XXI.
MANOVRE.
Salomone Arena non frappose indugio a tornare al suo villaggio, deciso ad affrettare l’adempimento del suo contratto. Egli conosceva l’amore di Giusta per Giorgio, e per quanto la ritenesse una puerile esaltazione, pure gli era forza confessarsi che il carattere di Giusta era tra quelli che contro la violenza si spezzano e che solamente colla persuasione si piegano.
Si preparava perciò a vincere cogli inganni ma capiva che per prepararli gli sarebbe occorso tempo e pazienza. Ad ogni modo se gli stratagemmi non gli fossero riusciti avrebbe adoperata tutta la forza di cui la sua paterna tirannia fosse stata capace.
Lungo il viaggio abozzò il progetto, e giunto al villaggio l’aveva compiuto.
Egli non era così ignaro delle astuzie degli amanti per non essere persuaso che anche lontano l’artigliere Santafiori avrebbe trovato il mezzo di scrivere alla sua Giusta. Gli restava soltanto a scoprire questo mezzo, e almanaccando non tardò a persuadersi che l’intermediaria delle corrispondenze clandestine doveva essere Livia, la sorella stessa di Giorgio. Ma non era certo, e prima d’ogni altro passo risolvette assicurarsene.
Giunto al villaggio, prima ancora d’entrare in casa sua, si diresse difilato al Maresciallo de’ Carabinieri Malagana e gli parlò in questi termini:
— Maresciallo: vengo da Torino: l’augusta casa del nostro Re è minacciata da una rivoluzione che pare abbia le sue radici in alcuni traditori dell’esercito. Fra questi scellerati, il senatore Tacchini ha fondata ragione per credere che vi sia anche Giorgio Santafiori del 1.º d’artiglieria, ed io ebbi l’incarico di far sorvegliare il suo carteggio. Vi prego perciò, e all’uopo vi invito a far trattenere tutte le sue lettere che venissero al villaggio a sua sorella, da lui, ed a consegnarmele. Lo farete?
— E perchè no? tutto per il servizio del Re — rispose il Maresciallo.
In quei tempi d’arbitrio non c’erano che i rivoluzionarii che pensassero all’inviolabilità del suggello epistolare, e ognuno credeva, dal Re all’ultimo dei suoi servi, che arrestare le lettere d’un uomo sospetto era un dovere di coscienza ed un atto meritorio.
Salomone entrato in casa atteggiò il suo volto ad un profondo dolore; si stroppicciò iteratamente gli occhi per fargli credere stanchi da un lungo pianto e si lasciò cadere sopra una sedia. Nè la signora Angelica aveva mai veduto suo marito, nè Giusta, nè Virginia il loro padre a quel modo. Bisognava essere educate alla scuola della finzione per leggere traverso la maschera di quel volto. Tutte credettero, e furono d’attorno al misero uomo ansiose e commosse a chiedergli quale disgrazia gli fosse sopraggiunta.
Salomone si agitò lungamente in cupe smanie come se gli pesasse rendere partecipe la sua famiglia del suo affanno; poi alla fine, eccitato dalle lacrime delle donne a parlare, si sfogò a un tratto così:
— Ci hanno imprigionato il figliuolo. Adolfo fu colto, credo per errore, lo credo fermamente, in una sommossa di studenti e fu tradotto a Fenestrelle.... e — Salomone s’arrestò.....
— Ebbene? — chiese Giusta la più agitata di tutte.
— Ebbene: lo sottoporranno a un giudizio statario e sarà....
Salomone s’arrestò di nuovo nascondendosi il volto tra le mani e urlando come un torturato. Avrebbe dato uno de’ suoi poderi per poter trovare in quel momento un po’ di lacrime anche finte; ma la menzogna di questo sfogo concesso soltanto ai cuori sinceri gli fu interdetta.
Le donne però furono ugualmente spaventate e insistettero perchè continuasse.
— Quando volete che vi dica tutto... se non interviene un miracolo del cielo, sarà fucilato.
La signora Angelica svenne: Giusta diè un grido e s’affrettò a soccorrere sua madre: Virginia restò a confortare suo padre.
Dopo alcuni istanti di pausa, e quando il primo impeto di terrore parve quietato, Giusta si voltò al padre e con un tuono di voce che spirava tutta la solennità e la mestizia d’un giuramento, disse:
— Padre mio, se per salvarlo credeste utile la mia vita, essa è vostra. Ma se frattanto occorresse molto denaro, vi pregherei a dare tutto quello che un giorno mi potrebbe appartenere. La povertà mi pare bella, comprata a tale prezzo.
— Oh date tutto.... tutto.... la mia dote, il mio sangue, — disse Angelica — ma salvatelo.
Virginia in questa gara di sacrificii stava ad ascoltare.
Salomone si rivolse a Giusta e parlandole per la prima volta in vita sua con un accento d’insolita affabilità, le disse:
— Grazie, Giusta, forse verrà il momento in cui ti chiederò l’adempimento della tua promessa. Però ora non disperiamoci: c’è ancora un mezzo e dipenderà molto da noi per metterlo in opera.
— Un mezzo, padre mio? e perchè tardiamo allora? — fece Giusta.
— Per ora non posso manifestarlo. A tempo e luogo lo saprete; intanto preghiamo il Signore che ci tenga nella sua santa protezione. Prendete Angelica: è un luigi nuovo, farete dire a Don Fulgenzio una messa secondo la nostra intenzione.
E acquetate con altre parole le tre donne uscì di casa in cerca del Malagana. Il Maresciallo aveva appunto nelle mani una lettera proveniente da Torino alla sig.a Livia Santafiori.
— È qui il morto, — disse il Maresciallo mostrandola al Sindaco.
— Date.... date subito: bisogna che legga e che ci faccia sopra il mio rapporto. — E pigliata la lettera andò a rinserrarsi nel suo gabinetto del Palazzo Comunale e ne stracciò il suggello.
Non s’era ingannato; vi trovò dentro una lettera per Livia tutta cose e affetti domestici e un’altra per Giusta. Quando l’ebbe percorsa tutta la gettò sul tavolo rabbioso di non trovarvi quello che aveva sperato. Erano le usate fantasie d’amore, i consueti sogni, i soliti giuramenti, ma non una parola di politica. Il Sindaco s’era lusingato che l’artigliere svelasse alla sua amica tutti i suoi segreti, e quindi anche quelli delle sue patriottiche utopie delle quali lo credeva appestato; chè se una sola confidenza gli fosse sfuggita, Giorgio era spacciato e il problema del matrimonio con Tacchini risolto. Invece silenzio assoluto. Nè cospiratore, se Giorgio lo era, fu mai più guardingo, nè lettera d’amanti più discreta.
Salomone non ebbe altro a fare che trattenere la lettera e aspettare gli avvenimenti.
Intanto era venuto il marzo: la voce pubblica portava da Torino ed anche dalle provincie le più strane notizie; tutti quelli che avevano parenti o figliuoli lontani erano inquieti e accorrevano alla posta ansiosi a cercarne le nuove. E tosto o tardi, o liete o sconsolanti le ricevevano.... per due sole persone la posta era muta da oltre quindici giorni: per Giusta e per Livia.
Giorgio non scriveva, o almeno esse non ne ricevevano lettere, e non sapevano più che pensarne; Giusta straziata anche dall’altra pena del fratello aveva perduta persino la forza di piangere e Livia non faceva che pregare.
Naturalmente i gazzettini della spezieria esageravano com’era lor costume le notizie quando non le fabbricavano di pianta, ed empivano il credulo e pacifico villaggio di favole stravaganti e paurose. E tutte quelle voci di combattimenti, di stragi, di prigionie, andavano a ripercuotersi sul cuore delle due derelitte e non vi lasciavano un’ora di pace.
Esse si trovavano tutte le sere in Chiesa e quando ai rintocchi dell’Ave Maria il sagristano andava a spegnere i ceri, e gli ultimi preganti s’erano ritirati, quelle due sorelle di dolore si avvicinavano cautamente, si toccavano le mani ancora umide dell’acqua benedetta e sommessamente sicchè solo Dio poteva udirle, si chiedevano:
— Nulla?
— Nulla.
— Preghiamo per lui, — replicava Livia, e con un sospiro si separavano.
Ma scorsi altri pochi giorni e continuando a mancare le lettere, Livia decise uscire d’incertezza e sapere ad ogni costo la verità.
Il suo confessore le aveva suggerito di rivolgersi al Sindaco Arena, il solo che potesse per le vie ufficiali attingere nella confusione di quei giorni, certe notizie.
Livia non poteva amare il sindaco Arena, ma la sua pietà le vietava anche di odiarlo. Sapeva inoltre ch’egli era stato cagione di molti guai per la sua famiglia, ma preferiva dimenticarlo. Si pose adunque sulla testa il suo velo nero e andò a presentarsi al Sindaco nel suo stesso Ufficio.
Salomone Arena appena l’udì annunziare capì subito di che si trattava e si preparò a recitare la sua parte: raccolse col sorriso sulle labbra e il miele sulla lingua: si mostrò premuroso, cortese, intenerito: disse che anch’egli era colpito da una grande sciagura, che era quindi in grado di comprendere quelle degli altri: alla fine promise che avrebbe scritto al Governatore di Torino per sapere tutto quanto avrebbe potuto sul conto di suo fratello.
Livia volle baciargli la mano; e partì commossa da tanta bontà e quasi persuasa che quell’uomo fosse stato fino allora calunniato.
Scorsi cinque giorni, giunse al Sindaco di S... un plico suggellato da Torino che portava queste parole:
«In risposta al foglio della S. V. in data primo marzo si partecipa che il nominato Giorgio Santafiori soldato nel 1.º Reggimento d’artiglieria reale fu arrestato sette giorni sono e tradotto nella fortezza di Casale per sospetto fondato di fellonia».
Quando Salomone Arena ebbe ricevuto questo plico, lo mandò a Livia Santafiori con una parola di condoglianza, che pareva sincera; e fiutata una presa di tabacco disse fra sè con trionfante compiacenza:
— Ora è il momento di smascherare tutte le batterie.