Chapter 9 of 17 · 2269 words · ~11 min read

XXV.

BALILLA E LEON.

Era la sera del 22, tutti i preparativi del colpo erano stati con minuta cura compiuti. Il Principe doveva essere rapito la notte stessa tra la mezzanotte e il tocco al suo ritorno da Moncalieri.

Era stato studiato accuratamente il terreno e destinato il punto preciso, alla metà della salita dove i cavalli sono costretti a rallentare.

Una fune tesa al sommo dell’erta, da una scarpa all’altra della strada, doveva arrestare il battistrada che precedeva; quand’egli fosse stato rovesciato col suo cavallo, due uomini dovevano gettarsi sopra di lui e per amore o per forza impedirgli di gridare l’allarme. Altri uomini dovevano assalire i due carabinieri di scorta e metterli comunque fuori di combattimento. Intanto un altro manipolo si sarebbe slanciato sulla vettura, e avrebbe intimato al Principe colle pistole alla gola di ubbedire e tacere, e impadronitosi del cocchiere e delle redini avrebbe condotto il Principe in una casa dei dintorni, e ve l’avrebbero tenuto sotto forte custodia. Fatto il colpo, sarebbero stati svelati alla Giunta provvisoria i disegni di fuga del Principe, dimostrata la necessità dell’arresto, e chiesto che egli fosse trattenuto, per decreto della Nazione, in ostaggio fino a che la rivoluzione fosse fuori di pericolo; i congiurati erano certi che la Giunta, come non avrebbe mai osato un simile tentativo, avrebbe ratificato e applaudito il fatto compiuto.

Giorgio doveva dirigere l’azione. Muschietti veniva secondo: gli altri uomini erano dati da studenti, da soldati travestiti e da carbonari. Tutto pareva esattamente calcolato; ognuno aveva prescritta chiaramente la sua parte e doveva trovarsi al punto fissato prima delle undici di notte.

Giorgio non temeva che d’una cosa sola; che il Principe quella notte per qualche imprevisto accidente non andasse a Moncalieri e gli tardava d’assicurarsene. Era appena suonala l’Ave Maria — era quella l’ora in cui il Carignano soleva partire per la sua corsa.

Giorgio decise di fare una passeggiata a piedi, senza parere, fuori di Porta Nuova, per la quale, se il Principe usciva, doveva necessariamente passare la sua carrozza. Se n’andava col capo nelle nubi pensando a mille cose diverse, a Giusta di cui non aveva notizie, alla sua casa deserta, alle vicende della sua vita, all’atto che stava per compiere, al destino che l’aspettava, e sprofondavasi sempre più in una specie di sogno fantastico che gli toglieva quasi il senso e l’aspetto delle cose circostanti.

Non ci volle che il grido d’un battistrada a cavallo che precedeva una ricca carrozza chiusa, a due cavalli, per svegliarlo dalla sua letargica meditazione.

Giorgio allora si voltò e riconobbe la carrozza del Principe Carignano.

Egli si arrestò su due piedi, fece fronte alla carrozza, portò la sua mano al kepì e stette nell’atteggiamento del saluto militare finchè il corteo fosse passato.

Quando la nube di polvere in cui era stato avvolto fu dileguata, l’artigliere allungò la mano con gesto di minaccia dalla parte donde il legno era sparito e disse forte: — Va o Principe, fra sei ore quella carrozza ci riporterà assieme.

E si voltò per tornare in città, ma aveva appena girata la faccia che un mugolato più amico che minaccioso lo forzò a rivoltarsi di nuovo, e nell’istesso tempo si sentì assalito alle spalle dalle zampe d’un grosso cane, che sordo alla voce ed alla mano che lo infrenava saltava, gemeva, latrava di gioia, si rotolava nella polvere, e dalla polvere gli balzava di nuovo alle mani, al fianco, al collo, con tutti quelli atti e voci di festa così eloquenti nel loro incomprensibile linguaggio, così schietti nella loro espansione, onde il nobile animale che raffigura la fedeltà, saluta un padrone od un amico scoperto da lui e non veduto da molto tempo.

Giorgio l’aveva riconosciuto, era _Leon_, il magnifico molosso di Terranuova della sua Giusta. Ma riconoscerlo fu per lui una così chiara rivelazione d’un istantaneo pericolo, che in luogo di rispondere alle carezze del fido animale, si sentì rimescolar il cuore e sbalordito, atterrito, stette con occhi spalancati a guatare nell’ombra se alcuno compariva dietro a lui a spiegargli l’enigma di quella improvvisa comparsa.

Ma poco stette che vide ancora alle sue spalle un piccolo fantasma correre a precipizio e gridando a squarcia gola _Leon!_... _Leon!_... Giorgio aguzzò la vista, tese l’udito; ma stava appunto per uscire dal dubbio, quando un fanciullo a lui noto gli venne a cascar ansante e molle di sudore fra le braccia.

Era il piccolo Balilla; i due fratelli guidati dalla voce di _Leon_ s’eran riconosciuti nel punto stesso. Sono momenti difficili a descriversi; sfuggono non solo alla penna ed al pennello, ma alla memoria stessa di chi li ha provati. Tanto più quando al trionfo del ritrovarsi, alla gioia del rivedersi si mescola l’amarezza d’una cura segreta e il presagio d’una sventura.

Balilla tuttavia, colla gaiezza della sua età, non lasciò tempo a Giorgio d’impensierirsi, e sciogliendosi da’ suoi abbracciamenti, esclamò subito:

-Lo diceva io che _Leon_ t’avrebbe trovato.... Tu non sei dunque prigioniero?

— Prigioniero di chi?....

— Oh bella dei Realisti... Non sei tu dunque rivoluzionario?

— Lo sono, — fece Giorgio sorridendo del fiero piglio con cui il giovinetto aveva pronunciato quell’interrogazione, — ma non capisco perchè debba essere prigioniero.

— Al villaggio è venuta una lettera la quale diceva che tu eri prigioniero.

— È una menzogna.... io non lo sono mai stato.

— Una menzogna! ma intanto tutti l’abbiamo creduto... Livia e la Giusta.... ed io.... Era dunque un inganno, tu sei libero e ti sei battuto non è vero?...

— Lo credi, Balilla? ma di ciò parleremo dopo.... ora spiegami perchè tu sei qui e come hai fatto ad arrivarci.

— Eh! ell’è una storia lunga. È meglio che prima tu legga questa lettera che preme.

— Hai una lettera?.... di Giusta forse?

— Di lei...

— Dammela — e la prese.

La notte splendeva di tutto il bianco chiarore del plenilunio; si sarebbe potuto trovare uno spillo per terra come in pieno mezzogiorno.

— Questa bella luna ci giova, disse Giorgio, dissuggellando con mano febbrile la lettera.

Essa conteneva queste parole:

«Giorgio — Da un mese mi ripetono che voi e mio fratello siete entrambi prigionieri e minacciati di morte, e mi assicurano ch’io sola posso salvarvi accordando la mia mano a colui che deve essere vostro giudice. Io avrei accettato anche questo sacrificio, purchè avessi avuto la certezza di salvarvi.... Ma il cuore me l’ha sempre detto che noi eravamo vittime d’un inganno, ed ho combattuto fino ad ora disperatamente contro le preghiere di mio padre e le stesse lacrime di mia madre; or sono all’estremo e m’afferro al mezzo disperato di mandare Balilla a cercar notizie di voi. Io vi ho scritto tutti i giorni, ma tutto mi dice che voi non avete potuto ricevere le mie lettere altrimenti avreste anche risposto, ne sono certa, perchè sono certa del tuo amore. Se Balilla non ti trova libero, se è vero che sei ostaggio de’ nostri nemici e presso alla morte, io ti pregherò a perdonarmi, ma ti salverò anche a costo di morire dopo io stessa, dilaniata del martirio d’una orribile catena. Ma se invece sei ancora padrone di te, vieni in mio soccorso... non indugiare un minuto. La mattina del 24 marzo potrebbe ancora essere tardi. Io aspetterò l’estremo minuto prima di pronunciare il sì fatale che mi dovrà dividere per sempre da te; e se tu od un tuo scritto non comparirà, vorrà dire che io ti ho perduto e lascerò che si compia il mio destino. Ma dannata alla catena d’un servaggio infame, il mio cuore, finchè batterà, sarà tuo e la mia anima non tarderà a raggiungerti nel cielo.

«Balilla ti dirà più a voce. Addio mio Giorgio: la mia sola speranza è che Dio guidi l’intrepido fanciullo messaggiero di questo foglio e che tu lo possa leggere ancora. Addio.

«Tua in eterno «_Giusta_».

Giorgio restò fulminato.

Quel colpo cadutogli così improvviso sul capo lo annichilì. Non trovava più un’idea, non sentiva più una volontà: credeva morire... Pure la sua energica tempra prese il sopravvento sul suo dolore e voltosi a Balilla che lo guatava pensoso e commosso:

— Giusta t’ha detto qualche cosa per me?

— M’ha detto che t’aspetta domani sera.

— M’aspetta.... m’aspetta — e se non potessi andare?!...

Balilla abbassò la testa: poi dopo un po’ di pausa rispose:

— Credo che non la troveresti più...

— Basta, Balilla.... torniamo a Torino, rifletterò.

E con passo concitato, quasi a corsa, si posero in cammino.

Lungo le vie il misero amante non fece che agitare ne’ suoi mille tormentosi aspetti, il nuovo dilemma che gli era proposto.

Da un lato un terribile dovere, un sacro impegno verso la patria; la responsabilità e il comando d’una impresa forse decisiva; la fiducia degli amici; i vincoli di partito; la voce di suo padre che dal sepolcro lo incalzava a mantenere la sua fede di patriota: dall’altro il grido della fanciulla da lui amata che l’invocava per sottrarsi al sacrificio affrontato per amor suo, un nefando delitto consumato, lo strazio d’una vergine compiuto, e l’idolo del suo cuore rapito, il sogno della sua giovinezza, l’ultima stella della sua vita desolata, spariti per sempre.

Era un tragico conflitto, era un momento terribile!

Ad ogni passo, soverchiando un sentimento, prendeva una risoluzione, che al passo dopo, soverchiando il sentimento contrario, rompeva. Era in preda ad un uragano di affetti tutti più grandi e più forti di lui. E intanto che la tempesta inferociva, i minuti passavano e gli era d’uopo deliberare. Aveva cercata una uscita, una transazione, uno spediente, invano! Il dilemma terribile lo strozzava: o per la patria, o per l’amante. Aveva voluto affrontare i due più grandi doveri ed affetti della vita; ora il momento della battaglia era giunto e gli toccava provare che non era indegno di quella nobile disfida.

Alla fine credette vedere aperto uno spiraglio di luce e vi si cacciò dietro. Sperava ancora trovare Muschietti, narrargli il caso, affidare a lui il comando dell’imminente tentativo, cercare un cavallo, travestirsi, correre al villaggio, e a qualunque costo strappar Giusta dalle mani dei suoi tiranni e ripartire con essa per Torino: ecco il piano. Ma il desiderio ha le ali e il compimento i piedi di piombo.

Cominciò a non trovare in casa sua Muschietti e a non poter raccapezzar dove fosse in quell’ora. Quest’era un grave ostacolo poichè Muschietti solo poteva pigliare le parti di Giorgio. V’era sopratutto una parola d’ordine, e un segnale che solo il capo poteva dare, e se Giorgio mancava non c’era che Muschietti che lo potesse sostituire.

A questo primo intoppo si sentì mancar il coraggio, si credette perduto: e tornò di nuovo in balìa ai tormenti dell’incertezza.

Abbandonare senza avvertirli i suoi amici non lo poteva; perisse pure Giusta e il suo amore, non lo poteva. Avesse almeno trovato un uomo fidalo e intelligente a cui affidare un messaggio... ma nessuno.

Il sergente Carrera era ad Alessandria comandante una compagnia d’insorti e aveva lasciato gli _Animali parlanti_ nelle mani della sua Caterina. La congiura, perchè riescisse, era stata circoscritta a pochi, e tutti erano in quell’ora della notte sbandati. Avrebbe potuto andare egli stesso al luogo designato e aspettarvi gli amici, e confessare il suo caso, ma perdeva almeno tre ore, che forse bastavano per salvar Giusta.

Intanto riparò col fratello agli _Animali parlanti_, dove mamma Caterina sospirava da più giorni il ritorno del suo sergente.

Nel colmo dell’ambascia gittò gli occhi macchinalmente su Balilla che lo guardava in silenzio mentre dividea con _Leon_, accasciato ai suoi piedi, una crosta di pane, e gli venne in pensiero.

— Balilla, disse, rifaresti stanotte la strada fino a mezza via di Moncalieri?

— Se fosse per te.... e con _Leon_ perchè no? — rispose il fanciullo.

— Ma sarai stanco.

— Che stanco! alle mie gambe ci comando io...

— Si tratterebbe di cosa grave...... senza della quale io non potrei andare da Giusta..... capisci?

— Capisco!

— Bisognerebbe che tu portassi un mio biglietto ad un amico che troverai alla salita di Moncalieri stanotte alle undici.... hai tu paura alla notte?....

Il fanciullo si mise a ridere, poi soggiunse:

— Che paura! in ogni caso mi darai un’arma.

— Ti darò la mia daga d’artigliere.

— Buona anche quella!

— Arrivato al sommo delle salita, seduto vicino alla pietra migliare che segna il 90.mo miglio troverai un uomo; ti avvicinerai facendo tre volte il grido della civetta. Sai farlo?

— Eh eh! io so far di tutto.... vuoi sentire?

E il ragazzo si mise ad imitare con perfezione ancor maggiore di quello di Giorgio, lo stridolo canto del notturno animale.

— Va bene. Dato tre volte questo grido l’uomo ti verrà incontro: tu gli dirai a bassa voce, _Moncalieri_ — egli risponderà — _Artiglieri_. — Allora gli darai senz’altro il mio biglietto.

— E dov’è il biglietto? — fece impaziente il fanciullo.

— Ora lo scrivo. — E sopra il primo foglio di carta capitatogli scrisse:

«Muschietti. Un dovere, che la mia coscienza mi dice più alto di quello che abbiamo assunto di adempiere assieme, mi porta lontano da Torino. Prendi tu per me il comando del tentativo e che la sorte arrida alla giusta causa. Il giovinetto che ti da questo foglio è mio fratello — Giorgio».

Piegò il biglietto, baciò in fronte l’intrepido fanciullo, gli ripetè alcune raccomandazioni e gli disse:

— Ora vado a cercare un cavallo che mi conduca fuori di Torino. Dovrà fare 160 miglia[2] in 30 ore, sarà un vero miracolo.

E stretta la mano di Donna Caterina, che aveva guardato a bocca aperta tutte le mosse del giovine senza capir nulla, lasciò a precipizio l’osteria.