Chapter 7 of 17 · 1382 words · ~7 min read

XXIII.

DUE RIGHE DI STORIA.

Il colpo che aveva atterrato per mano di Giorgio Santafiori il Comandante della Cittadella poteva essere il fendente d’Alessandro sul famoso nodo se ad altri cuori e ad altre menti fosse stato commesso il capitanato della impresa. Al contrario, tra i tentennamenti dei capi, la più volgare astuzia doveva parere somma pazienza e sfruttare con un sgorbio di penna l’atto più magnanimo.

Arrivata a Corte la notizia della Cittadella, lo sgomento fu grande; massime nell’animo imbelle del Re. Tutti avevano perduta la testa; e la paura suggeriva i più strani e codardi consigli. Un uomo solo aveva conservato il proprio sangue freddo e indovinato lo stato delle cose. Egli aveva compreso, meglio d’ogni altro, che una rivoluzione scoppiata più per impulso de’ gregarii, che per volontà de’ capi, senza mente e senza volontà, si sarebbe arrestata al primo ostacolo e che ogni più sottile intoppo l’avrebbe rovesciata.

Però egli diede al suo Re il più saggio di certo ma il più naturale e il più semplice consiglio che uom potesse dare, abdicare a favore del fratello Carlo Felice duca del Genovese, che allora era in Modena a compiere la sua educazione sotto Francesco d’Este e il conte del Carretto. Con questo consiglio, a un Re prigioniero subentrava un re libero; e la monarchia, vinta per poche ore in Torino, risuscitava forte di tutti i suoi privilegi in Modena.

Ma il consiglio sarebbe stato vano se la rivoluzione piemontese avesse avuto altro capo. Perocchè bastava che Carlo Alberto, proclamando la costituzione si associasse al partito che dichiarava decaduta la dinastia che cospirava fuori dello Stato collo straniero, e afferrasse egli stesso la corona che suo zio lasciava per raccogliere intorno a sè quanto di patriottico e di liberale gli offriva il paese, far cessare le ambiguità e le esitazioni, ordinare e segnare chiaramente il suo campo, e forzare la profuga dinastia a farsi portare dalle baionette straniere contro la forza e la volontà d’un popolo intero.

E un’altra cosa aveva da fare Carlo Alberto: eccitare e soccorrere la insurrezione delle provincie Lombarde. Quando invece queste rinate alla speranza della riscossa piemontese mandarono le loro Deputazioni al Reggente per chiedere una parola d’incoraggiamento e una promessa d’aiuti, ebbero per risposta le usate frasi evasive, e dovettero rivarcare il Ticino disperate d’ogni soccorso.

Ma non era certo l’uomo, che mentre proclamava la rivoluzione meditava la fuga e forse sognava gli allori del Trocadero, capace di intendere e di tentar siffatte imprese. Ed a sua discolpa, rispondiamo agli storici cortigiani, che ancora oggi ne ritentano la bugiarda apologia, non potrà stare che questo:

Fu, da uomini troppo confidenti nella sua inetta vanità, trascinato in un’impresa alla quale ripugnava l’educazione del Principe, l’animo dell’uomo; laonde sarà dubbio se sia stata più colpevole la sua immensa cecità, o la sua meditata perfidia.

Tuttavia nessuno comprese allora l’insidia nascosta nel consiglio del San Marzano, e l’abdicazione di Vittorio Emanuele fu salutata con feste e luminarie. Persino i dubitanti si credettero sicuri; persino gli eroi del giorno dopo credettero l’affare finito e fecero capolino fuori delle finestre, a gridar viva la costituzione. Persino un colonnello Ciravegna e un generale Gifflenga azzardavano di coprire i loro vecchi ciondoli monarchici di coccarde nazionali.

Nessuno esitava più, tranne il simbolo vivente dell’esitazione: Carlo Alberto.

Il Re era già lontano, i suoi amici sgominati, il suo esercito diviso e impotente, un popolo gli gridava «dateci una costituzione e siate nostro capo»: pure il Reggente vacillava, tentennava ancora.

Gliela dovettero letteralmente strappare di bocca, letteralmente mettergli la penna in mano perchè ne sottoscrivesse il manifesto; letteralmente sospingerlo al balcone e fargli pronunciare la contrastata parola.

Fu il dott. Crivelli che ebbe questo merito, egli invase le stanze del principe, arrivò fino a lui, lo mise alle strette e lo strinse a parlare. Quel che Muschietti aveva fatto pochi giorni prima in piazza, egli lo fece in casa, ed il suo nome ha diritto a un posto nella storia di quell’avvenimento meglio assai di tanti altri che l’usurparono senz’aver fatto altro che recitare la parte di mute comparse.

Carlo Alberto nelle strozze del dilemma parlò, giurò, ma quali parole e quali giuramenti!

Mentre prometteva di osservare la costituzione, giurava ubbidienza al legittimo re Carlo Felice; e diceva e disdiceva, voleva e non voleva, nel primo, nell’unico atto pubblico che potè parere un atto di energia e di risolutezza.

Era naturale che Carlo Felice, circondato dai consiglieri della Corte di Modena, rispondesse ad una costituzione proclamata così fiaccamente, con violente proteste e con una serie di atti rigorosi contro i quali i vaganti propositi del Principe Reggente e della rivoluzione a lui fidata si sarebbero rotti. Carlo Felice affrettava l’intervento austriaco che certo non aveva uopo d’eccitamenti; sconfessava la costituzione; investiva de’ suoi poteri tre Governatori Generali, fra i quali il nostro Della Torre per Novara; spodestava di fatto il Reggente, ravvivava la vacillante fedeltà dei soldati e dei sudditi, invocava le preghiere dei vescovi e la benedizione di Roma: faceva insomma in una parola tutto quello che la più semplice arte di Stato doveva suggerire a un Principe nel suo caso.

Al contrario i Costituzionali aggiungevano errori ad errori, debolezze a debolezze, e si lasciavano grandeggiar in casa il nemico senza prepararsi a combatterlo.

«Prima cura del Reggente e della Giunta Provvisoria doveva essere la convocazione del Parlamento: e nessuno vi pensò.

«Non meno importava dichiarare incontanente la guerra all’Austria, mentre, per i casi di Napoli, mal custodita si trovava la Lombardia; e non solo la guerra non fu dichiarata, ma l’ambasciatore austriaco si lasciò in Torino a cospirare impunemente colla nobiltà, col clero e colla diplomazia.

«Non la intese tuttavia in egual modo il popolo torinese che, fatto accorto delle trame del barone Binder, si recò minaccioso al palazzo della legazione di Vienna, e costrinse l’insidioso diplomatico ad allontanarsi dal Piemonte.

«Era debito dei governanti di chiamare ai principali impieghi, specialmente nell’amministrazione politica e militare, gli uomini che non erano macchiati da antica lue, e mostrati eransi più affezionati al nuovo ordine di cose; e non se ne fece nulla. A tutte le cariche si lasciarono i vecchi impiegati; a reggere le provincie rimasero tranquillamente comandanti e governatori, notissimi a Corte e maestri consumati di despotismo.

«Per dar base alla Guardia Nazionale se ne compose un simulacro in Torino; e perchè la parodia fosse più compiuta si nominava comandante in capo il marchese Vittorio Maria della Chiesa di Rodi.

«Nel ministero, creato in fretta nei primi giorni, si fece qualche mutamento, senza gran frutto per la pubblica amministrazione. Al marchese di Breme succedette negli affari esteri il conte Ludovico Sauli. Il cavaliere di Villamarina, o fosse ammalato o volesse esserlo, si mostrava tentennante. Continuarono nei loro uffizi il conte Cristiani, il cavaliere Dal Pozzo, il cavaliere Degubernatis, e questa litania di Marchesi, di Conti e di Cavalieri ci avverte che, ad onta della rivoluzione, durava a Corte l’antico vezzo dei titoli e delle pergamene»[1].

Pure la rivoluzione volgeva apparentemente vittoriosa.

Tutte le città principali erano insorte; Genova, Biella, Ivrea, Vercelli, Saluzzo, Pinerolo, Vigevano, Voghera, avevano, prima o poi, seguito l’esempio di Alessandria e di Torino e levata la bandiera costituzionale.

Restava Genova sola, per antica educazione repubblicana, diffidente d’un moto principesco; ma alla fine quando vide affiggersi per le vie le proteste di Carlo Felice contro la Costituzione non ebbe più freno e si levò in armi. Fu lotta breve, e in poche ore un consiglio governativo di liberali assumeva col consenso e la sanzione del Governatore Des Geneis, ostaggio degli insorti, il governo della liberata città.

Ma tutto ciò era poco al paragone del vigoroso e compatto sforzo che facevano i reazionari guidati dal consiglio di Modena per riacquistare il perduto terreno. Essi cospiravano apertamente e nessuno ne li impediva o castigava. Da Modena Carlo Felice comunicava liberamente co’ suoi amici, gli Andezeno, i Thaon di Revel, i Des Geneis; il governatore di Cuneo cospirava, il governatore di Nizza cospirava.

Gli scritti, le parole, le promesse del Re correvano libere nelle file dell’esercito: i due governi di Alessandria e di Torino erano in conflitto tra di loro e diffidavano, e Carlo Alberto faceva dire al suo Regio cugino che si sottometteva a’ suoi ordini, e abbandonava già segretamente quella causa della quale agli occhi del pubblico pareva ancora il campione.