Chapter 11 of 17 · 902 words · ~5 min read

XXVII.

ACCIDENTI DI VIAGGIO.

Finalmente verso le dieci Giorgio fu pronto a partire. Aveva cambiato la sua uniforme di artigliere in un completo costume da fittaiuolo di campagna, trovato a nolo un buon cavallo savoiardo attaccato ad un leggerissimo biroccino, per poter fare molta strada in minor tempo e s’era messo in viaggio. Aveva calcolato che da Torino a S...... c’erano 160 miglia ed egli aveva 32 ore di tempo. Il cavallo doveva dunque far quasi sei miglia all’ora per guadagnare le tre o quattro ore necessarie a nutrirlo e farlo riposare.

Esperto di questa sorte di viaggi, sapeva che il solo mezzo per riuscire era non affaticare troppo il corridore sulle prime per riserbarsi d’ottenere uno sforzo supremo all’ultimo, quando fosse stato necessario. Perciò uscì di buon trotto, e alla mattina, albeggiando, dopo sei ore, s’accorse che aveva fatte sei miglia all’ora.

Presagì bene del futuro; rinfrescò ad Asti... e continuò il suo viaggio senza incidenti; a mezzogiorno era a Spinetta, la patria del famoso Majno, e si fermò di nuovo per far riposare il suo generoso animale che faceva miracoli.

Allora contò che in 14 ore aveva fatte quasi 80 miglia, e si credette sicuro. Tutta la sua cura era arrivare a tempo, ed ora che gli pareva quasi risolta la quistione, ebbe persino il coraggio di desiderare da mangiare. Erano 20 ore che non prendeva cibo anche lui e ne aveva il diritto: pure non vi si potè risolvere subito parendogli che Giusta avrebbe potuto rimproverargli d’essersi attardato alla mensa della taverna nel momento che ella era minacciata da un pericolo mortale.

Verso l’ave-maria era per entrare in Godiasco quando si sentì alle spalle la cornata e gli scoppii d’una frusta d’una carrozza da posta. Egli tirò in disparte per lasciar passare, ma sia che non lo facesse abbastanza, sia che il postiglione fosse mal destro, o fosse briaco, fatto sta che la grave e forte vettura urtò nella ruota del suo esile biroccino e lo rovesciò d’un colpo in un fossato alto cinque metri. Giorgio scagliò una bestemmia, la prima forse che profferiva in vita sua, ma il carrozzone proseguì indifferentemente il suo cammino.

Tutto era andato in frantumi — finimenti, ruote, stanghe, ed era il meno: il bravo Savoiardo aveva rotto un ginocchio e non poteva quasi più muoversi: il dolore gli faceva esalare dalle larghi narici un rantolo che pareva un gemito umano, egli guatava col suo grande occhio nero il suo giovine padrone con tale espressione di sguardo che si sarebbe detto che gli chiedesse perdono di quella disgrazia di cui egli non era colpevole.

Giorgio si strappava i capelli disperato; aveva voglia di piangere; in tali momenti si fa quello che non si è mai fatto: non avete mai bestemmiato, e la bestemmia viene sulle vostre labbra; non avete mai pianto, e le lacrime sgorgano da’ vostri occhi; siete delicato e vi tocca di trascinare sopra una ripa a forza di braccia un legno rotto: siete pittore o poeta vi tocca di fare il falegname: siete stanco vi tocca di lavorare: avete fretta, vi tocca d’andare a piedi.

Un incidente di viaggio è spesso una pagina di storia. Che cos’è Waterloo? un incidente di viaggio di Blücher! — Che cosa ha portato sul patibolo Luigi Capeto? un incidente di viaggio!... Una carrozza che si rompe; un uragano che v’impedisce d’avanzare; una tempesta che vi getta sopra uno scoglio; un cavallo restìo; un postiglione briaco, bastano a scompigliare col colpo di mano dell’ignoto i piani più meditati, i calcoli più giusti, le speranze più certe: il sogno della _grande armada_ di Filippo, come il voto del pellegrino che ha camminato giorno e notte per arrivare in tempo a deporre sulle labbra della madre morente l’ultimo suo bacio, e non arriva che per deporta sotterra.

Giorgio sfogata la prima disperazione riprese coraggio; passò di là un contadino, il solito inviato ignoto della provvidenza, e lo aiutò a tirare sulla strada il biroccino, a rialzare il povero cavallo per arrivare fino al villaggio ed a cercare un altro cavallo. Il biroccino si poteva alla meglio racconciare; ma il cavallo non si reggeva più e bisognava trovarne un altro. Godiasco non brillava per ippici modelli. Il miglior cavallo che si desse a nolo era una rozza ungherese che aveva per lo meno trent’anni, famosa per aver caricato brillantemente sui piani di Marengo, vent’anni prima, ma che ora non offriva altro pregio che quello d’una rispettabile memoria.

E in tutti questi sforzi, ricerche e lavori aveva perduto quattro ore buone. Era mezzanotte, aveva 40 buone miglia da fare e non aveva davanti a sè che sei ore. Per il bravo Savoiardo sarebbe stato nulla anche malgrado la disgrazia sopraggiunta, ma per la vecchia ungherese erano un problema forse insolubile.

— Se ci riesce, pensava Giorgio, sarà certo la sua ultima campagna.

Finalmente potè rimontare nel suo biroccino. Prima di dare la frustata di partenza, perchè la frusta doveva ormai avere una parte principale, chiese al contadino che l’aveva soccorso ed agli altri curiosi o pietosi che gli facevano crocchio d’intorno:

— Vorrei, per altro, cavarmi la curiosità di sapere chi c’era in quella carrozza che m’ha rovesciato.

— C’era il Senatore Tacchini con un altro signore, disse una voce dalla folla.

— Lui! — mugolò Giorgio, e azzeccò tale frustata alla vetusta ronzinante che malgrado i suoi trent’anni di servizio, portò via a carriera il biroccino e il suo auriga.