XVII.
L’ACIDO PRUSSICO.
Giorgio, malgrado gli ordini del suo capitano e la severa consegna, non aveva rinunciato all’idea di raggiungere i suoi amici. Quel pensiero che Ernesto e i suoi compagni erano a combattere e a morire, che egli non poteva nè soccorrerli, nè dividerne i pericoli, gli metteva la febbre. Appena udì lo scoppio della fucilata non seppe più tenersi, e fattosi aprire da un artigliere carbonaro suo camerata una pusterla della Cittadella, si gettò nella città e a gran corsa verso il luogo del combattimento.
Ma giunto in via di Po in faccia all’Università, un freddo silenzio di sepolcro gli gelò nel cuore l’ultima speranza.
Dall’Università uscivano festose grida di vittoria; e la porta era guardata da sentinelle che mostravano la sicurezza del possesso. Capì che tutto era finito, che non gli restava altro che andare in traccia di qualche caro morente e forse di dar sepoltura al suo cadavere. Si fece coraggio e si mosse verso la porta.
Ma fatto un passo s’arrestò: era troppo naturale che la sentinella avesse la consegna di lasciar passare nessuno o che almeno bisognava avere un pretesto per tentarlo.
Ma quale pretesto? Pensò un momento e risolse. Aveva avuto la precauzione di portar seco la sua carabina, cavò di tasca una lettera, vi scrisse sopra con un lapis: «Al Maggiore comandante il 1.º Battaglione Granatieri guardie, all’Università», infilò il biglietto tra la bacchetta e la canna, fece _Bracc-arm_ e si presentò alla sentinella.
— Non si passa! — gridò la guardia.
— Ho un ordine della Cittadella per il comandante del vostro Battaglione, rispose franco Giorgio.
— Allora avanti, — replicò la sentinella.
Giorgio entrò. Nel cortile un drappello di granatieri si scaldava intorno ad un gran fuoco trincando a vicenda da un enorme fiasco di vino e interpolando i lunghi sorsi coi racconti e i vanti della strage e della facile battaglia.
Giorgio sentì montarsi il sangue alla testa, il ribrezzo al cuore, ma finse non vedere e tirò via. Sotto il porticato inciampò in un corpo inerte: era un cadavere. Si sentì gelare ma si curvò, lo guardò, non lo riconobbe e continuò ad avanzare. Giunto alla scala un’altra sentinella lo arrestò.
— Cerco del comandante del Battaglione. Ho un ordine per lui, — fece Giorgio.
— È di sopra, — rispose la sentinella.
Giorgio salì la scala: sull’ultimo gradino un corpo umano dalle membra gigantesche era steso attraverso e occupava da sè solo l’ingresso; riconobbe subito Alberigo Grandi; si precipitò a toccargli il cuore; non batteva più.... era morto.
Vicino a lui c’era un gruppo: parevano i _due abbracciati in una buca_ di cui parla Dante. S’accostò, udì un respiro affannoso ma regolare, erano viventi. S’inchinò fin sulla faccia del primo, ma era tutto incatramato di sangue e non lo potè riconoscere; si piegò sull’altro, gli girò la testa, quegli aperse gli occhi, lo guardò fissamente e si lasciò ricadere sul suo compagno.
Ma Giorgio lo aveva riconosciuto e la sua anima sfavillò tutta di nobile gioia.
— Muschietti! gli susurrò all’orecchio.
Muschietti credette udire una voce non nuova e levò il capo. Infatti gli parve che anche il volto non fosse d’un ignoto: lo guardò meglio e lo riconobbe a sua volta.
— Giorgio! fece Muschietti, sul cui volto passava un raggio di lieta speranza.
— Io.... ma Ernesto?
— È questi sotto di me. È ferito alla faccia e non potrà sentirci;.... io al fianco ma leggermente... fingeva il morto nella speranza che mi avrebbero lasciato qui... e che non m’avrebbero condotto prigioniero... se siamo prigionieri, il meno che ci tocchi, è di non poter più far nulla per il nostro paese.
— Io vi salverò.
— Tu?... ma come?
— Non lo so — rispose Giorgio, — lasciatemi pensare.
E stette un istante sopra pensiero, poi seguitando la corrente delle sue idee, chiese al ferito:
— Qual’è la sala che dà in via della Zecca più vicina agli _animali parlanti?_
Muschietti dopo aver riflettuto rispose: — è il laboratorio di Chimica... là in fondo.
— E il laboratorio è aperto!
— Credo che l’abbiano sfondato i granatieri, ma non so se l’occupino ancora.
— Andrò a vedere. — E Giorgio si diresse verso la sala che Muschietti aveva accennato.
Era aperta. Un altro cadavere giaceva sulla porta: i vasi, i filtri, le ampolle, le storte, le vetrine, tutto era spezzato, confuso, disperso, bollato dal marchio delle palle e cosparso di sangue.
Giorgio aprì piano la finestra e guardò nella strada. Da essa si vedeva di faccia a otto passi l’insegna degli _animali parlanti...._ e di sotto lungo il muro una sentinella che passeggiava.
Tutto poteva andar bene se quella sentinella non fosse stata un ostacolo forse insuperabile.
Giorgio pensò ancora, cercò nelle sue idee, nei ricordi della vita favolosa di suo padre un espediente, un’astuzia, uno stratagemma, un miracolo, e girava gli occhi dal cielo alla terra, dalla via alla sala, come se ogni oggetto gliel’avesse potuto suggerire.
Un laboratorio di Chimica è un arsenale. Vi si trova di tutto, con esso si potrebbe nutrire una città ed incendiarla. Seghe e lime per tagliare, funi e spranghe per legare, carbone per ardere, acqua da spegnere, caldaie da bollire, tavole per impalcare, tele da fasciare, tutti gli acidi per decomporre, tutti i sali per comporre, tutti gli elementi della luce, del fuoco, dei vegetali, e dei minerali dell’oceano e della montagna, della vita e della morte. Tutte le arti vi possono essere esercitate, tutti i miracoli umani compiuti.... ma Giorgio si trovava fra infinite cose utili, e non aveva ancora vista la necessaria.
A un tratto fissò gli occhi sopra una bottiglia nera, l’unica intatta in mezzo ad una vetrina fracassata e che portava sopra una lista bianca scritte queste due semplici parole «_Acido prussico_» — si mise a guardare quella bottiglia, quella vetrina, quella scritta, e mano mano si sprofondava nella sua visione credeva trovare il segreto che cercava.... alla fine disse una parola mentalmente e ricorse al luogo dove aveva lasciato i due feriti.
S’abbassò su Muschietti che fingeva sempre di fare il morto e gli disse: — ho trovato, venite.
— Bisognerà che tu ci porti... io non potrei fare un passo... molto meno Ernesto.
Ernesto era sempre fuor de’ sensi....
— S’intende... rispose Giorgio, lasciatemi assicurare che non vi sia nessuno pe’ corridoi, e per le scale che possa vedersi.... Percorse in un attimo i corridoi, guardò giù dalle scale, diè un occhiata in un cortile: tutto era come prima: i soldati al loro bivacco; le sentinelle immobili al loro posto e nessuna novità.
— Tutto va bene — fece Giorgio tornando da Muschietti — caricherò prima te: vieni.....
E levatolo nelle robuste braccia lo portò di peso in men che non si dica nel laboratorio di Chimica.
Poi tornò indietro, caricò ancora Ernesto, il quale sentendosi muovere rispose con un gemito, e con la medesima agilità e prontezza lo posò accanto al suo compagno.
Quando fu dentro sprangò il laboratorio, e cominciò a mettersi al sicuro d’una sorpresa interna, accese un fosforo, col fosforo un lume; cercò nelle vetrine un po’ d’acqua coobata, ne fece bere un sorso a’ suoi due feriti, poi disse: aspettatemi...
Corse alla finestra: la sentinella era sempre al suo posto... allora egli si tirò indietro, fe’ delle mani imbuto alla bocca e si mise a imitare con una perfezione sorprendente il canto notturno della civetta.
La sentinella appiedi, sorpresa dall’uggiosa nenia, si diede a guardare su pei tetti e le finestre per veder dove venisse, ma fu indarno. Stanca alla fine, gettò dietro l’immondo uccello una bestemmia e riprese la sua ronda.
Ma un altro che non dormiva, e che non avrebbe certo potuto trovar sonno in quella notte, udiva quel canto, e mano mano che si faceva più distinto si sentiva a un tempo rimescolare il sangue e rinascere alla vita.
Era il sergente Carrera degli _animali parlanti._
Alla fine udendo che lo stridulo animale persisteva, si volse a Caterina e disse — non c’è dubbio. Questa civetta è Ernesto che mi chiama, bisogna che vada ad aprire.
— Non aprite — Dio mio — disse Caterina, se qualche soldato vi vedesse saremmo tutti perduti.
— Ma non posso lasciar solo Ernesto — fece il Carrera — avvenga che può.
E avvicinatosi alla finestra l’aperse colla massima precauzione e stette a guardare.
Non vedeva nessuno fuorchè la sentinella ritta dell’altra parte della strada... ma il civettìo continuava. Era dunque evidente che Ernesto era vicino, ma che non si poteva ancora far vedere.
Decise aspettare: e appoggiata la sua fronte alla finestra, si diede a spiare qualunque moto qualunque segno comparisse dalle case vicine e dalla contrada.
A poco a poco s’accorse che c’era un lume entro la sala di faccia all’Università; guardò più fissamente e vide nell’ombra dietro il lume che un uomo gli faceva de’ segni. Egli non poteva riconoscere l’uomo nè capire i segni; ma anche in confuso gli parevano i gesti dei _carbonari_. Finalmente udì un’altra volta lo strido della civetta, e si persuase che strido, lume e segni partivano tutti dallo stesso luogo e dalla stessa persona.
Raddoppiò di curiosità e di attenzione.
Quando Giorgio si fu accertato che Carrera l’aveva veduto, si diede ad un’altra operazione. Inutile il dire che agiva colla massima velocità e destrezza: era un marinaio alla manovra nell’ora dell’uragano.
Prese Muschietti, lo avvolse entro un tappeto di lana che copriva uno dei tavoloni del laboratorio; legò tutti i capi del tappeto con una fune, e posò l’involto vicino alla finestra e disse a Muschietti di tenersi preparato.
Prese Ernesto già risensato, lo avvolse in una gran tela celeste tolta alla vetrina dei preparati, vi annodò collo stesso metodo un’altra fune e lo portò vicino al primo involto facendogli la stessa raccomandazione.
Fatto ciò, riguardò in istrada. La sentinella in quel momento era immobile proprio a perpendicolo sotto la finestra, e in posizione tale che non poteva veder nulla di quello che si faceva sopra il capo. Allora Giorgio corse alla vetrina fracassata, prese la bottiglia dell’acido prussico, la sturò con precauzione tenendola ben lontana dalle narici, e allungò il braccio fuori della finestra, mirò la testa della sentinella e gli versò tutta la bottiglia sul capo.
La sentinella non potè nemmeno dire «o Dio!» e cadde stecchita, fredda, sull’istessa pietra dove si trovava.
— Povero diavolo — disse Giorgio... — ma era necessario!... e senza perdere un attimo afferrò le funi dei due involti, le aggruppò in una sola, e facendo punto d’appoggio sul davanzale della finestra li calò dolcemente sulla strada. Quando vide che avevano toccato il suolo, con un’altra corda che aveva assicurata ai piedi di una gran tavola scivolò anch’esso nella strada.
Carrera aveva tutto osservato, e quando vide cascar morta la sentinella restò a bocca aperta, e senza fiato e senza sensi in faccia a quell’inaspettato spettacolo. Così stette a guardare la calata dei due misteriosi involti e sol quando vide balzare a terra un artigliere a lui noto, cominciò a travedere un barlume in quel mistero.
Giorgio s’accostò alla finestra degli _animali parlanti_ dove origliava Carrera e lo chiamò per nome.
Carrera sporse il capo.
— Vieni subito ad aprire — sono i nostri due più cari amici....
Carrera scese a precipizio le scale; volle dire, chiedere, sapere....
Ma Giorgio gli chiuse la bocca e non volle perdere un minuto. I due giovani furono introdotti nella casa, accolti fra esclamazioni di gioia, deposti sopra due buoni letti e circondati da tutte le cure di cui erano capaci la devozione del vecchio sergente e l’ubbidienza delle fedele Caterina.
Dieci minuti dopo, Giorgio passava in mezzo ai posti dei granatieri accampati per le vie; e alle sentinelle che gli davano il _chi va là_ rispondeva:
— Artigliere d’ordinanza, — e rientrava franco da ogni sospetto nel suo quartiere.
FINE DEL VOLUME SECONDO.
INDICE
PARTE PRIMA: IL PADRE (Continuazione)
XXI. Sopra una tomba. Pag. 3
PARTE SECONDA: IL FIGLIO
I. È il dì dei coscritti. 13 II. È una madre. 19 III. Discussione al buio. 25 IV. Napoleone. 35 V. Il testamento di Battista. 47 VI. I giovani son presto amici. 57 VII. Il più tinto dei carbonari. 68 VIII. Delusione. 77 IX. Gli «animali parlanti». 87 X. Soldati e studenti. 95 XI. Confidenze. 106 XII. La conversione. 111 XIII. La partenza del coscritto. 118 XIV. Il senatore Tacchini. 125 XV. La situazione. 134 XVI. Il _D’Angennes_. 139 XVII. L’acido prussico. 152
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato inserito un indice a fine volume.