XXVI.
SCHIARIMENTI.
Il lettore avrà trovato nell’ultima parte di questo racconto alcuni punti oscuri e noi siamo in obbligo di chiarirli.
Come mai il Governatore di Torino avesse scritto al Sindaco di S.... che l’artigliere Santafiori era arrestato per sospetto di fellonia, il lettore l’avrà immaginato. Salomone Arena aveva scritto al consigliere Tacchini che quella falsa testimonianza era necessaria, ed il Tacchini valendosi della sua onnipotente autorità negli ufficii governativi, gliel’aveva fatta mandare. Fabbricare documenti falsi fu sempre un’arte facile alle tirannie. E fu con quella lettera bugiarda che furono ingannate le sorelle e l’amante di Giorgio.
E queste avevano creduto: d’altronde come accertare la verità? Non mancavano di scrivere ogni giorno, ma tutte le lettere che venivano a Livia dal Santafiori, o che partivano dal villaggio per esso, erano intercettate dall’arbitrio irresponsabile del Maresciallo dei Carabinieri, d’accordo col Sindaco.
E la continuata mancanza di lettere non faceva che confermare sempre più il racconto di Salomone Arena, e la testimonianza ufficiale del Governatore di Torino.
Intanto i giorni passavano e l’ora imposta a Giusta per la fatale risoluzione s’approssimava.
La misera fanciulla subiva già un’anticipazione del martirio che l’aspettava e non sperava più che nella morte.
Avesse almeno avuta la certezza che quello che le si diceva era vero; che l’olocausto terribile che le si chiedeva avrebbe fruttato la salute del suo amante e di suo fratello, la pace di sua madre; ma no. Dubbio, incertezza, tenebre! L’unica prova che avesse era la parola di suo padre, troppo interessato perchè non celasse almeno in parte la verità, e un pezzo di carta scritto da una mano straniera.
V’è in ogni spasimo una trafittura più atroce di tutte: ora nella disgrazia di Giusta il non saper nulla di Giorgio, era la pugnalata che l’uccideva.
Balilla un giorno, tornò a casa dicendo a sua sorella... Livia ti saluto, io parto!
— Parti! e per dove?
— Vado a cercar di Giorgio ed a combattere con lui se è vivo, a vendicarlo se è morto.
— Qual pazzia, Balilla? un giovinetto di dodici anni.
— Il Balilla di cui porto il nome ne aveva dieci quando ruppe la testa ai granatieri tedeschi. Poi non voglio lasciar solo mio fratello....
— No, Balilla! tu non puoi lasciarmi qui sola.... Giorgio lo proibirebbe.
— Baie! Giorgio ed io ci intendiamo. Poi è questo il solo mezzo per saper sue notizie e riportarle a te. Poi io ho sempre detto che il foglio del Governatore di Torino dice una bugia e ve lo proverò. Non mi dir altro, sorella.... ho deciso.... Domani parto...... Se hai qualche cosa da darmi per Giorgio preparalo e avverti la signora Giusta di fare altrettanto.
Livia voleva disperarsi, ma fu invano. A grande stento ottenne che avrebbe aspettato ancora un giorno per rendere avvertita la signora Giusta.
— Allora, — disse il monello, — chiederai _Leon_ alla signora Giusta. Egli sarà il mio compagno di viaggio ed il mio difensore;... poi mi aiuterà meglio a scoprire Giorgio. Lo fiuterebbe lontano due miglia!
Ed il monello se n’andò a fare i così detti preparativi di partenza.
Frattanto Salomone e Tacchini avevano continuato a carteggiare tra di loro. Il Senatore sollecitava con minacciose parole l’adempimento del patto: il Sindaco rispondeva allegando una malattia di Giusta, rinnovando le sue promesse e chiedendo ancora qualche giorno d’indugio.
Ma Tacchini perdette la pazienza. Il Conte della Torre diventando Governatore di Novara e Luogotenente del Re legittimo, e Capo supremo dell’esercito della Reazione, non aveva potuto privarsi della fida Egeria, del suo Tacchini, e lo aveva condotto seco a Novara. Il Tacchini non aveva osato disubbedirlo, ma prima di partire gli diede per misura di precauzione il consiglio di condurre in ostaggio i quattro studenti autori del baccano _D’Angennes_. E il Della Torre, come sempre, l’aveva ascoltato. Da Novara il Senatore tempestava il Sindaco. A lui premeva che il contratto fosse conchiuso prima della catastrofe, perchè questa, quale si fosse, non poteva che nuocere al suo disegno. Od era favorevole alla rivoluzione, e allora gli toccava forse fuggire, lasciar gli ostaggi, abbandonare la moglie e la dote e tutti i sogni che la sua avara libidine vi aveva architettati sopra; se vinceva la causa del legittimo Re, diceva lui, e allora succederà di certo un’amnistia, un perdono generale, e gli ostaggi gli sfuggivano per altre vie ed egli restava inerme in faccia allo scaltro Arena.
Scrisse perciò un _ultimatum_ nel quale dichiarava «che la sua longanimità era agli estremi e che gli accordava ancora una settimana.
«Se al mattino del settimo giorno egli non conduceva all’altare la signora Giusta Arena, la giustizia avrebbe fatto il suo corso. Soggiungeva che il Vescovo di Voghera avrebbe ricevuto ordine di passar sopra tutte le formalità superflue degli sponsali, e che egli, quando fosse stato avvertito, sarebbe venuto a S..... avrebbe fatto benedire il matrimonio dal curato del villaggio e sarebbe ripartito il giorno stesso per Novara, da dove gli affari di Stato non gli permettevano di restar lungamente assente».
Salomone Arena si presentò con questa lettera a Giusta e le disse:
— «Vengo a chiedervi per l’ultima volta se volete salvar vostro fratello e noi da una certa morte. Io però ho cessato di pregare: ora comando se non vi troverò ubbidiente uscirete da questa casa per non rientrarvi mai più, e la maledizione di vostro padre e di vostra madre vi accompagnerà finchè vivrete».
Nemmeno queste violente parole avrebbero piegata l’anima amante della fanciulla; ma sua madre le singhiozzava allato ed ella sentì che le estreme forze della lotta le venivano meno. Rispose coraggiosamente: «Fra sette giorni, se sarò viva, ubbidirò».
Aveva ragione di dire «se sarò viva»; quella sera le entrò una febbre violenta che fece temere per ventiquattr’ore della sua esistenza. Ma il destino la risparmiava per altri dolori.
Fu durante queste ore di malattia e di solitudine che Livia, entrata in un momento d’assenza del padre, le comunicò l’idea bizzarra e generosa di Balilla.
Giusta sentì rinascere un alito di speranza e volle confidare al giovinetto audace le sue ultime parole. Balilla venne più tardi a prenderle egli stesso: pose un bacio sulla fronte della bellissima fanciulla, si legò al braccio il fedele _Leon_ che dai salti e dagli squassi di coda pareva intendesse d’essere destinato ad una straordinaria missione, e partì dicendo alle due donne che lasciava: — Non dubitate, io troverò Giorgio e ve lo rimanderò!
I suoi preparativi di viaggio erano stati brevi: una funicella per legare _Leon_; un randello per difesa; una bisaccia di pane e 25 soldi. Infilando la strada di Torino in una bella notte di marzo, uscì dal villaggio accompagnato dal viatico eterno della sua età — la giovinezza e la fede.