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CAPITOLO XV.

AMMINISTRAZIONI COMUNALI.

Chi si ferma a guardare nella corteccia le istituzioni dei Consigli comunali, riman sorpreso, come nel governo dei preti possa esservi un ordinamento tanto democratico.

In fatti ogni municipio ha copioso numero di comizii, tratto da tutte le classi degl’individui che compongono una comunità.

Ma il governo nell’istituire gli ordini municipali gittò nella bocca degli affamati terra, e non pane. Lascio della sorveglianza e supremazia tirannica e capricciosa che viene accordata ad ogni capo di provincia, su’ negozi della comunità. Lascio della esosa dipendenza che si esige dalle magistrature nell’obbligare a comunicare in antecedenza ai delegati e governatori le proposte di cui deve farsi discussione.

Ma i comizii vincano pure a pieni suffragi un partito che venne posto a squittinio secreto; quella risoluzione dev’esser sempre approvata dai delegati, i quali a posta loro, a pieno capriccio, per vedute parzialissime e private, molte volte negano la sanzione dell’atto il quale rimane sul colpo nullo ed invalido, come se non avesse avuto luogo alcuna discussione. E non sono mica rare le prepotenti negative de’ delegati ad approvare certi atti consigliari. Queste accadono di continuo, e specialmente contro le piccole comuni, che sono più assai tirannicamente trattate di tutte le altre. Così l’apparente democrazia de’ Consigli diventa autocrazia, ed i delegati tutti dello stato sono i czar delle provincie.

Or lascio che altri immagini gli arbitrii de’ legati, la influenza de’ quali presso il governo è molto maggiore.

Trovo giusto che una supremazia de’ capi delle provincie sorvegli al buon ordine delle cose municipali; che gli atti consigliari non si debbano sanzionare se le formalità volute dalla legge si trascurarono nella celebrazione degli atti medesimi; ma le risoluzioni che a maggioranza dei voti prendono i rappresentanti del popolo, sieno rispettate, e non dipendano dalla ignoranza o malizia de’ capi delle provincie, i quali nella maggior parte non essendo statisti, niun interesse hanno per le cose nostre, e consumano il tempo nel capo-luogo tra le adulazioni de’ patrizi, nelle crapule, nelle lascivie e nell’ozio più riprovevole.

Lasciano essi la cura degli affari più gravi nelle mani de’ loro secretari generali, moltissimi fra’ quali sono diretti dall’amor del lucro, dalla forza degl’impegni, dalla passione della vendetta. Ecco il beato regime di che si godono le più belle provincie d’Italia. Ecco i bravi governanti che i papi mandano a felicitare i popoli. Abatini discoli o porporati astuti stranieri, sempre ignoranti, scolaruzzi senza studio, vanarelli, pazzarelli, gonfi degli onori che loro vengono resi dai nobiluzzi delle città, senz’amor del pubblico bene, pensanti solamente a vivere, anzi a vegetare.

E l’ubbriaco Tedesco sa e conosce meglio di noi cotali obbrobri, e manda suoi lanzi a reprimere le nostre rivoluzioni!!! Ma Dio non paga il sabato. E la vendetta ch’egli fa contro gli oppressori di un popolo quanto è più lontana, tanto è più gagliarda. Sel sappia lo stupido Ferdinando; Iddio non paga il sabato!

E chiudo questo capitolo imprecando cordialmente ogni vendetta contro al Tedesco, pregando il cielo che faccia parer buone e sante queste mie parole al successore del Bellunese, già da incorruttibil giustizia giudicato.