X.
SOLDATI E STUDENTI.
Una volta scoperti, gli _animali parlanti_ diventarono di moda. Tutta l’Università vi volle letteralmente passare; il buon mercato attirava non meno che il nome del Taverniere e la bizzarria dell’insegna.
I quattro studenti poi s’erano ben guardati dal ripetere il brindisi che avevano fatto assieme al vecchio soldato, e nulla era trapelato di quella specie di patto. Ma la voga durò due mesi, poi cominciò a scemare.
Molti erano sazi degli stufati di mamma Caterina, e molti trovavano che il bettoliere era troppo severo e i racconti delle sue campagne troppo lunghi, ed avevano finito col riparare altrove. Così la società era andata vagliandosi e diradando fino a che si ridusse ad una dozzina di veri avventori. Ma questi erano fedeli a tutte le ore del giorno e della notte, e si sarebbe detto che avessero fatto degli _animali parlanti_ il loro quartiere generale. Il fatto è che essi avevano altre ragioni oltre quelle del piacere per non lasciare quel posto.
Essi in quella casa trovavano una sicurezza che in nessun altro luogo avrebbero trovata. Giunta una certa ora, guardatisi in faccia, numerati gli amici, non temevano che alcun orecchio traditore fosse alle porte ad origliare e intanto che il vecchio sergente andava e veniva montando le guardie per essi, potevano dirsi tutto quello che volevano, e senza tema d’essere uditi e scoperti. Quella taverna era un asilo, una fortezza, talvolta — per le idee che vi si manifestavano — un tempio.
Tutte le rivoluzioni, fu detto, hanno cominciato all’Osteria..... La rivoluzione del 20 in Piemonte cominciò agli _animali parlanti_!
Quei dodici studenti erano Enrico Gastone, Alberico Grandis, Pietro Muschetti, Angelo Tubi, Giovanni Majoli, Federico Vigliani, Urbano Rattazzi, Costanzo Ferrari, Alberto Pareto, Nino Tosti, Giovanni Durando e Angelo Brofferio; e questi dodici nomi erano i rappresentanti della Università Torinese, e i più ardenti di quella generazione alla quale era serbato l’onore di dare il primo sangue in quella nuova impresa che si preparava per la causa d’Italia.
Erano tutti _Carbonari_ come voleva l’epoca, ma alla Carboneria credevano poco, molto invece aspettavano dall’esercito, nulla dal popolo. Nell’esercito vedevano uomini o per ingegno o per vanità, o per fama di operate prodezze autorevoli nel paese; e i primi tra essi, alcuni usciti dall’esercito napoleonico e devoti alla libertà, che credevano aver propagata col loro sangue e ad ogni modo nemici delle patteggiate umiliazioni del 1815 e desiderosi di vendicare, in un colla caduta del loro Capitano, i loro stessi diritti. Altri, i più giovani entrati da poco nell’esercito, ma educati all’abborrimento dell’ozio imbelle, e della spregevole bandiera per amore delle classiche tradizioni dovunque risorgenti, per animo generoso o bisogno di audaci imprese reputati esperti più che non fossero delle cose della guerra, erano già tenuti ed eletti per i principali fattori dell’aspettato risorgimento.
Nel popolo invece, ineducato, inesperto, stanco, dissanguato da quindici anni di guerra, estimato sordo ad ogni idea generosa e incapace di un’opinione, nessuno invece confidava o soffermava il pensiero.
Credevano che come gregge avrebbe ubbidito il cenno dei condottieri e applaudito il vincitore.
Negli studenti stessi, e nella gioventù colta in generale, non era a sperare gran cosa: i figli della nobiltà, tranne pochissimi e numerati esempi, impastati di feudali tradizioni e tremanti sotto il cenno della illimitata autorità paterna, e sedotti, o comprati dalla speranza d’una carriera che la povertà quasi universale della nobiltà rendeva necessaria alla corte ed alla milizia, e la più parte per piccolezza d’animo e di mente inetti a guardare oltre una spanna ed a sentire lo spirito dei tempi che si maturavano.
Restava la borghesia, ma anche da questa, quanta parte bisognava fare ai pusilli, al numero immenso che la educazione gesuitica del tempo, sovrana in Piemonte, evirava e impecoriva!...
Se non che a poco a poco anche gli studenti delle altre città del Regno, specialmente quei di Genova ed Alessandria, si ammaestravano alle stesse idee e si stringevano a quei della Capitale in una lega fraterna, che più tardi prese il nome di federazione Universitaria, e raffigurando così l’altra più grande federazione dei popoli italiani che era il sogno più audace, il supremo ideale dei liberali d’allora.
A incoraggiare e cementare queste frazioni, a dar loro unità d’indirizzo e d’azione, professori e maestri secretamente conferivano nelle scuole colla esposizione di liberali dottrine, fuori col consiglio, e più tardi coll’opera e coll’esempio. La storia cita l’avv. Carlo Massa da Asti, Pietro Baggiolini e l’avvocato Tubi.
Ridotte a così sottil numero le file, facile era tenerle insieme colla congiura; e la istituzione dei carbonari serviva meravigliosamente all’uopo. La Carboneria era il vincolo comune. Pei carbonari la _Federazione Universitaria_ comunicava coll’esercito, e col resto della cittadinanza che entrava nel partito liberale. Ogni parte però, l’esercito, gli studenti, i cittadini, aveva capi suoi proprii, e si moveva, come direbbesi ora, entro un certo limite indipendentemente.
E per la trafila delle _Vendite_ comunicavano poi coi liberali della restante Italia, ma era più una comunione di idee che una lega coordinata ad un centro unico, dittatore per un’azione concorde.
In Torino esisteva pure la Federazione Universitaria, e quattro dei suoi dodici membri, Ernesto Gastone, Alberigo Grandis, Ottavio Tubi e Pietro Muschietti, formarono una specie di Balìa, di comitato esecutivo investito di più ampie facoltà, e il solo che avesse l’incarico di mantenere comunicazioni coi capi dell’esercito e della cittadinanza, e di entrare a parte di tutti i segreti del movimento.
Quando però il comitato aveva qualcosa di più intimo da trattare ammiccava l’occhio ai suoi otto amici: essi si ritraevano in un’altra stanza e il comitato restava solo.
Gli studenti avevano saputo destramente togliere al convegno degli _animali parlanti_ ogni carattere politico. Venivano nelle ore del desinare o della cena, spesso colle loro amorose; sturavano molte bottiglie; parlavano di amori, di teatri, di romanzi, di piaceri, e tra un sorso e l’altro disputavano anche di filosofia, facevano chiasso diabolico, ma non proferivano una parola di politica se non quando erano in consiglio ristretto e ben sicuri. Per parere ancora più leggieri e spensierati s’erano imposti il nome, _Società degli animali parlanti_, e avevano preso ciascuno il nome di una bestia stravagante, e votato con pompa bizzarra, una specie di statuto che doveva regolare tutti i loro atti e del quale l’oste stesso era il Presidente.
I birri del Lodi che avevano subito messo l’occhio sopra questo ritrovo e che avevano tentato più volte di penetrarvi per spiarlo, avevano finito col persuadersi ch’era una brigata di buontemponi che non aveva altro per il capo che le feste e le belle donne; e l’oste un volpone che aveva saputo fare l’austero per spennarli più largamente.
A poco a poco però l’osteria degli _animali parlanti_ cominciò ad essere visitata da un’altra compagnia d’avventori. Diedero l’esempio i soldati d’alloggio nel quartiere vicino, adescati dalla fama del buon vino e dal profumo dei pasticci; poi seguirono altri dei quartieri più lontani di Piazza Carlina, della Consolata e della Cittadella.
Sappiamo già che il sergente vedeva di buon occhio questa compagnia e che gli studenti la cercavano; dunque erano festeggiati e corteggiati. Carrera si metteva in mezzo a loro a contare le sue campagne, e gli studenti si fermavano ad accendere una pipa ed a toccare i bicchieri.
Erano per lo più caporali e sergenti, giacchè la paga della povera recluta era troppo smilza per arrivare anche solo ai banchetti degli _animali parlanti_, e a primo aspetto pareva che non s’occupassero d’altro che di rifocillare i loro stomachi e stare allegri, finchè la disciplina lo permetteva e batteva la ritirata.
Carrera stava attento a’ loro discorsi e non poteva capir altro che fiabe di caserma e scongiuri di beoni!
Tutt’al più qualcuno mandava un melanconico sospiro al suo villaggio lontano, a sua madre inferma, alla sua vita de’ campi perduta.... e tornava a bere.
Per questo Carrera aveva avuto cura di tenerli sempre nella sala a pian terreno, mentre noi sappiamo che gli studenti stavano al primo piano.
Ma Ernesto Gastone, la nostra conoscenza, un giorno volle tentar una prova con un sergentino dei Dragoni, e quando fu per congedarsi e per stringergli la mano gli fece il segno del Carbonaro.
Il sergentino rispose. — È dunque dei nostri, pensò il giovane Gastone, e ce ne saranno forse altri.
Il sergente fu invitato a salire dagli studenti, fu riconosciuto per _tinto_, per amico, abbracciato e festeggiato e ammesso nella società.
Dietro a lui vennero altri dei suoi camerati e poi altri ancora; furono ricambiate le parole d’ordine, e in fine la lega tra studenti e soldati fu conchiusa.
Un consiglio di prudenza però voleva che l’amalgama non fosse troppo palese nè troppo inteso, e fu convenuto che i soldati avrebbero continuato a tenere abitualmente la prima sala e che gli studenti non sarebbero discesi, o i soldati saliti che per reciproco invito.
C’era però un altro pericolo: i soldati erano per muoversi, e ci poteva essere il traditore, e bisognava scegliersi e contarsi, e non parlar mai di cosa alcuna compromettente, se non quando la compagnia era ridotta a quei cinque o sei più fidati.
Al tocco della ritirata i più rientravano in quartiere e non restavano che quelli che ne avevano ottenuta licenza.
Ma quando un soffio favorevole li spinge, gli uomini fanno una valanga come le palle di neve.
La burlesca insegna del sergente Carrera aveva attirati gli studenti, gli studenti i soldati, i soldati i bass’ufficiali, ed ora tutte queste forze associate insieme attiravano gli ufficiali. Una voce venuta non si sa donde, ripetuta da tutti e da nessuno, sottile e insensibile, serpeggiava, quasi un gran segreto, nelle file de’ liberali: che agli animali parlanti era l’unico luogo dove si potesse star sicuri. Si aggiungeva a bassa voce che l’oste era bonapartista e tutti gli avventori Carbonari. Ce n’era anche di troppo per incoraggiar coloro che avessero avuto bisogno di trovarsi in simile compagnia.
Infatti a poco a poco cominciò a capitare a desinare e cena qualche sottotenente, poi due o tre luogotenenti, infine, cosa molto sorprendente, un Capitano! È vero che quest’ultimo ci compariva di rado e ci si fermava poco. Beveva un sorso, cambiava quattro ciarle cogli altri ufficiali e cogli studenti, eppoi se n’andava... ma insomma ci bazzicava.
Il sergente Carrera vedeva oramai realizzato il suo sogno, e quando arrivò il Capitano incoronò d’alloro il busto di gesso del suo Napoleone e canticchiò tutta la sera a bassa voce la _Marsigliese_. Donna Caterina che vedeva rigurgitare la cassetta di quattrini, si sentiva scoppiare di gioia e aveva cessata ogni opposizione contro suo marito che cominciava a credere uomo di genio.
Carrera però non decampava dal suo sistema «Giuoco no» ci s’intende! — nè alcuno per vero dire pensava a violar la consegna.
Sul capitolo — donne — aveva cercato metterle alla porta; ma su questo punto aveva trovato duro. Egli non voleva persuadersi che uno studente senza donna è un essere imperfetto, monco, eunuco. Quasi tutti quegli studenti poi avevano de’ serj impegni e non potevano esonerarsi dall’obbligo di condurre a cena almeno la domenica le loro crestaie. Carrera sulle prime non voleva capirli, aveva mostrato il broncio ed era arrivato a dire che le avrebbe messe alla porta.
— Tu non lo farai — aveva detto Ernesto, — sarebbe come mettere alla porta noi tutti. Senza dire che si schiaccerebbe qui la rivoluzione che vuoi fare in piazza, e con cui non ci sarebbe nè grande esercito nè grande capitano che tenga. Non vuoi capire che studenti e crestaie sono una cosa, che esse sono il fiore delle nostre feste, l’ornamento del nostro braccio, la gioia dei nostri studi, la nostra poesia in una parola? Uno studente senza amorosa è un preparato anatomico senza anima. Se tu vorrai trovarne uno, dovrai andare fra gli sgobboni ciuchi e birboni che hanno già venduta l’anima rachitica al buon governo, oppure tra qualche scheletrito filosofuccolo, confitto sopra un palinsesto di carta pecora a cercare la dimostrazione matematica del moto in mezzo alla gente che si muove. Ma costoro non vengono agli _Animali parlanti_ o gli denunzierebbero al primo birro che passa. Se vuoi dei rivoluzionari che abbiano nel fegato un po’ di santa bile e nel cuore un po’ di santo amore, capaci a giuocar tutto per una bella parola che si chiama libertà, bisogna che tu li cerchi tra coloro che sono anche pronti a giuocar tutto per quella bella cosa che si chiama la donna. Togli l’uomo alla donna e addio eroismo. Togli allo studente il piacere di ribellarsi tutte le sere alla leggi sociali, al Regolamento e ai comandamenti di Santa Madre Chiesa, e tutto il suo spirito rivoluzionario se n’andrebbe evaporato. Credi a me, Carrera: picchia su tutti i temi ma non su questo. Anzi ti consiglio a far buona cera alle signorine ed a levarti la pipa di bocca quando entrano... Se no.... addio _animali parlanti_.... Tu non ci vedi mai più.
Carrera finì col fare di necessità virtù e col piegare la testa.
Ma piuttostochè perdere quella buona gioventù e tutto il fascio di speranze che vi era congiunto, era prudenza compatire qualche sua debolezza.
Anzi a poco a poco si famigliarizzò anche colla popolazione femminina, ed a persuadersi che v’erano al mondo delle cose legittime, tollerate e autenticate, assai più brutte di quegli amori illegittimi e primaverili.
E come accade che ogni accesso è corretto dal suo eccesso contrario, finì a prendere sotto la sua protezione quelle povere creature anche contro i frequenti capricci dei loro amici, ad aggiustare le loro liti, a soccorrerle nelle loro angustie, a largheggiare di cortesie, di complimenti e di motti anche più di quello che avrebbe dovuto, e che mamma Caterina avrebbe potuto sopportare.
Quanto al resto era sempre lui, e non s’era mutato d’un capello. Abituato alla disciplina ed all’ubbidienza militare non poteva capire che ci potessero essere quattro uomini raccolti in un luogo, senza che lui ne dovesse prendere il comando. Egli d’oste non aveva che il nome, ma in fatto era sempre un sergente che comanda alla sua squadra.
Non avrebbe cambiato per tutti gli scettri della terra la calotta del bettoliere pel suo berretto da granatiere; così non avrebbe rinunciato a quelli che chiamava i diritti della sua carica in quell’osteria, ci fosse entrato un maresciallo di Francia! Era un’osteria, era un luogo pubblico: comandava lui, e a cui non piaceva gli rincarasse il fitto.
Però tutta quella scolaresca la guidava come una compagnia di coscritti, ed essa gioconda e spensierata ci si prestava. — Piaceva a quei giovinotti il rabuffo di quel vecchio che rappresentava ai loro occhi una storia vivente di onore e di virtù; piaceva a quei soldati che si sentivano involontariamente subordinati a quel veterano consacrato dal fuoco di cento battaglie. Ognuno lo amava e lo rispettava anche nei suoi difetti che non erano che i vezzi del suo carattere originale.
A chi non avesse conosciuto quell’uomo, quegli avventori, e il segreto che li riuniva, sarebbe parso strano sentir l’oste dire:
— Sedete lì, voi mangiate questo pasticcio... o andate a farvi friggere... meno chiasso voi altri là in fondo..... Oggi non voglio denari.... a domani.... Non vi do altro da bere... siete briachi... signorine, andate in piccionaia se volete fare il nido — e via di questa lena, e con questo tuono in mezzo alle risate e ai battimani de’ suoi avventori, i quali però erano ben lungi da impermalire o dal prendere sul serio il suo brontolìo, e lasciatolo passare, finivano col fare a modo loro, e col mettergli sossopra tutta la casa ch’egli avrebbe voluto ordinata e disciplinata come un accampamento militare.