CAPITOLO XVIII.
SALUTE PUBBLICA.
Dà argomento di somma civiltà quel paese che s’interessa molto della salute de’ popoli. Ma se si ha a dire il vero la igiene pubblica è assai nel nostro stato trascurata. Ond’è che il nuovo sovrano deve mantenere in vigore le poche buone leggi che vi sono in questo proposito, riformare quelle che meritano correzione, istituirne delle nuove, atte a guarentire la salute della nazione.
Qui non v’è bisogno d’interessare i medici italiani perchè scrivano per norma del Governo. Vi sono opere classiche che ne trattano estesissimamente, fra le quali quella del piemontese Lorenzo Martini[11] e di Gian Pietro Frank, che possiamo riputare come nostro connazionale.
Io mi contenterò di accennare la necessità in che siamo di avere alcune cose essenzialissime per la tutela della sanità del popolo. E giustizia vuole che a questa si dia subito prontissima mano ed aiuto, perchè è troppo grave colpa del Governo il non riparare a certi danni frequentissimi nell’umana società.
Ne’ luoghi di marina, dove la prima industria è la pesca, accadono spesso morti per annegamento, nella mancanza in che si è degli argomenti opportuni a risuscitare, dirò così, i poveri affogati.
La società filantropica di Londra, di cui è capo il re, ha salvato in pochi anni la vita a moltissimi asfittici, che nello stato nostro vengono seppelliti per morti. Fino a che il sovrano non oppone a cotali disgrazie tutti quei mezzi che la scienza gli ha proposti, egli si fa reo della morte di ciascheduno, e ne dovrà render conto a Dio, il quale, quando gli affida le nazioni, impone di ben guardare la vita de’ propri sudditi.
E così parlo della mancanza di un porto o un canale da Ancona fino al confine del Tronto, per cui le barche da pesca nelle burrasche frequenti dell’Adriatico non avendo altro rifugio che il lontanissimo porto di Brindisi, in ogni caso di tempesta si perdono molti legni col proprio equipaggio, e ciò per colpa del Governo, che in così lungo tratto di mare non ha eretto mai un asilo di sicurezza per que’ disgraziati.
È inconveniente grandissimo la facilità, anzi il favore e lo stimolo che dai parrochi si adopera per la celebrazione dei matrimoni, senza guardare affatto la salute fisica degl’individui che si maritano, e se abbiano mezzi economici a campare una famiglia. Ecco perchè da noi si vedono schiere di tisici, di scrofolosi, di apopletici, di sifilitici. Così la nazione perde della propria robustezza, e in pochi anni si riduce lo stato ad uno ospedale d’incurabili. La Polizia abbia sue leggi atte ad impedire matrimoni malsani, e badi che ne’ contraenti non manchino affatto i mezzi della sussistenza. Quest’ultima providenza vale anche a prevenire la funesta propagazione de’ ladroncelli, poichè in cotali coniugii i padri esigono che la prole si procuri da sè stessa quel mantenimento che si ottiene poi nei furti di campagna e nelle piccole ruberie delle strade.
È grandissima l’inerzia del governo a non riparare ai primi impaludamenti di alcuni territorii, che poi col tempo non si tolgono più, o almeno importeranno grandissime spese. Quasi ogni provincia dello stato è soggetta a queste disgrazie, e la cattiva sanità o la morte degli abitanti di questi luoghi sono pure mali di cui la colpa essendo del sovrano, egli ne renderà conto a Dio, se dal canto suo non adopererà quei mezzi che la scienza idraulica propone.
L’ignorante e superstizioso abuso di suonar le campane nei momenti delle rivoluzioni atmosferiche, costa la vita a non pochi fanatici, ed il regnante si fa reo avanti Dio della morte di costoro, perchè non ne impedisce con legge la pratica.
In molti piccoli municipii si seppelliscono ancora i defunti nelle chiese. E ciò importa che nelle calde stagioni si sviluppi sempre qualche mortale epidemia, che uccide non pochi cittadini. Il capo dello stato è l’uccisore di costoro, perchè non seppe rendere universale la legge de’ cimiteri rurali.
In molte comunità, sia per colpa dell’autorità civile, sia per la negligenza degl’impiegati sanitari, i commestibili che si vendono al pubblico sono molte volte mal sani, e ne va di sotto la salute e la vita di molti. Il principe risponderà a Dio di codesti danni, perchè non fece rispettare le leggi, che pure su ciò provvidi papi emanarono.
Gli ospedali mancano in molti paesi dello stato, e non pochi individui periscono per mancanza di soccorsi. Anche la morte di costoro peserà sulla bilancia del supremo giudizio a danno dei reggitori del trono.
Gl’incendii, la mancanza de’ ponti, le strade pericolose, gli edifici cadenti, e mille altre cagioni di danno pubblico e privato, obbligano per giustizia il sovrano a spander per lo stato i corpi de’ pompieri, a ordinar la fabbricazione de’ ponti, ad accomodar le strade e a far demolire gli edifici pericolosi, ed altro. Tutte queste cose ove vengano trascurate, il giudizio di Dio sarà grave contro colui che impera, perchè avrebbe dovuto reggere qual padre i popoli che gli furono affidati.
Ed ho accennato le cose essenzialissime, che richieggono pronto provvedimento, perchè se avessi voluto enumerare tutti i mali relativi alla sicurezza e sanità de’ popoli, io avrei dovuto fare un lungo trattato, inutili d’altronde, perchè, come dissi di sopra, noi non ne manchiamo, e può il Governo perfezionare la igiene dello stato se vorrà prendere regola da quei libri utilissimi.
CAPITOLO ULTIMO.
Io mi era proposto di trattare ancora diversi altri argomenti utilissimi in questo libricciuolo. Ma la necessità mi ha indotto a por termine al mio lavoro, perchè giunse nelle provincie la notizia della rapidissima elezione del nuovo pontefice. Il nuovo unto del Signore, il supremo re della terra sarebbe, secondo la novella percorsa, l’eminentissimo cardinale Mastai di Sinigaglia, vescovo della città d’Imola. Io m’ho visto una commozione di animi così straordinaria per la costui esaltazione, che rare volte i popoli s’addimostrano sì lieti per cagioni di pubblica e comune fortuna. E posso credere che la esultanza dei sudditi sia pienamente giustificata, poichè il novello sovrano è ricco di rare virtù, di sapienza, di umanità, di carità evangelica.
È in me fede grandissima ch’egli accolga le parole espresse nel presente indirizzo con quella gentilezza di cuore con cui ricevette ognora ed esaudì le preghiere di tanti sciaurati al suo sacro impero nella diocesi d’Imola sottoposti. E la bontà di cui è riccamente adorno mi fa sperare ancora, che se il desiderio in me del pubblico bene mi ha portato talora ad adoprare parole aspre e rigorose contro il reggimento politico del cessato sovrano, egli vorrà usarmi quella indulgenza che può meritare uno il quale, amico com’è della Sede apostolica, vuole e brama che i sudditi di tanto sovrano non abbian lamenti a fare, e si chiamin lieti e contenti di esser figli e vassalli del regno della Chiesa.
E potrei quasi far sacramento, che fra non molto tempo le popolazioni vedranno praticati i più saggi ordinamenti di cui si gloriano le nazioni civili.
Le sciagurate famiglie de’ prigioni politici riabbraccieranno nelle loro case i loro più cari.
I popoli avranno un codice criminale e civile, la cui mercè la vita e le sostanze degli uomini saranno rese tranquille e sicure.
Le procedure criminali correranno più spedite, saranno cristianamente trattati gl’inquisiti, ed abolite interamente le infami giunte e commissioni militari e civili.
Le imposizioni non saranno più gravose ai sudditi, e cesseranno le angarie e i soprusi dei regolamenti doganali e daziari.
La Polizia avrà sue leggi certe, e non si darà più luogo all’arbitrio.
L’istruzione favoreggiata e facile, e libero a tutti di dissetarsi al calice della scienza.
Provveduto all’educazione fisica e morale degli infanti, assicurato un asilo o sussidio alla impotente vecchiezza.
Cacciate le truppe straniere, e congedati i corpi de’ malvagi volontari pontificii.
Protetta la industria nazionale, e vietati i tirannici appalti.
Resa più splendida la cattolica religione nostra col rimuoverne gli abusi, e col creare pii e saggi ministri.
Soppresso l’ordine de’ Gesuiti, peste mortale del mondo cattolico.
Istituite ordinanze onorevoli per la retta amministrazione delle cose municipali e provinciali.
Occupate negli impieghi le persone più meritevoli, e rese le debite ricompense al merito.
Accordate le più interessanti cariche dello stato a laici dotti e probissimi.
Concesso ad ognuno lo stampar liberamente, ne’ limiti della religione e della onestà.
Guarentita la pubblica sanità e sicurezza coll’adottamento di savie leggi igieniche.
E questa sarà propriamente per noi l’_era novella_ promessa per la paura d’un papa, osservata per la magnanimità di un altro.
Ma quanti ostacoli non troverà egli il nuovo gerarca per la esecuzione di così utili ordinamenti! Sono alcuni fra’ porporati che, vedendo in ogni innovamento una pericolosa concessione, e desiosi di vedere oppressi i sudditi o per inopportuna paura o per malignità di cuore, consiglieranno insistenti di lasciare le cose nello stato in cui sono, ispireranno dei dubbi sulla ingenuità di coloro che dimanderanno le riforme, in ogni movimento innocente sogneranno una ribellione, e si faranno essi stessi nascosti autori di fatti sospetti, di scritti incendiari, di emblemi rivoluzionari. La satanica arte di costoro potrebbe trionfare della perspicacia del sovrano. Il nuovo principe non creda alla buona apparenza delle loro parole. Essi, come dice sant’Agostino, sono al di fuori scialbati candidissimamente, ma hanno l’anima nera come tizzo di carbone. Quando i popoli pontificii si vedranno posti al rango che si addice all’attuale loro civiltà smetteranno ogni idea di cambiamento politico, troveranno dolce il comando della monarchia pontificale, non avranno ad invidiare i vicini reggimenti civili di stati italiani; faranno voti per la conservazione della santa Sede, e prepareranno cogli scritti e colle parole una gloriosa immortalità a Pio IX, che soddisfece ai prepotenti bisogni de’ tempi.
E però il perdono ch’egli darà agl’inquisiti di stato sia santo ed ingenuo, come quello che darebbe Gesù Cristo se avesse da tornare sulla terra.
Se l’amnistia non viene accompagnata dalla reintegrazione ne’ diritti civili, se quegli che vien perdonato non è sicuro dalla calunnia di nemici, dalla indiscreta sorveglianza di commissari di polizia; se gli vien restituita una libertà con limiti angustiosissimi; se non viene saggiamente provveduto alla di lui sussistenza, ove ne abbisogni; se gli verranno fatte insidie morali, e valutato a delitto il pensiero o una parola, questa amnistia diventerebbe un laccio, un tranello empissimo, più orribile e penoso della stessa condanna a cui l’inquisito politico soggiacque.
E so ben io che la santa virtù del nuovo regnante abborrisce da cotali vili ed insidiosi concetti. Ma nella corte s’introducono sempre alcuni astuti che ordiscono segrete mene contro l’umanità, e questi sono nemici dell’uomo, sono nemici del Governo, ma si dichiarano da loro stessi e filantropici e devoti al vicario di Gesù Cristo.
Da questi truculenti si guardi il successore di san Pietro, e ponga freno alla loro prepotente influenza, col distrugger tosto ogni sorta di arbitrio alla Polizia, nucleo fin ora di tirannide non solo, ma primario elemento di schiavitù, massima cagione del mal contento de’ popoli, e potente nemico del governo pontificio.
Ma qui gl’infiniti amici del Governo, i pretesi sostenitori del trono e del pontificato seguiteranno a gridare e dire come la esperienza addimostri la inefficacia della clemenza, e che i malcontenti, anche dopo il perdono, si mostrarono coi fatti nemici violentissimi del Governo.
Io risponderò dicendo, che la massima parte di coloro i quali furono nuovamente rilegati in carcere fu ristretta per semplice sospetto della irrequieta Polizia; e che i loro incarti, fabbricati da perversi e sanguinari processanti, non diedero risultanze positive, o si trattò solamente di semplici parole, o fatti isolati di niun valore. E nell’altra parte se vi furono individui i quali ritornarono ad inveschiarsi profondamente in affari politici rilevanti, questi sono di quella classe di cui poco sopra io parlavo, posta in uno stato di violenza terribile, vale a dire, trascurata non solo dal Governo e dalla società, e priva di mezzi di sussistenza, ma provocata gravissimamente dalla insolente Polizia o per inopportune sorveglianze o perchè privata dell’interna libertà, e non reintegrata mai ne’ diritti sociali, al godimento de’ quali ognuno di loro intendeva. Ed ecco perchè io raccomandava che il perdono fosse generoso, amplissimo, ingenuo, generale.
E così pongo fine a questo qualunque siasi lavoro che intrapresi al solo scopo di esser utile ai miei compatriotti. In esso non adoperai studio di sorta a farne un libretto elegante e filosofico: volli attenermi ad un linguaggio di comune intelligenza, e presi nota solamente di quelle cose più rilevanti che mi parevano degne di ricordo e necessarie di miglioramento. Quindi non frasi, non regolare ordine di materie, non concetti nuovi e profondi. Il miglior pregio del libro, sono la verità e la santità del fine. Se una sola delle mie idee non esistesse già nella mente del sovrano, che deve intender certo a cambiamenti solidissimi, e fosse tolta in considerazione io mi chiamerò fortunato di aver avuto una parte benchè impercettibile nello stabilimento del bene universale.
RELAZIONE
DEL FATTO AVVENUTO IN CESENA
LA SERA DEL 14 LUGLIO 1846.
Molte cose sono state ragionate da varii, sui cattivi ordini che aggravano il nostro stato, e che ne fanno, per così dire, una anormalità, in mezzo al progresso civile de’ tempi nostri. Ma per comprendere i mali effetti di quelli, e trarne argomento a spiegare il profondo malcontento che regna in queste provincie (malcontento che non si acqueterà mai, ove il nuovo sommo pontefice non dia mano con ardimento e risoluzione a riforme radicali, vincendo la subdola opposizione e la mala fede con che molti suoi iniqui ministri gli possono attraversare ogni buona intenzione), a comprendere, dicemmo, pienamente i mali effetti di quegli ordini, più d’ogni ragionamento, giova sovente il rappresentare l’azione concreta nella realtà de’ fatti. Certi episodi della vita sociale de’ nostri infelicissimi paesi bastan soli a rivelare que’ mille patimenti, que’ mille dolori morali e que’ profondi fremiti di sdegno disperato che dee provare un popolo generoso nel vedersi (oltre all’altre sue grandi sventure) senza delitto macellato impunemente da una mano vilissima di sgherri stranieri, a’ quali un massacro, che rinnovasse la memoria de’ Vespri siciliani, sarebbe poca pena alla sola colpa di starci qui insolenti e briachi in sul viso. Ma veniamo al fatto, che giustificherà appieno l’ira delle nostre parole. — Al qual fatto, perchè sia inteso bene da chi non conosce le piaghe de’ nostri paesi, ci fa d’uopo premettere un breve commento. Egli è da sapere adunque che il difetto d’operosità industriale e commerciale, le cattive leggi economiche, la mancanza assoluta di educazione popolare, la poca agiatezza e i pochi risparmi delle classi elevate, e la conseguente difficoltà per le classi operaie di trovar lavoro, e, non ultima cagione di miserie e di corruzioni, le truppe estere, che precludono la carriera militare ai figliuoli del nostro popolo, tutte queste e molte altre cagioni, che lungo sarebbe l’enumerare, vanno ogni giorno più arruolando alla turba de’ delinquenti molti popolani corrotti dalla indigenza, dalla ineducazione e dalla abitudine de’ vizi. Tutta questa gente, nelle nostre città, si va organizzando in associazioni giurate al delitto, e muove una aperta guerra alle proprietà e alla sicurezza personale del cittadino. Ciò è conosciuto dalle Polizie. E però chi facesse una statistica de’ furti e delle aggressioni impunite che avvengono in queste provincie, troverebbe di che far maraviglia a un uomo de’ secoli barbari. Ma la cosa va più innanzi in molti paesi; le Polizie si contentano, non solo che vi si rubi alla piena luce del giorno, ma che vi s’inquieti il pacifico cittadino con insolenze e minacce, e pare insomma che s’intenda a provocare e sfrenar la canaglia contro le classi medie ed elevate, la cui inclinazione all’ordine e alle riforme civili, chiamata dalle nostre Polizie istesse liberalismo, arrovella tutti questi nostri impiegati, gente la più parte ignorante e immorale, e che però ha solo nel durar de’ disordini qualche speranza di potersi mantenere in grado. La cosa è giunta a tale in alcune città, che in Faenza, per esempio, or son pochi dì, fu fatta una istanza, sottoscritta da centinaia di cittadini, non che da sacerdoti, parrochi di campagna, ecc., e inviata al pontefice per ottenere permesso di armarsi a difesa dei propri averi, e far quello che non sanno fare (così esprimevasi quello scritto) tante truppe nazionali e forestiere. Ma se queste ultime non sanno o non curano frenare i ladri e gli assassini, coi quali hanno perfetta affinità, sanno molto bene farla da carnefici sugli onesti e tranquilli cittadini. — Ora udite l’avvenuto. — Nella sera dei 13 corrente fu, in Cesena, ferito d’un’archibugiata un Eutimio Stefani, per sopranome Timino, il quale unito ad un tal Mamolino, di recente dimesso dal carcere, erasi fatto capo di un’orda di masnadieri, che da lungo tempo, percorrendo le vie a mano armata e provocando i buoni cittadini, infestavano questa città, stimolati non si sa bene da chi, certo tollerati dalla Polizia. Il male essendo divenuto insopportabile, ed avendo costoro nella mattina del 14 minacciata aspra vendetta del loro capo, la sera di detto giorno molti giovani, costretti dalla necessità della comune difesa, eransi ragunati nella piazza di San Francesco, con animo di punire quella mala gente, e veder modo di fiaccarne per sempre la baldanza. Di tale assembramento fu dato preventivo avviso al governatore, il qual disse sapere ove i ladri si riunivano e dove avean riposte le armi, e che avrebbe in breve trovata via di farli arrestare e perquisire. Fu di tutto parimenti avvertito il comandante di piazza capitano De-Bons. All’una ora di notte partiva dalla piazza maggiore un carro di polvere, scortato da un forte distaccamento di Svizzeri, e dirigevasi verso San Francesco. Alla testa di costoro erano l’ufficiale generale, e Vesi, agente di Polizia. Il militare convoglio trapassò la piazza, ove stava assembrata quella gioventù, senza incontrare alcuna minaccia, alcun insulto, e si fermò innanzi alla porta della caserma Carabinieri, nella quale era stato il giorno, ed ove aveva ordinato il capitano De-Bons fosse ricondotto. Non si sa per qual motivo la porta della caserma fosse chiusa, nè s’intende perchè l’ufficiale generale, non provocato da alcuna offesa, senza curare quelle preventive cautele che sono un dovere sacrosanto anche quando è assolutamente necessario il far impeto sul popolo, con inaudita improntitudine, fatta voltare la fronte ai soldati, comandò due scariche di plotone contro gli assembrati, la maggior parte de’ quali erano seduti sulle macerie ivi esistenti, bevendo e conversando pacificamente. Appena eseguito l’assassinio, fuggirono i vili appiattandosi dietro il carico della polvere. Molti furono i giovani feriti, cinque caddero semivivi sul luogo, due dei quali già morti. Tanto è vero poi che quella gioventù non avea pensiero ostile alla forza, che, sebbene così brutalmente trattata, e in numero tanto maggiore da vendicare a larga misura sui fuggiaschi assalitori il sangue de’ loro fratelli iniquamente versato, pure sgombrò la piazza. Niuno Svizzero fu ferito, e tutti i cittadini lo furono alle spalle: lo attestano concordi i chirurghi, lo provano le sezioni ai cadaveri. Quella notte fu terribile alla città pei gravi danni che potevano generarsi alla medesima da una popolare reazione. Fu necessaria tutta la prudenza, il sangue freddo, e diremo l’eroica rassegnazione di alcuni giovani per impedire che molti i quali erano corsi ad armarsi non assalissero i vili assassini de’ loro amici, dando il segno di un generale massacro. Quanto non lascia sperar bene di sè così fatta gioventù, capace di frenarsi per l’amore dell’ordine e per la speranza di trovar ragione sulla giustizia del novello monarca!
Oggi è cosa per mille indizi a tutti manifesta, che quell’eccidio derivò da tradimento, e ciò non fa specie; ma quello che più fa meraviglia tra noi, gli è che gli Svizzeri abbiano osato, in faccia alla coscienza di tutto un paese, tentar la menzogna fingendo, ne’ loro rapporti, che gli assembrati volessero impadronirsi della polvere, e che da ciò fossero costretti a far fuoco. Un pretesto era certamente necessario per veder di schermirsi pure in alcun modo da tanta infamia; ma l’addotto da loro era troppo assurdo, perchè non venisse subito smentito: molto più che anche la forza nazionale, aggiunta all’estera, a scorta del convoglio, altamente ripete: il contegno dei cittadini essere stato tale da non dar luogo a pretesti — Ora siamo in istato d’assedio. Gli Svizzeri, benchè duplicati di numero, conscii come sono della lor iniquità, tengonsi sempre sotto le armi, e sono segregati da ogni consorzio. L’ufficiale generale, che comandò il fuoco, per tutta punizione è stato traslocato a Forlì. — La nostra magistratura sta redigendo un ricorso contro la forza e la Polizia, il quale documento verrà spedito a Roma. Tutti i cittadini di ogni colore, di ogni stato sono pieni d’indignazione, di orrore, di odio contro la brutalità de’ nemici. Taccio le lagrime disperate delle madri, delle famiglie, dei parenti, che si videro rapiti i loro cari in così orribil modo. Uno spettatore dell’assassinio dell’altra sera gridava col pianto dell’ira negli occhi: «Ogni straniero è per noi Italiani sempre nemico, ma niuno straniero è così barbaro, così feroce, così bestiale come lo Svizzero.» E dicea pur troppo la verità: ma questi sozzi e infami rifiuti dell’Elvezia tremino di quel pianto e di quel grido, e riflettano che già troppi sono i motivi che li rendono esosi al nostro popolo, ai quali aggiungendosi queste incomportabili provocazioni, la lunga pazienza non tarderà a convertirsi in furore. Quanto a noi facciam voto che, ad evitare ogni ulteriore scandalo ed altre più gravi sventure, il pontefice provvegga sollecitamente al pericolo con risoluto consiglio, liberando lo stato da questa dolorosissima piaga delle armi mercenarie, che sono il più grande insulto e il peggior danno che un Governo far possa ai suoi sudditi.
Cesena, 16 luglio 1846.
FINE.
INDICE
A Cesare Balbo Pag. 5 Degli ultimi casi di Romagna 7 Documenti 107 Sulle attuali condizioni della Romagna di Gino Capponi 147 La questione italiana di M. Canuti 157 Lettera del reverendo Orazio Bushnell al romano pontefice Gregorio XVI 181 Indirizzo ai reverendi prelati monsignor Janni e Ruffini 195 Indirizzo al successore di Gregorio XVI 217 Relazione del fatto avvenuto in Cesena la sera del 14 luglio 1846 297
NOTE:
[1] Nello stato papale il prete delinquente è punito con un grado di pena minore, che non il secolare. Mentre dovrebbe essere appunto l’opposto, e punirsi più rigorosamente l’ecclesiastico, il quale pel suo stato è tenuto dar buon esempio, che si suppone persona più istruita e frenata da più alto grado di moralità.
[2] Salva la Banca romana.
[3] Carlo Adolphe, Antonio Sparapani.
[4] A far conoscere sempre più le iniquità delle Commissioni, non è inutile narrare alcuni particolari sul fatto dell’avvocato Pantoli, e di questo processo. Non trovando la Commissione altri che volesse incaricarsi della difesa, avea scelto quest’onest’uomo, che per la sua nota devozione al governo potea ragionevolmente supporsi si sarebbe fatto docile istrumento del tribunale nell’ufficio al quale si destinava. Il colonnello Freddi andò in persona a Forlì per vincer le sue ripugnanze e condurlo a Ravenna, come accadde appunto. Accortosi il Pantoli nel corso del processo con quanta iniquità fosse condotto, si pose in opposizione aperta cogli atti della Commissione: diede eccezione d’incompetenza all’avvocato Attilio Fontana, assessore straordinario, per causa d’aver preso parte al processo, e non poter perciò esserne giudice: ad appoggiare la detta eccezione produsse un attestato di don Trenta, parroco di San Vitale, deponente aver proposta l’impunità a Domenico Boschi come via di salute, e ciò per ordine del giudice Fontana. Entrò la polizia, ed intimò all’onesto curato di dar copia dell’attestato. Ricusando questi coll’addurre che ciò non potea fare senz’ordine del suo superiore ecclesiastico, fu per ordine del cardinale legato rinchiuso in una stanza, nè potè uscirne senz’avere scritto il chiesto attestato. — Di questo Fontana si narra (non posso affermarlo come certo) che per trovar materia al processo si facesse condurre la notte manettato nelle carceri in forma di uomo arrestato e perseguitato dalla Commissione, affinchè i prigionieri nel primo moto di pietà più facilmente gli s’aprissero, e potesse cavar loro di bocca qualche confessione. L’incompetenza dell’assessore Fontana non fu ammessa dalla segreteria di Stato, come neppure l’altra eccezione d’incompetenza che il Pantoli promosse contro l’intero tribunale per difetto di giurisdizione, inquantochè esso era stato incaricato di conoscere dei delitti commessi contro la forza pubblica, non già dei delitti meramente politici.
[5] Ignoro se l’idea di dare alla mossa di Rimini il carattere di protesta sia nata prima o dopo l’impresa. Quanto a me ho parlato di questi fatti come se tal idea non fosse stata giammai espressa, sembrandomi progetto da esser piuttosto deriso presso i popoli più esperti delle possibilità e convenienze politiche, e perciò progetto fuori d’ogni discussione quello di voler protestare con poche armi, mentre la stampa dei paesi liberi d’Europa avrebbe potuto prestar l’opera sua a render pubblica ed incolpabile una ragionevole e dignitosa protesta de’ sudditi pontificii: e certamente in Romagna, ove sono tanti uomini arditi, e sprezzanti il pericolo della carcere ed i dolori dell’esilio, si sarebbe trovato più d’uno contento di firmarla a nome di tutti, se non fosse sembrata cosa dignitosa il lasciarla anonima.
Aggiungerò più innanzi, nel parlare de’ modi di protestare in Italia, altre ragioni a questo proposito.
[6] Io avea scritte queste linee due mesi prima della consegna del signor P. Renzi, per la quale sono sforzato aggiunger questa nota.
Il signor P. Renzi era uno de’ principali del moto di Rimini; ed accolto dalla Toscana, si era cogli altri ridotto in Marsiglia. Dopo poco tempo tornò, senza però farsi nuovamente reo verso il governo pontificio. Fu arrestato immediatamente, e denunziato il suo arresto al Nunzio. Questi lo chiese in virtù del malaugurato trattato di estradizione per cause politiche.
Intanto la diplomazia s’agitava, gridando contro il governo toscano per quella ch’essa chiamava connivenza co’ ribelli. Il granduca manteneva la sua buona volontà ed il desiderio di salvare quell’infelice.
I consultori legali del governo opinavano non essere l’estradizione di questo caso imposta dal trattato, e formale invece nel governo il debito di salvare il Renzi, per virtù della promessa fatta all’atto ch’esso cogli altri s’erano arresi alle truppe toscane. Ma il ministero insistè, e dopo contrasto durato infelicemente più d’un mese, e che per la sua stessa durata dava animo a sperar bene, il Renzi fu consegnato al papa.
È doloroso che gli uomini testè entrati nel ministero toscano sieno giudicati dall’opinione pubblica (essa assolve il granduca, o non l’accusa se non di debolezza e d’essersi lasciato troppo dominare dall’influenza del suoi ministri e della diplomazia) pei sostenitori più ostinati di questa ingiusta, inopportuna ed impolitica risoluzione. Il ministero ha tolto a sè medesimo l’appoggio dell’opinione con quest’atto, che sembra possa considerarsi come suo programma politico, e che il pubblico ha accolto con dolore, biasimo e sospetto; quasi presagio d’un nuovo sistema, che toglierebbe al governo toscano la maggiore, per non dir la sola sua forza, quella d’esser tenuto dolce ed umano.
Avendo lodato il primo atto del granduca, la veracità della quale fo professione, mi sforza a biasimare il secondo.
Non è fuor di proposito l’osservar qui che l’Austria non ha restituiti al papa i rifugiati a Fiume. Espongo l’osservazione, e ne lascio i comenti al lettore.
[7] Per aver idea della stima che si fa in Romagna della prigione, è da sapersi che se domandate colà ad un giovane: — Siete mai stato in carcere? — vi risponde quasi con rammarico: — Non posso ancora dire d’esser uomo. —
[8] In tutti, sessantasette inquisiti, dei quali cinque possidenti, cinque negozianti, cinque esercenti arti liberali, cinquantadue artigiani e mestieranti diversi; e venticinque di loro ammogliati e con prole.
[9] Per mostrar l’inefficacia di quest’editto basti notare le seguenti disposizioni:
_Titolo II, Art._ 2.
La nomina de’ consiglieri fu affidata per la prima volta ai delegati.
_Art._ 10.
Fu vietato che potesse porsi in deliberazione qualunque proposizione se prima l’oggetto della medesima non fosse stato manifestato all’autorità governativa.
_Art._ 12.
Fu stabilito che il processo verbale dovesse essere approvato dal delegato.
_Titolo III, Art._ 9.
Gli atti de’ Consigli provinciali furon sottoposti all’esame ed all’approvazione del preside e della congregazione governativa. Fu vietato che i Consigli provinciali potessero occuparsi di atti diversi dai meri amministrativi, e fu data al delegati facoltà di discioglierli ad arbitrio.
[10] Vedete quel che ne scrivono, fra tanti altri, lord Brougham nella sua filosofica politica, Hanke nella Storia del papi dei secoli XVI e XVII, e Rosselli in Roma verso la metà del secolo XIX, edizione di Parigi. (_Nota aggiunta_)
[11] Vedasi la sua POLIZIA MEDICA, Capolago, 1834, volume unico in 8.º, con tavole in rame.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice a fine volume.