CAPITOLO V.
GIUOCHI PUBBLICI.
Il giuoco del lotto è una imposizione volontaria, ma mostruosa invenzione dei governi poco civili, che favorisce ogni sorta d’immoralità e di superstizione. È estremamente dannoso alle famiglie, specialmente povere, poichè colla seducente promessa di far diventar ricche con pochissimo le persone che giuocano, questi dissipano quel poco di denaro che traggono dal proprio mestiere, e soffrono e fanno soffrire i disagi della fame, del freddo, della nudità alla innocente prole di cui sono padri. Il vivente Giovenale toscano, filosofissimo poeta, ha scritta una frizzantissima poesia su questo tema, da disgradare qualunque prolisso trattato morale che si potesse stampare su questo proposito. Io, che non pretendo affatto di essere autore di cose nuove e rare, la riporto per intero, a comodo di quei pochi che non la conoscessero, e mi risparmio così altre parole su questo capitolo. Eccola:
Don Luca, uom rotto, Ma onesto pievano, Ha un odio col lotto, Non troppo cristiano, E cose da cani Dicendo a chi giuoca, Trastulla coll’oca I suoi popolani.
Don Luca, davvero, È un buon galantuomo, Migliore del clero Che bazzica in duomo; Ma è troppo esaltato, E crede che tocchi Al prete aprir gli occhi Al volgo gabbato.
In oggi educare O almeno far vista È moda: il collare Diventa utopista; E ognuno si scapa A far de’ lunari. Guastando gli affari Del trono e del papa.
Il giuoco in complesso È un vizio bestiale, Ma il lotto in sè stesso Ha un che di morale; Ci avvezza indovini E d’ottimo cuore, E a fare il signore Con pochi quattrini.
Moltiplica i lumi, Diverte la fame, Pulisce i costumi Del basso bestiame: E in fatto lo stato, Non troppo corrivo, Se fosse nocivo L’avrebbe vietato.
Lasciate, balordi, Che il lotto si spanda, Che Roma gli accordi La sua propaganda. Si gridi per via — Fedeli, un bel terno!! — Si aiuti il governo Nell’opera pia.
Di Grecia, di Roma I regi sapienti Usavan la soma Secondo le genti, E a norma del vizio Il morso e lo sprone. Che brave persone! Che re di giudizio!
Con aspri precetti Licurgo severo Corresse i difetti Del Greco leggero; E Numa con arte Di santa impostura, La buccia un po’ dura Del popol di Marte.
Nel cuor di coniglio Di tisici servi È savio consiglio Deprimere i nervi, All’uomo corrotto Che nulla più crede È manna la fede Del giuoco del lotto.
Tal fede impugnare Non è galateo; Ci lasci giuocare, Signor Galileo! Studiar l’infinito? Che gusto imbecille! Se fo le Sibille Non sono inquisito.
Sì. Un giuoco sì bello Compensa il Vangelo, E mette in duello L’inferno col cielo: E un’anima pia, Se il diavolo è astratto, Implora l’estratto Coll’Ave Maria.
Per dote sperata Da pigra quintina La serva piccata Fa vento in cucina; Degli ambi sognati L’idea saporita Sostenta la vita Di cento affamati.
Presente alla gogna, Dicevo con pena: Per questa vergogna Il popol si frena. Nel braccio mi dà La donna vicina, E dice: «Berlina Che numero fa?»
Se passa la bara Del morto, ogni cosa Domandano a gara. — Che gente pietosa! Eh! un popol di scettici Non piange disgrazie, Ma giuoca le crazie Sui colpi apopletici.
Evviva la legge Che il lotto mantiene! Il capo del gregge Ci vuole un gran bene: I mali, i bisogni Degli asini vede, E al fieno provvede Col libro dei sogni.
Che il sogno è un mistero Ne abbiamo le prove, Ma, a detta d’Omero, Deriva da Giove? E Giove è il guardiano, E i vivi ed i morti Per cento rapporti Si tengon per mano.
Chi trovasi al verde Lo ascriva a suo danno: Lo stato ci perde, E tutti lo sanno! Lo stesso don Luca In fondo è convinto Che a volte ci ha vinto Persino il Granduca.
Contento del mio, Nè punto nè poco, Per grazia di Dio, Mi curo del giuoco: Ma certo se un giorno Mi cresce la spesa, Galoppo all’impresa, E strappo uno storno.
La concessione generosissima del governo per le Tombole è arrivata tant’alto, che i villaggi regolati da un povero sindaco hanno anch’essi la loro Tombola di cinquanta o cento napoleoni. Poco importa se i concorrenti giuocatori lascino perir di fame la sera la povera famigliuola, o vadano alla strada il dì innanzi per tentar la fortuna; basta che il governo bazzichi il terzo o il quarto di tutto quello che si è introitato; per il rimanente caschi il mondo che non vi è nulla a ridire. Le riffe private e pubbliche sono così frequenti e numerose, che è proprio una vergogna tollerarle ulteriormente. Il governo ha fatto sembiante di proibirne la esecuzione. Ma sapete perchè? per la viltà di rubare anche in quelle un quinto almeno di diritto di registro, la cui tassa sana l’immoralità di codesto abuso.
Checchè si voglia dire in contrario, la Francia, con tutto che venga tiranneggiata dall’attuale re costituzionale, è la prima nazione civile di Europa. E la Francia ha già da qualche tempo abolito il giuoco del lotto. Ogni nazione deve imitare ciò che vi è di buono nelle altre. E così si fanno progressi; diversamente, in luogo di andare avanti presto, faremo il passo della testuggine, o meglio quello retrogrado del gambero.