Chapter 3 of 17 · 1327 words · ~7 min read

XX.

SENTIAMO TACCHINI.

Una mattina del mese di gennaio i nostri abbonati alla bottega dello speziale, Onofrio, che il lettore non avrà del tutto dimenticati discutevano, commentavano, e straziavano a modo loro le notizie giunte allora di fresco, già guaste e sfigurate nel tragitto, della comparsa al Teatro _d’Angennes_ dei quattro studenti che erano diventati _quaranta_; e del conflitto dell’Università che aveva pigliato sulle labbra del cancelliere Frustadenti e nella mente del credulo farmacopula le proporzioni di una giornata campale.

Quando entrava in bottega il maresciallo Malagana e buttava là a pascolo della voracità comune queste parole:

— Sapete che il sindaco Arena è partito ieri sera: e non si sa nè per dove, nè perchè?

— Partito? — risposero in coro i congregati.

— È impossibile!.... l’avrebbe detto a me, rispose il cancelliere Frustadenti sedendosi, e facendo rientrare orgogliosamente il suo mento nella scatola, sempre pronta a riceverlo, del suo cravattone nero...

— Pure se a qualcuno doveva dirlo, per primo era a me, che sono il primo rappresentante del Re.... — fece il Maresciallo dei Carabinieri con stizza manifesta.

— E pazienza loro due! Ma non dir nulla al Parroco che deve rispondere a Dio ed ai suoi vicarii sulla terra delle anime della parrocchia.

— Scusino veh! — fece lo speziale, — ma salvo gli errori del popolo, i primi a cui doveva parlar del suo viaggio erano quelli di sua famiglia.... ora se si vuol sapere qualcosa è da tornare in famiglia.... e.... salvo sempre gli errori....

— La famiglia non sa nulla, rispose il Maresciallo. Io l’ho interrogata.

— Ma allora dove sarà andato?

— Perchè sarà andato?

— Che sia anch’egli coi _Carbonari_!

— Orrore!

— O sia stato chiamato dal Della Torre! Gli vuol tanto bene!

— Baie!

— Sarà andato per vendere il grano che ha ancora sul granaio dell’anno scorso.

— Se volete saperlo, il sindaco Arena ha una missione politica. E chi non mi crede scommetta, conchiuse il Frustadenti sputando questa sua affermazione con tanta risolutezza da lasciar mogi e silenziosi i suoi contraddittori.

Infatti dov’era andato così improvvisamente il sindaco Arena, e che cosa era accaduto per indurlo a partire all’insaputa di tutti e con tant’aria di mistero?

Il lettore qualcosa deve avere indovinato. Una lettera giunta da Torino non aveva tardato a raccontare l’episodio del Teatro _d’Angennes_, la complicità, l’arresto del figliuolo, e la sua prigionia nella fortezza di Fenestrelle... Il padre a questo annunzio restò fulminato. Di tutta la casa il solo che amasse, e se questa parola stuona per un carattere come l’Arena impastato d’odio, il solo che prediligesse era Adolfo. Anche l’orso bianco deve avere qualche orsetto che preferisce agli altri e risparmia. Adolfo era il nome, la casa, la nobile stirpe degli Arena propagata sulla terra! Su quel figliuolo ci aveva fatti sopra tanti sogni, e vi aveva confidate tante speranze; era predestinato a un sì splendido avvenire, che l’idea di vederselo a un tratto sospettato di Carboneria, tradotto in un carcere come rivoluzionario, caduto nella disgrazia del Re, egli, figlio d’uno dei più fedeli lacchè della Corte, gli fu insopportabile. Fu il primo vero e profondo martirio che l’Arena provò in vita sua....

Però letta la lettera, meditatala un po’, ebbe persino vergogna di confessare la sua disgrazia e quella del figliuolo. Gli pareva, divulgandola, di accrescerla; gli pareva che tutti i suoi nemici dovessero sorridere, e che ognuno dovesse fare a gara per gettargli sul volto col nome di suo figlio, l’insulto di «rivoluzionario» peggio assai che «ladro».

La sorte del figliuolo interessava una madre e due sorelle; ma che cosa poteva calere a lui dei diritti del cuore? Che cosa avrebbero potuto farci quelle tre donne? Piangere o pregare qualche sdruscita immagine di Madonna! Le donne — diceva — non sanno far altro e sono guastamestieri.

Partì quindi senza dir nulla ad anima viva; si fece condurre dalla sua carrozza fino a Voghera; licenziò carrozza e cocchiere, e quando fu certo di non esser veduto montò nella diligenza per Torino.

Trovò la capitale tutta agitata e fremente ancora del sangue sparso all’Università, e sentì che non era prudenza indugiarsi troppo in quell’ardente atmosfera. Affrettò i passi e arrivò prima dell’annottare al palazzo Della Torre. Il conte era il solo che gli poteva ottenere la grazia e la liberazione del figliuolo ed egli era disposto a qualunque sacrifizio per ridestar la generosità del suo antico padrino.

Dopo una lunga anticamera, giacchè il Della Torre in città non derogava così facilmente dalla sua etichetta feudale, fu introdotto e potè narrare il suo caso. Il signor Arena fu per la prima e per l’ultima volta in vita sua eloquente. Descrisse le abitudini, la probità, le virtù del figliuolo; rammentò la educazione e gli esempi paterni; toccò con modesta riserbatezza de’ servizii da lui resi al trono ed all’altare; mostrò un avvenire perduto, una giovinezza rovinata; dipinse il suo dolore e quello di sua madre, e arrivò persino, mostruoso sforzo, a far comparire ne’ suoi occhi una goccia d’acqua che assomigliava ad una lacrima.

Il Della Torre, ultimo fra i piloti della Reggia in quella tempesta, aveva troppi pensieri per il capo in quel momento per occuparsi d’uno studente, e rispondeva come il solito:

— Il caso mi par grave, cavaliere Arena; tuttavia sentiamo quel che dice Tacchini, — e suonò il campanello per chiamare il fido consigliere.

Arena sentì che egli era posto di fronte ad un nemico, e si preparò alla battaglia.

Tacchini entrò quasi subito; adocchiò di sbieco l’Arena, ma finse non vederlo, e andando diritto al Conte gli chiese rispettosamente «cosa desiderasse da lui».

— Senti un po’ cosa ti dice qui il Sindaco Arena...

— Ah! — fece voltandosi ratto come se al suono di quel nome si fosse sentito ferire alle spalle. — Ah il signor Sindaco Cavaliere.... So già quello che chiede. Ma è impossibile. Non si può mica mancare ai doveri di magistrato e di cittadino, e lasciar calpestare la legge per favorire un amico. Che cosa sarebbe del Trono; che cosa direbbero tutti i suoi fedeli sudditi se vedessero in questo momento un atto di debolezza che sarebbe per giunta un atto d’ingiustizia? Se ci è anzi necessità di dare un esempio che resti memorabile gli è con quegli scapestrati che furono i primi ad accendere le ree scintille che oggi minaccian d’incendio, qualora una mano vigorosa e potente non le comprima. Per me i quattro studenti del Teatro _d’Angennes_, sono i più colpevoli di tutti, e come tali proporrò che siano in ogni caso trattenuti come ostaggi, e severamente giudicati... Quest’è la mia opinione; il signor Conte ha troppo senno per non poter prender da sè una deliberazione; ma egli vorrà considerare che oggi la fiducia di S. M. il Re lo pone fra i principali sostegni del trono vacillante, e che ogni suo atto assume in faccia all’Augusta Dinastia, alla Nazione, a Dio, una grande responsabilità.

— Ed a questa responsabilità un Della Torre non fallirà. Caro Arena, noi non possiamo far nulla per vostro figlio.

— Ma se mio figlio fosse innocente?

— Innocente! — sclamò Tacchini meravigliato. — Era fra i quattro arrestati quello che urlava più di tutti, e che alla porta del _d’Angennes_ si difese disperatamente... non ci sarà, ne son certo per il decoro della magistratura piemontese, alcun giudice che oserà proporre la sua assoluzione! Ed io qui vado più oltre; io non so come il governo in questo frangente sopporti che il padre d’un ribelle rappresenti colle vesti di Sindaco la sacra persona del Re o la maestà della legge. Io consiglierei Arena, perchè gli sono ancora amico, a dare la sua rinunzia.

A quest’ultima parola Arena restò atterrito, e sentì che aveva di fronte un nemico implacabile che non gli avrebbe accordato quartiere e non volle perdere il tempo nè a pregare nè a perorare.

S’inchinò profondamente al Conte, incrociò francamente il suo sogghigno col sogghigno di Tacchini, cozzo elettrico di due demoni, ed uscì.