Chapter 2 of 17 · 1800 words · ~9 min read

XIX.

LA CITTADELLA.

Malgrado la comparsa di Ferrero, Torino non dava segno di vita. I capi della federazione raccolti a consiglio avevano mandato dal Principe di Carignano a chiedergli una parola d’ordine, e il Principe aveva mandato in un’ora due diverse risposte.

Collegno era tornato colla promessa che il Principe sarebbe montato la sera stessa a cavallo e avrebbe proclamata la costituzione.

Lisio veniva dietro a lui a dire che il principe aveva deciso soprassedere ancora un giorno per aspettare più recenti notizie d’Alessandria.

Il comitato era in balìa di questa marea di risoluzioni e di irresoluzioni e non sapeva a qual riva approdare. S’agitava febbrilmente su quattro poltrone d’una stanza nascosta e non faceva nulla. Amleto gli aveva comunicato il suo male.

Nella Cittadella verso le nove della sera durava ancora lo stesso ondeggiamento. Tolti i giovani ufficiali che vi erano di presidio, Errico e Gambini fra i primi, Rossi del Genio, Recciocchi, Rigolino e Cassana del Reggimento d’Aosta, si dichiaravano decisi a gettarsi nella mischia, ma, presi anch’essi dal contagio comune, perdevano il tempo in piani assurdi, in sterili strategie e non arrivavano a conclusione alcuna. Nessuno d’altronde aveva il coraggio d’assumere la responsabilità dell’iniziativa e l’iniziativa nelle rivoluzioni, ce l’ha insegnato sedici secoli fa Mosca Lamberti, è più che la metà dell’opera.

Poteva essere mezzanotte. Tutta la guarnigione dormiva. Gambini si era ritirato nella sua stanza affranto dall’emozione della giornata, e stava dolorosamente meditando le conseguenze della fallita impresa, quando udì picchiare al suo uscio. Quantunque stupito che a quell’ora insolita si venisse a cercarlo, pure s’alzò e andò ad aprire egli stesso.

— Giorgio?! — fece maravigliato nel vedere l’artigliere, — qualche novità forse?

— Ce ne saranno se voi, Capitano, mi secondate. Vedo che tra questo sì e no non si conchiude nulla; il miglior progetto ve l’ho già detto: impadronirsi a forza del comandante: piantare alle sue finestre e su tutti i bastioni le bandiere della libertà: dare, appena albeggi, nei tamburi e nelle trombe: proclamare la costituzione. Fare adesione alla giunta d’Alessandria, prendere tra le vostre mani, come più anziano, il comando della Cittadella, farsi riconoscere dagli ufficiali e nessun combattimento. La truppa imiterà i capi e non avrà forza d’opporsi....

— Ma... fece Gambini dopo una pausa silenziosa, come si fa ad entrare nella stanza del Comandante? C’è il corpo di guardia e bisognerà combattere per sbarazzarsene.

— No.... il picchetto di guardia lo comanda un sergente dei nostri: Rittatore.

— Ed egli è a parte di tutto il progetto?

— Egli dice che se voi vi presenterete darà ordine di lasciarvi passare.

La testa del capitano ardeva. Il genio dell’irresoluzione e il genio dell’audacia lottavano in un duello a morte nell’anima sua. Giorgio lo vide e decise superare tutti gli ostacoli.

— Ebbene! se voi esitate, capitano, datemi la vostra uniforme e la vostra spada; farò da me: voi mi seguirete.

— La mia spada? mai.... io ti precedo, — e stampato un bacio sopra il ritratto d’una donna che aveva sul tavolino (perocchè anch’egli aveva un occhio di donna che lo guardava nell’ombra) cinse la spada ed uscì con Giorgio.

Il cavaliere Des Geneis comandante la Cittadella dormiva al primo piano dell’ala sinistra del quartiere. Appiedi della scala c’era il corpo di guardia: salita la scala il primo uscio di faccia era il suo, e una sentinella in fazione ne guardava giorno e notte l’ingresso.

Gambini e Giorgio s’incamminarono verso il corpo di guardia avvolti ne’ loro pastrani: scambiarono poche parole con un sergente d’Aosta che li aspettava sulla porta. Poi il sergente infilò per il primo la scala. Arrivato al sommo disse altre due parole alla sentinella: questa si mise a pied’arm, e lasciò passare i due incogniti. Rittatore restò sull’uscio e si mise a far chiacchierare la sentinella:

— Se ci fosse una mezzina d’Asti ogni ora di fazione, come sarebbe bello il fare la sentinella.

— E meglio se una montanina della Val d’Aosta ve lo potesse mescere.

E su questo tema continuarono a conversare.

Intanto i due congiurati erano penetrati fino nella stanza del colonnello, fiocamente rischiarata da un lumicino a olio confinato in un angolo che permetteva appena di vedere dove si metteva il piede e di non urtare i mobili. Esso lasciava anche vedere la testa canuta e rispettabile del colonnello che dormiva supino a bocca aperta nel suo letto.

Gambini e Giorgio in faccia a quel sonno tranquillo ebbero un minuto d’esitazione; forse pareva loro di commettere un delitto; certo non era un’impresa eroica.

Giorgio s’avvicinò per il primo e pose la sua mano robusta sul braccio destro del dormente; questi si scosse subito, ma Gambini intanto gli aveva afferrato il braccio sinistro. Il colonnello spalancò gli occhi, li fissò un’istante su quelle due ombre che gli stavano al fianco, poi desto al sentimento della verità sferrò con erculeo sforzo le sue braccia e allungò la mano per afferrare la pistola che aveva vicino al suo letto. Ma Giorgio aveva preveduto il movimento, e prima che il colonnello avesse potuto arrivarvi s’era già impadronito della pistola.

Des Geneis non si arrese, e si precipitò giù dal letto gridando con quanta voce aveva nel petto «all’armi»; ma Giorgio e Gambini gli furono sopra, lo atterrarono e mentre il capitano gli teneva le braccia, Giorgio gli premeva coi ginocchi il petto e colle mani la bocca per impedirgli di gridare.... ci fu qualche minuto di sosta.... il vecchio respirava appena, schizzava gli occhi fuori dell’orbite e mugolava sordamente.

Il capitano Gambini colse questo lucido intervallo per farsi riconoscere.

— Colonnello — disse il capitano — non mi riconoscete? Sono il capitano Gambini. Non vi voglio fare alcun male, ma in nome della libertà e della costituzione v’intimo d’arrendervi e di affidarmi le chiavi della Cittadella.

— Mai.... — urlò l’atterrato.... — prima si muore.

— Colonnello, la vostra resistenza è inutile... tutta la guarnigione è con noi e domani ci sarà tutta la città.

— Mai... — replicò.... — viva il Re.... e cogliendo un momento in cui Giorgio aveva allentata la stretta per lasciarlo parlare, balzò da terra colla agilità d’un giovane, e prima ancora che i suoi due avversarii avessero potuto metter mano alle loro, aveva staccato dalla parete la sua spada e la brandiva con ammirabile gesto di sfida.

Giorgio lo assalì colla sua sciabola corta da artigliere: il cavaliere Des Geneis gli misurò un terribile fendente alla testa, Giorgio lo parò metà colla lama, metà col braccio, ma senza nemmeno accorgersi della ricevuta ferita e del sangue che ne grondava, infilò con un colpo disperato il petto del colonnello e glielo passò fuor fuora.

Gambini aveva assistito al breve combattimento appoggiato alla sua spada, e quando vide che Giorgio ebbe vinto, disse: — se tu soccombevi sarei subentrato io, ma in due contro un vecchio mi sarebbe parso un assassinio.

— È giusto; e questo sangue mi fa bene, — rispose Giorgio additando la sua mano che penzolava quasi tronca — mi pare riscatti la morte di quel bravo uomo.

Il colpo era fatto: usciti trovarono Rittatore che faceva mettere in rango il suo corpo di guardia. Il capitano Gambini annunzia loro che prendeva il comando della Cittadella in nome della costituzione e li invito ad inalberare con lui la bandiera nazionale. Quei soldati vedevano un capitano che parlava, un sergente che assentiva, e non chiesero di più, e per opera loro in una notte tutta la cittadella fu coperta di vessilli tricolori.

Gambini corse a svegliare gli ufficiali suoi amici annunciando l’accaduto, essi l’udivano con gioia: finalmente uno aveva osato cominciare, finalmente avevano un capo: era la sola cosa che desideravano.

Appena albeggiato fu dato nei tamburi, tutta la guarnigione fu messa sotto le armi, e stanca di passare di incertezza in incertezza, d’allarme in allarme, accettò il fatto compiuto e con una delle solite baldorie di caserma, lo ratificò.

Il cannone annunziò l’avvenimento, e Torino vide sventolare sulla caserma i vessilli costituzionali, ancora incredula di quel miracolo compito. L’annunzio fu portato al comitato che ne fu meravigliato: fu portato al Carignano il quale, non volendo mostrarsi nè troppo credulo nè troppo scettico, mandò ad accertarsene. Un dragone a stento potè andare e tornare col messaggio. Tutta la popolazione era intorno agli spalti della trionfata fortezza a salutare il fausto avvenimento.

Era giunta l’ora anche per Carlo Alberto; se egli esitava ancora, tutti quei giorni di lotte, di dubbi, tutte quelle promesse dispensate, quelle speranze nutrite diventavano una commedia sfruttata, una scandalosa menzogna.

Gli amici gli stavano d’attorno, lo premevano, lo incalzavano, gli conducevano il cavallo, gli presentavano la spada e la bandiera, ed egli girava gli occhi incerto, ansioso, dall’una all’altra, non sapendo decidersi ad accettarle, non volendo decidersi a rifiutarle. Alla fine montò in sella sperando ancora che un improvviso avvenimento gli avrebbe lasciato tempo, e dubbioso sempre se avrebbe trattato il popolo al quale andava incontro come amico o come ribelle.

Andava spinto dal soffio del dubbio come una nave senza bussola, come uno spirito senza coscienza.

Giunto in piazza Castello, fatti forse cinquanta passi, gli giungono all’orecchio le grida di «Guerra all’Austria! viva la costituzione di Spagna! viva la libertà!»

Carlo Alberto non ha più il coraggio di avanzarsi, quella franchezza popolare gli dà le vertigini. Sente che era venuto il momento di dire il suo _est est non non_ ed egli non sa, non vuole, non osa, vorrebbe e non vorrebbe... tentenna; una voce lo incalza e gli grida: avanti! è quella d’Italia, del popolo, dell’onore, della gloria, e il cuore gli balza in petto e spinge il suo cavallo; ma un’altra voce lo affronta e gli intima «indietro!» è forse quella della sua casa, de’ suoi avi, del Re, del trono, della sicurezza, della pace, e si arresta, e gira le redini e rifa le sue orme.

Muschietti gli era sempre stato vicino, l’aveva osservato, l’aveva compreso. Quando vede che il Principe si volta per tornare indietro si slancia alla testa del suo cavallo, ne afferra la briglia e facendogli splendere sugli occhi la canna d’una pistola, gli grida:

— Altezza! la strada del ritorno è quella del tradimento, la strada dell’ardire è quella della gloria: qui su queste pietre è il circolo di Popilio; decidete.

In ogni tempo la massima tortura fu quella del dubbio. Carlo Alberto sarebbe morto più volentieri che dire in quel momento _voglio_. Ma tutta la città, tutti i suoi amici carbonari, tutti i federati che avevano confidato ne’ suoi giuramenti, lo guardavano: la coscienza d’un popolo intero lo metteva in mora, e gli fu forza piegare ed aver suo malgrado la volontà.

Decise d’andare avanti e proclamò la costituzione. Carlo Alberto in quel giorno parve agli occhi di tutti un eroe, ma da quell’ora la sua timida coscienza non ebbe più riposo e non trovò una notte di sonno.