Chapter 8 of 18 · 1902 words · ~10 min read

VII.

IL PIÙ TINTO DEI CARBONARI.

Il medico Gastone aspettava il figliuolo di ritorno dalla campagna in un ampio stanzone che servivagli di studio, tutto tappezzato di scansie e vetrine, piene di volumi, di strumenti chirurgici e d’ogni maniera di preparati di chimica e d’anatomia. Tutta questa suppellettile scientifica, a dir vero, non serviva che d’insegna alla bottega, e ben considerato era messa in mostra più per rinforzare il credito nella dottrina del Dottor Gastone, il quale aveva accattato bensì una certa riputazione nella scuola rabbiosamente _brousseista_ di Torino, ma era ben lontano dall’usare troppo spesso del suo armamentario e della sua biblioteca.

Nel momento in cui lo troviamo, coi gomiti puntati sul tavolino passeggiando liberamente con una mano sopra la lucida curva d’una testa brulla d’ogni lanugine come la guancia d’una giovinetta, il dottor Gastone pensava... Alla scienza?... no!.... A suo figlio? nemmeno... sebbene l’amasse di tenero affetto. Pensava alla _Carboneria:_ alla _Carboneria_ di cui egli era stato il primo apportatore in Piemonte, che era il suo genio famigliare, il suo sogno, il suo nutrimento, la sua ambizione e la sua vita.

Nel 1812, in occasione di un viaggio di istruzione che aveva fatto nel mezzodì, era stato ascritto ai Carbonari del Cilento, e come laggiù i meridionali hanno il genio, dove genio è necessario, di ogni scienza simbolica, e le società segrete che ne facevano professione erano divulgate e potenti, così il Gastone riportò di là tutto il severo convincimento dei suoi maestri e non provò mai la tentazione così facile di posporre un punto d’interrogazione dubitativo a certe ritualità che anche a molti fra i credenti parevano istrioniche. Fin dai primi gradi erasi avvezzo ad osservare colla religione di un neofita tutti i precetti del rituale carbonaresco; e quando fu innanzi nella gerarchia non permise mai ad alcuno di schermirsene e di deriderlo.

Il dottor Gastone poteva dirsi il perfetto Carbonaro. Non motto segreto ch’egli ignorasse, non segno cabalistico ch’ei non sapesse eseguire con drammatica perfezione. Conosceva la storia della Carboneria come i padri guardiani d’un tempo conoscevano la storia del loro convento, e le dava anch’egli, e sul serio, origini antiche ed auguste, facendola scendere da Salomone, da Manete, e via via dai templari, dagli illuminati, dai framassoni; ogni dì aveva sulle dita i titoli e le sedi di tutte le vendite, e ti snocciolava all’occorrenza i nomi di tutti i venerabili e de’ grand’orienti, come avrebbe potuto fare un _Almanacco di Gotha_ della _Carboneria_. Sapeva a memoria un numero stragrande di aneddoti e li spacciava sicuro e convinto, e fra le altre rimuginava una storia completa del modo con cui la Carboneria aveva aiutato Napoleone a fuggire dall’isola d’Elba, che avrebbe dato clandestinamente alle stampe per edificazione dei fedeli; e infine era il bibliotecario, l’archeologo, l’erudito e il giurisperito della Società.

Con tali attributi e tale fervore di credenza nessuno meraviglierà s’egli facesse propaganda e se la sua messe fosse copiosa.

Non appena reduce in Piemonte, il suo primo pensiero e il suo primo sforzo fu di impiantare una _vendita_ a Torino e vi riuscì. I _buoni cugini_ non si contarono dapprima che sulle palme della mano, ma poi raddoppiarono, moltiplicarono, e la _vendita locale_ divenne _centrale_, cui ben presto prestarono sudditanza e fecero corona molte altre vendite in tutte le città del Piemonte, penetrate in breve nelle magistrature, nelle milizie, nelle scuole, a’ piedi dell’altare, nell’aula della reggia, formidabile serpe laocontea che montava invisibile ma sicura al collo dei tiranni d’Italia, e li avrebbe di certo strozzati, se essi medesimi non si fossero vestiti delle sue sembianze e non l’avessero ingannata.

Il nostro dottore però rappresentava la vecchia Carboneria; quella a cui bastava radunarsi in un sotterraneo addobbato di simboli tetri per pronunciarvi sopra lo stocco e il gomitolo una tragica formola. Perciò i patriotti piemontesi, i quali verso il 1818 cominciavano a comprendere come le opere sole avrebbero potuto suggellare i magnifici giuramenti delle _vendite_ e che pensavano seriamente ad una rivoluzione, sebbene fossero pieni di stima per la probità del loro fondatore, si diedero piano piano a emanciparsi da lui, a celare una parte dei loro segreti e a non considerarlo più che come uno strumento passato d’uso o tutt’al più come l’uomo tecnico delle controversie disciplinari. Però non gli assegnarono che un grado mediocre nella gerarchia, e lo crearono solamente Censore. Il povero Gastone versò lagrime amare e sincere per quell’oblìo che a lui pareva ingratitudine; pensò un momento rassegnare la dignità; ma alla fine non ebbe cuore di separarsi da quella che chiamava la sua seconda famiglia.

E naturalmente la famiglia prima, cioè la vera, ne pativa alquanto. Gli interessi andavano alla carlona; l’educazione del figlio ne scapitava; i malati gli andavano al camposanto, e il dottor Gastone non se ne accorgeva, parendogli che dal giorno in cui Ernesto aveva presi i primi gradi dell’ordine fosse in buon porto di salvazione e la famiglia al sicuro da ogni disastro sotto le grand’ali della Carboneria.

Quando Ernesto entrò nello studio, traendo seco Giorgio che stava di dietro timidamente, il dottore si scosse dalla meditazione, s’alzò e baciò ripetutamente il figliuolo che gli corse nelle braccia.

— Babbo... ti presento un mio amico.... un amico.... che ho trovato per istrada.

— Oh bravo, bravo Ernesto... ho molto piacere — e il dottore agguantava la mano di Giorgio stringendola più volte col triplice segno carbonaresco; segno che il nostro campagnolo non solo non capiva ma non avvertiva nemmeno.

— E come si chiama il signore? — riprese un po’ secco il Gastone, che non vedendosi corrisposto al segno cominciava a raffreddarsi.

Ernesto declinò il nome del suo amico.

— Come!... Santafiori?... Santafiori di S....

— Sissignore — fece Giorgio.

— E figlio di Battista?...

— Sissignore.

— Oh mio caro e buon ragazzo.... qua un bacio.... un altro ancora.... già la disgrazia la ho saputa subito.... non parliamone più. Gran buon uomo quel Battista... peccato che non abbia voluto.... basta.... ma c’è il figlio.... il figlio si farà cuore.

Queste parole che il dottore pronunziava a strascico, unite insieme e rinterzate dal necessario significavano: «peccato che Battista non abbia voluto farsi carbonaro. Basta, ci vuole pazienza! ma c’è il figlio da pescare e si pescherà».

Giorgio naturalmente non aveva capito un ette. Ernesto invece indovinò l’antifona e pensò subito di tagliar corto.

— Ho offerto a Santafiori l’ospitalità in casa nostra.

— Benone — esclamò il dottore.

— E vado a far preparare un po’ di cena per riparare ai guasti che le diligenze di S. M. hanno fatto nei nostri ventricoli. Intanto ti lascio solo con Giorgio che ha una malattia segreta da confidarti.

— Oh! — fece il dottore guardando fra dolente e stupito l’ospite suo che sorrideva. — Via parlate signor Santafiori — ripigliò il medico quando si fu accorto che Ernesto era uscito. — Sedete e parlate.

— Signore — fece Giorgio restando in piedi e pigliando una certa aria solenne. — La mia malattia è una fantasia di suo figlio che io non ho voluto contraddire per poter conservare più gelosamente il segreto che mi conduce da lei.

— Non si tratta dunque di medicina!... E di che cosa si tratta allora? — rispose Gastone ravvivato nelle sue segrete speranze e avvicinando la seggiola.

— La prego di leggere questa lettera — e Giorgio porse al dottore il biglietto che gli aveva lasciato suo padre. Gastone pose a cavallo del naso un paio d’occhiali e si mise a borbottare più che a leggere queste parole:

_Gennaio_ 1827.

«Caro Gastone.

«Quando mi proponeste or sono cinque anni di dare il mio nome alla Carboneria non lo volli e ve ne diedi le ragioni, che ripetere non giova.

«Nullameno se a ottant’anni, dopo aver percorse tutte le società segrete di due secoli e di due mondi, non poteva sentirmi invaghito d’entrarvi, mio figlio che pose oggi il piede sulla soglia della vita, non dee restare ignaro di ciò che si pensa, si spera e si prepara per la libertà del suo paese, ed io desidero ch’egli offra il suo braccio alla Carboneria, fidente che alla religione del giuramento egli non mancherà mai. Però lo mando a voi, caro Dottore, perchè l’iniziate.

«Fate che il suo amore alla libertà ed il suo odio alla tirannia, fruttino opere generose alla patria e che egli vegga compito il sogno che io porto meco nella sepoltura.

«BATTISTA SANTAFIORI».

La faccia del dottore mano mano che procedeva nella lettura era divenuta porporina, copiose stille di sudore imperlavano la sua calva fronte, due grosse lagrime gli colavano sulle guance, un sorriso di contentezza gli tremava sulle labbra, e il foglio pareva gli volesse saltar fuori dalle mani come lo avesse colto la paralisi.

Appena finita la lettera si gettò egli stesso nelle braccia di Giorgio, gli afferrò colle mani la testa e baciucchiandolo di nuovo: — Ah sì!... — gridava — oggi stesso.... subito.... mio caro cugino.... mio buon cugino.... che sii benedetto tu e il padre tuo.

Giorgio non poteva comprender bene il significato di quelle parole «buon cugino»; tuttavia alla vista di quel vecchio commosso e tremante non potè vincere egli stesso un fremito d’emozione e dovette appoggiarsi ad una sedia per non traballare. Quale mai doveva essere quel mistero a cui suo padre lo avviava dalla tomba, che faceva piangere un vegliardo e a lui, giovane provato alle percosse, battere i polsi?

Però come la prima sfuriata quetò, Gastone prese a dire:

— E voi siete ben preparato, figliuol mio?

— Lo sono.

— E se v’imponessero prove terribili?

— Le subirei.

— E se vi comandassero un delitto?

— Un delitto! — chiese Giorgio meravigliato — mio padre non può volere ch’io m’ascriva a una setta di malfattori.

— Bene! domani sera vi condurrò io stesso alla _vendita_ e sarete ordinato.

E in quel mentre entrava Ernesto ad annunziare che la cena era imbandita con soddisfazione di tutti, ma principalmente del dottore cui la conquista di un nuovo accolito aveva risvegliato uno straordinario appetito.

La notte Giorgio non potè, come l’inferma di Dante, trovar posa sulle piume; il domani stavagli confitto come chiodo nella mente e il sonno stesso non potè sconficcarlo. Quando verso il mattino s’addormentò, i pensieri della veglia divennero le larve del sogno e nella lor forma impalpabile sembrarono più terribili. Povero giovane!... quei sogni erano forse profezie.

Quando si svegliò aveva le ossa peste, le arterie lo martellavano ancora, e le nebbie della notte non peranco s’erano dileguate dall’anima sua.

Cercò Ernesto, era all’università; cercò il dottore, era alle sue visite: si trovò male nella solitudine di quella casa e uscì. Si pose a vagare solo soletto per Torino, ma ben presto fu annoiato dai monotoni rettilinei di quelle contrade, dalla perenne penombra di quelle viottole umide e strette, dove non era vestigio di gloriose memorie antiche, dove era rachitico il moto della vita moderna, dove una popolazione nana, taciturna, povera, insassata, senza raggio veruno di brio e di vivezza italiana, passava e ripassava come popolo di fantasmi in una squallida necropoli.

Quest’era l’impressione di Giorgio quaranta e più anni fa; e certo chi confronta la povera capitale dei poveri re di Sardegna e i suoi sessantacinque mila abitanti colla splendida sede del regno d’Italia, animata dalle sue duecento mila persone, co’ suoi monumenti, le sue ricchezze, le sue industrie e il suo splendore odierni, troverà legittimo il giudizio e onesto il commento che il narratore delle sue memorie ci appulcra.