XXX.
CATASTROFE.
Il giorno dopo fu sparsa per tutta Torino la voce bugiarda che si era tentato assassinare il principe Carignano. E quelli che ancora fidavano in lui, e quelli che avevano interesse a corteggiarlo, ed erano i più, non mancavano di levare al cielo alte grida di raccapriccio e di maledizione contro gli autori di tanto delitto. Il Principe rientrando nel mattino alla capitale fu salutato con grandi evviva come un liberatore, e ricevette da tutte le parti visite e indirizzi di felicitazioni e di gioia. — Nè il Principe disse parola per smentire la popolare credenza; quell’aspetto di vittima giovava a’ suoi disegni.
Un uomo però che aveva, può dirsi, assunto per impegno d’essere l’accusatore pubblico del Principe, il Muschietti, non tardava a scoprire il vero ed a manifestare le vere intenzioni dei congiurati e le ragioni del loro tentativo.
Egli corse ad Alessandria, dove erano Santarosa, Lisio e gli altri capi della Giunta, meno il Dalpozzo, e ivi, in presenza di tutti, ripeteva tutte le cose udite e vedute da Giorgio in sentinella sulla terrazza del Palazzo Carignano; esponeva tutte le prove dei propositi di fuga del Principe; dimostrava la necessità di impadronirsi della sua persona per salvar la rivoluzione, e aver nelle mani un sicuro ostaggio; confessava d’avere egli con Giorgio l’artigliere e il capitano Gambini ordita la congiura per rapire il Carignano; ma affermava altamente il loro deciso proponimento di rispettarne ad ogni costo la vita; respinse fieramente ogni accusa di assassinio, sebbene osasse sostenere che qualche volta la morte dei traditori della patria sia una necessità che si trasforma in dovere; e chiedeva instantemente che la Giunta adempisse all’obbligo suo, corresse a Torino e impedisse in qualunque modo la fuga che era protratta ma non abbandonata dal Principe.
Santarosa e Lisio si rifiutavano a credere; avevano notate le mille tergiversazioni ed esitazioni del Principe, ma non lo potevano immaginare capace di tanta perfidia.
Muschietti vide la loro incredulità decisa a rovesciare tutti gli ostacoli, e gridò:
— Io vi giuro sulla mia testa che quanto vi ho detto è la verità. Prendete in garanzia la mia vita, ma anche domani potrebbe essere troppo tardi. Se voi non farete il vostro dovere, io, a costo di sollevare il popolo, farò il mio.
I membri del Governo, sebbene increduli ancora, non potevano assumere la responsabilità del minacciato avvenimento senza aver fatto quanto era in loro per scongiurarlo, e partirono la sera stessa per Torino.
Appena arrivati si presentarono al Palazzo Carignano. Il Principe era coricato, e li fece avvertire ch’era ammalato e non poteva riceverli. Però li pregava a passare da lui il domani di buon mattino che aveva bisogno di conferire con essi d’affari di somma urgenza.
Al far dell’alba, molto prima dell’ora fissata, Lisio, Collegno, Santarosa, erano pronti al convegno. Chiesero del Principe, e l’uffiziale di guardia rispose che andava a vedere. Aspettarono un quarto d’ora, mezz’ora, alla fine l’ufficiale ritornò, dicendo: che uno de’ suoi camerieri l’aveva incaricato di riferire che il Principe non riceveva.
I tre gentiluomini insistettero, dicendo: che avevano avuto invito di recarsi a quell’ora al Palazzo dal Principe stesso, e dichiararono che se non erano annunziati a lui, sarebbero penetrati anche a forza nella sua stanza.
L’ufficiale, pallido e contraffatto, confessò che il Principe era partito la notte stessa alla volta di Novara.
Conduceva seco per iscorta una compagnia delle guardie del Corpo, una batteria d’artiglieria e qualche squadrone di cavalleria.
A Novara chiese del conte Della Torre, che si presentò burbanzoso e fiero come ad un soggetto, e continuò la sua strada per Milano.
Ivi s’arrestò a mendicare gli elogi del suo tradimento dal Vicerè austriaco, e fu accolto dal terribile sarcasmo del generale Bubna che la storia ha registrato: «Altezza, vi presento il Re d’Italia!»
A Modena sperò trovare miglior accoglienza. Ma persino il re, per il quale aveva macchiato di disonore la sua giovinezza, ricusò di riceverlo.
Egli si rifugiò in Toscana lasciando miseramente tacitare ad uno ad uno i suoi compagni di lotta e d’infortunio, aspettando che una guerra liberticida gli offrisse l’occasione di scontare «di gloria un breve fallo al Trocadero».
Ormai le sorti dello rivoluzione sono segnate: la reazione ha ripigliato il sopravvento: la discordia e la sfiducia è entrata nelle file dei liberali; molti ufficiali, come i Gifflenga, i Bellotti, che avevano preparato la costituzione, imitano l’esempio del Principe e passano nel campo nemico.
Solo un uomo resta a fronteggiar lo sfacelo, Santorre Santa Rosa. Debole, illuso, esitante o trascinato negli errori comuni fino alla fuga di Carlo Alberto, riprende in quel momento di disperato pericolo tutto il natìo vigore dell’anima sua e in un proclama splendido per la nobiltà del tribuno e l’energia d’un soldato antico, decreta, egli dittatore, la resistenza contro lo straniero.
— «Voi mi porrete in accusa, gridava egli alla Giunta costituzionale, che esitava a sancire i suoi energici decreti, se tale sarà il piacer vostro; io frattanto farò il mio dovere e la patria non sarà abbandonata».
E tosto sono apprestati tutti i provvedimenti pel magnanimo conato: chiamati nei ranghi i provinciali, ordinati in corpi volontari gli studenti, rinnovati nelle provincie i rappresentanti del governo, represse le sedizioni delle truppe fedeli al Re, raccolto denaro, riunito l’esercito, eccitata la Lombardia ad insorgere, preparato tutto l’esercito fedele alla libertà, all’estrema battaglia.
Ma a tanto ardire mal rispondevano ormai gli uomini e le cose.
I più celebrati tra i generali, come Bellotti, Bussolino, Gifflenga, nomi che la esecrazione dei posteri non deve dimenticare, erano passati a capo delle schiere e guidavano essi stessi sul campo, contro i fratelli che avevano tradito, l’esercito straniero.
All’Agrogna presso Novara si compirono le sorti della rivoluzione Piemontese. I liberali combatterono disperatamente, Ferrero, Gozzani, Garelli, Laneri, Regis, Rossi, fecero prove disperate di valore. Ernesto Gastone nella compagnia degli studenti inseguì fin sotto le mura d’Alessandria i fuggenti dragoni austriaci, e colpito nel petto da una scarica di mitraglia vi chiuse, invidiato da’ superstiti, la nobil vita. Ma frattanto arrivarono sul campo le fresche divisioni austriache, e le sorti della giornata furono compite. Dell’esercito costituzionale, circondato, decimato, inseguito, non rimanevano più dopo dodici ore che poche centinaia di sbandati e molte migliaia di prigionieri.
Santa Rosa tentò un ultimo sforzo per raccogliere le superstiti forze e condurle ad estrema difesa dietro le mura di Genova; ma Genova spaventata dalle minacce dei generali austriaci che marciavano da tutte le parti contro di essa, sentì venir meno l’avito ardimento e chiuse le sue porte in faccia alle reliquie della rivoluzione.
Allora cominciarono pe’ patriotti l’esiglio ed il martirio, pei tiranni il trionfo e le vendette.