Chapter 12 of 18 · 1226 words · ~6 min read

XI.

CONFIDENZE.

Giorgio, tinto carbonaro, era tornato da Ernesto con una faccia molto scontenta.

— Ebbene, gli aveva chiesto Ernesto, è compito il mistero?

— Compito — rispose Giorgio sospirando.

— Non mi sembri molto contento... La faccia augusta del Gran Maestro non ti ha commosso?

— Mi avrebbe fatto ridere se avessi potuto dimenticar che quella gente... deve liberar l’Italia...

— Parla piano che nessuno ti senta. Rischieresti d’avere alle spalle un decreto di _soppressione_ e di lasciare la vita alla cantonata di casa tua senza nemmeno vedere da che parte sia venuto il complimento — fece Ernesto sforzandosi di vincere il sorriso di incredulità che gli spuntava sulle labbra.

— Baje! Io credo che quella gente abbia il cuore di cartone come i pugnali... e la testa da morto come i simboli... È meglio che torni al mio paese e che compia il mio progetto. Io non ho nulla a che fare nella commedia che si recita qui.

— Tu hai dei progetti? Hai sempre delle speranze.

— No. — Al contrario gli è il difetto di ogni speranza che mi fa covare un progetto.... insensato forse, ma necessario...

— La nostra amicizia è troppo recente perchè io mi creda in diritto di chiederti una confidenza... ma se l’aprire il tuo cuore ti potesse confortare... se io potessi aiutarti, fece Ernesto mettendo affettuosamente la mano sulle spalle di Giorgio.

Questi restò qualche minuto immobile cogli occhi a terra come se di là gli avesse potuto venire una ispirazione; si vedeva che esitava a privarsi d’un segreto e che una sorda lotta si compiva nell’animo suo.

Alla fine proruppe....

— Sì, Ernesto!... io voglio aver fiducia in te. Sei il primo amico che incontrai sulla terra, e forse sarai l’ultimo. Io sono soldato, Ernesto.... ho estratto or fa un mese il numero uno. Soldato, per me, non vuol dire soltanto indossare l’assisa dei tiranni del mio paese ed una lunga schiavitù; vuol dire la miseria, la rovina di tutta la famiglia, della quale io solo sono il braccio ed il protettore. Mio padre ha tutto sacrificato per gli altri e noi siamo poveri.... mia madre vecchia e malata, mia sorella e mio fratello non hanno che me.... Io non posso abbandonarli. Se la legge umana me lo impone, la divina me lo proibisce. Inoltre... — e qui Giorgio esitava ancora — inoltre io amo.... una santa fanciulla che il destino ha fatto nascere nella famiglia de’ nemici di mio padre... ma l’amo come può amare uno che non conobbe mai le ipocrisie del cuore. Ora quand’io sarò partito che sarebbe di lei? Che sarebbe del nostro amore? Il meno che le è serbato, è di essere venduta dall’avarizia di suo padre a nozze aborrite... il meno per lei forse... chè per me preferirei vederla morta. Vedi che io non potrei subire la sorte che mi colpisce, senza tradire i doveri e gli affetti più sacri che uomo conosca. Dicono il Re.... chi è questo Re per me? chi ce l’ha dato? le armi straniere! Cosa fa? abbrutisce e corrompe un popolo intero! La legge? chi l’ha fatta? questo Re! La patria? dov’è la patria? I servi non hanno patria che dove hanno la libertà.... Io andrò ad amarle entrambe....

— E cosa vorresti fare?

— Cosa voglio fare? fuggire...

— Disertare? Disertare... lasciando i tuoi?

— Oh mai! con loro! Ho già il mio progetto.... mio padre ha lasciato numerosi e devoti amici purchè possa arrivare a Genova: quindi m’aiuteranno ad emigrare in America.

— Con tutta la tua famiglia... e la fanciulla per giunta?

— Perchè no?

— Perchè sì, dico io? Non arriveresti a Voghera, che i carabinieri v’avrebbero tutti arrestati....

— Questo lo vedremo... Purchè abbia una notte per me, del resto rispondo io.

— Sogni, ti dico...... Eppoi disertare perchè?

— Mi par chiaro!

— E a me niente affatto.... fece Ernesto.... oh lasciami un po’ parlare sul serio; _semel in anno_.... deve essere permesso anche a me. Tu vuoi disertare perchè non vuoi abbandonar la tua famiglia e la tua amante. La idea potrà essere generosa, ma senza calcolar il pericolo quasi certo d’essere preso e andare a finire in una fortezza invece che passare otto anni in una guarnigione. Credi tu che nell’esiglio potresti provvedere alla felicità della gente che ti è cara? Tuo padre deve averti detto come vivono gli esuli.... Persuaditi.... tu non avresti da offrire a tua madre ed a tua moglie che un pane amaro e una squallida miseria... Questo per la famiglia. Quanto poi alla patria, odimi bene. Tu odii il Re, tu ami la libertà; tu daresti la vita tua e dei tuoi, credo, per conquistarla. Ebbene, oggi il mezzo più sicuro, più efficace per cooperare a questo fine glorioso è entrare appunto nelle file di quell’esercito che tu abborri. La rivoluzione che si prepara, e della quale pochi ancora posseggono il segreto presagio, sarà tutta militare: te lo dico io: noi studenti apriremo il fuoco: un gruppo di cittadini generosi.... o ambiziosi... farà la retroguardia; ma il grosso verrà dato dall’esercito. Ora tutte le cure devono essere nel rinforzare questo esercito, nell’introdurvi amici nostri quanti più è possibile e nel tirare a noi tutti i buoni che esitano ancora. Molte fila sono diffuse, molti accordi sono presi. Molti capi e tra i più illustri sono con noi. Io non ti dirò i nomi, ma a suo tempo li saprai..... Vedi tu se sia l’ora di disertare.... d’andare in esilio.... d’andare in America.... se c’è posto di combattimento onorevole.... se c’è un mezzo d’adempiere il voto di tuo padre e il tuo sotto quell’assisa che tu abborri, ma che ci permetterà d’entrare non visti nelle file dei nostri amici.

Ernesto parlava molto concitato.

Giorgio l’ascoltò fino alla fine con molta attenzione.

Poi, dopo un istante di pausa, riprese....

— Quello che dici è forse vero.... Io credo... ed io sento che molti dubbi si sono dissipati. Io dovrei abbandonare una madre, un’amante alla balia d’un uomo che non perdonerà.... ma per il mio paese, per quel paese che mio padre mi raccomandò morendo io sarei pronto; direi ai miei cari: soffrite, ed essi soffrirebbero. Ma vi è un’altra difficoltà suprema, e credo invincibile, Ernesto.

— Quale?

— La mia coscienza. Per quanto creda santa la causa della libertà, io non potrei mai tradire un giuramento. Morrei piuttosto di darlo quando sentissi di non poterlo mantenere; ma dato, accetterei la morte prima di violarlo.

— E tu hai di questi scrupoli?...

— Tu li puoi chiamare scrupoli.... la mia coscienza li chiama doveri.... Io non intendo, non ho mai inteso certi patti, e certe reticenze. Io non sono stato educato come tutti gli altri. Mio padre era il diritto, la giustizia, la schiettezza vivente. Il sì ed il no sulla sua bocca non avevano due significati e due misure. Egli non prometteva che il bene; ma una volta promesso, lo manteneva. Per me chi non vuol servire il Re, non giuri, chi ha giurato, lo serva.

— E sei tu che parla? — disse Ernesto saltando dalla sua seggiola come se avesse bruciato di sotto.... — Tu?... Poi prese il suo cappello ed il suo bastone, e afferrato il suo amico per un braccio, disse:

— Vieni con me in un luogo che ti farò passare queste ubbie.....

— E dove?

— Agli _animali parlanti_.