Chapter 12 of 17 · 1551 words · ~8 min read

XXVIII.

UN MINUTO DOPO.

Alla quarta ora la veterana ungherese cominciava a chieder misericordia, e quantunque all’occhio paresse che trottasse ancora, in realtà non faceva che agitare per traverso le sue magre e lunghe gambe senza avanzare, più che non avrebbe fatto il più modesto quadrupede di medico del villaggio al ritorno delle visite.

Giorgio le faceva coraggio colla voce e colla frusta; ma ormai l’emulazione come il castigo erano impotenti in quel corpo esausto. Alla quinta ora il trottarello era divenuto passo di vecchio ansante. Giorgio si provò ad adoperare la frusta a guisa di bastone, ma la magiara che un dì non avrebbe tollerato nemmeno il solletico d’un tallone, ora non era più in grado di risentirsi di quell’insulto e rispondeva al suo tormentatore con una sdegnosa lentezza.

Alla sesta ora si fermò: al campanile di Broni suonavano le sei; Giorgio aveva ancora cinque miglia da fare; egli era di nuovo arrestato in mezzo alla campagna, solo, a piedi, esausto egli stesso di forze. Cominciò a temere di non arrivare più a tempo; l’alba era spuntata, ed anche correndo sempre a piedi non sarebbe arrivato ad S.... prima d’un’ora, e forse fra un’ora sarebbe stato tardi e il sacrificio consumato.

Tuttavia l’urgenza del pericolo, l’immagine sempre più chiara, quanto più si avvicinava, della vittima che andava a liberare, gli aveva trasfuso nel sangue una disperata energia. Piantò sulla strada rozza e carretta e si diede a correre con quanta forza aveva nelle gambe nella direzione di S.... Aveva le ali ai piedi. Automedonte si era trasformato in Diomede. Ma i contadini che l’incontravano non potendo ricorrere a questi eroici nomi, dicevano: — È matto, oppure, è un saltimbanco che ha fatto una scommessa.... e s’arrestavano a canzonarlo o ad ammirarlo finchè l’occhio poteva seguirlo.

Giorgio era gagliardo, rotto a tutti i ginnastici esercizii, ma non c’è forse umano polmone che regga a cinque miglia di corsa. Egli aveva appena cominciato a vedere le prime case del villaggio che la lena a un tratto gli mancò e dovette lasciarsi andare boccone sul ciglio della strada. Ansava come se nel petto gli si fosse scatenato un uragano e provava il nuovo affanno di sentir ballare i suoi visceri nel suo corpo travolti in una specie di ridda indemoniata.

Forse non si sarebbe più mosso di là; quando lo percosse al tempo stesso un concerto di campane suonanti a distesa e uno sparo di mortaretti. Era sfinito ma non dissennato, e gli bastarono quei segni di festa per richiamarlo al sentimento della realtà e per ridestargli nell’animo le semi-spente faville di vitalità che ancora vi rimanevano. — «Suonano per lei!... forse non sono più a tempo» pensò più che non disse il valoroso, mentre con uno sforzo disperato s’alzava da terra e riprendeva la sua corsa. Traversò sempre correndo tutta la gran contrada del villaggio ingombra di gente insolita, vestita a festa, ornata di fiori e di nastri, e arrivò sulla piazza della chiesa.

Ivi la folla era più grande. In un angolo, un contadino metteva la miccia ad una fila di mortaretti e li faceva saltar tutti in un punto; una banda musicale venuta da Voghera in grande uniforme, con degli enormi pennacchi bianchi che facevano l’ammirazione di tutto il villaggio, aspettava impettita sulla porta della chiesa il segnale di dar fiato a’ suoi strumenti; tre carrozze, in una delle quali Giorgio riconobbe subito quella che l’avea rovesciato, attendevano circondate da altri ammiratori in un angolo della piazza. Giorgio passò in mezzo alla banda, ai mortaretti, alla carrozza ed alla gente, notando tutto, ma senza fermarsi ad osservar nulla, e tanto era rapida la sua corsa, che tranne quei pochi che dovette necessariamente urtare per passare, nessuno vi badò. Nessuno poi lo riconobbe.

Giorgio entrò in chiesa dalla porta di mezzo e appena dentro vide in fondo alla navata presso all’altar maggiore un gruppo di persone in abito nero, una figura vestita di bianco, ed un prete. Indovinò subito che là era l’ara del sacrificio, e che la figura coronata di rose era la vittima, e con quanta forza potevagli essere restata in quel momento gridò, sicchè tutta la vôlta ne risuonò:

— Giusta!

Dal fondo della chiesa, dal gruppo delle persone, gli rispose un grido acuto e sottile, e nello stesso tempo, mentre continuava a correre verso l’altare, vide urtarsi in gran confusione tutta la gente che vi era stipata d’intorno.

— Giusta! urlò una seconda volta e con un salto balzava in mezzo al corteo nuziale. Uno stormo di uccelli occupati a festeggiare la scoperta di un campo di miglio, che si vede piombare nel mezzo del suo tranquillo banchetto il terribile grifo del falco, non si disperde più rapido di quello che tutti quei signori in cravatta bianca fecero alla comparsa improvvisa dello sconosciuto. Fu così improvviso e ratto il suo apparire, che lo credettero calato dal cielo o vomitato dall’inferno. D’altronde Giorgio era in quel momento spaventoso. Le fatiche di due giorni di viaggio, la corsa di quella notte, la tempesta che gli soffiava nell’anima, l’avevano stravolto e dato al suo sguardo e al suo sogghigno un accento sinistro e formidabile. Ebbero paura tutti quanti, prete colla stola, marito col mazzo da nozze, testimoni, parenti, si diedero tutti a fuggire per di qua e di là, senza dar tempo a riflettere, senza nemmeno pensare alla probabilità d’una resistenza. Giorgio perciò si trovò per alcuni minuti in faccia a Giusta svenuta a’ piedi dell’altare. Egli stette un istante a contemplarla, la chiamò un’altra volta per nome, e vedendo che non risensava e che nessuno gli faceva ostacolo s’inchinò per prenderla nelle sue braccia. A quell’atto il Tacchini che aveva già ricuperato coraggio, e che aveva in parte indovinato il nome di quello straniero, gli gridò: — Non toccate quella donna, essa è mia moglie.

— Vostra! fece Giorgio allontanando le mani dal corpo che già cingeva.... Vostra! ripetè restando senza moto e senza respiro a guatare l’uomo che gli aveva inviato quella intimazione.

— Sua in faccia a Dio ed in faccia agli uomini, — gridò solennemente Don Fulgenzio. — E tu che vieni a profanare il tempio del Signore sarai maledetto!

— Voi maledetti, — replicò Giorgio, — che avete fatto mercato d’un’anima umana. No! Dio non può aver consacrato un giuramento strappato colla frode e colla violenza. Questa donna non è moglie d’alcuno fuorchè di colui al quale ha promesso spontaneamente la sua fede, qui io solo sono suo marito, perchè io solo amo questa donna — Addietro voi tutti.... essa non appartiene che a me — Guai chi la tocca.

L’accento di Giorgio ripercosso dalle sonore pareti della chiesa era formidabile: nessuno osò muoversi. Soltanto si udiva montar dal di fuori un sordo rumore simile a quello d’una moltitudine che tumultua o ad una marea che sale.

Giorgio per altro non vi badò e levato sulle braccia gagliarde il corpo della sua vergine girando gli occhi in atto di disfida sui pochi che ancora gli stavano d’attorno, s’avviò con passo sicuro onusto del dolce peso verso la porta.

Giusta nel sentirsi muovere si destò, e quando conobbe d’essere nelle braccia del suo fedele, lo salutò con un celestiale sorriso, e richiuse gli occhi per addormentarsi un istante nella beatitudine di quel sogno tante volte invocato.

Ma appena affacciatosi alla Piazza l’artigliere si vide di fronte a una turba di popolo là raccolta per aspettarlo e chiudergli il varco, e che urlava con frenetico tumulto:

— Morte all’eretico!..... morte al sacrilego!...

Egli s’arrestò per studiar le sue mosse, ma la folla non gli lasciò tempo a meditare. Appena lo riconobbe si gettò contro di lui, ed egli ebbe appena tempo di deporre Giusta e di cavar dal petto una pistola, che già i più audaci gli erano addosso. Ma la vista di quelle due canne contenne per un istante l’onda fremente; nessuno voleva essere il primo a farne la prova. Giusta frattanto s’avvinghiava al suo Giorgio e gli faceva schermo della sua persona. Il popolo nel vedere quella delicata figura, pallida, scarmigliata, tutta sciolta in lacrime abbracciare colui che esso teneva già per figlio del demonio, provò un istante di superstizioso rispetto e non ebbe il coraggio di avanzarsi.

Ma rompendo la folla, guidato da Salomone Arena in persona e dal Tacchini, avanzava il maresciallo Malagana co’ suoi quattro carabinieri.

Giorgio sentì il pericolo, e allontanato con dolce violenza dalla sua Giusta s’avanzò verso i carabinieri e togliendo dalla tasca un foglio di carta lo agitava al vento gridando:

— Carabinieri. In nome della Giunta Provvisoria, lasciatemi passare e obbeditemi.

— In nome del legittimo Re Carlo Felice, arrestatelo... è un fellone, un disertore, e ne renderà conto alla giustizia.

Malagana non era uomo da esitar fra i due ordini e fece spianare le baionette marciando contro al giovine.

Giorgio si sentì acciecare dall’ira, e quasi senza prendere di mira nessuno lasciò partire i due colpi dalla sua pistola in mezzo alla folla. Una palla ferì in una spalla il carabiniere, un’altra andò a passare diritta nel cuore di Salomone Arena.

I carabinieri gli furono sopra, e a stento poterono sottrarlo al furore della moltitudine che voleva sbranarlo.

Legato, incatenato come un galeotto, pesto, rotto in tutte le parti del corpo, fu tradotto in carcere e di là, per ordine del Tacchini, sotto buona scorta a Novara.