XXXIII.
SUL SAN BERNARDO.
Infatti Giorgio e Giusta guidati dal fedele Carrera correvano da circa due ore sulla libera strada dei campi. Giusta, presentandosi alla Cittadella sotto le vesti di un servo di casa Tacchini, e con quell’ordine perentorio, scritto su quella carta conosciuta, firmato da quel nome, non aveva trovato ostacolo veruno.
Il carceriere disse: — «se non fosse per il Senatore Tacchini vi direi, tornate domani, ma con quell’uomo non si scherza». Poi camminando verso la prigione: — E dove lo conducono a quest’ora?
La fanciulla rispose cercando d’alterare la sua voce — Ordine del Re di condurlo subito a Modena.
— Ah! capisco, — soggiunse il carceriere — avrà delle rivelazioni a fare. Tutti traditori questi rivoluzionari! borbottò di nuovo intanto che apriva il carcere del condannato.
Rinunciamo a descrivere la sensazione di Giorgio alla comparsa di Giusta nel suo carcere nel cuore della notte, in mezzo alle larve della morte imminente, nel naufragio ormai consumato d’ogni speranza. Vi sono crisi dell’animo che si sentono una volta in vita ma che non si ripetono più, che ognuno prova diversamente e che non possono essere nè riprodotte nè dipinte sullo stampo altrui.
Giusta però non durò fatica a far comprendere al suo amico che una sola parola imprudente gli avrebbe perduti. L’Artigliere aveva tosto indovinato che quell’ordine di liberazione non veniva certamente spontaneo da’ suoi nemici, e che era il frutto d’una lunga e rischiosa congiura, e non voleva aver egli la colpa d’aver mandato a male tanti sforzi e tante speranze. Però fino a che non furono fuori, fino a che non misero il piede sul legno di Carrera, non una parola, non una mossa, non uno sguardo che li potesse scoprire. Ma liberi di poter parlare e sfogarsi, la piena di gioia e d’amore lungamente compressa non ebbe più freno. S’abbracciavano, piangevano, si mormoravano gemiti incomprensibili fuorchè per essi, dimenticavano la terra e non vedevano che l’estasi del Cielo.
La realtà però non tardò anche per essi a riprendere il suo dominio. S’era fatto giorno chiaro. Carrera pensava a condurli sui monti di Aosta presso una vecchia parente di sua moglie e là tenerveli nascosti fino a che si fosse offerta l’opportunità di passare in Francia. Ma si era ancora lontani dalla meta e bisognava correre molte ore prima d’arrivarvi. Poi non parve prudente entrare di giorno nei villaggi tutti tre assieme in una carrozza che in quelle valli primitive dava nell’occhio e che non avrebbe mancato di servir di traccia alla polizia che certo doveva aver sguinzagliati dietro i fuggiaschi tutti i suoi bracchi. Perciò poche miglia prima di Montalto i due amanti smontarono: Giusta mutò i suoi abiti da uomo nelle vesti d’una semplice montanina che Carrera aveva saputo trovare nell’armadio della sua Caterina. Giorgio cambiò pure qualche parte del suo abbigliamento e si separarono dandosi col sergente convegno d’arrivare per diverse vie alla casa convenuta. Dopo due giorni di marcia a piedi, senza incidenti e senza pericoli, arrivarono per sentieri nascosti sull’alpe che doveva ospitarli. Carrera che gli aveva preceduti per preparare i quartieri venne loro incontro: sulla porta d’una bianca casetta appiattata dietro un padiglione di castagni e di pini gli accolse una vecchierella con queste semplici parole: — siate benedetti col Signore che vi accompagna! E i due giovani vi entrarono non sospettati e non visti da nessuno.
Carrera però quand’ebbero riposato poche ore disse loro: — non bisogna dimenticarsi nella felicità del momento, che a quest’ora tutta la polizia del Tacchini sarà in moto e che la bestia ha l’olfatto fine. Però domattina all’alba è forza rimettersi in marcia e guadagnare il confine.
Giorgio e Giusta si sentivano così bene nella pace di quel nascondiglio che non sapevano trovare il coraggio di staccarsene. Pure capivano che Carrera aveva ragione e si dissero pronti a ripartire.
— E dove andate, figliuoli? disse la vecchia.
— Dove si va quando si fugge: rispose Giorgio, alla ventura.
— Cattivo consiglio! ripetè la donna, in questi momenti vi sarà difficile passare il confine che è minutamente guardato pei contrabbandieri.
— E allora che ci consiglieresti, mamma? fece Carrera.
— Qui alla cima estrema delle nostre montagne c’è un ricovero che la polizia non sospetta, innanzi al quale i gendarmi passano facendosi il segno della croce e che i potenti della terra visitano con rispetto.
— L’ospizio del San Bernardo forse? sclamò Giorgio.
— L’hai detto, figliolo, rispose la vecchia, quello, se vuoi salvarti, dev’essere l’ultimo rifugio della tua vita.
— Ma e Giusta? — fece Giorgio.
— Giusta potrà accompagnarti. I monaci del S. Bernardo ricoverano spesso le donne ed hanno vicino al grande ospizio una piccola casa custodita da poche suore dove ricettano le infelici che nei disastri della nevicata riescono a disseppellire viventi. Tu la potrai condurre lassù e finire se non con lei, vicino a lei, la tua vita.
— È un ridente sogno quello che ci proponete, o santa donna, e noi l’accettiamo; non è vero Giorgio? fece Giusta.
— Deve accettarlo, soggiunse Carrera. Fuori del consiglio della nonna non veggo altra via di salute.
— Ma — fece Giorgio — .... e quei frati mi accetteranno?
— Andate a nome di mamma Beatrice, che sono io, dal Padre Priore e presentategli questa medaglia di S. Agostino. Egli vi riconoscerà e vi riceverà, ne son certa, almeno come servo.... mettetevi in cammino domattina prima dell’alba e alla sera prima di notte sarete all’ospizio.... Addio figliuoli, siate benedetti e pregate per me. Io farò altrettanto per voi.
Carrera due ore prima di giorno svegliò i suoi due amici, e col solito gergo militare che non aveva mai smesso, disse loro: — È il momento di partire: _En avant_ — _pas-acceleré_ — _marsch_.
Giorgio e Giusta s’incamminarono dietro i passi del vecchio sergente e si perderono in poche ore negli anfratti della montagna.
. . . . . . .
Un mese dopo arrivava all’ospizio di San Bernardo una gran squadra di soldati e carabinieri comandati da un ufficiale e chiedevano ospitalità per quella notte. Il Padre Priore si affrettò, secondo il suo pio costume, a spalancar loro le porte del sacro rifugio.
— Sono venti giorni, buon padre, disse l’ufficiale, che si cammina per queste alpi in cerca d’un assassino fuggitivo colla sua druda e siamo costretti a tornare indietro colle mani vuote.
— E come si chiama il fuggitivo? — disse il Priore.
— Giorgio Santafiori.
Un giovine romito che stava dietro al Priore colla testa chiusa nel suo cappuccio diede un soprassalto così visibile che guai se l’ufficiale avesse avuti gli occhi sopra di lui!
Egli avrebbe subito riconosciuto l’uomo che cercava.
Giorgio Santafiori monaco del S. Bernardo vede ogni giorno Giusta Arena, custode dell’ospizio delle donne. Essi si sorridono, si dicono addio e guardano insieme nel cielo dove sperano d’abbracciarsi poichè la regola del chiostro e le leggi degli uomini glie l’hanno omai vietato sulla terra.
Scorsi altri due anni, i cani dell’ospizio dissotterrarono da una valanga della montagna un corpo stecchito dal gelo ma il di cui cuore batteva ancora. I monaci gli furono d’attorno colle usate cure per richiamarlo alla vita. Quando aperse gli occhi, Giorgio riconobbe il sergente Carrera.
Fu quello un giorno di festa per lui e per Giusta. Calmata la gioia e la meraviglia, gli furono chieste le nuove del mondo d’onde veniva.
Carrera aveva perduta la sua Caterina, Napoleone era morto a S. Elena e saliva lassù per finire i suoi giorni accanto agli ultimi suoi cari.
Tacchini era morto soffocato nel suo letto la notte stessa della loro fuga.
Michele divenuto un arnese di corte aveva sposato Virginia Arena e vi menavano assieme una vita di turpi piaceri e di vigliacche condiscendenze.
Donna Angelica, sola nella sua casa, s’era addormentata nella quiete del sepolcro benedicendo alla sua Giusta. Livia ne aveva raccolto l’ultimo sospiro ed era andata a chiudere la sua vita in un convento di Benedettine.
Balilla era andato a combattere per la libertà della Grecia a fianco di Santarosa.
Per questo si potrebbe dire che la Storia di questa famiglia di patriotti non è ancora finita, e chi sa che un giorno sulle orme dell’eroico fanciullo non abbiamo occasione di riprenderla.
FINE.
INDICE
PARTE SECONDA: IL FIGLIO
XVIII. Apparecchi di lotta. Pag. 3 XIX. La cittadella. 13 XX. Sentiamo Tacchini. 21 XXI. Volpe e serpente. 27 XXI. Manovre. 34 XXII. Batterie smascherate. 41 XXIII. Due righe di storia. 46 XXIV. Il racconto della sentinella. 52 XXV. Balilla e Leon. 59 XXVI. Schiarimenti. 69 XXVII. Accidenti di viaggio. 74 XXVIII. Un minuto dopo. 78 XXIX. Troppa luna! 85 XXX. Catastrofe. 91 XXXI. I due fratelli. 96 XXXII. Il salvacondotto. 104 XXXIII. Sul San Bernardo. 114
NOTE:
[1] Brofferio. _Storia del Piemonte._
[2] Miglia italiane da 60 al grado e di 1,800 metri.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato inserito un indice a fine volume. La numerazione errata dei capitoli (il numero XXI per errore è ripetuto due volte) non è stata modificata.