’altra finestra dell’Università spiando fin dove poteva arrivare coll’occhio e coll’orecchio, se vedeva spuntare un’insegna, un manipolo di amici; se udiva un grido di soccorso; ma tutto era buio e silenzio. Solo tra mezzo alle tenebre vedeva lo scintillare delle sciabole dei Carabinieri e udiva il calpestio d’una gente o paurosa o indifferente che si ritirava frettolosamente a casa. Ferrero aveva avuto ragione: tutti i reggimenti erano stati consegnati in quartiere; la città non era pronta, e i pochi amici, o impotenti o timidi, non potevano recare agli animosi federati dell’Università alcun soccorso.
Erano di poco suonate le 8 all’oriuolo dell’Università, quando Gastone udì nella strada il tonfo misurato e cupo che non ha altro paragone che nel martellare cadenzato d’un portone e nel passo regolare di una truppa che marcia. Tese la vista e non s’ingannava: era un intero battaglione che s’avanzava serrato a baionetta incrociata per via di Po. Non ebbe che il tempo di dare l’allarme che già il battaglione s’era gettato al passo di corsa sulla porta dell’Università e l’aveva sfondata.
Indarno gli studenti accolsero l’assalto con una pioggia di pietre; la più parte dei colpi passavano via in mezzo alle file senza nemmeno scalfire e non facevano che irritare gli assalitori senza batterli.
In pochi momenti l’Università fu invasa e la breve lotta si converse in caccia accanita.
Solo pochissimi armati di spranghe di ferro, di qualche pistola e di qualche sciabola, opponevano ancora una disperata resistenza.
Primeggiavano fra tutti l’intrepido Gastone, il calmo Muschietti, il toroso de Grandis. Il povero Tubi, gentile e schietto giovinetto, aveva già lasciato la vita sul limitare.
Quei tre, asserragliata la scala della galleria, balestravano dall’alto di sassi e di colpi di pistole i granatieri che erano costretti ad avanzare lentamente di gradino in gradino e lasciando di quando in quando un camerata pesto e insanguinato.
Alla fine i Granatieri arrivarono al sommo della scala presso la barricata e a colpi di calcio la atterrarono. Allora la zuffa fu breve e mortale.
Cadde per il primo il bravo Gastone ferito alla faccia; lo seguì tosto l’inseparabile Muschietti piagato al fianco; solo l’atletico Grandis, pesto in più parti, intriso di sangue, appoggiate le spalle ad un pilastro, maneggiando a guisa di ariete una panca, resisteva ancora all’onda crescente de’ nemici. Mugghiava nella mischia come toro circondato dai matadores, e ad ogni colpo della sua terribile clava un fila intiera di Granatieri andava rovesciata. I nemici gli tiravano da lontano ma non osavano appressarsi; tutti lo ferivano ma nessuno lo uccideva. Finalmente una palla gli trovò una via del cuore ed egli cadde con terribile tonfo, evocando ancora tanto fiato dal largo petto per maledire nel rantolo estremo i traditori della patria....
Aveva combattuto come Argante e come quelli d’Argante
«Immani, formidabili, feroci «Gli ultimi accenti fur l’ultime voci.
Gli altri studenti inseguiti colle bajonette alle reni, di sala in sala, di piano in piano, di nascondiglio in nascondiglio, massacrati, moschettati a bruciapelo o trafitti contro le pareti, non furono più che un sanguinoso trastullo al briaco furore de’ vincitori, e in poche ore non ci fu un angolo della pacifica dimora degli studii che non fosse rigato di sangue e non echeggiasse del gemito de’ morenti giovanetti.
La carneficina era compiuta. Il Governo aveva vinto..... l’ordine di Varsavia regnava per quella notte anche a Torino.