IV.
NAPOLEONE.
La freschezza dell’erba su cui era stato lasciato e l’aria notturna risvegliarono dopo pochi minuti il ferito.
Se egli non disse come gli eroi delle tragedie — «dove son io?» — si guardò veramente d’attorno per capire in che luogo si trovava e ricordarsi in qual modo, dopo aver durato tanta fatica per scavalcare il cancello, riposasse oltre le sue sbarre sopra un molle tappeto di trifoglio e di lugliuola.
In un attimo si orientò; ma quanto allo spiegare come fosse lì era un altro problema e la sua mente si perdeva in un labirinto di congetture e di supposizioni, tutte del più al meno, vane ed inverosimili.
Si tastò la coscia dov’era stato ferito; sentì lo spasimo del dolore e la umidezza del sangue, ma comprese che le palline avevano appena penetrate le carni e non tocche le ossa del femore.
Allora, animoso per natura, tentò uno sforzo per rialzarsi, ma non potè, e ricadde nella giacitura di prima.
Non si smarrì; ricordossi dei consigli di suo padre; cercò nelle sue tasche il coltello che non lasciava mai; trascinossi fino alla sponda della gora; cavò il fazzoletto, ve lo inzuppò; col coltello squarciossi i calzoni e bendò la piaga con quella compressa improvvisata. Al frigore dell’acqua rinacque; abbrancossi a un salcio che sorgeva sulla riva e reggendosi al suo tronco rizzossi.
— E camminare?... — pensò appena fu in piedi.
Si guardò in giro un istante, scorse coll’occhio la nera pianura del prato, guatò la gora, affinò l’udito per ascoltare se qualche rumore moveva dalla perfida casa che aveva dietro di sè e tutto gli parve sepolto nel silenzio della notte.
— Ah se avessi il mio bastone — ripensò ancora — poi come se avesse avuto un’ispirazione subitanea, esclamò forte, quasi confabulasse con alcuno:
— Ma con un coltello e un salice se ne può tagliare uno.
E dal pensiero passando tosto all’azione si agguantò colla manca all’albero e colla destra si mise a menare colpi alla cieca contro il primo ramo che gli capitò sotto il tiro del suo braccio.
Ma il ramo, grosso e tenace, croccava, gemeva, ma resisteva; Giorgio cominciava già a sudare e a disperare di troncarlo. Ad un tratto, mentre riprendeva un po’ di fiato, sentì dalla opposta parte della cancellata un gran tonfo nella gora, e subito quel chiasso senza nome di un’acqua che sia tagliata da un nuotatore o battuta da un remo.
Giorgio naturalmente si volse; cercò con occhi spalancati la causa di quell’inaspettato fenomeno; ma egli, dal salice, e mascherato diremo così da due pilastri del cancello, non poteva, per quanto si sforzasse, vedere oltre di essi. Gli restava l’udire, e tese infatti l’orecchio, smorzando ogni più lieve moto della sua persona.
— È uno che viene a nuoto — pensò Giorgio. — Chi sarà mai?... — e in questo serrava nel pugno il suo coltello, e s’appuntellava più forte all’albero in atto di difesa.
A un tratto un’enorme ombra nera balza sulla ripa della roccia e s’arresta, immobile, taciturna e misteriosa.
Giorgio con un po’ di fantasia, e non ne mancava, poteva paragonarla a una di quelle sfingi che il pellegrino notturno incontra ai piedi delle piramidi di Gizek o dei templi ruinati di Karnak.
Ma Giorgio, giova ripeterlo, non poteva dal suo posto discernere oltre il ponte; solo parevagli veder ruotare nelle tenebre due bragie cupe e formidabili le quali acceleravano nel suo cuore quel battito indomabile che accompagna sempre la sensazione dello ignoto anche ne’ petti più coraggiosi.
Però l’incertezza di Giorgio durò men che non s’immagini.
Prima ancora che lo spettro si fosse mosso, Giorgio aveva detto a sè stesso. — È una bestia... forse un cane. — E prima ancora che il cane avesse dato segno di sè scrollando dalla criniera l’acqua che lo inzuppava con uno scroscio che corse echeggiato per tutta la campagna, il nostro ferito senza mai muoversi disse, e forte questa volta:
— È _Leon_... ma che cosa può aver in bocca?!...
Il cane che Giorgio battezzava per Leone era ben degno del suo nome. Figuratevi un gigantesco molosso di Terra Nuova, nero come l’ebano, vellutato come un merinos, muscoloso come un torello, nella cui magnifica testa, che il re delle foreste non avrebbe dispregiata, splendevano due occhi bigi e ritondi, sfavillanti di quella calma luce che denota assieme al coraggio ed alla forza la generosità e la dolcezza, e avrete uno schizzo imperfetto dell’animale che ora diviene un personaggio di questo racconto.
E quelle quattro qualità che in lui erano discese per patrizio retaggio col sangue della sua razza il nobile mastino non tralasciava mai di confermare coi fatti, ogni qualvolta glie ne era pôrta l’occasione.
La sua vita era una storia di prodezze. Quanti pollai non aveva difesi dalla volpe, quanti agnelli contrastati al lupo, quanti bambini, quante donne non aveva tratte a salvamento dalle acque straripate del Po; uomini e bestie gli dovevano essere grati, ma forse le bestie soltanto lo erano.
Oltre le grandi imprese egli contava i piccoli servigi che erano infiniti. Destro in tutti gli esercizii del corpo, alla corsa come al nuoto, esperto nel portare nello scrigno d’avorio della sua bocca ogni oggetto le fosse confidato, la lettera dell’uno, il bastone dell’altro, il cesto di quell’altro, fornito d’un olfatto più maraviglioso della memoria di Pico della Mirandola, per cui nè un uomo, nè una cosa, nè un sito gli sfuggivano più, una volta li avesse odorati.
_Leone_ era il paggio, il messaggero, il confidente più veloce, più sicuro, più segreto, che dar si potesse. Servizievole e cortese senza parzialità, egli s’affezionava specialmente, come tutti i forti, a tutti quelli che il suo nobile istinto gli indicava come buoni, perseguitati od impotenti.
_Leone_ non era però il primo suo nome; se il lettore ama sapere come egli si chiamasse dapprima, voglia anzitutto ricordarsi come ancora oggi nelle nostre campagne, gli epigrammisti e i begli spiriti impongano ai cani i nomi o le qualità d’una persona e di una cosa rea od odiata. Quanti _Radetzki_, quanti _Giulay_ non udimmo noi condannati a latrare dalla satirica vendetta del popolano Lombardo! E non conosciamo noi forse un cane nero che si chiama _Aspromonte_?
Ecco la storia:
La maggiore resistenza che le truppe di S. M. il re fedelissimo di Sardegna, guidate dal generale Gifflenga, incontrassero nel 1814 sotto le mura di Grenoble, fu — dopo quella del vecchio Dumoulin — da un portentoso alano di Terranova che solo, come Giovanna d’Arco, difese per più ore la breccia della città bonapartista.
Finalmente però, egli fu ferito in una gamba, e le truppe Piemontesi entrarono trionfalmente nella conquistata fortezza conducendo prigioniero nelle loro file il domato Orazio Coclite della razza canina.
Ora uno dei soldati della spedizione di Gifflenga aveva promesso al suo padrino, sindaco e cavaliere del villaggio d’X... di riportargli, se tornava sano e salvo, un trofeo della campagna; e con molto acume, per dire il vero, stimò che il più glorioso di tutti, era il cane stesso che aveva fatto tanto sudare le Regie Truppe sulle mura di Grenoble.
Così infatti avvenne, e l’audace avventuriere di Terranuova passò dalla vita militare alla civile divenendo proprietà del sindaco cavaliere.
Ma nel torno di quei giorni arrivavano le notizie che il generale Buonaparte era sotto la buona custodia degl’Inglesi, sicchè il nostro sindaco, il quale sebbene avesse sempre odiato per amore della legittima la illegittima tirannia Napoleonide, non aveva però mai osato di ridire una parola contro di lui quando faceva e disfaceva i re d’Europa; ora che tutti strizzavano il loro sputo sul gigante abbattuto, credette quasi di sciogliere un voto doveroso perpetuando in qualcosa di vivo e di presente l’odio che aveva dovuto per tanti anni masticare in silenzio.
Quindi il Terranoviere entrò nella casa del sindaco cavaliere come in un’altra Sant’Elena, col collare al collo, e col nome di Napoleone; e così lo chiamarono per parecchi mesi; ma alla fine i fanciulli, i quali sono i primi confidenti degli animali, si radunarono una bella sera intorno al loro padre e gli dissero:
— Sentite babbo: _Napoleone_ è così bravo, così dolce, così carezzevole che dovreste togliergli il collare.
Il babbo cavaliere diede a _Napoleone_ una occhiata da Hudson-Lowe; ma dopo aver riflesso che libero farebbe meglio la guardia disse:
— Ebbene, toglietegli il collare.
Ridonato così alla vita libera, _Napoleone_ sentì crescere l’affetto per i suoi giovani intercessori e specialmente per Giusta, la figlia minore, che era stata la più ardente di tutti.
Il cane inoltre sentiva che quella debole creatura era la migliore della famiglia, e forse la più infelice, e s’attaccò a lei con tutta la fedele devozione onde quegli animali sono divenuti il simbolo proverbiale.
Giusta, d’altro canto, ricambiavalo colle carezze, coi regalucci, coi trastulli, con quei lunghi discorsi che i bambini fanno agli animali, e gli animali ascoltano coll’orecchio ritto, l’occhio fisso, rispondendo talvolta con un gemito che è forse la radice d’una parola che gorgoglia impotente nella loro gola.
Però quando Giusta capì che il nome di Napoleone era imposto al suo fido come un marchio di disonore, giurò di toglierglielo; e fedele al proposito, cominciò da quell’ora a chiamarlo coll’ultima sillaba non meno formidabile dell’intero nome: — _Leon_.
I famigliari a poco a poco trovarono più spiccio il secondo appellativo e glielo confermarono, mentre il padre, dopo avere borbottato un po’, si ridusse a fare questo ragionamento che fu il più giusto di tutta la sua vita: — Poichè vogliono che il cane sia buono e generoso e che non debba più portare il collare, sarebbe un’immoralità chiamarlo _Napoleone_.
_Leone_ adunque, eretto il muso, dilatate le narici, si pose a fiutare il vento, girò due volte intorno a sè poi come se avesse trovato, sotto il suo olfatto, la traccia dell’oggetto che ricercava, si pose a galoppare a gran salti nella direzione di Giorgio.
— _Leon!_... — fece questi, quando l’ebbe a pochi passi.
_Leon_ s’arrestò, fissò i suoi occhi penetranti e sereni nell’individuo che lo chiamava, lo riconobbe, fe’ cascarsi di bocca gli oggetti che portava e gettò le sue zampe leonine sul petto di Giorgio con tale gemito di gioia, con un amplesso così amoroso da far pur troppo pensare come meno sinceri e affettuosi sieno talvolta gli abbracciamenti dell’uomo.
Giorgio rispose alla festa dell’animale passandogli una mano dalla cervice in sulla groppa, ma punto dall’impazienza di sapere che cosa recasse stretto nei denti, lo lasciò subito dicendogli:
— Porta, _Leon_... porta qui.
Il cane obbediente riprese da terra un oggetto bianco che i fiocchi d’erba e le tenebre avevano fino allora nascosto, e lo porse a Giorgio. Questi afferrò; era un sasso avvolto in una carta, e la carta era una lettera. Due tocchi più veloci del cuore gli dissero che era di Giusta. — Allora l’aperse, tentò cogli occhi decifrare le parole, ma il buio non gliene lasciò Indovinare che una sola: il nome di Lei. Ogni altro sforzo fu vano.
_Leon_ frattanto aveva riafferrato l’altro oggetto che aveva portato e lo porgeva col muso allungato al suo giovine amico.
— Il mio bastone!...... — esclamò Giorgio. — Oh che fortuna!... E dove l’hai trovato _Leon_?...
Se il cane avesse potuto rispondere avrebbe detto, che ripercorrendo la stradetta dove Giorgio era passato poche ore prima l’aveva inciampato, e riconosciuto al fiuto per quello dell’amico di Giusta, addentato e portato seco in compagnia della lettera.
Ma il bravo _Leon_ non potè dare altra risposta che una dimenata di coda e un mugolato. Giorgio intanto si appoggiò al randello, tentò muovere un passo, e sebbene con qualche dolore pure gli riuscì. Ne tentò un secondo, e s’accorse che lentamente sì, ma pure avrebbe potuto guadagnare la casa. Quando il cane lo vide camminare, tornò a fare una capriola e si pose a trottargli davanti, colla coda in resta, il naso all’aria, battendo tutti i cespugli, annusando tutte le piante, avanguardo e guida ad un tempo del nostro ferito.
Dopo un’ora circa, dopo frequenti riposi, dopo aver ribagnata la ferita coll’acqua fresca e scorrente d’un rivo, Giorgio e il suo compagno arrivarono innanzi alla soglia di casa Santafiori.
Prima di entrare, il giovine prese _Leon_ per la gorgiera, lo accarezzò e gli disse in amichevole comando:
— A cuccia qui, neh, _Leon!_.... aspettami.
_Leon_, data un’occhiata in giro, senza esitare un momento si accucciò sotto una di quelle panchette di marmo che solitamente fiancheggiano i grandi portoni delle agiate case campagnuole, poste forse con intendimento di lusso e di ornamento, ma sulle quali molte notti trovano un letto meno ingrato della strada, le stanche ossa del mendicante e del proscritto.
La signora Rosalia e Livia avevano aspettato Giorgio senza coricarsi ruminando nella mente i più angosciosi e strani commenti di quell’insueto ritardo.
La perdita decretata al mattino del figliuolo e del fratello le rendeva naturalmente credule del proverbio — che rivela certamente i pretensiosi apotegmi dei filosofi. «Le disgrazie non vanno mai scompagnate».
E ciascuna in suo cuor dubitava.
Inoltre Giorgio usciva frequenti sere per un cammino alle due donne ben conosciuto; ma d’attardarsi tanto non eragli mai toccato, chè dai piaceri e dai bagordi egli era alieno più che mai.
Quando lo videro zoppicante, reggentesi a stento, madre e sorella misero un grido; e mentre il figliuolo sedevasi sulla prima scranna capitata, esse gli furono tosto d’attorno a chiedergli che fosse.
— Non è nulla — fece Giorgio sostenendo con una contrazione del labbro le sue parole — nel saltare il fossato asciutto della canapaia mi fallì un piede e me lo sono torto un po’.
La madre lo guardò e indovinando la pietosa bugia del figliuolo:
— Tu non mi dici la verità — esclamò — tu zoppicavi forte, tu soffri assai.
— Adesso sì perchè la botta è ancora viva.... ma passerà, purchè possa andare a letto. Vuoi darmi un lume, Livia?!...
La signora Rosalia e Livia, insistettero per osservare la piaga e medicarla. Volevano svegliar Rocco, chiamare il chirurgo; ma Giorgio per tagliar corto alle interrogazioni e schivare delle cure che l’avrebbero costretto a confessare la verità, prese il lume, infilò le scale tenendosi più ritto che dato gli fosse, e canticchiando per ingannare l’amorosa sollecitudine delle due donne, la strofa dello stornello dei coscritti
Va là bellina ch’ora so il tuo male Tu vorresti sposare un caporale,
montò nella stanza.
Nessuno crederà che egli colla lettera di Giusta in tasca pensasse prima alla sua ferita.
Chiavato dunque l’uscio della camera per di dentro, cavò la lettera, la riaperse, e senza tremare, è vero, ma un po’ agitato, lesse quel che segue:
«Giorgio,
«Che ti accadde?... Ho udito una schioppettata; t’hanno dunque ferito?.... e molto?... e dove?... per pietà dammi tue notizie, o mi farai morire.
«Mio padre mi ha imprigionata nella mia stanza, e per di fuori odo i zoccoli dei villani che fanno la sentinella. Per fortuna quando sentii che _Leon_, il solo amico che mi resta qui, ululava sotto la mia finestra come volesse dirmi: «son qua io per aiutarti» pensai subito di scriverti queste righe e gliele gettai dal balcone dicendogli «Cerca Giorgio». Il nostro amico partì a gran salti, ed io spero che tu pure l’adoprerai per dirmi se debbo vivere o seguitarti.
«_P. S._ Mio padre comandò a tutti di non dir nulla dell’accaduto a persona viva. Egli ha dunque paura?...»
Giorgio baciò commosso il foglio, afferrò una penna e rispose.
«Giusta,
«Nulla di grave. Pochi pallini che mi han scalfitta la pelle: sta dunque tranquilla.
«Però se tuo padre non ti rispetta io commetterò uno sproposito e a costo di farmi bruciare le cervella verrò a strapparti dalla tua prigione.
«Io pure non parlerò, non per paura, ma per non trascinare per le bocche della piazza il tuo angelico nome.
«GIORGIO.»
Scritto e sigillato legò la lettera all’istessa pietra di Giusta, aperse piano piano la finestra, e sussurrò quasi insensibilmente: «_Leon_». Il cane accovacciato, balzò ritto come gli fosse fischiata nell’orecchio una palla.
— Porta a Giusta — disse Giorgio. _Leon_ dati due squassi di coda, sprofondossi a saltelloni nella fosca campagna.
Giorgio allora scoperse la piaga e vide che pochi grani di piombo avevano appena sfiorate le carni. Egli vi applicò altri bagnuoli, si bendò, e cacciossi subito sotto le coltri a cercarvi riposo alle membra, non allo spirito suo.
Di lì a qualche minuto, seguendo la corrente de’ suoi pensieri, egli sclamò:
— Era ben meglio che m’avessero fracassata la gamba!
La madre passando inquieta dinanzi all’uscio del suo figliuolo raccolse questa esclamazione e mormorò sospirando:
— Qui c’è ancora la mano di Salomone Arena.