XXXI.
I DUE FRATELLI.
La capitale era già in potere del conte Della Torre; tutto il Piemonte era sottomesso; le carceri rigurgitanti di prigionieri; le contrade risuonanti di bandi regi inviati da Modena che prescrivevano le vendette, istituivano le corti marziali e designavano le vittime. Nessuna restaurazione fu inaugurata con tanto terrore. Commissioni per giudicare i rei d’alto tradimento, commissioni per scrutare la condotta degli ufficiali, commissioni per giudicare degli impiegati; chiusa l’Università, abolito il Magistrato degli studi, perseguitati con fieri editti di morte, di proscrizione e di confische gli studenti, i loro maestri e rettori.
Incaricato di istruire i processi della commissione militare un uomo di terribile nostra conoscenza, il Tacchini. Quando si udì pronunciare questo nome, ognuno comprese che la sola speranza dei vinti era non sperare salute. E chi non aveva già precorso il pericolo s’affrettava ai passi delle Alpi ed agli sbocchi del mare sulla sconfinata via della fuga e dell’esiglio. Così si salvò dal patibolo Santorre, serbato al glorioso martirio di Sfacteria; così Collegno, il difensore di Navarino; così Lisio, Rattazzi, Regis, Ansaldi, Perrone, Dal Pozzo, Panchiarotti, Ravina, il dott. Crivelli, colui che strappò dal labbro di Carlo Alberto la parola Costituzione; Marrocchetti, futuro soldato di Roma; l’eroe di San Salvario, Vincenzo Ferrero; e così Carlo Massa d’Asti, maestro nel collegio delle provincie; Francesco Tubi, avvocato collegiato, scampato per miracolo; Fecchini, Carta, Rossi, Gillo, medici e avvocati, compagni al Ferrero nell’audace tentativo.
Di tutti costoro le galere contesero al carnefice la loro parte e ingoiarono tutto quanto di più generoso aveva potuto o voluto cercar salvezza nella fuga. Non poterono salvarsi dalla decretata morte nè il sottotenente Moda, nè il luogotenente Laneri; non lo volle il capitano Garelli. Salirono il patibolo con fortezza spartana in mezzo ai cachinni d’una plebaglia briaca e invocando dalle loro ossa il vendicatore.
Ad uno de’ nostri amici pendeva pure sul capo lo stesso destino. Stato trasportato da Novara a Torino dietro il carro del vincitore e rinchiuso nella cittadella, quivi aspettava la sua sentenza. Non si faceva più illusione, sapeva che doveva morire e lo desiderava. Colpito nei due soli affetti che avevano formata la religione della sua vita, tradita e vinta la causa per cui aveva combattuto, esuli o morti gli amici, perduta colei che sola sulla terra gli aveva fatto conoscere qualche istante di gioia, agognava la morte come un riposo ed un rifugio. Vivendo dopo tante sventure e tante ingiustizie sentiva che sarebbe stato malvagio, che non avrebbe potuto più credere a nulla, che non avrebbe perdonato, che si sarebbe vendicato degli uomini e della società che gli avevano fatto tanto male nel mondo. Però nel breve e sommario processo che ebbe a sostenere, confessò tutto: confessò anche quello per cui non fu sospettato, laonde fra tutti i soldati dell’esercito passati alla rivoluzione egli solo potè godere il triste privilegio d’una condanna capitale.
Infatti re Carlo Felice, da Modena, aveva prescritto che i soldati fossero amnistiati e che soltanto gli ufficiali fossero sottoposti a processo e condannati. Giorgio quindi avrebbe potuto ancora salvarsi se l’avesse desiderato.
Ma egli sdegnò: confessò d’aver egli arsa coll’acido prussico la sentinella dell’università la notte del 10 marzo: egli ferito a morte il comandante della Cittadella Des Geneis; egli ordito tutto il piano dell’arresto del principe di Carignano. Ve n’era anche di troppo per essere fucilato in quei giorni; ma se non fosse bastato c’era l’odio del Tacchini, e il tentativo di rapimento della sua sposa e l’uccisione del sindaco Salomone Arena.
Giorgio però a questo punto del suo interrogatorio volle avere ancora un istante di rivincita, e in faccia ai giudici attoniti e inorriditi, narrò tutto il reo tradimento di Tacchini e di Salomone.
«No, Giusta Arena non è sua moglie; essa non è che la vittima d’un mercato infame. Quest’uomo che ora siede qui per giudicare me, ha comperata la mano d’una fanciulla col tradimento e la menzogna. Ha venduto, per possedere quella impagabile ricchezza, il suo voto e la sua coscienza di giudice, ha inventata la mia morte e ne ha scritto l’annunzio, empita la mente d’un padre stolto e codardo d’immaginari terrori e prostituita la giustizia alla sua libidine. Io era nel mio diritto liberando colei che aveva tratta all’altare coll’inganno, e se alcuno qui deve rispondere del sangue di Salomone Arena, è colui che presiede a questo tribunale. La palla che gli ha trapassato il cuore, non è partita dalla mia mano ma da quella di Dio. Giudici, — esclamava additando Tacchini pallido e fremente sullo scanno — se volete fare il vostro dovere eccovi il reo».
— È pazzo furioso, urlò il Tacchini, trascinatelo in prigione a viva forza! Signori giudici, voi non vorrete dare ascolto alle parole d’un ribelle che ha sulla coscienza tre assassinj.
I giudici sentivano che quell’uomo parlava il linguaggio della verità, ma Tacchini era allora troppo potente perchè alcuno potesse osare di resistergli impunemente e assentirono a quello che a lui piacque.
Fu decretata la morte per fucilazione nella schiena.
Tacchini però coll’acuto olfatto della vecchia volpe di polizia aveva indovinato che Giorgio aveva avuto nella rivoluzione Piemontese un’importanza anche maggiore di quella che le indagini del processo e le sue stesse confessioni avevano denunziato. Egli, secondo il giudizio del Senatore, doveva possedere la chiave di importanti rivelazioni e poteva offrire al governo il mezzo di più ampie scoperte. Prima di ucciderlo era perciò spediente tentare di strappargli di bocca i segreti che certo custodiva. Ma a chi confidare questa delicata missione? Non poteva essere nè un nemico di Giorgio nè un sospetto; poteva avere l’aspetto di un inviato dal Governo; doveva avere l’aria spontanea e amichevole d’un fratello che soccorre in un supremo pericolo il fratello.
Dopo molto cercare e frugare nella buia mente il Tacchini si risovvenne del Michele Santafiori — e pensò di metterlo all’opera. Michele, aiutante di campo del conte Della Torre, divenuto per necessità di insaziabili bisogni una delle lance spezzate della reazione, anima guasta e vendereccia, e d’altro lato camuffato del nome di fratello di Giorgio e facilmente creduto partecipe delle sue pene, era l’uomo che occorreva al Tacchini. D’una cosa sola temeva il Senatore: che avesse la mente meno cattiva del cuore, e che per imbecillità fosse incapace di condurre a buon fine una cattiva azione. Tuttavia provò a interpellarlo e non fu malcontento della risposta.
— Si tratta di promettergli la libertà purchè faccia delle rivelazioni — disse il luogotenente Michele.
— Perfettamente! Vedo che le nostre due menti son fatte per intendersi; — rispose il Tacchini.
— Credo che la libertà e la vita saranno poco, riprese dopo una pausa il Santafiori.
— Che cosa potremmo offrirgli di più?
— Non saprei... per esempio.... di facilitargli una fuga con.... la signora Giusta....
— Oh mai.... questo; vada a rompicollo il Piemonte, questo mai.
— Ma, signor Tacchini, altro è promettere, altro è mantenere.
— Oh! ora capisco! bestia che son io! bravo Santafiori, esclamò il Tacchini, e mentalmente soggiunse «Vedo che ci sono ancora dei birbanti più scellerati di me....
E forse glie ne dispiaceva!
In sul fare della sera del giorno stesso in cui Giorgio aveva udito la sua sentenza, egli vide ad un tratto aprirsi la porta del suo carcere. — Non ebbe paura, e credendo che venissero per trarlo al supplizio, chiese con voce calma dal fondo del suo giaciglio....
— È dunque per stanotte? la luce del sole vi fa dunque paura?
— Nè per stanotte, nè per domani, nè per mai, fratello, rispose dalla porta una voce che Giorgio durò fatica a riconoscere.
— Chi mi parla così? chiese il prigioniero....
— Son io, Giorgio.... sono Michele.
— Tu! esclamò l’artigliere balzando in piedi e spalancando gli occhi per l’incredulità e la meraviglia.
— Io! ma parla piano; la cosa per cui vengo non deve essere udita nemmeno dalla muraglia.
— Ma cosa può volere da un ribelle l’aiutante del Generale Della Torre?
— Qui non ci sono più ribelli, nè aiutanti, nè generali, qui non ci sono che due fratelli. E prima di tutto dimmi se credi che io possa esserti ancora fratello.
Giorgio esitò a rispondere: poi con accento breve....
— Parla, disse; lo saprò dalle tue parole. Di che si tratta?
— Si tratta di salvarti.
— Salvar me!.... fece Giorgio sorridendo tristamente — non credo che alcuno lo possa... se lo si potesse non lo vorrei.... desidero morire....
— A ventitrè anni con tanto avvenire davanti è una follia desiderare la morte... ma non si tratta di te solo.
— E di chi adunque?....
— D’un’altra.... di Giusta....
— Giusta!.... Oh perchè hai pronunciato quel nome.... ne hai tu nuove, Michele?... dimmi che fa.... come vive.... che pensa di me!.... come la tratta quel suo feroce marito.... Oh! perchè arrivai troppo tardi!.... un minuto prima ed era salva.... Come sopporterà domani la nuova della mia morte!? M’avrà ella perdonato la morte di suo padre?.... Ah sento che quella morte mi ha per sempre diviso da lei!
Giorgio profferì tutte queste parole a precipizio interrompendosi soltanto per lasciar uscir dalla gola un cupo singhiozzo. Nel dire le ultime parole cadde sul suo pagliericcio e vi restò sprofondato in una ambascia mortale.
Michele vide che la corda dava ancora suoni, che la piaga era ancora viva e continuò:
— Diviso, perchè? E se ti fosse offerto di rivederla; di sottrarla al suo tiranno, di fuggire in una terra lontana e di vivere sicuri da ogni persecuzione il resto de’ vostri giorni?
— Non mi tentare, non mi ammaliare con questi sogni di incomprensibile felicità — se mi fosse concesso tutto questo.... Michele, ti perdonerei tutto il male che hai fatto a nostro padre....
— Povero padre! disse Michele con un sospiro. Poi continuò: — Ebbene, tutto ciò è possibile. Tu non hai che a confidarti in me.
— Ma tu vaneggi più di me, Michele! Come si può fuggire di qui; come fuggire da Torino, come fuggiremo dal Piemonte?
— Con un salvocondotto.
— Un salvocondotto! Ma chi me lo darà.... ed a qual prezzo?
— Io te lo darò, il prezzo è.... una cosa da nulla: riempier questa carta di nomi...
— Di nomi? di quali nomi?...
— Di quelli che hai incontrati in questi ultimi mesi.
— Incontrato! ma dove? spiegati non intendo.
— Incontrati tra le file della rivoluzione....
Giorgio lo guardò; e si passò una mano sulla fronte per scacciarne un’idea: prese il foglio di carta che Michele gli offriva, gli si avvicinò e disse: — sono dunque rivelazioni che mi si chiedono?
Michele non ebbe coraggio di dir la parola; ma accennò di sì col capo.
Giorgio mandò un ruggito e si gettò sull’ufficiale col lancio d’un tigre. Se l’avesse arrivato lo strozzava. Ma Michele indietreggiò e Giorgio legato dalla catena infissa nella muraglia non poteva avanzare di più. Sentendosi trattenuto e impotente a colpire colle sue mani, ricorse alla vendetta di Garibaldi torturato dagli sgherri di Rosas: sputò in faccia allo sgherro di Tacchini....
Michele indietreggiò sino alla porta non avendo saputo trovare nell’anima vile che una bestemmia ed una minaccia!