XII.
LA CONVERSIONE.
Quando i due amici entrarono nella taverna il baccano era al colmo. Le voci si confondevano; chi cantava, chi urlava, chi picchiava sulle tavole, chi cozzava co’ bicchieri, chi disputava in un angolo sul romanticismo, chi bisticciava colla _Bombazon_ la bella di Grandis che aveva divorato da sola anche la cena del suo amico, chi chiamava Carrera, chi canzonava mamma Caterina, e chi infine ballava a tondo in un angolo della sala col suono del proprio fischio.
Mutati i giorni di dolore e gli accenti d’ira in suoni di piacere e in accenti di allegrezza, il tumulto della seconda bolgia Dantesca poteva servire di paragone.
Il pian terreno poteva tener bordone al primo piano, e le voci dell’alto si confondevano con quelle del basso e non parevano che l’eco d’un’immensa moltitudine. Erano, a dir molto, cinquanta persone e parevano cinquantamila. La gazzarra degli studenti si mescolava a quella de’ soldati, e la barriera che per solito li divideva era sparita. Carrera di quando in quando si provava a mandar per la sala un stentoreo _silence dans les rangs_, ma era indarno: l’uragano aveva ormai preso il sopravvento; e il Generale più non riusciva a domare la sedizione del suo esercito.
Tutti gli odori uscivano dalla bolgia, e il fumo delle pipe, i vapori del vino, le esalazioni de’ fornelli mescolati insieme empivano l’atmosfera d’una caligine acre e densa, e toglieva a chi vi entrava il respiro e la vista.
Ernesto dopo avere starnutato nell’ingresso si rivolse a Giorgio che esitava ad entrare e gli disse a bassa voce:
— Fatti coraggio...... questa è la fucina della rivoluzione......
— Me ne accorgo dal fumo!... — rispose Giorgio sorridendo.
I due amici salirono al primo piano, v’erano i soliti studenti colle loro belle; qualche bass’ufficiale e due ufficiali. Ma la confusione era tale in quel momento, che Ernesto non giudicò opportuno d’inoltrarsi e disse a Giorgio:
— Sediamoci in quest’angolo e lasciamo spegnere la fiamma. Fra poco suonerà la ritirata e vedrai che molta gente svignerà.
Giorgio ed Ernesto sedettero. Carrera li vide e si avvicinò a loro chiedendo ad Ernesto con un girar di occhi chi era l’amico.
— È un _animale parlante_ rispose Ernesto: gli metteremo nome «Leopardo».
— Bene! ah siete il Leopardo? fece Carrera. Volete un bicchier di vino?
— Grazie, rispose Giorgio, bevo acqua.
— Uhm! l’animale acquatico.
— Animale anfibio... brontolò il sergente, e voltò loro le spalle.
Infatti a poco a poco la folla era andata, quasi inavvertitamente, diradandosi. I tamburi di Piazza Castello avevano suonata da circa un quarto d’ora la ritirata, i soldati se n’andavano, alcune coppie di studenti, costretti ad accompagnare le loro donne al teatro _D’Angennes_ prendevano congedo, e verso nove ore non c’era più che una decina di studenti, qualche ufficiale, silenziosi e raccolti nella sala del primo piano.
— È l’ora di presentarti, disse Ernesto a Giorgio, vieni avanti con me.
Giorgio lo seguì verso il tavolo dove erano seduti gli ultimi rimasti.
— Amici, vi presento Giorgio Santafiori, amico mio e nostro...
— Salute! fecero quegli studenti, e uno per uno s’alzava a toccargli la mano ed a fargli il segno del _carbonaro_.
— Sempre! e tutti _carbonari_!... pensava Giorgio per nulla edificato di quella prima accoglienza.
— Studente? — chiese Alberigo Grandis.
— No!... — rispose Giorgio...
— Soldato — rispose Ernesto.
— Non ancora — replicò Giorgio.
— Coscritto o volontario? — chiese uno dei luogotenenti.
— Volontario io?... — fece con un sorriso di amara ironia interrogato.
— Perchè no, giovine amico, replicò il luogotenente, se poteste sotto questa divisa servir meglio la causa del nostro paese?
— Non potrei servirla, replicò Giorgio, perchè avrei giurato di servirne un’altra.
— Come! fece l’ufficiale guardando atterrito il giovane che gli aveva fatta quella strana risposta.... voi la pensate proprio così?... Ma allora.... continuò rivolgendo cogli occhi un’interrogazione ad Ernesto.
— Egli ha questo scrupolo; io ho già combattuto per levarglielo.... ma è una coscienza di diamante, limpida e dura.
— Lo convertirò io! — disse una voce sonante dal fondo della sala.... tutti si voltarono ed esclamarono alzandosi con rispetto....
— Il capitano!
— Salendo le scale ho udito i vostri discorsi.... badate un’altra volta di abbassare un po’ più la voce.
— Non importa — fece Carrera — a questa ora qui tutto è sicuro.
— Tu, Carrera, non conosci le orecchie della Polizia.... Dunque.... questo giovinotto diceva....
Giorgio alzò i suoi occhi brillanti sull’interrogatore, ma con tale sguardo che pareva volesse dirgli: «Perchè mi interrogate voi, e con quale diritto?»
Il capitano lo comprese e disse:
— Non temete giovinotto, io non sono qui per esercitare un’inquisizione, questi amici possono assicurarvene....
— Non ne dubito, signor Capitano, ma io sono rozzo, esco dal deserto adesso.... dovete scusare....
— Stringi questa mano.... dunque sei soldato.
— Ma.... — fece Giorgio esitando ancora.
— E non lo vorresti essere? — replicò il Capitano.
— Non lo vorrei essere, e non lo sarò — ribattè secco Giorgio.
— E abbandonerai in un’ora di pericolo la causa del tuo paese e disonorerai il tuo nome? ripicchiò con voce più forte e autorevole il Capitano: qual è il tuo nome?
— Giorgio Santafiori.
— Santafiori — esclamò il Capitano balzando in piedi — il figlio di Battista.
— Di lui! l’avreste conosciuto forse? — chiese premuroso il giovine.
— Se l’ho conosciuto! Bisognerebbe non aver amato sin da bimbi il proprio paese per non averlo conosciuto...... Dimmi non t’ha egli mai parlato d’aver incontrato nei suoi viaggi in Ispagna un sergente di Massena che si chiamava il sergente Ferrero?
— Che? sareste forse voi quegli che lo salvò dal furore dei vostri camerati che l’avevano preso per una spia di Mina?
— Io!.... — fece il vecchio soldato — dunque egli se lo rammenta il suo Ferrero.... ora il sergente è divenuto capitano, ma il cuore non ha mutato!
— E dov’è egli?
Giorgio tacque e abbassò la testa.
— Morto! Egli pure ha pagato il suo tributo... Povero Battista... Egli non ha veduto libero il suo paese... ma noi lo vedremo. Beviamo alla sua memoria.... era un santo!... non dico altro.
Gli amici alzarono i loro bicchieri, e li accostarono religiosamente a quello del capitano. Giorgio aveva due grosse lagrime sulla guancia che vi parevano impietrate...
— Ma dimmi, continuò il capitano Ferrero... c’è un altro Santafiori nel nostro esercito; nei dragoni della Regina, se non sbaglio. Sarebbe egli tuo fratello?
Giorgio volle dire di no, ma suo padre aveva sempre riguardato Michele per suo figlio, gli aveva dato il suo nome e non poteva contraddire a quella volontà.
— Sì, rispose arrossendo il giovane.
— Me ne duole.... egli è indegno di portare quel nome,... e spero che il fratello vendicherà l’oltraggio ch’egli fa ogni giorno alla memoria di suo padre.
— Io lo vorrei, signore! ma dite.... credete voi che, vestendo quella divisa che lo ha corrotto, io potrei compiere quella vendetta.
— La divisa non corrompe, esclamò Ferrero, purchè la si indossi coll’animo ben compreso dei diritti.... e degli obblighi che impone. Se tu credi che il soldato non sia che un mercenario, peggio ancora, un vassallo armato pel beneplacito del Re, è finita. Tu non avrai più bussola nella tua coscienza. Tu dovrai servire chi ti paga, imprigionar, se occorre, tuo fratello, e scannar tuo padre, e non aver altra legge che la volontà del tuo padrone. Ma i giorni dei soldati e capitani di ventura sono passati e vorrei che fosse vivo tuo padre per dirti se dopo la dichiarazione dei diritti dell’uomo vi possono essere in una nazione distinzioni tra cittadini e cittadini, soldati sì ma cittadini. Tutti abbiamo giurato, anche quelli che non hanno messo la mano sul Vangelo. Tutti quanti siamo, abbiamo giurato, ma di servire la patria e di obbedire alle sue leggi. Esse sono il sovrano... il re, o il presidente della repubblica, non può essere di sopra delle leggi nè della volontà della nazione. Il mio re, il re del capitano Ferrero, è il bene della nazione: esso è il suo Dio! Se il re mi comanda domani di fare qualcosa per il bene della patria, ecco tutto il mio sangue: se il re crede che fucili il maresciallo Ney, o i quattro sergenti della Rocella, io mi rifiuto — io mi sento sciolto dal mio giuramento, com’egli si credette sciolto dal suo. E se la nazione richiede il mio braccio perchè la protegga degli arbitrii del dispotismo io glielo offro perchè desso è suo. Diranno i sofisti, perchè io gli ho uditi, e nelle nostre file abbondano, ma chi è il giudice del bene o del male, e chi interpreta la volontà della nazione? Chi? La coscienza che non falla! Ogni uomo l’ha apposta la sua coscienza per giudicare delle azioni che deve compiere o lasciare, perchè non l’ha ad avere un soldato? Se domani un generale ubbriaco viene a ordinarmi di mettere a ferro e a fuoco Torino! io l’ho bene la coscienza per giudicare che egli è ubbriaco e che mi ordina il male. Così può essere d’un re stolto, o d’un generale infame che volesse valersi della mia spada per compiere scellerate azioni contro la mia patria e le sue leggi. Io ho giurato a lui, come egli ha giurato a me; è un patto reciproco sull’altare della patria: chi lo scioglie per primo, quegli è un traditore.... Ascoltate me, giovinotto.... posso dire di parlare con la voce stessa di vostro padre.
Giorgio, durante questo discorso, pronunciato con eloquente concitazione, non aveva mai fiatato: quand’ebbe finito egli si alzò in faccia al vecchio capitano e con la voce solenne d’un neofita che si consacra ad una religione disse:
— Capitano, io abbandono per seguire il vostro consiglio tutto quanto ho di più caro sulla terra. Fra quindici giorni io sarò soldato. Mi potete voi promettere che è la salute della patria che lo impone?....
— È Dio che lo vuole.... fece il capitano alzandosi col tuono consueto d’un sacerdote....
Tutti s’erano alzati con lui, e pochi minuti dopo, ciascuno raggiungeva per opposte vie casa sua.