Chapter 7 of 18 · 2578 words · ~13 min read

VI.

I GIOVANI SON PRESTO AMICI.

Divideva il sedile con un altro giovinotto press’a poco dell’età sua, biondo melagranato, vivace, col caschetto gettato di sghimbescio sulla fronte, una certa eleganza trascurata nelle vesti, la pipa di schiuma in bocca «che pipava eternamente», sempre in moto e in trambusto con tutti i suoi sensi e le sue facoltà, ora canticchiando e zufolando allegramente tutte le canzoni che gli frullavano pel capo, e battendo la misura col piede, ora sdraiandosi animalescamente sul sedile, colle gambe sulla serpa, ora rizzandosi in piedi a ciarlar col postiglione e a dar la voce ai cavalli, ora lanciando facezie non troppo castigate alle contadinelle, o motteggi non troppo cortesi a viaggiatori pedestri che la diligenza incontrava sulla via.

Giorgio, per fortuna, non era così imbronciato come la mattina precedente, e quel tramenìo non lo indispettiva punto, forse perchè si era detto che quel giovane avea l’aria franca e la cera gioviale, e la gioventù e la schiettezza han diritto talvolta di farsi perdonare i peccati delle loro virtù.

Un accidente di viaggio cooperò a domesticare i due viaggiatori del _coupè_.

Nel giungere a Felizzano, a una posta e mezza d’Alessandria, il postiglione che era a cassetta non fu presto ad arrestare i cavalli, e un fanciullino abbandonato in mezzo alla strada corse pericolo di essere schiacciato dalle zampe. I due giovani, che avevano avvertito e la buaggine del postiglione e la foga dei cavalli e il pericolo del bambino, senza profferire una parola nè l’uno nè l’altro s’erano slanciati insieme fuor della carrozza, e con pari rapidità s’eran trovati alla testa dei cavalli, agguantandoli al freno con una mano e coll’altra facendo schermo al fanciullino che ebbe tempo a scampare.

L’impresa finì lì; ma i due giovinotti trovarono buona l’occasione e per dirsi scambievolmente un complimento e per stringersi la mano; laonde quando rimontarono in carrozza erano già più che conoscenti, e se non fosse abusare della parola, un miccino amici.

— Vorrei mangiare attraverso uno dei cani del professor Cridis, se son capaci di farmi vedere un servizio di posta più sciancato o antidiluviano di cotesto. — E voi? — fece il giovane della pipa.

— Io ho viaggiato così poco.... anzi nulla che a dir vero...

— E per Dio! foste restato tutta la vita sotto il grembiale della mamma, credo ancora che ve ne accorgereste!

— In verità il carrozzone è tormentoso, rispose Giorgio.

— E i cavalli? non sembrano forse usciti dalle scuderie di don Chisciotte? Mettete insieme dei postiglioni sempre briachi, e dei maestri di posta superbi come i gran maestri dell’ordine Mauriziano e avrete il resto della derrata.... Che cuccagna dopo il felice ritorno dell’angusto monarca!... ma finirà, oh finirà!...

— Cszs! signore, credo che quei di dentro possano sentirvi.

— Eh che cosa importa a me! Avete paura voi?

— Non è per me, signor mio: egli è per voi. Sento a dire che s’incontrano spioni dappertutto come i funghi d’autunno.

— Già!

«Ogni parete un delator nel seno «Nasconder può.

come dice Pilade ad Oreste.... Ed io auguro a tutti, quattro strettoni di corda a costo di far da contrappeso io stesso! — rispose il giovinetto abbassando però d’una mezza ottava la voce, giacchè anche lui aveva pensato d’essersi troppo azzardato con uno che pareva, è vero, un buon diavolo, ma che in fin dei conti eragli sconosciuto.

Giorgio pure aveva avuto lo stesso pensiero, e capì che il suo giovine vicino doveva essere un po’ inquieto delle imprudenti parole lasciate scappare; onde pensò di rassicurarlo, e fu egli stesso che ruppe il silenzio così:

— Io la penso come voi, signore, e però, giacchè ci siamo conosciuti in una buona azione, penso che ci riterremo ambidue galantuomini. Intanto, come i galantuomini non hanno nulla da celare, così comincierò dal dirvi il mio nome se lo desiderate.

— Ed io il mio.... se vi pare.

— Io sono Giorgio Santafiori.

— Ed io Ernesto Gastone.

Giorgio diè un balzo sul sedile ed esclamò:

— Gastone! ma è impossibile....

— Curiosa anche questa! E perchè mo’ deve essere impossibile ch’io mi chiami Gastone piuttostochè.... Bortolone?

— Eh lo so io!... Scusate!... Ma siete voi davvero suo parente?

— Ma parente di chi?... Ohe! Dareste volta proprio adesso!

— Perdono.... ma io voleva dire se eravate parente del dottor Gastone.

— Sentite! mia madre era una donna onesta e credo proprio di sì. Ma voi come conoscete mio padre?

— E dunque siete suo figlio?

— Credo almeno.... ma dunque voi conoscete mio padre?

— Io non lo conosco.... è il mio che conosceva lui.

— Vostro padre? e come si chiamava?

— Battista Santafiori.

— E cosa faceva?

— L’affittaiuolo.

— Battista Santafiori! Non è la prima volta che mi vien all’orecchio questo nome.

— Può darsi! Perchè mio padre era molto amico del vostro — disse Giorgio.

— L’ho udito a nominare, vi ripeto.... ma vattelapesca come e perchè — rimuginava Ernesto — vostro padre ov’è ora?

— Partito! — sospirò Giorgio, accennando colla mano il cielo.

— Ah! non gli dico buon viaggio perchè non gli posso dire buon ritorno.

— E il vostro sta bene?

— Il mio, eh! eh! Ma non credo che potranno dire così i suoi ammalati dopo la prima visita.

A Giorgio piaceva poco quello scherzare sopra i parenti e non rispose nulla.

Ernesto, burlone per natura, non se ne avvide e continuò:

— Quando andate a Torino ci verrete dunque a trovare.

— Ci vado ora.

— A Torino?

— A Torino e a trovarvi.

— Me ne dispiace.

— Ve ne dispiace? e perchè?

— Perchè se venite a trovare il medico è segno che siete ammalato.... Male della nostra età.... questo s’intende. Oggi non c’è mela senza macchie e.... Basta! Mio padre è.... e vi guarirà, ve ne do parola io.

Giorgio durava fatica a capire; ma siccome non era gonzo, alla fine chiarì che cosa si intendesse dire il Gastone, e pensò bene, per nascondere meglio il segreto della sua gita, di lasciarlo nell’errore suo pagandolo di un sorriso che dir volerà: — È così!

— Mio bravo signor Giorgio: vedo che la civiltà è penetrata anche in mezzo alle Fillidi del villaggio. Davvero se lo sapesse il vergine professore Alardi se ne scandolizzerebbe. A proposito di professori siete studente anche voi?

— Eh no! Sono campagnuolo come il mio povero padre.

— Peccato! Con quella faccia e quelle spalle fareste onore alla brigata.

— E voi siete studente?

— Già! e di terz’anno di legge! — fece Ernesto rizzandosi un po’ orgogliosamente sul sedile e cacciando fuori un buffo di fumo dalla sua pipa che poteva rivaleggiare col fumaiuolo d’un camino di ferro.

— È una vita allegra lo studente, a quel che ho inteso dire.

— Una volta, dicono di sì. Poco da studiare, i professori che vi dettavano i quaderni, roba da poter smaltire in quindici giorni; eppoi meno birri e men gesuiti intorno; i babbi più mansueti, la borsa meno smilza e le donnine più cortesi. Ma adesso, oh che orrore! La sola _economia politica_ di quella testa da morto del Cridis basterebbe a far scappare dall’università. I papà che stringono sempre più i cordoni e che parlano anch’essi di economia privata; gli scolari che hanno imparato a sgobbare, e che si ritirano nei retro bottega da caffè a commentare la costituzione del _dodici_; il _barbera_ più caro; i bigliardi guardati eternamente da facce patibolari e..... delle gonnelle non dico nulla. È una vera quaresima. A Torino non trovereste più un zinzino di ragazza passabile a volerla pagare una laurea dottorale. C’è la Gigina di fianco al teatro d’Angennes, ma da poco tempo in qua è divenuta magra e trasparente come un foglio di carta oliata. Ci sarebbe anche la Cloe di Piazza Vittorio, ma andare in casa sua è come _ficcarsi_ in un alveare; se ne esce con un po’ di miele sulle labbra ma colla persona tutta morsicata. Non so se mi spieghi! La migliore è la Bombason sopra all’osteria degli _animali parlanti_... O a proposito sapete dove sono gli _animali parlanti?_

Giorgio che era vissuto fino allora nella vita rigida e quasi monacale della casa e del villaggio, Giorgio che non avrebbe mai pensato vi potesse essere al mondo un uomo che pensasse a due donne in una volta e che avrebbe certo afferrato per il collo il primo che avesse ardito parlare senza rispetto della sua Giusta, fu come colui che cammina sopra una bella prateria smaltata di fiori e che a un tratto si trova sotto il piede la melma d’un pantano dove non osa inoltrarsi per timore di sprofondare. Però quando Ernesto gli chiese se sapeva dove fosse l’osteria degli _animali parlanti_, non volle chiedere alcuna ulteriore spiegazione e rispose secco:

— Oh no.

— No? ma siete dunque mai stato a Torino?

— Mai.

— Non importa! Non siete perciò scusato. Un giovine che ignora l’esistenza degli _Animali parlanti_ — parlo dell’Osteria — è come un leguleio che ignora l’esistenza delle dodici tavole, o un filosofo della botte d’Eidelberga. Gli _Animali parlanti_, — dice il mio amico Grandis, un altro studente che vi farò conoscere se verrete a Torino — gli _Animali parlanti_ sono la più bella istituzione degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, come la Università è la più brutta. Ed è una istituzione davvero. Voi la credete forse una bettola, ma v’ingannate. C’è il suo statuto che ha il vantaggio d’essere mutabile e riformabile a piacimento; c’è il suo presidente — perchè la istituzione è repubblicana, — i suoi censori, i suoi tribuni, e come il fuoco sacro dell’allegria e dell’amore non mancano mai, così ci sono anche le sue Vestali per custodirlo... e vi assicuro io che la fiamma non muore. Venite e vedrete... e forse vincerete. Vi farò conoscere Grandis, quel che vi ho già nominato, che chiamano il _gran cucù_, perchè si è pensato essere consono a una società d’animali parlanti, che ciascuno portasse il nome d’un animale. V’è l’_orangotano_, l’_alocco_, e l’_ibi_, ecc., e perfino le sacerdotesse hanno il loro soprannome gentilizio.

E mentre Ernesto finiva il suo discorso, la diligenza arrivava ad Asti davanti all’Albergo col _Leon d’oro_, dove il nostro studente e il nostro campagnolo scesero a stirizzire le gambe ed a mescere insieme un bicchiere del più mascagno alla salute degli _Animali parlanti_ e della loro amicizia.

Quando rientrarono nella catapulta ambulante, il sole tramontava dietro i colli di Superga: una fascia grigia listata di frange d’oro incoronava l’orizzonte, e una ombra sempre più lunga e silenziosa copriva di soave melanconia la terra.

Il postiglione avea smesso di chioccare la sua frusta, i cavalli trottavano a testa bassa; il cinguettio della vettura andava po’ a po’ smorendo e tutti erano dominati dalla malia possente di quell’ora che «ai naviganti volge il desìo e intenerisce il core».

Ma oltre questo, Ernesto risentiva gli effetti d’un altro sortilegio, quello dell’Asti che aveva largamente sorseggiato. Però appena fu in carrozza si accoccolò nell’angolo e vi s’addormentò, mentre Giorgio ripigliava il filo dei suoi pensieri, interrotti dal giorno precedente, gittando appena l’occhio sulle comitive di contadini che tornavano dai campi, invitate dalle colonne di fumo che si innalzavano dai lontani casolari, nunzie della cena che le vigili massaie stavano preparando.

Era già notte. Ernesto dormiva e Giorgio lo guardava. Lo guardava con bontà e, quasi diremo, con intenerimento. Il campagnuolo presentiva che anche in quell’esistenza un po’ guasta e appannata, v’era un raggio di bellezza e di generosità, e ascoltava già con certo compiacimento la voce che dal fondo gli susurrava «sarò tuo amico». Un ciottolone su cui passò la ruota scombussolò nelle più intime latebre, ci si perdoni la frase, la carrozza, e fe’ sobbalzare Ernesto che si svegliò.

— Ah finirò col proporre agli _Animali parlanti_ una rivoluzione contro le regie poste — esclamò tastandosi... dove aveva preso il colpo.

— Per fortuna siamo presto alla fine.

— Dove siamo?

— Il postiglione dice a Moncalieri.

— Ah sì! Veggo «i merli del re».

— I merli del re?

— Sì! in luogo «dei merli del castello del re». Sono abbreviazioni che ti insegneremo quando sarai nella nostra società..... Ora che vi penso noi ci diamo ancora del _voi_ a quel che pare! È un’infrazione agli statuti! Te la senti di darmi del _tu?_

— Con tutto il cuore. — E lì al buio i due giovani si diedero un’altra volta la mano, nè mai amicizia giurata in faccia al sole fu più sincera e fedele di questa.

— Viva l’amicizia! Peccato che non c’è la bottiglia per il brindisi... Ma domani mio caro... Spadafuori.... cioè.... no.... come ti chiami infine?

— Santafiori! L’hai di già dimenticato.

— Non farci caso.... il nome non importa. Se t’imbrancherai fra gli _Animali parlanti_ dovrai anche tu rinunziare al tuo nome e pigliarti per amore o per forza il nome di qualche bestia della zoologia del Buffon.

— Ed io l’accetterò ben volentieri. Ma dimmi un po’, come potrò entrare nella vostra istituzione se non sono studente?

— Lascia fare! Ti presenterò io come federato.

— Come federato?

— Sì! È una storia lunga che ti narrerò poi... Verrai dunque?

— Verrò.... ma prima....

— Prima che?

— Prima vorrei che mi aiutassi a trovar la casa di tuo padre il dottor Gastone.

— Oh bella! s’intende! Se è la prima volta che vieni a Torino dove vorresti dar del capo?

— In una locanda qualsiasi.

— A farti pelare... Se hai dei quattrini non temere, che la _Bombason_ te ne alleggerirà.

— Ma dove vuoi che vada?

— E non te l’ho detto ancora? A casa mia.

— Impossibile! Sarebbe un’indiscretezza....

— Parola abolita dal nostro dizionario — interruppe tostamente Ernesto. — Inoltre se vuoi metterti in cura sotto mio padre, è meglio essergli vicino.

— No, Ernesto. Verrò a trovarti dove vuoi e quando vuoi, ma accasarmi da te mi è veramente impossibile.

— Ebbene, facciamo un patto. Stasera ti condurrò da Cloe.... e domani verrò a prenderti.

— Cloe! Non è l’alveare — fece Giorgio sorridendo.

— L’alveare — confermò Ernesto.

— Ti sono infinitamente obbligato.

— Allora fai a modo mio e vieni a piantar le tende nella mia stanza. Non s’incomoda nessuno. Ti cedo il mio letto; ed io mi sdraio sul sofà.

— Oh, questo poi no — rispose Giorgio che già cominciava a cedere terreno.

— E _vada todos!_ Bada che è l’ultima transazione. Io terrò il letto e tu sarai condannato al sofà. È convenuto?

— Ebbene, è convenuto. Ma permettimi un po’ una domanda. I tuoi amici degli _Animali parlanti_ hanno tutti il tuo cuore, Ernesto?

— Tutti. Col vantaggio che hanno spesse volte la testa migliore.

La diligenza entrava da S. Salvario nell’_Augusta Taurinorum_ e andava a metter testa al _Bue Rosso_, scalo delle corriere del Tanaro.

I viaggiatori aggranchiti erano smontati, i bagagli calati e ciascuno avea presa la sua volta.

— Vieni con me, Giorgio — disse Ernesto — e sopratutto non guardar per aria camminando. Perderesti credito e ti prenderebbero per un poeta o un almanaccatore. Tutti gli uomini serii a Torino guardano per terra.

Giorgio fece della raccomandazione dell’amico l’uso che credette e si diede a seguitarlo fedelmente fino a che, dopo buon tratto di strada, Ernesto picchiava a una casa d’aspetto modesto di piazza della Consolata, dicendo: — Questa è casa mia. — E apertosi per di dentro il portello, i due amici entrarono.