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XXIV.

IL RACCONTO DELLA SENTINELLA.

Tre sole persone a noi note avevano cominciato a sospettare gli andamenti del Principe Carignano: lo studente Muschietti, il capitano Gambini e l’artigliere Santafiori.

Più avveduti, o più ardenti degli altri che si cullavano in una beata fiducia, essi avevano letto nelle esitazioni del Principe i presagi della defezione futura e avevano deciso sottoporlo ad una segreta sorveglianza.

La Guardia del Principe era solidamente montata da artiglieri, e perchè egli era capo di questo corpo, e perchè poneva in essi una singolare predilezione e fiducia.

Un ufficiale d’artiglieria comandava tutto il picchetto, il quale aveva l’incarico di vegliare lo scalone, le anticamere e tutti gli sbocchi del principesco appartamento. Fra le altre una sentinella guardava giorno e notte la terrazza che dalla sua camera da letto dava nei giardini del Palazzo Carignano. Questa sentinella, la meno visibile di tutte, era la più prossima a lui.

Ai tre amici era facile provvedere perchè questo posto fosse sempre affidato alla custodia di un servo fidato. Il capitano Gambini, nominato dopo la rivoluzione della Cittadella, maggiore, comandava la sezione d’artiglieria di stazione in Piazza Castello e poteva destinare la guardia che avesse voluto.

Giorgio, nominato sergente, poteva avere il comando d’un posto e scegliere la sentinella tra i più sicuri camerati.

Così fu deliberato; e il Principe di Carignano aveva dì e notte intorno a sè una rete inavvertita di scolte che spiavano i suoi passi e potevano quasi udire le sue stesse parole.

La notte del 22 marzo Giorgio non aveva potuto trovare alcuno di sicuro a cui confidare la guardia della terrazza; risolse di farla egli stesso. La notte era calma e stellata; il servizio non era pesante; il luogo era deserto e nessuno poteva venir a chiedere il perchè un sergente montasse di sentinella in luogo d’un soldato semplice. Inoltre Giorgio sperava, se pur c’era a scoprire qualche cosa, di scoprire più co’ proprii occhi, e co’ proprii orecchi, che con quelli degli altri. Prese adunque la carabina della sentinella e le disse: Tu va a dormire: resto qui io per questa notte.

La sentinella non se lo fece dire due volte e ruzzolò giù dalle scale a precipizio.

La terrazza sulla quale era rimasto Giorgio era ampia quanto un vasto cortile, e le sentinelle avevano l’ordine di stare all’orlo estremo per sorvegliare il cortile. Giorgio però, spinto dalla curiosità, e convinto che il Principe aveva più bisogno di sorveglianza che i ladri o i congiuratori immaginarii che potevano montar dal giardino, invece di stare al posto fissato, cercava tenersi vicino all’appartamento per poter meglio spiare ciò che vi accadeva.

Egli non fu ingannato nella sua aspettazione, e la mattina appresso corse a fare al capitano Gambini ed a Muschietti il seguente racconto:

— «Poteva essere mezzanotte. Io aveva udito il Principe rientrare nella sua camera da letto; e veduta la sua ombra passare più volte davanti alla grande finestrata che dà sulla terrazza. Poi per un gran pezzo non udii e non vidi più nulla: notai anzi che gli scuri interni della finestrata erano stati chiusi per di dentro: tuttavia un raggio lungo e sottile che trapelava dalla fessura, mi avvertiva che un lume doveva essere ancora acceso nelle stanze del Principe. Io m’era accostato alla finestrata per tentar di cogliere tutti i suoni che partissero dalla stanza; e dopo un’ora circa d’aspettazione sentii il sordo rumore d’un passo sul tappeto; poi un altro; poi un altro ancora: era un uomo che camminava. Chi era? Un valletto? od il Principe in persona? non lo poteva ancora indovinare. Tesi l’orecchio e contenni il respiro e udii un altro suono che si confondeva col gemito e colle parole. Avrei dato una metà del mio sangue per poter distinguere una sillaba in quel bisbiglio.... ma nulla. Era quasi un’ora che origliava, e già disperava di poterne raccapezzare qualche cosa, quando a un tratto mi giunsero chiare e distinte all’orecchio queste due parole «fuggire? chi mi dice di fuggire?!»

Io restai immobile, sbalordito, ma non era ancora rinvenuto dal mio stupore quando l’uscio della stanza del Principe che dà sulla terrazza scricchiolò sopra i suoi cardini e s’aperse.

Io posto in gran pericolo d’essere scoperto corsi a nascondermi nella mia garretta, esplorando con occhi intenti dal pertugio fatto per la spia delle sentinelle, quel che accadeva sull’uscio.

Un’ombra lunga, magra, fosca, avvolta in una zimarra nera che le cascava fino a’ piedi ne sbucò a un tratto a precipizio come se fosse stata inseguita da alcuno, e andò a fermarsi al parapetto della terrazza restandovi lunga pezza immota, intenta sull’ombre folte del giardino. Poi mosse un braccio come per asciugarsi la fronte e cominciò a camminare coi passi del sonnambulo e finalmente a parlare...

«La Corona d’Italia — diceva.... — splendida gemma; ma quale sarà il braccio che avrà forza per afferrarla: essa si compone dei frammenti delle corone di tanti principi; tutti miei parenti; metter la mano all’arca santa dei Re... unirsi ai rivoluzionarii... ai bestemmiatori... ai miscredenti... ai nemici di tutte le Podestà.... ai miei!... salire in trono maledetto dal Vicario di Dio... Io... mai... piuttosto restar il più oscuro de’ Principi... Pure era un magico sogno ed io l’ho carezzato: esso m’ha fatto balzar di gioia virile ne’ miei sogni e quante volte ho sentito squillar l’ora di montare sul mio cavallo di battaglia e marciare contro gli stranieri invasori del mio bel paese... Austria maledetta!

«Per questo ho promesso! Per la speranza di poter combattere questa nemica in campo aperto coll’armi in pugno sotto il comando del mio Re... pure ho promesso... e questo Santarosa, questo Collegno, questo Lisio, questi _carbonari_ coi quali mi sono accomunato, propagheranno domani per tutta Europa i nostri colloqui, i nostri piani, i miei giuramenti, ed io sarò disonorato.

«Stoltezze! Il disonore è mancar di fede al proprio principe che ti ha confidato il suo regno, ribellarsi alla propria casa e mancare alla tradizione del proprio nome. Io ho promulgato una Costituzione credendo che il legittimo Re l’avrebbe sanzionata. Il Re la ripudia: il mio dovere è stare col Re... sì, domani stesso lo dichiarerò pubblicamente, casserò quello che ho scritto, ritratterò quello che ho fatto... domani tornerò il principe di Savoia e Carignano... domani...

«Ma domani non sarò più solo nella notte, domani sarò in pieno giorno, in faccia ad una folla che peserà tutti i miei atti e tutte le mie parole... E chi mi darà forza di sfidare quelle migliaia di sguardi fissi sopra di me; chi mi salverà dalla voce della mia coscienza ripetuta da mille labbra... No parlare..... no.... aspettare ancora.... aspettare sempre.... aspettare la mia stella. _J’attends mon astre_».

Il principe giunto a queste parole del suo monologo si sedette colle gambe incrociate, come il Dervis orientale, sopra il nudo suolo della terrazza, vi stette lungamente impietrato a guardare l’immenso spazio rischiarato di stelle.

Dal mio nascondiglio lo vedeva bene! aveva tutti i capelli scomposti, le labbra tremanti, il petto ansante, ed era bianco come una testa da morto....

Io era solo con lui ed ebbi, lo confesso, una terribile tentazione di ucciderlo. Quell’uomo ci tradiva e meritava la morte; ma l’idea d’un assassinio mi fe’ raccapricciare e la discacciai. Risolsi invece di venire io stesso tutte le notti a rinnovar la sentinella per entrar più addentro nel mistero di quel sonnambulo.

A un tratto il Principe s’alzò di nuovo e a testa china a passi lenti si avviò verso la sua stanza. Giunto sul limitare dell’uscio s’arrestò e col monotono accento d’Amleto che studia il suo problema, disse: — fuggire, — mentire — restare — perire.... ecco il problema.

E rientrato nella sua stanza vi si chiuse dentro ed io non vidi, non udii più nulla».

Quando Giorgio ebbe terminato il suo racconto i tre amici si guardavano lungamente in faccia senza far motto. Muschietti interruppe per il primo il silenzio.

— Io lo prevedeva. Questo uomo ci tradisce....

— E medita una fuga.... — continuò il capitano Gambini.

— Bisogna impedirlo a qualunque costo, — riprese il Muschietti.

— Lo pensava anch’io, — fece Giorgio.... — e non c’è che un mezzo.

— Quale?

— Impadronirsi di lui, farne un ostaggio della rivoluzione....

— Giorgio dice bene... ma l’impresa non è facile.... — fece il capitano Gambini.

— È facilissima purchè ci siano dodici uomini fidati che aspettino la sua carrozza sulla strada di Moncalieri.

— Ma il principe non va tutte le sere al castello, replicò Gambini.

— Bisogna spiare quando va.... — ripigliò il Muschietti. — Appostare i dodici uomini sulla strada e rapirlo a viva forza.

— Egli resisterà, — disse il capitano.

— Allora ucciderlo — fece Giorgio.

— Giorgio mi comprende e Giorgio potrà capitanare quest’impresa. Accetti?....

— Datemi i dodici uomini e accetto.

— Li avrai; ma silenzio con tutti e principalmente co’ membri della Giunta: comprometterebbero ogni cosa, soggiunse il severo Muschietti.

— Poichè lo volete — fece il capitano — sia; io vi prometto....

— Ed io lo giuro: — esclamò Giorgio ponendo la sua nella mano già incrociata de’ suoi amici.