XXIX.
TROPPA LUNA!
Balilla, senza sbagliare un solo dei segnali convenuti, aveva trovato il Muschietti al posto designatogli e gli aveva consegnato il biglietto di suo fratello. Lo studente nel leggere che l’animoso artigliere non sarebbe stato della partita, scosse tristamente il capo e disse:
— È una gran perdita! un uomo come Giorgio non si sostituisce così facilmente.
— Ma ci son io per lui, esclamò il piccolo Balilla guardando fieramente in faccia lo studente.
— Tu?
— E _Leon_ — fece additando il cane che gli era al fianco.
— Credo al tuo buon volere; ma facesti meglio a nasconderti in quella fratta. Qui sulla strada ti potrebbe incoglier pericolo.
— Io vi domando — rispose il fanciullo — quale sarebbe stato il posto di mio fratello.
— Alla carrozza del Principe.
— Ebbene, quel posto è il mio.... lasciatemi fare. Sono anch’io un Santafiori, e poi vedete, — trasse di sotto alla giubba la daga di Giorgio — mio fratello mi ha armato..... segno che anch’io devo far qualcosa.
— Allora vieni: ci son molti uomini che valgono meno di te.
E insieme si perdettero nella campagna.
Chi fosse passato verso le 11 e mezzanotte per quella strada avrebbe sentito un gran stridere di gufi e di civette, e probabilmente avrebbe affrettato il passo per fuggire ai sinistri augurii di quei funerei abitatori dei sepolcri e delle rovine. Erano le voci dei dodici congiurati che si richiamavano e si riconoscevano.
A mezzanotte, la fune che doveva rovesciar il battistrada fu tirata, ognuno era al suo posto. Balilla fremeva più di tutti d’impazienza che il momento arrivasse.
A un tratto si sentì il galoppo d’un cavallo. — È lui, è il lacchè del Principe! — Subito dopo segue il fragore di quattro ruote: è la carrozza del Principe stesso. — Attenti tutti; quando il lacchè cade addosso a lui per impedirgli di gridare: Balilla con altri due da questa parte, gli altri, secondo il convenuto, prendano di mira la carrozza e la sua scorta e badino di non sbagliare.
La luna splendeva superbamente in un cielo azzurro e inargentava la notte di tutta la luce del meriggio. I congiurati avevano fatto notare al capo l’ostacolo di tanta luce e avevano proposto di rimettere il colpo ad un’altra volta. Muschietti non volle saperne di indugiare, allegando la perentoria ragione che una notte dopo sarebbe stato troppo tardi. Però i più tra i congiurati posseduti dal presagio che il tentativo sarebbe fallito vi si acconciavano timorosi e svogliati.
Essi avevano ragione. Quella stessa luna che aveva aiutato Giorgio a leggere la lettera dell’amante tradiva il disegno dei cospiratori. Poichè la natura guarda con sprezzante indifferenza i bisogni degli uomini, schernisce con tutto il fulgore del suo sole al condannato che sale il patibolo colla notte della morte nel cuore e inonda di maligna piova e d’immondo fango un corteo di nozze che aveva sognato sul suo sentiero la pompa della luce e dei fiori.
La fune tesa sulla strada in mezzo a quella luce vi spiccava come un trave. Se il battistrada fosse stato cieco, il suo cavallo avrebbe dovuto vederlo anche da lontano e sarebbe stato il primo a dar l’allarme. Così fu. Giunto a dieci passi dalla fune il cavallo s’arrestò di botto sulle due gambe davanti; il cavaliero che non aveva ancora notato l’ostacolo lo toccò collo sperone, il cavallo s’impennò, e questo bastò perchè il cavaliero avesse tempo di vedere la fune, di girar le redini e di gridare con quanta voce aveva nella gola l’allarme.
Dal loro nascondiglio i tre congiurati avevano veduto le mosse del battistrada, ma credendo ormai impossibile il raggiungerlo non s’erano mossi. Uno solo — Balilla, non aveva esitato a slanciarsi sul cavaliere; e nel momento appunto in cui questi voltava le briglie, con un salto portentoso balzava sulla groppa del cavaliere, e abbrancatosi alla gola dello scudiero cercava impedirgli di gridare. Ma le mani di Balilla erano troppo piccole per quest’ufficio, e lo scudiere giunto presso la carrozza del Principe stava per liberarsene cavando fuori il suo coltello da caccia, se Balilla senza perdere un minuto non gli avesse cacciata la sua daga nelle reni.
Il legno all’allarme del battistrada s’arrestò: i carabinieri armarono le loro carabine; i due staffieri di serpa e di coda estrassero le loro pistole e si prepararono alla difesa. I congiurati soverchiavano sempre di numero; ma il contrattempo aveva messo lo scompiglio nelle loro fila. Non era più ad una sorpresa che andavano, ma ad un aperto combattimento. Ci furono quindi alcuni istanti di disordine e di esitazione.
Finalmente spronati dalla voce e dall’esempio di Muschietti, saltarono sulla strada, e attaccarono a colpi di pistola la carrozza e la scorta. Il conflitto continuò sordo, accanito per oltre mezz’ora; i due carabinieri erano ancora a cavallo agli sportelli della carrozza ruotando le loro sciabole e tenendo lontano gli assalitori.
Alla fine Muschietti riescì a mettere una palla di pistola nella testa d’un carabiniere e tutto il fianco sinistro della carrozza restò scoperto.
— Coraggio amici, egli gridò balzando nel legno. Il Principe è in nostre mani!.... e in quel mentre anche il cavallo di quell’altro cadeva atterrato.
— Il Principe è fuggito per di qui, — gridò una voce... dalla schiera dei combattenti.
— Per Dio, ha ragione Balilla! il Principe non c’è più! sclamò Muschietti mettendosi disperato le mani nei capelli.
— È fuggito per di qui, vi dico.... inseguiamolo.... _Leon_, cerca... e il fanciullo preceduto dal suo cane si gettò giù dalla strada nelle boscaglie che fiancheggiano il Po alla caccia dell’uomo che avevano perduto.
— Inseguiamolo.... egli non può essere lontano — gridò Muschietti.
E piantati sulla strada cavalli e servi, feriti e malconci, si precipitarono dietro le orme di Balilla e di _Leon_.
Infatti il Principe era scomparso non visto. Egli aveva udito per il primo le grida di soccorso dello scudiere, e veduto in confuso che egli era stato assalito da un uomo, senza esitare un istante diè un balzo fuori di carrozza dicendo ai carabinieri: difendete la carrozza fino alla morte, saprò ricompensare i valorosi. E senza aggiungere altro, prima ancora che i congiurati distratti dall’accidente del battistrada avessero potuto scorgerlo, s’era gettato a caso nella sottoposta campagna.
Molte voci erano giunte all’orecchio del Principe, di minacce e di tentativi contro la sua persona e la sua vita; e il sospetto lo teneva vigilante. Non voleva mostrar paura nè diffidenza, ma stava all’erta. Appena vide il caso dello scudiere indovinò rapidamente che era caduto in uno degli agguati sospettati, e sentendosi debole a resistere non esitò a salvarsi colla fuga.
Intanto che i suoi fedeli si battevano sullo stradone coi congiurati, egli aveva già fatto molto cammino nella campagna ed era giunto alla riva del Po.
Ivi sperava trovar una delle solite barche da traghetto, e giunto all’altra sponda non temeva più nulla. Ma non una barca, non un uomo: davanti un fiume silenzioso, alle spalle una fitta boscaglia agitata dal vento, d’intorno la solitudine e la notte. Ebbe in quel momento paura. Egli, Carignano, stirpe d’eroi, intrepido nel pericolo, cuor di soldato, ebbe paura. Meno di quei pochi uomini che l’avevano assalito, meno della morte, che della sua coscienza.
Solo, in quel deserto, non poteva più ingannare sè stesso col gergo del linguaggio umano; ivi ogni cosa prendeva il suo vero nome, ivi il Principe acclamato, festeggiato, diveniva quel che era, un traditore bandito, che domani forse la legge consegnerebbe ai ministri della giustizia ed alla gogna. E come Caino, gli pareva che avrebbe potuto salvarsi da tutti i nemici della terra, ma che avrebbe portato sotto tutti i climi, e fra tutti i popoli un assalitore indomabile che l’avrebbe dilaniato fino alla morte: il rimorso.
Uno scricchiolìo di frondi pestate lo svegliò dalla sua tetra meditazione; si voltò e vide davanti a sè l’ombra nera e gigantesca d’un animale. Sentì di nuovo il pericolo, e prossimo il nemico, e ravvivando il natìo coraggio puntò sull’animale una pistola e lo mandò a rotolare colle cervella cadenti a dieci passi da sè.
_Leon_ cadeva martire della sua fedeltà e suggellava con una morte degna di lui la sua storica vita! Il Principe aveva già udito un tumulto di voci appressarsi; non ebbe che il tempo di gettarsi nel Po; e prima ancora che i suoi nemici fossero giunti a scoprirlo, egli aveva toccata l’altra riva.
Frattanto i servi riconducendo l’abbandonata carrozza erano giunti a Moncalieri, avevano dato l’allarme alle guardie del Castello, che si erano precipitate a cavallo in tutte le direzioni alla caccia degli assalitori.
Muschietti dal bosco udì il galoppo dei cavalli sulla strada, capì che fra poco tutti gli sbocchi della boscaglia sarebbero stati occupati e la boscaglia stessa frugata. Però disse ai suoi compagni: «disperdiamoci, non abbiamo un momento da perdere; il colpo è fallito». E quali passando a nuoto il Po, quali risalendone la corrente, quali appiattandosi nel fitto della foresta, cercarono salvarsi.
Poche ore dopo i soldati entrati nella foresta trovarono un fanciullo che piangeva silenziosamente seduto vicino al cadavere d’un cane, e lo tradussero seco a viva forza.
Era Balilla che piangeva la morte del suo _Leon_ e che non voleva staccarsene.