CAPITOLO VI.
DELLE DOGANE.
Le dogane sono istituite in tutti i governi. Lo Stato deve aver le sue rendite, colle quali poter soddisfare ai gravi impegni ed obblighi cui soggiace. È un lamentarsi ingiustamente per questo genere di pagamenti, ai quali fa duopo che i sudditi si sottopongano volonterosamente.
Ma per render meno onerosa questa imposizione, occorre che il governo adotti un sistema di umanità il più possibilmente generoso. Le vessazioni che continuamente vengono fatte e dai ministri doganali e dalle guardie di finanza, rendono troppo odioso ai popoli questo ramo, ed il rancore degl’individui si scarica sempre a danno del Governo. Le tasse debbono esser più proporzionali, la piccolissima industria nazionale più favorita, il sistema di proibizione abolito, annullato il monopolio dei pochi, che è sempre a danno di molti. È necessaria la istituzione di un regolamento doganale, che il pubblico deve conoscere per norma propria. Gli editti, le circolari, che servono attualmente di codice agli uffiziali delle dogane, sono una raccolta di massime contradittorie, incerte, ingiuste, sempre oscure e misteriose. Frequentemente avviene che la tesoreria o modifichi o deroghi certe leggi che sono a notizia di molti, e non accade mai, o quasi mai, che e la modificazione e la deroga si facciano note al pubblico; ond’è che un buon numero di persone viene preso a questa insidia che il Governo tende, e quindi si estorcono multe sanguinose, si fabbricano processi e criminali e civili, e si tradisce la buona fede dell’onesto commerciante e del buon cittadino. Il modo di procedere verso i contravventori alla legge ed i contrabbandieri è tirannico, vessatorio, degno della sacra Inquisizione. Se qualcuno che si trova ingiustamente gravato osasse muover lite contro la Camera, il giudizio è sempre contrario se (come il più delle volte accade) emana dal tribunale della Camera stessa. Ove poi per mirabile o fortuito caso il giudizio fosse favorevole, le immense spese a cui l’attore soggiacque non gli sono rifatte mai, perchè è massima che il Governo, sebbene abbia il torto, non debbe compensare i danni di quello che dovette spendere molta somma a farsi render ragione. Solito abuso di potere ed infame amministrazione di giustizia. Viene confuso il contrabbandiere di professione, che ruba moltissimo all’erario, col privato cittadino che froda una piccola tassa sopra un genere di valor minimo che serve ad uso proprio. Nè mi si opponga che esiste pure una circolare recente di un tesoriere espulso, colla quale si faceva intendere ai ministri e alle guardie doganali che non si avessero ad irritare i privati con vessazioni per frodi di piccol valore; perchè io vi so dire che tanto i ministri, come le guardie sono veramente una masnada di ribaldi, che minacciano, battono, uccidono per bagattelle da nulla, per certe bazzecole il cui dazio frodato non reca il minimo danno all’erario. Anzi cotestoro pigliano di mira più particolarmente i piccoli contrabbandi, perchè quasi sempre complici delle grandi contravvenzioni; con questo fanno un lucro grandissimo, con gli altri non percepirebbero nulla. È proprio doloroso il trovarsi, come è accaduto a me, ne’ confini specialmente di Toscana e di Napoli, a vedere un’orda di sfrenati soldati italiani, correr dietro a certi sciaurati contrabbandieri, italiani anch’essi, batterli specialmente, ed anche ucciderli per toglier loro un fardelletto, che poi si trovava contenere una dozzina di scodelle di terra, o una mezza libbra di generi coloniali, o qualche otre contenente poche libbre di olio fetidissimo.
Io fremo d’indignazione quando sopra gli uffici doganali miro le insegne di santa Chiesa, e penso che da quei luoghi escono ordini disumani, ministri avari, ladri, uccisori de’ propri fratelli, persone che mancano di pietà, di religione, di modestia, di civiltà. Io sempre ricordo a quella vista i sublimi concetti di quel nostro Allighieri, il quale parlando appunto di queste sante insegne, di cui il governo de’ preti sì abusa, esclama, pieno di fuoco, in bocca di san Pietro:
Non fu nostra intenzion c’a destra mano De’ nostri successor parte sedesse, Parte dall’altra, del popol cristiano: Nè che le chiavi che mi fur concesse Divenisser segnacolo in vessillo, Che contro i battezzati combattesse. Nè ch’io fossi in figura di sigillo A privilegi venduti e mendaci, Ond’io soventi arrosso e disfavillo.
Accade frequentissimamente che misere famigliuole di campagna, prive di un obolo, arrischino di raccogliere qualche libbra di acqua salata nelle tante sorgenti che sono sparse in certi luoghi delle province, e se ne servano per farne un amarissimo e disgustoso cibo, facendovi cuocere o pochi vegetabili, o un poco di farina gialla. Non è a dire a quanti barbari trattamenti vengono sottoposti questi disgraziati. Poca cosa sarebbero le battiture, le ferite che riportano dagli scherani del papa, o da quelli del duca appaltatore. Quegli infelici vengono molte volte uccisi sul luogo del contrabbando, ed i rei non solo non vengono puniti, ma talora furono decorati con croci, o nastri da cavalieri, e regalati con danaro.
Io non dico menzogne; i fatti che racconto sono autentici, noti a tutti, vanno per le bocche di tutti, e tolgono ogni volta al Governo mille buoni partigiani, che in avanti avrebbero data la vita a sostegno della santa Sede.
E, per far ritorno alle dogane pontificie, conchiudo che istituiti, ordinamenti giusti e chiari, abolito il sistema proibitivo, diminuite certe tasse di generi che a noi mancano, aumentatene alcune altre per cose di minor conto e di lusso, emanate leggi severe contro i ministri vessatori e violenti, regolata la procedura civile e criminale che ha luogo a carico de’ contravventori, può questo ramo rifiorire onorevolmente, ed esser meno gravoso, ed anche accetto ai sudditi pontificii. Sono qua e là per lo stato impiegati pieni di capacità, atti a proporre riforme; e deve il sovrano eccitarli a presentare analoghi regolamenti, da farsi poi ad altri considerare prima che vengano adottati. —