XVIII.
APPARECCHI DI LOTTA.
Pochi giorni sono trascorsi dagli avvenimenti che abbiamo narrati. Tutti gli studenti che non hanno potuto fuggire alla strage dell’Università e dalle zanne della Polizia, giacciono quali sui letti degli Ospedali militari, quali rinchiusi nelle cittadelle d’Ivrea, di Finestrelle e d’Alessandria.
La Polizia è sempre spavalda e provocatrice; la corte, cieca e testarda; l’esercito, diviso in due campi e combattuto da opposti sentimenti; Carlo Alberto sempre misterioso, tentennante; e i capi della Rivoluzione, incerti e dubbiosi come l’uomo di cui subivano la letale malìa.
Tuttavia malgrado questi tristi esordii ognuno sentiva che si camminava a gran passi verso una catastrofe. La gioventù cominciava a riaversi dalle toccate percosse, e mormorava apertamente propositi di vendetta; qualche studente tornava a far capolino ed a gettare nella folla ardenti parole; i federali dell’esercito ripigliavano ardire; e Carlo Alberto stesso pareva fare qualche passo più ardito e arrivava persino a visitare i feriti studenti negli ospedali o dispensar loro parole di conforto che in bocca sua parevano tanti gridi di riscossa.
Durava invece sempre uguale a sè stessa la grande indifferenza della popolazione. Come un pubblico invitato ad uno spettacolo, essa aspettava che qualcuno alzasse il sipario, pronta ad applaudire il vincitore.
Ernesto Gastone e Pietro Muschietti, in capo a due mesi, mercè le materne cure di Caterina e di Carrera e l’allegra compagnia degli amici che facevano a gara per allietarne la lenta convalescenza, s’erano interamente riavuti. Muschietti non aveva alcun segno visibile di ferite: Ernesto invece portava dalla fronte alla guancia una larga cicatrice che in luogo di deturparlo suggellava sul suo volto l’impronta della natìa fierezza.
Essi, appena risanati, vollero vedere a che punto erano le cose e s’accorsero che malgrado le rettoriche declamazioni si era molto addietro. Essi correvano dall’uno all’altro, da Santarosa a Lisio, dai capi militari ai professori, pregando, spronando, rimproverando, e raccoglievano gran messe di promesse _pretereaque nihil_. In alcuni trovavano ardore quanto in loro; ma erano i soliti: Ferrero, Gambini, Laneri e Giorgio.
Giorgio era senza paragone il più deliberato. Egli sosteneva che bastava impadronirsi del comandante della Cittadella, e dominarvi per 24 ore per aver la rivoluzione trionfante.
Ma contro i suoi consigli prevalevano quelli degli ufficiali che non rischiavano a tentare il colpo senza aver la città o una parte almeno del presidio di fuori che li appoggiasse. Ferrero allora si riprometteva far la sua parte colla sua compagnia; ma se questo era troppo per Gastone, per Santafiori, per Muschietti, era poco per gli altri;.... e si consumava il tempo io almanacchi ed in sterili discussioni.
Però nei primi di marzo venne a Torino segretamente un uomo, che doveva avere una influenza decisiva sulle sorti della rivoluzione e di cui la storia non poteva dimenticare il nome. Era il capitano Garelli del reggimento di Genova. Era allora di presidio ad Alessandria e veniva a Torino ad annunziare in brevi termini ai federati Torinesi che il presidio d’Alessandria aveva deciso di sollevarsi per il giorno _nove di marzo_, ed a chiedere che Torino secondasse il movimento. Aggiungeva che Ansaldi era deciso a rompere gl’indugi ed a mettersi a capo dell’impresa, e che la vittoria era certa. Che si sarebbe proclamata la costituzione di Spagna, costituita una _Giunta provvisoria di governo_ e fatto della fortezza il centro dell’insurrezione.
— E Torino non starà colle mani alla cintola — fece Ferrero quando Garelli ebbe finito il suo rapporto.
— Non ci starà, — rispose Giorgio, — dovessi fare io solo la rivoluzione in cittadella.
Allora sorse un altro argomento di disputa. Si doveva uscir tutti da Torino e muovere armati in soccorso d’Alessandria o sollevare la capitale e quivi concentrare tutto il moto delle provincie?
La discussione durò ardente, disordinata, intollerante, com’è il costume de’ congiurati, fin quasi al mattino, e non si approdò a nulla. Si decise rimettersi al giudizio di Lisio e Santarosa, e appena giorno, Muschietti fu ad interpellarli a nome degli amici.
Il consiglio, anzi il volere del Comitato era che il moto dovesse far capo ad Alessandria; ivi raccogliere tutte le forze; proclamarsi il governo, e ordinato un esercito, marciare in massa contro Torino.
Questo consiglio significava tre cose chiarissime: guadagnar tempo, lasciar la responsabilità dell’iniziativa ad Alessandria, e la libertà dell’azione a Torino; e questo consiglio non poteva venire suggerito che da Carlo Alberto.
Quest’ordine scontentò i più ardenti; tutti finsero accettarlo per amor di concordia, ma tutti si proposero o sperarono poterlo deludere per il più sicuro trionfo della causa stessa alla quale si erano consacrati. La mattina del 10 marzo non tardarono a giungere a Torino le notizie della sollevazione d’Alessandria.
«Narravasi, così il Brofferio, che il capitano Palma alla testa del reggimento di Genova, stanziato nella Cittadella, aveva alzato il primo stendardo di libertà; che i Dragoni del Re, condotti dal capitano Baronis e dal sottotenente Bianco, si fossero congiunti al reggimento di Genova; che il colonnello Ansaldi avesse in nome della Costituzione preso il comando della Cittadella, che una grande maggioranza di cittadini si fosse unita ai militari; e finalmente che si fosse composta una _Giunta provvisoria_».
Ogni altra mora sarebbe parsa vile ai federati torinesi. L’ora era giunta: propizia a chi l’avesse saputa afferrare; irreparabile a chi l’avesse lasciata sfuggire. Si sentiva da tutti, anche dai più titubanti, che bisognava agire e agire subito; la cittadinanza stessa estranea alla congiura era invasa dall’ansia di pronti avvenimenti. E per quelle battaglie avventurose che si chiamano _Rivoluzioni_ e in cui tutto dipende dall’audacia di pochi, anche questa ansia è una forza perchè è un consenso.
Ma come si sarebbe agito? d’onde sarebbe venuto il primo colpo? Chi avrebbe cominciato?
Si era sempre al problema di pochi giorni prima, e le due opposte opinioni cozzavano sempre negli animi, sebbene scopertamente si dichiarasse di obbedire agli ordini del comitato.
E questo, che non aveva mai immaginato nè sperato altro che una congiura militare, e che era più dominato da pregiudizii di strategia soldatesca che guidato da fede rivoluzionaria, stava sempre per il concentramento in Alessandria, dove già sventolava il vessillo della libertà, salda base d’operazione, formidabile rocca per le disperate difese.
Fu quindi ordinato che tutti i federati marciassero in Alessandria, e la voce pubblica che in tali giorni crea e divora le notizie, voleva già che Santarosa, Lisio, Collegno, San Marzano fossero fuori di Torino alla testa dei sollevati.
Quest’ordine perentorio arrivò contemporaneamente al capitano Gambini per i Federati della cittadella, ed al capitano Ferrero per la sua compagnia della Legione.
Gambini lo trovava assurdo, ma non aveva il coraggio di opporvisi apertamente e mandò a rispondere: «Ubbidisco: ma avverto che non potrò mettermi in viaggio che la notte seguente e con pochissima gente».
Giorgio portò egli stesso il biglietto di Gambini a Santarosa. Fu la prima volta che questi due uomini, l’uomo della storia e l’uomo della cronaca, s’incontravano.
Santarosa restò un po’ meravigliato nel vedere che il Gambini riponesse tanta fiducia in un artigliere a segno da confidargli una lettera aperta, e squadrandolo da capo a fondo dietro i suoi occhiali d’oro, gli disse:
— Come ti chiami?
— Giorgio Santafiori.
— È un pezzo che sei Federato?
— Io credo d’esserlo stato nella mente di mio padre, che insegnerebbe a molti eroi d’oggigiorno come si fanno le rivoluzioni.
— Sei severo, artigliere!.... e chi era tuo padre?
— Mio padre?.... Nulla.... a sette anni gettava sassi nella testa de’ Tedeschi con Balilla e Pittamuli.
— È un esordio rispettabile.... e tu vorresti imitarlo?
— Io vorrei, colonnello, — fece Giorgio abbassando la voce e avvicinandosi agli orecchi di Santorre — io vorrei darvi nella mano la cittadella questa notte istessa.
— Tu?.... sei pazzo.
— Colonnello... — fece Giorgio Santafiori, ponendosi sul _guardavoi_, — non avete altro a comandarmi?
— Altro — e lo congedò.
Giorgio uscì mormorando tra sè «lo vedrà se sono pazzo».
Ferrero nel tempo stesso che riceveva l’ordine segreto de’ suoi capi di recarsi ad Alessandria, riceveva da’ suoi capi ufficiali, dal Ministero della guerra l’ordine d’andar a prendere colla compagnia il presidio della città di Cuneo.
Egli comunicò quel doppio ordine a’ suoi amici. Gastone voleva che non partisse: Muschietti più prudente diceva:
— Partire da Torino lo deve, perchè non potrebbe giustificare il suo rifiuto al Ministero e correrebbe il certo rischio d’essere fatto prigioniero assieme a’ suoi soldati prima di poter agire. Ma la partenza non deve essere che una manovra per accontentare il comitato e sopire il sospetto del governo. Giunti poi alla prima tappa fa un _dietro fronte_ e al passo di carica marcia su Torino: noi gli andiamo incontro, la cittadella si solleva, la città si copre di bandiere, si proclama la costituzione e l’affare è fatto.
Ferrero esitò un momento; poi deposta la sua larga mano in quella del giovane disse: — Voi promettete che gli studenti mi verranno incontro e che la cittadella insorgerà?
— Lo promettiamo...
— Allora viva la Libertà!... domattina il capitano Ferrero sarà alle porte di Torino.
E come promise mantenne. La mattina dell’11 marzo Torino svegliandosi sentiva dire che una colonna di truppa, un battaglione, un reggimento, era fuori di Porta Nuova accampato nei dintorni di San Salvario, che la comandava un colonnello, un generale: era stata gridata la costituzione di Spagna, che centinaia di studenti armati di tutto punto accorrevano da tutte le parti a ingrossare i sollevati.
La verità era che il bravo Ferrero si trovava solo con 80 uomini: che le centinaia di studenti si riducevano al centinaio, e le armi di tutto punto ai soliti randelli.
In breve ora, tutto fu in moto: la popolazione correva a frotte verso il campo degli insorti, ma, giunta da presso veduto, quel sottile manipolo di soldati e quelle poche decine di giovani, come una gente delusa dalla speranza dello spettacolo, restava stupida e immota ad aspettare se qualche nuovo attore compariva che lo compensasse della miseria del prologo.
Il governo invece non sapeva quel che annaspasse. Come tutti i governi in faccia alla rivoluzione aveva perduta la testa. Mandava due battaglioni d’Aosta con una compagnia d’artiglieri, con ordini equivoci, e poi gli richiamava. Forse era corsa la voce a corte che in quei reggimenti e fra quelli artiglieri specialmente c’erano molti Federati e che si rischiava, lasciandoveli in contatto, di vederli passare al nemico. Intanto sotto gli occhi della polizia, della truppa e dell’intera città passava un carro di fucili e di munizioni, diretto ad armare gli studenti e arrivava sano e salvo a San Salvario.
Poi pentito di quel richiamo, mandava un mezzo squadrone di Carabinieri a cavallo e mezzo squadrone di Piemonte Reale, senza pensare che questa forza sarebbe stata insufficiente e inesorabilmente battuta.
E prova di maggior buon senso, se non di coraggio, diedero il maggiore Ducco e capitano Caravadossi che comandavano quei cavalieri. Perchè veduto che Ferrero avea formato il quadrato, e si disponeva a resistere a oltranza, si ritirarono in bell’ordine e stettero in osservazione.
La città continuava a guardare colla sua cheta curiosità: i regii non avanzavano: i Federati stavan fermi: la bilancia delle due sorti era equilibrata, e si capiva che il più lieve soffio la poteva ad ogni istante far traboccare da un lato o dall’altro irrimediabilmente, e l’evento lo dimostrò.
A corte si era presa alfine una risoluzione: mandar il cavalier Raimondi, colonnello della legione Regia, nella quale era capitano Ferrero, ad arringare i ribellati ed a richiamarli al dovere.
Ferrero da lontano lo vide arrivare al galoppo, e comprese subito che tutto era perduto se quell’uomo poteva parlare alle truppe: egli non ha che un mezzo, precorrerlo. Ferrero si toglie dalla sua compagnia, s’avanza con passo risoluto verso il suo colonnello e lo arresta con queste parole:
— Noi siamo qui per la libertà e per la indipendenza della patria: se volete riconoscere la nostra bandiera, siamo pronti ad obbedirvi, se no, ritiratevi o faremo fuoco sopra di voi.
— Sono vostro superiore, — ripigliò Raimondi, e come tale vi ordino di obbedirmi.
— In questo momento, — replicò Ferrero, — non ho altri superiori che Dio. Vi replico di ritirarvi; e se pure volete rimanere, fuori la spada e sia decisa la quistione fra noi due.
Raimondi trasse la spada, non per combattere con Ferrero, ma per comandare ai soldati di eseguire i suoi ordini, e sprona per arrivare fino ai soldati; Ferrero non ha più la forza di trattenerlo: i soldati forse hanno udito la sua voce.
Ernesto che aveva il comando in secondo della colonna, aveva tutto osservato e indovinato. Egli stava ansioso ad aspettare la conclusione del colloquio quando udì dietro sè alcuni soldati esclamare:
— È il nostro Colonnello; gridiamo: Viva il nostro Colonnello!
Egli misurò tutta l’urgenza del pericolo e capì che l’esitazione d’un istante avrebbe tutto perduto. Il cavaliere Raimondi aveva già brandito la spada, era arrivato al cospetto dei soldati, e già aveva aperta la bocca per parlare. Ernesto non ci vedeva più: puntò la sua pistola contro il petto del Colonnello e lo stramazzò da cavallo inondato nel suo sangue.
I soldati che stavano per gridare: Viva il Colonnello, gridano: Viva i fratelli studenti! e l’audacia di Ernesto salva da certa disfatta quella colonna.
Ma la città era inerte: dalla cittadella non si udiva nessun segnale, il giorno calava: la truppa riavutasi da una prima sorpresa, si preparava ad un estremo assalto. Ferrero credette che fosse vano lo stare in quella posizione e ordinò la ritirata su Alessandria.
Anche la ritirata era un atto disperato perocchè gli era d’uopo attraversare mezzo Torino, sotto gli occhi d’un esercito ostile, venti volte più forte: tragittare un fiume come il Po, probabilmente sotto il fuoco del nemico che non avrebbe lasciato fuggire l’occasione di massacrare al varco la piccola colonna.
Ferrero rischiava troppo: mentre poteva aspettare la notte, più favorevole a sparire se la ritirata era necessaria, più propizia a marciare se la cittadella come speravasi insorgeva.
Muschietti si oppose con tutte le sue forze alla ritirata: Ferrero insistette: Muschietti rispose:
— Voi partite, io resto. La lotta è qui!