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CAPITOLO VIII.

POLIZIA.

Non è da far maraviglia se, avendo noi veduto la mostruosità d’un codice criminale, la mancanza di un codice civile, la insussistenza di regolamenti doganali, ora diciamo che la Polizia non abbia neppur essa un codice che serva di direzione agli ufficiali reggitori, e sia di guarentigia alla sicurezza privata e pubblica de’ cittadini. Qui è dove l’arbitrio e l’insolenza e l’oppressione del Governo spiccano mirabilmente. La Polizia è il nucleo della tirannide pontificia. In ogni capoluogo di provincia, in ogni città, in ogni terra, in ogni villaggio sono impiegati politici, nelle persone de’ legati co’ loro direttori, in quelle dei delegati co’ loro segretari, ne’ governatori, nei priori comunali, ne’ sindaci.

La forza di Polizia, ne’ luoghi ove esiste, dipende immediatamente da costoro, colla differenza che ognuno de’ capi è in relazione diretta coll’immediato superiore. Più è sublime il grado di quello che rappresenta nei luoghi la persona del sovrano, più è grande la indipendenza di lui, maggiori gli arbitrii, più ristretta la libertà individuale, meno garantita la sicurezza personale.

Un capo di Polizia, appunto perchè non vi è un codice, può far tutto. Egli s’immischia in affari civili, criminali, religiosi, economici, politici, privati, pubblici.

Qualunque misura può adottare in via politica, qualunque violenza può commettere, senza che niuno possa richiamarlo, rimproverarlo, perchè è sempre in grado di poter in apparenza giustificare un’imprudenza, una imprevidenza, un arbitrio, una soperchieria.

Un dicastero di Polizia è più infame del tribunale del santo Officio. Sia pure assurdo, contrario alla giustizia, immane il procedere di quest’ultimo, sarà sempre vero che egli ha un sistema, una norma nel procedere, una regola da seguire. La Polizia carcera un individuo, lo bandisce da un paese, lo sorveglia, gli nega un foglio di passo, lo ristringe dentro un territorio, lo diffida da esercitar diritti civili; gli nega di portar armi lecite, si oppone alla di lui istruzione, lo priva d’impieghi onorevoli, di cariche conferitegli da un Consiglio, lo costringe a non uscir di dotte, a non farsi attore in teatro, lo annienta, lo distrugge.

La Polizia v’intercetta lettere agli uffici postali, le legge, le ritiene, o ha la sfrontatezza di consegnarle dissigillate.

A qualunque ora può entrarvi in casa, cercarvi nella persona, nelle cose, s’impossessa di oggetti, di scritti, di libri, di armi, di denaro.

La Polizia a capriccio fa chiudere officine, caffè, bagordi, ridotti, impedisce giuochi leciti ed illeciti; si oppone quando lo voglia ad ogni onesto ricreamento de cittadini, vietando musiche, cantori, balli, riunioni decorose e lecite.

La Polizia impone ad arbitrio tasse sui caffè, locande, bettole, trattorie. Instituisce multe a capriccio fuori di leggi note, all’insaputa del Governo superiore e della Suprema di Stato. La Polizia fa pagare i permessi di permanenza a periodi arbitrari, con tasse diverse per ogni paese, per ogni individuo, secondo la matta volontà di un legato o delegato.

La Polizia vi fa pagare i visti sui passaporti, impone tasse, multe dove crede, sempre fuori di nota legge, a piacer suo, a posta propria.

Io non so dir di più. La Polizia, che in uno Stato ben regolato è un officio necessario, quando sia diretto da un codice imparziale, conosciuto da tutti, nel nostro è luogo tenebroso, misterioso, composto da persone odiate, da capi inetti e timidi, da commissari atroci ed iniqui, da ispettori fanatici e ribaldi, da spie vili e calunniose, da ribaldaglia scellerata, tolta dal lezzo delle città, dalle carceri, dalle galere. E quantunque poco religiosamente, ben a ragione un autore vivente dice «che se Dio lo avesse chiamato ne’ dì della creazione, egli lo avrebbe consigliato a formar col limo più vile, impastato col veleno della vipera e del rospo, i commissari di Polizia, perchè non avessero avuto il diritto di dire di esser formati ad immagine e similitudine sua».

A me, che debbo trattar sempre le cose sui principii generali ed indeterminati, non rimane altro ad aggiungere in questo spaventevole titolo. Un codice di polizia è lavoro altamente scabroso per la facilità in cui si può incorrere a stabilire ordinanze arbitrarie, che offendono la libertà dei cittadini. Ciò nondimeno non ne è impossibile la compilazione. Un poco di bene vi è a ricavare dalle costituzioni dei regni civili, un po’ se ne può trarre dai codici del cessato Impero, molto posson fare i dotti politici dello Stato. Comunque sia, questo libro è di necessità pel nostro Governo. Esso deve stare fra i primi ordinamenti civili che il nuovo papa sarà per darci, perchè non vi può esser miglioramento dove si fasciasse sussistere una Polizia qual è la presente, che, come dianzi dicemmo, è nucleo di tirannide formidabile.

Dunque ai capi di Polizia, mi si opporrà, non sarà dato mai deviare alcun poco da questo codice particolare, il quale non potrà poi contenere tutti i fatti parziali possibili ad accadere in un luogo, in una città popolosa, faccendiera? Essi, quando il loro libro non consideri qualche evenimento particolare, devono farla da autorità conciliatrici, sentir sempre le parti che fra di loro contendono, e negli altri casi adoperare misure prudenziali, in cui l’arbitrio, se deve aver luogo, non offenda l’individuo, od arrechi il minimo dispiacere possibile.

Lo stesso vagabondaggio, tanto trascurato dalle Polizie moderne, ha diritto a pretendere che l’arbitrio operi nel minimo grado sugl’individui che lo compongono, e quelle misure che la Polizia dovesse pigliare contro di costoro avrebbero ad essere sempre piene d’umanità, tendenti solamente a prevenire i delitti e ad assicurare la tranquillità pubblica. E chi fosse così generoso da pubblicar presto i fondamenti elementari di un tal libro, ben meriterebbe della patria.