Chapter 6 of 18 · 2441 words · ~12 min read

V.

IL TESTAMENTO DI BATTISTA.

Fra le poche carte lasciate da Battista vi era uno scartafaccio di ricordi, appunti e pensieri, indice interrotto della sua storia, fronde sparte del suo spirito, radunare e disporre le quali era studio religioso e sollievo gradito di Giorgio nelle brevissime ore di ozio che i peggiorati negozii di casa gli concedevano. Un foglietto staccato che portava il suo nome a una data più recente attrasse particolarmente l’attenzione del giovine, il quale lesse e rilesse più volte quanto segue:

«A Giorgio

_Gennajo_ 1817.

«Una cosa sola ti ha taciuto tuo padre, benchè da’ discorsi della casa, da’ libri o dalle gazzette tu ne debba a metà essere istruito. Ma a parlartene mi tratteneva, e la tua età ancora immatura e il timore di sospingerti io stesso in un inestricabile labirinto di guai e d’affanni dei quali la famiglia nostra fu già afflitta abbastanza. Però considerai meco stesso che alla fine era dovere l’apprenderti la verità, perchè se è detto che questa debba nuocere e chi la bandisce, giova poi sempre a chi la intende, e il vantaggio dell’uno riscatta il danno dell’altro.

«De’ doveri nostri verso la patria conversai teco più volte, ma più che le mie parole e l’oscuro esempio della mia vita, ti favellerà il cuore che hai, lo so, onesto e generoso. Non importa adunque che io vi aggiunga un jota e su questo conchiuderò: ama la tua patria collo spirito e colle opere, e adora la libertà, che è il compimento della giustizia sulla terra.

«Codesta patria, — tel dissi — è tutta Italia, e Dio le volle dare per confini eterni le Alpi ed il mare: però tutto quanto la frantuma o la cincischia o la deturpa dee sparire e sparirà. Dee sparire l’impero forastiero e l’impero pretesco, devono sparire i regoli mancipii dell’uno e dell’altro, e le barriere e le izze municipali devono sparire, e le caste e i privilegi, e le leggi tiranne e i codici barbarici, l’ignoranza e il pregiudizio devono sparire, e l’Italia ridiventar libera come la Repubblica di Savonarola e potente come la monarchia che Dante ha vaticinato. In qual tempo questa opera si compirà, non te lo posso profetare, ma sento di poterne accennare il modo.

«Non t’inganni la calma stagnante della superficie. Per di sotto è minato, e nel momento in cui ti scrivo l’Europa è solcata da una rete di fuoco, e le maglie sono le _Società segrete_. Molte fra esse son tenui come ragnatele impotenti, ma tutte mirano al medesimo intento e recano la stessa minaccia. Anni fa erano più numerose e più sparpagliate, e ti so dire anche lontane assai dal fine alto e schietto di patria e di libertà. Le componevano e guidavano per lo più vecchi armigeri di Bonaparte, e i nomi stessi mostravano l’inanità del concetto e la picciolezza del fine. Ma gli _Avvoltoi di Bonaparte_, i _Cavalieri del Sole_ e dello _Spillo Nero_, a poco a poco, e mano mano che la idea d’Italia brillava più chiara, si andavano via via fondendo in una sola, sorta, non corrono molti anni, nelle terre degli Abbruzzi dapprima sotto velo di ministerio umanitario, poi svelatamente politico, denunciata e tradita da quel re Giacchino Murat che l’avea chiamata e favorita, e, tienlo per mio testamento, destinata a incorrere egual sorte ogni qual volta essa fiderà nei principi e non si guarderà dagli ambiziosi. Vo’ dire la _Carboneria_, il nome della quale non t’ha ad essere ignoto.

«Ora codesta Società barbifica in tutta Italia, ed in Piemonte ha ramificazione e capi che ti dirò di poi. Non è, bada bene, che non si debba desiderarla migliore. Le sue formole son vuote, il suo fine è vago, e i suoi riti ricordano troppo le iniziazioni delle antiche caste religiose perchè uomini liberi le debbano osservare. Per resistere e limare la credo ancora utile, ma riedificare ne dubito; e inoltre essa è come certe acque che irrigano soltanto un terreno privilegiato e non solcano mai i vasti campi delle moltitudini. In ciò sta proprio la fiacchezza sua: essa è casta: essa è un brandello della società non la società intera. Spera tutto dai nobili, dagli impiegati, dai soldati; teme il popolo, non lo educa, e lo trascura, laonde verrà giorno, se non muta stile, che il popolo le starà dinanzi spettatore sbadato e stupito, come a una commedia che non capisce.

«Spero però che muterà, e che il tempo e l’esperienza le schiariranno la via. Comunque, essa in oggi è il nucleo dei patriotti italiani, ha nelle sue file uomini onorandi, è il punto di leva del despotismo, vuole rompere le catene della patria, e bisogna darle la mano ed associarsi. Io non l’ho fatto, figliuol mio, perchè mi sentiva già vecchio alla politica, perchè i negozii nostri m’imponevano di consacrarmi alla casa, perchè infine non avrei potuto entrare ne’ suoi ordini senza tentare una riforma che sarebbe spiaciuta e forse tenuta per pericolosa semenza di discordia. Ma tu sei giovine, tu sei a tempo di vederla riformata; tu puoi forse un dì o l’altro ajutare questa opera, e devi profferirle il tuo nome.

«Ti dirigerai in nome mio al dottore Gastone in Torino, contrada della Consolata, e gli presenterai il bigliettino che vedi unito a questo foglio. Il dottore è carbonaro, ha un grado nella _Vendita centrale_ di Piemonte e potrà iniziarti. Se ti propongono giuramenti e formole accettale; e se ti paiono stravaganti pensa al fine, che è retto.

«Nota che ti parleranno della federazione italiana. Secondo me codesta federazione dovrebbe essere il patto solidale che lega fra loro tutte le terre d’Italia nel pericolo e nella battaglia dapprima, nella vittoria e nella libertà di poi. Ma vi sono molti, pei quali l’Italia non varca la siepe nel proprio villaggio; e per costoro la federazione non è che vaghezza o proposito di unione tutt’affatto accademica, o tutt’al più accordo in un’ora comune d’azione per imprese diverse, non per un fine unico o fraterno. Colla scorta della tua mente e del tuo cuore tu correggerai questo concetto sbagliato. Che se un giorno la _Carboneria_ fallisse al suo segno, o le sorgessero dattorno associazioni di popolo educatrici e militanti a un tempo, stringiti a queste; perocchè questa sola è la vera via della patria e la patria stessa.

«Tuo padre — _Battista_».

Chi ha seguitato le vicende della vita del Santafiori non meraviglierà se egli professava opinioni che certo in allora erano ancora germinate in poche menti, forse nella sola altissima di Foscolo, il quale legava ai venturi un volume di sapienza in poche parole: «Per far l’Italia bisogna disfare le sette». In Battista come in Ugo quelle opinioni non erano anacronismi; all’uno le avea dettate l’esperienza delle cose vedute e delle quali era stato sì gran parte, all’altro il limpido raggio dell’intelletto, lo studio dell’antica saggezza e la sventura.

Giorgio avea già preso il suo partito. Fece alla sordina i suoi preparativi di viaggio; diede a credere a sua madre che partiva per una gita d’affari, corse alla nota inferriata — che il lettore non avrà dimenticato — a dare una stretta di mano a Giusta, e fatto un fardelletto di biancherie, leggero come il bagaglio d’un poeta, si pose la strada di Voghera fra le gambe e via. In questa città trovò la diligenza che partiva tutti i giorni per Alessandria; carcassa di animale paleontologico alla vista, macchina tormentatoria alla prova, e in verità non sappiamo ancora come quel capo ameno di Galeazzo Visconti abbia dimenticato di porre in uno de’ giorni dispari della sua famosa quaresima, in luogo del camminare sui ceci colle piante scorticate, e dello stare a cavalcioni d’un trave coi pesi di piombo ai piedi, «squassi di diligenza.»

Ma Giorgio, cui la lettera di suo padre ronzava senza posa per il capo, non badò punto, non sospettò nemmeno gli atroci spasimi di viscere che l’aspettavano, e fu il primo ad entrare nella _macchina_ e ad appollaiarvisi. Dopo Balzac e Paolo di Kock sarebbe superfluità e temerità ad un tempo metter mano alla tavolozza per dipingere la popolazione che si stipa consuetamente nelle diligenze e negli _omnibus_, e noi siamo franchi dalla spesa di eccitar la fantasia del lettore per fargli capire ciò che indovinerà assai meglio senza il nostro soccorso.

Sia però detto per l’esattezza storica: mancavano, è vero, il porchetto da latte e la balia che fa la _toeletta_ del suo marmocchio, sotto il naso dei viaggiatori, senza correttivo d’acque odorose; ma v’era il solito convoglio di mercanti vignaiuoli, la faccia rubiconda e contenta d’un caporale dei granatieri che «andava in permesso» e la famiglia numerosa di un impiegato del regio bollo che tornava dagli ozii della campagna ai sudori del telonio, e proprio a costa di Giorgio l’impiegato in persona. E poichè il nostro amico amava gl’impiegati come i cani il cimorro, così l’idea di balzar fuori dalla carrozza e d’andarsene a piedi non fu l’ultima che gli passò per il capo, e intanto che la maturava si tirò sulle gambe il pastrano, e sugli occhi il cappello, sprofondò il mento nel collare della camicia e prese l’attitudine seria e ingrugnata di chi non vuole appiccare discorso.

L’impiegato, che aveva il talento d’osservazione proprio della specie, pensò che il suo vicino fosse noiato del silenzio che da pochi minuti regnava, e aprì tostamente il fuoco così:

— Andate a Tortona, bel giovine?

Giorgio avea nelle vesti e nel volto l’aspetto d’un campagnuolo benestante e il regio funzionario avrebbe creduto venir meno alla dignità del regio bollo dandogli del signore.

— No — rispose secco Giorgio.

— Ah! ho capito.... andrete forse alla fiera di Serravalle?

— Nemmeno.

L’impiegato si pose a manovrare sopra un altro fianco.

— La può dirsi ancora una buona diligenza questa qui di Voghera! I prezzi un po’ caretti... è vero?

— Eh! — fece Giorgio quasi grugnendo, e, per quanto gli era permesso dall’incassamento, voltando il fianco al regio impiegato.

— La Società fa buoni affari, perchè i cavalli non sono che gli scarti del nostro _treno_ e agli incanti si possono portar via per una pipa di tabacco... eppoi, tutti questi paesotti han mercati tutte le settimane e fiere quasi tutti i mesi; dunque c’è movimento per gli stradoni. È vero che i vaccari e i porcari vanno a piedi, ma la diligenza è piena lo stesso... Che vi pare?... Io credo che la sola fiera di San Gaudenzio a Castelnuovo Scrivia mette in giro... non dico per dire, ma un dieci mila anime...

«Alle anime messe in giro» Giorgio fece uno sforzo disperato, e girò anch’egli completamente le spalle all’arrigatore, brontolando fra sè «che se i porcari e vaccari andavano a piedi, i rompiscatole andavano pur sempre in carrozza».

L’impiegato, visto l’atto e quasi indovinate le parole, esclamò:

— Anche la gioventù di campagna è senza rispetto in questi tempi? — e si voltò a tormentare il caporale dei granatieri che avea dirimpetto.

Più rapido assai del carrozzone, camminava il pensiero di Giorgio. Egli era dunque per essere addentrato in un solenne mistero. Egli avrebbe dunque avuta una missione ancor più grande di quella di difendere sua madre, di lavorare per la sua famiglia e di adorare Giusta? Egli andrebbe a pronunciare un giuramento solenne? E stava per diventar uomo davvero? Che cosa gli avrebbe mai detto quel dottore a cui lo inviava suo padre? Quale sarebbe mai stata la prova a cui l’avrebbero sottoposto? E l’avrebbe egli sostenuta con onore? E il coraggio non gli sarebbe fallito? E una volta _carbonaro_, che farebbe? combattere? morire anche? che importa! Ma se gli impongono uffici di sangue? Ne sarebbe egli capace? Che cosa è mai codesto presentimento tormentoso che si è attortigliato intorno al suo e come serpe gli avvelena la speranza?...

Questi e altri quesiti mulinavano confusamente, tumultuariamente innanzi al suo spirito, non interrotti nè dalle fiere scrollate della diligenza, nè dal cicaleccio della compagnia, nè dagli aspetti mutevoli e vaghi della campagna che sfilava dinanzi ai suoi occhi per l’ovale di luce lasciato penetrare dal cristallo della carrozza.

Alla fine, pesto, rotto, maciullato, ma non ancora sveglio dal suo pensiero fisso giunse in sul far della notte ad Alessandria; smontò all’Albergo della Posta, dove la diligenza avevalo condotto, e chiese alloggio.

Il cameriere, squadratolo dal capo alle piante e notate le umili vesti, l’umile bagaglio e il più umile contegno, lo fece caritatevolmente montare un centinaio di scalini, e traversato un androne stretto e sudicio, lo fe’ entrare in una stanzaccia gialla; gli accese una candela di sego sopra un tavolino da notte di larice dipinto, e additandogli una specie di cataletto, gli disse:

— Ecco il vostro letto... ma prima il vostro nome.

— Giorgio Santafiori.

— Patria?

— S......

— Condizione?

— Possidente.

— Possidente?? — fece il cameriere proprio con due punti d’interrogazione, appoggiati da un sorriso d’incredulità.

— Sissignore — rispose Giorgio che non sapeva i pericoli del dar del lei ai camerieri, specie felina cui più accarezzi, più arricciano il pelo e graffiano. E com’egli vedeva che il valletto, scritto su un libraccio, disponevasi a uscire dalla stanza lo arrestò subitamente con questa domanda:

— Mi faccia il piacere, signore, di dirmi a che ora parte la diligenza per Torino domani mattina?

La domanda era mossa dalla ferma deliberazione di Giorgio di non lasciarsi più incastonare nell’interno della carcassa, e di non aver più la gramola d’un impiegato regio sulle costole.

— Alle cinque — rispose il cameriere voltandosi appena.

— Allora sia compiacente di prendermi un posto; ma se si potesse avere lo vorrei sul davanti.

— Volete dire in _coupè?_

— Sarà bene in _coupè_.

— Si paga un franco di più per posta, mio caro, e credo....

— Eccovi il di più — e dal taschino del panciotto cavò la moneta occorrente e la diede al cameriere.

— E la mancia per me, _signore?_

Alla luce dei marenghini di Giorgio aveva mutato sembianze, e il cameriere s’andava persuadendo di avere in faccia un possidente davvero.

— Scusi! ha ragione! — e il giovane gli diede un pezzo nuovo fiammante di due franchi, coll’effigie di Luigi XVIII da un lato e nell’esergo i tre gigli, schietta immagine del candore dei regnanti di Francia.

Il cameriere lo voltò e rivoltò, con una levata di berretto partì convinto del tutto d’aver sbagliato ad alloggiare «quel possidente» nella stanza dei carrettieri, al primo piano sotto il tetto.

Quanto a Giorgio lo scarrozzamento e i suoi diciotto anni non tardarono a persuadergli il sonno, e malgrado l’assito del suo cataletto, s’addormentò profondamente.

Alla mattina era in piedi un’ora prima della chiamata, e i cavalli non erano ancora attaccati, che egli era già nicchiato nel suo _coupè_.