Chapter 4 of 17 · 1338 words · ~7 min read

XXI.

VOLPE E SERPENTE.

Ebbe una notte insonne piena di negri fantasmi e di più negri proponimenti. Alla fine verso l’alba parve adagiarsi nella calma d’un pensiero e s’addormentò.

Svegliatosi, si vestì in fretta, e si diresse alla casa del conte Della Torre. Ma questa volta invece di chiedere del Conte, domandò d’essere introdotto addirittura da Tacchini.

Dopo un’altra anticamera, e un va e vieni di camerieri, fu introdotto.

Il Tacchini l’aspettava scaldandosi le spalle alle fiamme d’un gran camino e lo accolse con queste parole:

— Mi fa male, Arena, il vedervi: io vi ho lasciato entrare per non usarvi scortesia; ma non posso proprio far nulla....

— Se il Senatore mi permette di sedere ne parleremo, disse Arena senza scomporsi dell’antifona.

— Fate pure.... venite qui vicino al fuoco: la giornata è rigida... posso farvi servir qualche cosa?...

— Grazie, Senatore. Ho troppo fretta di venire al discorso che mi conduce.

— Lasciamolo quell’argomento... fate a modo mio.

— Lasciamolo.... ma e cosa avverrà di mio figlio se lo lascio?

— Avverrà... non lo so... non me lo chiedete... non lo posso dire a un padre...

— Basta... anche detto troppo... Pure, se permettete, io persisto a credere tre cose...

— Quali?

— Che voi siete convinto che egli è il meno colpevole di tutti; che non è, e non fu mai rivoluzionario; che potè fare, riscaldato dal vino, una bravata di ragazzi; che anzi non sapeva quel che si faceva. In somma che egli è innocente; in secondo luogo che voi potreste salvarlo. E in terzo che voi volete perderlo...

— Ma, caro Arena, voi pretendete indovinare troppe cose. Io farò osservare la legge... e facendola anche osservare mitemente, saranno 20 anni di galera; se pure le rappresaglie della rivoluzione non imporranno al governo più severi obblighi...

— Pure un uomo come il Senatore Tacchini dovrebbe trovare un mezzo per conciliare l’osservanza della legge co’ suoi interessi e quelli d’un amico...

— Sono un cattivo inventore io, caro Arena, rispose ghignando il Magistrato.

— Allora ve lo suggerirò io... se prima permettete...

— Suggerite pure... ma badate che nelle case dei grandi, i servi sogliono origliare alle porte.

— Grazie dell’avviso, fece l’Arena... abbasserò la voce.... e, avvicinando la sua seggiola a quella del Senatore, riprese:

— Il mezzo ch’io potrei suggerirvi, avrebbe... 18 anni.

— È conveniente.... avanti.

— Capelli biondi.... occhi azzurri....

— Avanti....

— Gentile.... melanconica....

— Avanti.

— E si chiama Giusta....

— Arena... ci vuol poco a capirvi... Ero certo che vi avrei capito... Pure c’è un ma!

— C’è un ma?

— E vivente, in carne, pelle, ed ossa!

— Sarebbe a dire?

— C’è un amante...

— Ah! rispose crollando la testa Arena.... So di che volete parlare. Amori di collegio, follie, fanciullaggini, non ve ne occupate.

— Ma se la fanciulla rifiutasse?

— Non rifiuterà.

— Ma se rifiutasse?

— Allora... — l’Arena aggrottò torvamente il sopracciglio; pensò un istante, poi con voce cupa... — allora la ucciderò.

— Sarebbe uno sproposito; io avrei il rammarico di fare il vostro processo... Ma facciamo l’ipotesi che non rifiuti.

— Ella è vostra....

— E quando?

— Quando mio figlio avrà una sentenza d’assoluzione, ed un salvacondotto per l’estero finchè sia finita la rivoluzione.

— No... no... così non si va intesi. Prima vostra figlia dica di sì all’altare; e prima di uscir di chiesa voi avrete la sentenza e il salvacondotto...

— E chi mi assicura della vostra parola? fece l’Arena.

— E chi mi assicura della vostra?

I due interlocutori sospesero per pochi istanti il dialogo. Entrambi avevano ragione, la fede dell’uno valeva la fede dell’altro; pesando quelle due coscienze sarebbe stato impossibile conoscere quale delle due soverchiasse la capacità del tradimento.

— Non c’è che una transazione, — disse Arena rompendo pel primo il silenzio.

— Quale? proponete.

— Che le due carte sieno depositate nelle mani del conte Della Torre.

— Questo patto non mi conviene. Il signor Conte è scrupoloso in fatto di giustizia; egli si fida di me perchè mi crede la Nemesi in persona.

— Allora lasciatemi pensare... Ho trovato... Si consegnano le due carte chiuse in un plico suggellato al Conte stesso, e si pone tra le clausole del contratto che quando il Senatore Tacchini avrà sposato la signora Giusta Arena, gli verranno trasmesse le carte che guarentiscono la dote della fanciulla, affidate al conte Della Torre e contenute nel plico suggellato con tal suggello che porti l’indirizzo del cavaliere Arena e il numero tale... che vi pare?

— L’idea non è perfetta ma è praticabile... allora, quando sareste pronto voi?

— Io fra quindici giorni, se vi piace?

— Sì — fra quindici giorni... ma a proposito, non si è parlato del più importante...

— Cioè?

— Della dote....

— La dote... senatore Tacchini, noi abbiamo negoziato la figlia e non la dote...

— Noi abbiamo negoziato una moglie, e una donna senza dote non è una moglie.

— Sicchè voi vorreste fanciulla e dote?

— Perchè no? Se voi volete sentenza d’assoluzione, salvacondotto e deposito...

— Ma, dolce mio Senatore, lasciatemi chiamarvi con questo nome, io credevo che per rendere giustizia, perchè in fondo mio figlio è innocente, il sacrificio d’una fanciulla di 18 anni a un uomo come voi potrebbe bastare.

— Ah ah! — rispose scoppiando in una chioccia risata il Senatore, — voi parlate di giustizia e di sacrificio... — voi!.... Vi credeva un uomo di spirito, m’accorgo che non siete che un Sindaco di villaggio e per poco anche questo...

Arena sentì subito che gli era forza transigere, e come un destro generale che ha riconosciute le forze del nemico e non esita a impegnare una parte delle sue truppe per salvare il grosso del suo esercito, si fece avanti un passo e gli disse...

— Ebbene... cosa chiedereste?...

— Mezzo milione...

— Pazzie! non arriverei alle 150 mila!

— Mezzo milioncino.... ripicchiava il Senatore sonando il tamburo colle dita sul bracciale della poltrona....

— Oh insomma, cifra tonda, 200 mila e non un soldo di più.

— Mezzo milioncino e non un soldo di meno...

— Mezzo milioncino... andrò a gettarmi ai piedi della Regina e vedrete che Salomone Arena non ha perduto tutto il suo potere alla corte; ma se vinco state in guardia anche voi. Vi restituirei questo cattivo quarto d’ora.

E così dicendo si voltò di nuovo ed uscì sbatacchiando con gran fracasso l’uscio della sala.

Tacchini indovinò subito nelle parole dell’Arena il linguaggio d’una disperata risoluzione, e capì che non gli conveniva per vincer troppo lasciarsi sfuggire di mano tutta la vittoria.

Corse adunque in due salti all’uscio, sporse metà della persona, raggiunse l’Arena che non aveva ancora toccate le scale.... e con un colpo di tosse lo richiamò...

Arena diede alla sua volta in una risata, gli voltò le spalle, finse di uscire...

— Buon viaggio, Arena... mi dispiace per quel povero ragazzo che rischia d’essere fucilato, fischiò il vecchio serpente quando Arena toccava la soglia dell’uscio per andarsene.

A quella parola _fucilato_, Salomone restò quasi pietrificato, un freddo sudore gli scorse per l’ossa e non ebbe per alcuni istanti il coraggio di fiatare.

Poi asciugati i diacciati goccioloni del volto si fece ancora avanti e disse:

— Siamo onesti Tacchini! 200 mila possono bastarvi...

— Mezzo milione — fece il Tacchini ghignando a quella invocazione all’onestà, e gongolando di gioia nel vedere il nemico prossimo alla resa. — È impossibile.... se volessi non avrei tanto danaro.... arriverei tutt’al più ai 250 mila.

Tacchini gli sorrise e disse a bassa voce ancora una parola.

Arena tornò indietro; Tacchini lo invitò a rientrare e rientrò.

— Non ci riscaldiamo il sangue come i ragazzi. Dunque dite che non potete dare che 300 mila.

— L’ho detto, Senatore, non un soldo di più.

— Ebbene, voglio mostrarvi che sta a cuore anche a me quel bravo giovine.... toccate la mano, caro suocero.

Salomone stese la sua mano grossa e pelosa nella gialla e scheletrita del Senatore, e il patto satanico fu suggellato.