XV.
LA SITUAZIONE.
Giorgio era stato arruolato in un reggimento d’artiglieria. Egli avrebbe voluto entrare nella Legion Reale dove il Ferrero era Capitano ma la forte struttura di Giorgio ne faceva un modello d’artigliere.
Il Capitano d’artiglieria che presiedeva la Commissione di Leva non aveva voluto rinunciarvi. E non conveniva insistere per non destar sospetti. Inoltre Ferrero aveva giustamente pensato che l’artiglieria presidiava di solito la Cittadella, e che un amico di più in quel corpo, che aveva tanta importanza, poteva in un evento decidere le sorti d’una giornata. Giorgio ubbidì.
— Ti farò conoscere il capitano Gambini e il luogotenente Enrico che sono dei nostri e andrai d’accordo con loro come con me stesso — gli aveva detto in un orecchio il Ferrero per finir di persuaderlo.
— Fate quel che credete, rispose Giorgio. Dal giorno ch’io mi sono consacrato a questa causa, io non ho che un desiderio: servirla con tutte le mie forze.
Il giorno dopo Giorgio portava l’assisa d’artigliere, e passava alla Venaria Reale a far i suoi primi esercizi.
In Torino frattanto e in Piemonte l’agitazione era giunta al colmo, ed era a stento dominata dai capi.
Alle rivoluzioni di Spagna e di Portogallo era tenuta dietro quella di Napoli, iniziata essa pure da ufficiali dell’esercito, e confidata quasi tutta all’elemento militare. Il trionfo dei liberali napoletani aveva resi più saldi i propositi, e più certe le speranze dei Piemontesi, i quali affrettavano a gran passi l’ora della catastrofe. Ma quando venne l’annunzio che lo spergiuro Ferdinando era fuggito a Lubiana per soffocare le nascenti libertà ch’egli aveva giurate sui vangeli, coll’armi odiate dello straniero, non ci fu liberale piemontese che non credesse venuta l’ora di rompere gl’indugi.
Se si fossero ascoltati i nostri amici degli _animali parlanti_ si sarebbe dato di piglio il giorno stesso; e a stento Santarosa, Lisio, Collegno, i capitani insomma del moto, li rattenevano per maturare i consigli e le opere.
Un’altra cagione d’indugio era agli occhi di quei liberali la mancanza d’un capo. Nessun di loro si sentiva così forte da capitaneggiare il movimento, nè così autorevole da bilanciar le avverse influenze della nobiltà che consigliava e prepoteva nella Reggia, nell’esercito e in tutte le cariche pubbliche. Ci voleva un uomo per grado, per fama a tutti superiore, giacchè nessuno pareva da tanto da prevalere per il suo valore, il suo patriottismo ed il suo ingegno. Si voleva lo splendore d’un nome e bisognava trovarlo. Era errore fatale di certo, ma errore così profondamente radicato in quelle coscienze che avrebbe in ogni caso prodotte per opposte vie le stesse conseguenze. Esse, confidando le sorti d’una rivoluzione ad un’iniziativa militare, e al nome d’un Principe, non potevano vincere; ma senza quella iniziativa e quel Principe non avrebbero osato forse nemmeno cominciare, e la storia d’un magnanimo tentativo sarebbe stata sepolta.
Finalmente un giorno credettero averlo trovato, e balzarono di gioia, come se avessero tratto fuori dalla tenda l’Achille della vittoria.
Quest’uomo era Carlo-Alberto di Savoia principe di Carignano. Volevano che avesse ingegno pronto, carattere generoso, abitudini popolari e democratiche, che il Grimaldi suo maestro l’avesse educato a liberali studii e a sublimi intenti, che amasse il suo paese, che odiasse profondamente gli stranieri, e in Francia, dove aveva passato i primi anni, si fosse nutrito di idee d’onore e di gloria militare, che il suo matrimonio con un’italiana, Maria Teresa di Toscana, fosse un presagio, che in cento occasioni gli fossero sfuggite proteste di patriottismo, e che insomma, veduti i Carbonari, fosse segretamente affigliato alle loro imprese.
Ma se questo non bastava, quella malinconia taciturna, quel pallore mortale che velava il suo volto, quell’aria di mistero onde si circondava, accusatrice di profondi pensieri, lo dipingevano facilmente alla desiosa immaginazione per l’uomo chiamato a un grande destino.
Pochi lo avevano avvicinato, nessuno lo aveva scrutato a fondo, ma tutti erano certi che quel Principe non era della stoffa degli altri, che qualcosa di insolito e di diverso che non assomigliava nè alla vanità imbelle nè all’orgoglio feroce degli altri Re s’agitava nel mistero di quell’anima. Si arrestarono alle insidiose promesse della superficie e nessuno badò a studiare nel Principe l’uomo. Strano a dirsi, nessuno in Piemonte sospettò quel misto di scettica irresolutezza e di impeti chisciotteschi, di macchiavelliche doppiezze e di abbandono puerile, di coraggio militare e di viltà civile, che pochi anni dopo doveva votare il suo nome ad un palo d’infamia, dal quale nè zelo di storiografi venduti nè pietà di amici riconoscenti l’ha potuto staccare. Perfino Santorre Santarosa, coscienza retta e anima austera, e che tra i capi della rivoluzione piemontese d’allora fu il solo forse che dicesse altamente la verità al Principe, non lo giudicò giustamente che tardi e quando non era più in tempo. Se egli si fosse accorto di quel suo _volere_ e _non volere_ che applicava a Carlo Alberto, e pochi anni dopo doveva essere tradotto nel _Re Tentenna_, forse la rivoluzione Piemontese avrebbe avute altre sorti ed altra catastrofe.
Frattanto fin dal marzo 1820 cominciò a vociferarsi pubblicamente che Carlo Alberto era _tinto_ di Carboneria. La voce pubblica era ancora ingannata dal desiderio. Carlo Alberto aveva avuto qualche ritrovo coi caporioni dell’ordine, ma aveva molto scoperto, nulla promesso. Fu in una di quelle occulte visite che Giorgio Santafiori lo incontrò per le scale del dottor Gastone. Gli fu proposto il gran Magistero della Società e ricusò; gli fu fatta balenare la corona d’Italia e le sorrise un istante, ma ne distolse lo sguardo e andava a rifuggirsi al castello della Veneria a fare esperimenti d’artiglieria, suo studio prediletto, e suo vanto.
La irresolutezza del capo supposto e vaticinato si comunicava quasi inconsapevolmente a’ suoi luogotenenti, e intanto che gli eserciti Austriaci si mettevano in moto per andare a schiacciare la rivoluzione Napoletana, il Piemonte non dava ancora alcun segno di vita vera. Uomini come Lisio, Ansaldi, Collegno, Santarosa erano tutti presi dal male comune del futuro _Re Tentenna_.
Di questa esitazione si dolevano in silenzio i più ardenti capi del partito militare, ma più forte di tutti si lagnavano gli studenti. L’impazienza è la virtù dei giovani; chè se essi imitassero i vecchi, chi sospingerebbe il carro che tante mani respingono?
Queste impazienze andavano a scoppiare irate e tumultuanti nella taverna del sergente Carrera. Ivi Muschietti, Gastone, Grandis, Tubi, sfogavano i loro dubbi e le loro inquietudini giovanili.
— Ma perchè si tarda, dicevano? Perchè Lisio è ammalato, o il piano non è ancora studiato, o il Reggimento d’Aosta non è ancora preparato, o i Carabinieri sono avversi. Cosa vogliono? Che Vittorio Emanuele apra le porte della Cittadella colle sue auguste mani... Tentennamenti da vecchi! Ora si dice che anche il Principe di Carignano sia de’ nostri, meglio! — ma perchè esita allora? O vuol forse aspettar che la partita sia finita per raccogliere i frutti e lasciare a noi gli stecchi. Si finisca. — Noi siamo forti quanto basta per cominciare e cosa fatta capo ha. Vedrete che tutte le dubbiezze spariranno quando vi sia un po’ di sangue. Bisogna comprometterli tutti quanti. Conti, generali, colonnelli dubitanti, bisogna sforzarli a saltare il fosso: o con noi, o contro di noi....
Questi discorsi si facevano agli _animali parlanti_, ora presenti il capitano Ferrero, il capitano Gambini, Enrico e Laneri, ora soli i quattro caporioni della federazione Universitaria, e nessuno, a dir vero, era là per contraddirli.
La sera del 12 gennaio 1821, potevano essere suonate le sette, Gastone, Grandis, Muschietti, Tubi, arrivarono agli _animali parlanti_, entrarono nella gran sala, fecero un gesto come per intimar silenzio, e a voce alta dissero:
— Stasera tutti al teatro _d’Angennes_ e baccano d’inferno. Questa è la parola d’ordine!