Chapter 16 of 17 · 2215 words · ~11 min read

XXXII.

IL SALVACONDOTTO.

Giusta, caldo ancora il cadavere di suo padre, era stata trasportata da suo marito fino a Novara e di là, seguendone le sorti, a Torino. Percossa a un punto da tanto colpo, le povere forze della sua vita erano giunte in poche ore all’estremo, e non restava più di lei che un’ombra. Chiusa nella stanza d’un triste palazzotto di Torino, piangeva senza posa e si disfaceva lentamente come la Pia all’aura malsana della sua torre di Maremma. Non poteva staccar gli occhi dall’immagine di colui che aveva messo a cimento la vita per salvarla da un abborrito destino, nè poteva levarli sull’uomo che l’aveva comprata come la schiava sul mercato e resa infelice per sempre. Indarno Tacchini nelle sue ore d’ozio veniva a chiedere alla bella fanciulla un sorriso od una grazia. Giusta rispondeva inflessibilmente: potete farmi morire a foco lento, ma non sarò vostra mai.

Ed anche per lei il morire era la sola speranza che le rimaneva. Quando si è giunti a tale estremo, la morte è la più felice soluzione, la più generosa concessione del destino. Sulla terra non aveva altro: nulla per il presente, nulla per l’avvenire: se avesse potuto vivere per perdonare, l’avrebbe fatto: se avesse dovuto vivere per pregare, l’avrebbe fatto; ma ella pure non aveva più la forza di perdonare ad alcuno, e quelli pei quali avrebbe volontieri pregato stavano per precederla in cielo. Avrebbe dunque pregato con loro lassù. Se avesse avuto il sospetto di sopravvivere a lungo al suo Giorgio e avesse temuto che il tempo potesse temprare il suo dolore, se in mezzo a tanti esempi di coraggio il suicidio non le fosse sembrato una fuga codarda, si sarebbe uccisa.

Lo pensò più volte perchè gl’infelici non ponno non pensarvi, ma altrettante ne discacciò il pensiero.

Era giunta così senza saperlo alla vigilia del giorno in cui Giorgio doveva essere tratto a morte. Guai se l’avesse soltanto sospettato; l’ambascia l’avrebbe di certo finita. Tutto taceva nella sua casa, Tacchini era uscito a festeggiare in un banchetto di generali traditori la vittoria della reazione; i servi disattenti sonnecchiavano o giuocavano; Giusta era sola nella sua stanza guardando da una finestra le ultime iridi infuocate del tramonto, simbolo del suo destino, quando la scosse un lieve calpestio. Si volse — guardò; le apparve un piccolo spettro che si spiccava nell’ombra della portiera, lo guardò più fissamente senza aver paura: dubitò perchè l’inaspettato, anche se è innegabile, solleva sempre il dubbio e alla fine credette averlo riconosciuto. Ma non aveva ancora aperte le labbra per pronunciare il nome, che già il piccolo Balilla — poichè era lui! — s’era slanciato fra le sue braccia.

Giusta lo strinse al petto come avrebbe stretto al seno il suo angiolo custode, se da spirito si fosse fatto persona. E voleva meravigliarsi, chiedere, sapere, ma il giovinetto ponendole rattamente una mano sulla bocca......

— Lascia le interrogazioni.... le disse: tutto... ti dirò tutto.... e pensa a rinchiudermi subito nella stanza di tuo.... del Tacchini....

— Nella sua stanza.... ma Balilla, cosa pensi?....

— In due parole, e non c’è un momento da perdere. Se io fossi trovato qui, sarebbe tutto rovinato. Tu non sai che domani.... come farò a dirtelo? Infine, Giusta, coraggio.... domani Giorgio dev’essere...

— Silenzio... non proseguire... ho capito tutto.... è dunque domani, fece Giusta con voce interrotta dall’affanno. Ebbene, tu sei qui per salvarlo, non è vero? soggiunse afferrando convulsamente la testa del giovinetto e cercando leggergli fin nel fondo dell’anima... Presto! Che cosa bisogna fare per salvarlo?

— Bisogna condurmi nella stanza del Tacchini, secondarmi ed essere pronta a partire stanotte.

Giusta riflettè alcuni istanti: poi disse:

— Va bene! entra qui, e con un gesto risoluto condusse Balilla nell’interno della stanza del Senatore e lo nascose nel suo gabinetto da bagno.

Quando Balilla fa a posto, ella soggiunse: ed io, cosa debbo fare?

— Tu devi cercare de’ panni da uomo, e se fosse possibile una livrea de’ tuoi servi, meglio; vestirti e tenerti presso questa porta ad origliare. Quando udrai un mugolato entra: ti darò un foglio, correrai con quello alla Cittadella, ti farai aprire la prigione di Giorgio e fuggirete insieme.

— Ma, e di lui?... disse Giusta accennando il letto dove doveva andare a coricarsi il Senatore.

— Farò di tutto per lasciarlo vivo. Mi dimenticava di dirti due cose: primo, che passerai dalla porta del tuo giardino e la lascerai aperta per me, poi che troverai in fianco alla porta della Cittadella una carrozza con un sol lampione acceso e un cocchiere che risponderà a questa parola: _Animali parlanti_: egli è il sergente Carrera nostro amico e potrete fidarvene, egli vi condurrà fuori di Torino. Hai inteso? coraggio Giusta....

— Per lui... dieci vite sarebbero poche! — rispose la fanciulla ritirandosi ad eseguire il convenuto.

Giusta infatti in quel supremo momento si era in pochi istanti trasformata. Bastò quella notizia, quel nome, quell’idea d’aver lei nelle mani la vita del suo amato, perchè il suo mite e gentile carattere si inebbriasse a tutto l’entusiasmo della lotta e del sacrificio, la gazzella s’era mutata in leonessa!

Tacchini tornò a casa verso mezzanotte e i vapori del vino largamente tracannato, e l’orgia del banchetto gli avevano dato alla testa, e appena giunto nella sua stanza si lasciò cascare mezzo vestito sul suo letto, e vi si addormentò russando di lì a pochi minuti fragorosamente.

A un certo punto Balilla spinse la sua nera testolina fuori delle cortine del gabinetto; s’assicurò che il Tacchini dormiva, che la stanza era deserta e la casa silenziosa; poi fece un passo, montò sopra una seggiola e tagliò più alto che potè il cordone del campanello: prese da un tavolino un foglio di carta timbrato e stampato col nome di «Senatore Tacchini Procuratore Generale di S. M. il Re di Sardegna» e vi scrisse sopra queste parole: «Al ricevere della presente si lasci immediatamente in libertà il nominato Giorgio Santafiori, detenuto nelle carceri della Cittadella, amnistiato per grazia sovrana di S. M.». Prese dal tavolo stesso calamaio e penna e lo portò vicino al letto di Tacchini; cavò di tasca un coltello, saltò sul suo letto costringendo con quanta forza aveva nel pugno la gola del dormiente, gli susurrò all’orecchio: «Svegliati Tacchini, o sei morto!»

Il Senatore appena sentì mancarsi il fiato si svegliò in sussulto, rantolando chiocciamente dalla poca fessura che gli lasciava Balilla e sbarrando sul fantasma che gli stava addosso i suoi occhi ancora imbambolati dal vino.

— Poche parole.... Tacchini. Qui resistere è impossibile, e gridare meno. O firmare questo foglio o morire. — E così dicendo gli strofinava colla punta del coltello la gola.

Tacchini voleva parlare, muoversi, spiegarsi, ma Balilla colla sua terribile punta sempre a fior di carne gli impediva ogni conato.

Alla fine il Senatore riescì a dir mezzo strozzato.

— Ma quale carta?

— Lo saprai domani! ora non importa! scrivi e basta...

— Ma senza sapere...

— Finiamola — e due.... alla terza queste quattro dita di lama ti entrano per la gola e ti passano per la nuca.

Tacchini diè un’ultima occhiata d’intorno per vedere se qualche cosa poteva venire in suo soccorso; chiese alla natìa scaltrezza un’ispirazione, uno spediente, uno scampo, e quando fu ben persuaso che questo miracolo era impossibile rispose con quel fil di voce che gli era concessa dal pugno di Balilla: «dammi, scriverò».

Balilla sporse con una mano la penna intinta a Tacchini, intanto che coll’altra lo minacciava colla punta del coltello.

Tacchini steso supino non poteva scrivere. Balilla dovette confessare che aveva ragione e disse: «Ti concedo d’alzarti fin qui; ma bada a non fiatare o sei morto». E aiutando il Senatore a rizzarsi sul guanciale tenendogli sempre la mano alla bocca e il pugnale alla gola.

— E scrivi chiaro: soggiunse il fiero giovinetto... vedendo che la mano del suo prigioniero tremava sulla carta.

Quando Tacchini ebbe scritto alla meglio il suo nome, Balilla senza mai muoversi dalla sua postura, mandò un sottile miagolato, e Tacchini vide subito dopo entrar nella sua stanza un giovinetto vestito colla livrea dei suoi servi, prendere il foglio dalle mani del fanciullo, e senza dire una parola, senza voltarsi indietro, uscire rapidamente dalla camera.

Il prigioniero vedeva tutto e non poteva capire nulla. Egli non conosceva Balilla; non sapeva quale carta avesse firmata; non aveva potuto riconoscere il lacchè. Subiva una violenza, e quella firma doveva servire certo ai disegni di qualche suo nemico; e probabilmente pensava a qualcuno dei tanti ribelli che erano nelle carceri sotto il suo giudizio; ma non poteva indovinare a quale. Se anche fosse stato libero non avrebbe potuto impedire la esecuzione dell’ordine che aveva firmato, nè arrestar coloro che glie l’avevano strappato perchè non li conosceva.

Ma Balilla non era sì gonzo da lasciarlo subitamente padrone di sè; e per un’ora continua lo tenne sempre nello stesso atteggiamento di immobilità e di silenzio sotto la minaccia del suo ferro.

Pure bisognava che anch’egli o prima o poi pensasse alla fuga. Erano già suonate le due dopo mezzanotte; ancora poche ore e sarebbe stato giorno e non aveva tempo da perdere. Poteva uccidere il Tacchini e finirla con un colpo; ma l’assassinio non era ne’ gusti e nei propositi del giovinetto. Se per salvar suo fratello fosse stato necessario un po’ di sangue non avrebbe indietreggiato; ma bagnarsene le mani per mera vendetta non lo poteva.

Pensò che non gli restava altro mezzo che legare il Tacchini e in modo che non potesse gridare. Purchè avesse due o tre ore di tempo, a lui ed a’ suoi amici potevano bastare.

Ma l’operazione non era facile, prima di tutto bisognava legargli le mani per metterlo fuori d’azione, poi fasciargli la bocca. Balilla riflettè un istante; poi con un accento che non ammetteva replica disse al suo Senatore:

— Mettiti boccone.... non capisci?.... mettiti boccone o la finiamo.

E gli fece sentire un pochino di punta nell’epidermide.

Tacchini, tremante sempre di vedersi scannato ad ogni momento, si voltò colla bocca sul guanciale. Allora Balilla, prese il cordone del campanello che aveva tagliato e intimò di nuovo al Tacchini colla solita voce:

— Dammi le tue mani... per di dietro.... così....

E afferrate le due mani del Senatore glie le legò iteratamente con quanta forza aveva nel mezzo della schiena. Assicuratosi così dell’azione, pensò alla parola, e tolta la fodera del guanciale glie la passò a guisa di berretto sulla testa, col suo fazzoletto glie la strinse fortemente tra la bocca e la nuca e lo lasciò là senza che potesse più nè muoversi, nè parlare, nè vedere, nè quasi udire.

Poi, senza perdere un istante, infilato lo scalone silenzioso e deserto, per la porta stessa del giardino che Giusta aveva lasciata aperta, si trovò con pochi salti in istrada.

Quando fu libero esalò un gran respiro e s’avviò a gran passi verso la Cittadella.

Il lettore chiederà come Balilla fatto prigioniero nelle boscaglie del Po si fosse trovato così improvvisamente nella casa di Giusta in Torino ad operare tanti prodigi. Ma che cosa non può la volontà e la scaltrezza d’un monello di dodici anni, mal guardato, che nessuno sospetta, col quale gli stessi custodi scherzano e fanno a fidanza? Balilla condotto a Moncalieri e da Moncalieri a Torino in faccia al Principe di Carignano, aveva così bene rappresentata la parte del gonzo e dello stupido vagabondo, occupato soltanto del suo cane che continuava a piangere, che Carlo Alberto ordinò fosse messo in libertà.

Allora egli non ebbe altro pensiero che trovare suo fratello lasciato in viaggio per S... Tornò al suo villaggio, vide Livia, udì tutta la storia della chiesa, sentì che suo fratello era stato tradotto a Novara e s’avviò per Novara. A mezza strada incontrò i fuggenti dell’esercito costituzionale e udì la notizia che il Della Torre era entrato in Torino. Comprese tosto che Giorgio doveva essere tra i prigionieri tradotti in trionfo e mutò cammino. A Torino non tardò a sapere che il fratello era nella Cittadella e fece di tutto per penetrarvi. Si trasformò in mendico, in rivendugliolo d’acquavite, ma non potè arrivare che nel primo cortile. Tuttavia i soldati di guardia, un po’ tardi, è vero, sapevano tutte le notizie del forte e ne discorrevano.

Una sera sentì a dire che l’artigliere Santafiori era stato condannato alla fucilazione nella schiena e che la condanna doveva essere eseguita la mattina dopo.

Allora ideò e compì il disegno nel quale l’abbiamo visto alla prova.

Balilla frattanto, arrivando dopo pochi minuti davanti alla Cittadella, cercò per prima cosa la carrozza coll’unico lampione acceso e non la vide più.

— Sono salvi! — sclamò dando un salto di gioia — ma è meglio accertarsene.

Con Carrera, col quale aveva combinata molta parte del piano, aveva convenuto, che se il colpo riesciva avrebbe lasciato al posto stesso della carrozza a piedi del quarto albero del viale andando verso porta Susa l’altro lampione spento. Se il lampione non c’era voleva dire che la cosa era fallita e che anche il sergente aveva dovuto mettersi in salvo.

Balilla corse al quarto albero, e appena si fu chinato per cercare, si vide sotto gli occhi il globo nero del segnale convenuto.

Il fanciullo strinse in atto di trionfo quell’oggetto, inerte messaggiero di tanta felice certezza, ed esclamò di nuovo: «Sono salvi davvero!».