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CAPITOLO X.

RELIGIONE.

Il presente capitolo discende molto bene dagli ultimi periodi del precedente. Dissi dell’obbligo che hanno i cittadini a rispettare la sacrosanta religione degli avi nostri, e della tolleranza che il Governo aver deve per le opinioni religiose. Io non so come non si debba esser perfetto cristiano da colui che intese pel verso suo la santa legge del Vangelo. Io ti adoro, religion santissima di Gesù Cristo, credo alla santità della tua legge, imploro di morire nel seno della santa

Chiesa, di essere sepolto tra’ miei padri, di profittare delle preci de’ fedeli, dei suffragi dei santi ministri, di godere la celeste gloria del paradiso; questa è la profession della mia fede. Con tutto ciò, siccome le volontà degli uomini sono libere per concessione divina, e perchè alcuni ciecamente discredono dalle massime della Chiesa, questi non si devono costringere col ferro e col fuoco a credere in Gesù Cristo: si tengano però obbligati a rispettare in tutto e per tutto le pratiche nostre religiose, le opinioni, il dogma, la dottrina cattolica. I contravventori si debbono punire dai tribunali ordinari con pene proporzionate risultanti da un filosofico titolo di codice che il nuovo papa ci darà. — Questo capitolo sulla religione importerebbe esso solo un grande volume, ove si volesse discorrere di tutti gl’inconvenienti che sono nella disciplina e nelle pratiche ecclesiastiche. Io accennerò per sommi capi quelle cose che mi sembrano più degne di rilievo, e sulle quali possono adottarsi provvidenze utilissime.

I vescovadi non son ben distribuiti nel nostro stato. Un immenso tratto di paese, e per ordinario quello che avrebbe più bisogno d’un pastore, ne è privo. In altri luoghi sono frequenti poco men che le parrocchie.

Le rendite di alcuni vescovadi sono scandalosamente strabocchevoli, quelle di alcuni altri sono per la parsimonia indecenti: qui il rimedio è facile. Si erigano nuove chiese episcopali dove il bisogno lo esiga, ed alle chiese straricche si tolga la rendita per quelle. Sia, se non un perfetto pareggio in tutti i vescovati, almeno un poco di equilibrio che modifichi il fasto di alcuni vescovi, incoraggisca l’animo di altri.

Il popolo ignora i fondamenti di nostra santa religione. Causa n’è specialmente ne’ piccoli luoghi la vergognosa inerzia dei parrochi, che non ispiegano il catechismo e che non danno istruzioni individuali ai teneri ragazzi. I signori vescovi sorveglino con rigore la condotta di questi pastori, fra i quali io conosco invece certi lupi che consumano molto lautamente il gregge a loro affidato. Vi sia una dottrina di facilissima intelligenza, sia adottata universalmente in tutte le diocesi, nè si permetta ai vescovi di aggiungervi, o togliere, o modificare le massime che vi sono dichiarate, perchè, sebbene io creda che lo scopo di queste riformazioni sia sempre santissimo, pure ingenera grande confusione nelle menti grossolane del volgo, che impara poi di mala voglia, o non comprende d’aver creduto santamente in passato, e sente rimorsi per un errore che non ha commesso: come non ha guari accadde in una vasta diocesi, nella quale uno zelante vescovo volle cambiare le parole degli atti di fede, di speranza e carità, ed i diocesani volgari si spaventarono orrendamente temendo di esser dannati, perchè prima non seppero bene, poi per la difficoltà ad imparare il vero. L’ammissione al clericato ed al presbiterato si fa senza troppo considerarvi sopra dai vescovi. Il clero dello stato pontificio è il più ignorante di tutto il clero cattolico, salve poche eccezioni. Basta avere studiato gramatica latina, e saper quattro pagine di un libro qualunque di morale per diventar prete e canonico e confessore. E con quanto danno della religione, ognuno che abbia fior di senno sel può da sè medesimo considerare. Però al sacro ordine del presbiterato non si dovrebbero promuovere che quelli i quali, avendo prima dato saggio di una savissima condotta, fecero poi i loro studi in perfetta regola, e si sottoporranno a rigorosissimo esame delle scienze filosofiche, morali, dommatiche, teologiche.

E con questo rimane anche provveduto in appresso ad una buona scelta di parrochi di campagna, dove si vedono talora certi ignoranti, i quali insegnano in buona fede eresie e massime erronee al ceto de’ contadini, che in vero avrebbe bisogno di una istruzione religiosa purissima, per essere nelle campagne stesse la demoralizzazione pervenuta al massimo grado.

La collazione de’ benefizi sia un po’ più equamente distribuita, nè si tolleri l’abuso di veder pochi straricchi di rendite per molti benefizi, ed altri averne un solo miserabile, capace appena di campar la vita di un individuo.

Le confraternite, arciconfraternite di Roma e provincie sono un semenzaio di ribaldi, che fomenta le dissensioni cittadine, son cagione di un mal inteso fanatismo religioso, origine di scandali obbrobriosi.

Queste vengano abolite; si lascino sussistere le sole antichissime del santissimo Sacramento e della buona morte, e le rendite delle compagnie servano allo stato per isdebitarsi in parte con gli usurai ai quali si vendè il morto papa.

Sonovi anche certi ordini religiosi che hanno rendite immense. Se non temessi di osar troppo, direi che si abolissero per isdebitar lo stato colle ricchezze di costoro. Ma i Gesuiti, oh i Gesuiti, sì, è necessità che sian soppressi, distrutti fin dalle radici, disperdutane la memoria. Pio VII col restituirli, sperò, il santo pontefice, che si fossero corretti de’ loro vizi, che avessero ripigliati i santi principii co’ quali istituì il loro fondatore.

Adoperar parole contro di costoro dopo quel che ne scrissero autori gravissimi ed ortodossi mi sembra affatto inutile. Chiunque sarà per essere il nuovo papa ei non potrà stare felice in trono se non imita quel Ganganelli di sacra memoria, che, prima di risolversi alla loro abolizione con quel suo celebre breve _Dominus ac Redemptor_, li studiò profondamente, li conobbe indegni di rimanere, trovò essere necessità la loro distruzione.

E poichè siamo a parlar de’ frati, io debbo ricordare che vi è grande abuso nell’accettazione di nuovi confratelli, e somma imprudenza nel farli professare in età troppo verde. Io non dubito di asserire che se un pontefice promulgasse una legge nella quale autorizzasse i frati di tutti gli ordini a restituirsi al secolo, i conventi rimarrebbero quasi vuoti. Tanto sono essi pentiti di trovarsi adulti colà dove adolescenti giurarono di morire. Niuno faccia il voto solenne se non a trent’anni. Quest’è l’epoca della vita in cui l’uomo difficilmente s’inganna nella scelta del suo stato.

_Nemo militans Deo implicet se negotiis saecularibus_. Con questo insegnamento, che è pur chiarissimo, è insopportabile l’abuso di alcuni preti d’immischiarsi non solo in affari politici, economici, ma di abbassarsi perfino alcuni di essi in affari di commercio, in monopolii, in negozi di cambio, e via discorrendo. Ve ne ha taluno che, lasciato da parte l’ufficio divino e la santa messa, padroneggia nelle campagne, servendo, in qualità di fattore o ministro, un qualche grande, a cui presta poi anche il servizio di cappellano confessore, Dio sa con quanta riprovevole indulgenza!

Questo è costume frequentissimo, specialmente nelle provincie dell’Umbria e della Marca.

Il nuovo papa ammonisca severamente i vescovi contro un abuso ch’è nocivo alla santa religione.

Le funzioni religiose non si eseguiscono sempre con quel decoro che esige la casa di Dio. Tranne alcune chiese cattedrali, dove il cerimoniale è con qualche esattezza osservato, negli altri luoghi, pochi preti, con paramenti indecenti, senza niuna esattezza e regolarità, si fanno lecito di praticare le più auguste funzioni della Chiesa con iscandalo degli spettatori, ai quali la funzione stessa diventa argomento di scherno e di motteggi scherzosi.

È però necessario che ogni chiesa matrice, anche de’ piccoli luoghi, sia fornita di tutto il bisognevole, e di un numero bastevole di ministri per la esecuzione delle pubbliche funzioni, e ne venga impedita la pratica per prevenire la derisione de’ troppo satirici secolari.

Tutto ciò sia sottoposto alla severa sorveglianza de’ vescovi.

E per chiudere questo articolo, nel quale infinite cose si potrebbero dire, ove se ne dovesse fare un trattato, dirò che interessa alla santa religione nostra: che i ministri del culto sien esemplari in tutto, pii, dotti, devoti, da poter servir d’esempio e modello a tutti gli ordini civili dello stato.

Che certe pratiche minute di devozione, certe riunioni superstiziose sono sempre a danno di una soda e ragionevole credenza.

Che la tolleranza di alcuni pregiudizii, il favore che si accorda a certi miracoli, a certi santuari, l’opinione che si vuol mantenere su certi prodigi non verificati, son cose tutte di particolare speculazione di alcuni, e di superstizione per altri e di raffreddamento religioso per tutti.

Per ciò, un nuovo pontefice, se deve esser cauto nella remozione di tanti abusi, non deve però trascurare di sradicarli a tempi opportuni, sotto favorevoli condizioni. Il ritornare la religione cattolica alla primitiva semplicità è desiderio onesto che il papa deve favorire. Senza di questo il protestantismo potrebbe arrivare ad aver un vantaggio sopra di noi, e con danno della verità, della pace del mondo.