CAPITOLO X.
La scolara insegna il maestro.
Uno dei progetti da me fatti, dopo il primo incontro colla bambina, era stato quello di separarla dalla madre, presso la quale la credevo in pericolo per l’avvenire.
Ponderate le cose, consigliatomi colla vecchia, e tutto combinato, fu stabilito di aspettare unii buona occasione per allontanare la bimba da Florinas.
A Portotorres io aveva due sorelle, Maria Andriana e Giustina, maritate a due pastori, colà domiciliati. Era dunque in quel paese che pensavo di collocare la mia figliuola, facendovi a lungo fermare la nonna per meglio assisterla e sorvegliarla, e dubitando che le mie sorelle non avessero tutto il tempo necessario per incaricarsi di lei.
Ne’ miei propositi non frapponevo indugio; ond’è che mi ero dato attorno per effettuare il mio disegno.
Si trovava in quei giorni a Florinas la moglie del mio amico Antonio Giuseppe Zara, un carrozziere florinese, da qualche anno stabilito a Sassari. Costei aveva ricevuto una lettera dal marito, che la richiamava a Sassari; e si pensò di approfittare del legno spedito, per far viaggiare la vecchia e la bambina.
Il giorno susseguente alla festa di San Paolo, la bambina prese commiato dalla mamma, e venne con la nonna a Sassari, dove rimasero una sera. L’indomani, colla carrozza dello stesso Zara, si trasferirono a Portotorres.
La vicinanza di questo paese alla Nurra (mio abituale soggiorno) e la convenienza di poter far dare dalle mie sorelle una buona educazione alla mia bambina, mi avevano determinato a questo passo.
La mamma, ogni sera, conduceva la mia figliuola e gli altri nipotini alla basilica di San Gavino, per far loro insegnare la dottrina cristiana — sempre cantarellando, com’era il sistema d’allora.
Quando avevo piacere di abbracciare o di conferire colla mia bambina, mandavo un messaggio segreto alla nonna; e mio cognato si affrettava a portarmela all’ovile, o ad altro luogo da me designato.
Sedevo Marietta sulle mie ginocchia, giuocavo con essa come un bambino, e cercavo di darle consigli e ammaestramenti. Poi toglievo da tasca l’_Ufficio_ od altro libro, e cercavo d’insegnarle le lettere iniziali.
Era davvero curioso, vedere il bandito terribile, armato fino ai denti, in uggia alla giustizia, passeggiare fra i macchioni con una bambina di sette anni in braccio! Col cuore pieno di gioia, io baciavo la mia creatura, guardandomi attorno con diffidenza, per sfuggire al pericolo di una brutta sorpresa di carabinieri.
[Illustrazione: Il bandito e la sua bambina]
Pareva che al mio fido cane fosse noto il valore del tesoro che custodiva. Esso faceva le feste alla bambina, e sembrava più attento nel far la guardia. Spesse volte l’innocente creatura andava a carezzare il cane e gli sedeva vicino, appoggiandogli la testa sul dorso. E dire che non c’era uomo che avesse osato accostarsi a quella bestia feroce!
Venuta l’ora di separarci, io baciava a più riprese Maria Antonia, e le raccomandavo di far da brava e di essere ubbidiente alla nonna ed alle zie. Dio sa che cosa pensava quell’innocente del mio ritiro selvaggio! Non immaginava certamente la ragione per cui non visitavo la casa della zia, rinunziando alle sue carezze.
— Dove vai adesso, babbo? — mi domandava talvolta, quando le dicevo ch’era l’ora di separarci.
— Vado... a caccia!
— A uccidere gli uccelli?
— Sì: gli uccelli cattivi: i buoni li lascio in pace!
Oh, se i miei giudici fossero stati presenti a queste scene, forse mi avrebbero perdonato!
* * *
Appresa la dottrina in chiesa, diedi ordine che la bambina fosse mandata alla scuola di Portotorres. Io volevo che la mia figliuola imparasse a leggere ed a scrivere; volevo che per il momento non servisse nessuno.
Per molti anni la mia figliuola frequentò la scuola di Portotorres, sempre sorvegliata dalla nonna, da mie sorelle e dai miei cognati. Mia madre conviveva con una delle figlie, non avendo aderito al mio desiderio, che era quello di ritirarsi in casa a parte, per meglio dedicarsi alle cure della nipotina disgraziata.
Mia figlia contava tredici anni, quando l’insegnante ordinò, che ciascuna scolara cucisse una camicia da uomo, senza portare il lavoro a casa.
Quando ciò seppi, diedi ordine alla nonna che comprasse per la mia figliuola una tela finissima, perchè potesse meglio lavorare, e perchè non si torturasse le dita.
Il risultato fu ottimo e lusinghiero. La camicia eseguita dalla mia bambina fu giudicata fra le migliori della scuola.
Per meglio assicurarmi che la mia figliuola studiava, pretesi che essa mantenesse con me una corrispondenza epistolare.
Le lettere di mia figlia (che talora mi facevo leggere da altri, poichè stentavo a decifrare il manoscritto) fecero in me nascere il vivo desiderio d’imparare a scrivere. Mi procurai un quaderno; e, colla pazienza di un carcerato, appena ricevevo una lettera di Maria Antonia, ne imitavo le lettere maiuscole e le minuscole; fino a che, dopo due anni, io ero riuscito a rispondere alla mia prima scolara, la quale era diventata la mia maestra. Leggevo gazzette e libri e mi mantenevo in continuo esercizio. Io debbo a quella creatura il poco che so. Nelle mie saccoccie, insieme alle palle, alla polvere ed al coltello, non mancavano mai i quaderni ed il calamaio. Facevo allo stesso tempo il bandito e lo scolaro!
* * *
In quel frattempo la maestra di Portotorres, volendo correggere una scolara che aveva commesso non so che impertinenza, la percosse e la buttò in terra; tantochè la poverina ne fu malconcia, ammalossi, e ne morì agli otto giorni.
La maestra era in intimi rapporti col pretore di Portotorres; e raccomandò alle scolare, con minaccie, che nulla dicessero delle percosse date alla scolara morta.
Interrogata la mia bambina dal giudice istruttore, essa si chiuse nel silenzio: non disse bene, nè male. Spaventata però dai continui interrogatori e dalle minaccie della maestra, essa divenne ribelle, e non volle andare più a scuola.
Ciò saputo, feci venire a me la figliuola e le dissi:
— Tu ritornerai alla scuola quando ci sarà una nuova maestra: colla vecchia mi aggiusterò io!
Capitavano spesso nella Nurra, per partite di caccia, amici e consiglieri comunali di Portotorres; ed io mi dolsi con essi del poco conto che tacevano di una maestra che uccideva le scolare.
— O mandatela via — conchiusi — o penserò io a licenziarla!
Seppi, dopo pochi giorni, che il comune aveva diminuito sensibilmente lo stipendio alla maestra, con lo scopo di costringerla ad andarsene.
Intanto io, per affrettare le pratiche, scrissi una lettera all’insegnante, invitandola a recarsi da me. Le dicevo, fra le altre cose, che, anche bandito, potevo offrire ad una signora un pollastro od un capretto.
La maestra mi rispose con lettera che non poteva soddisfare al mio desiderio, dovendo trasferirsi ad Ozieri, sua nuova residenza. Mi pregava inoltre di lasciar andare con lei la mia figliuola, la quale era studiosissima e poteva far progressi. Intanto mi dava l’indirizzo della casa di Ozieri, presso la quale sarebbe stata a pensione.
Non mi curai più di lei. Il comune aveva nominato una maestra del paese, il cui marito era insegnante della scuola maschile. Questa donna, trovandosi incinta, aveva incaricato la mia figliuola di prendere la lezione alle compagne. Lusingata da simile fiducia, Maria Antonia si determinò a frequentare la scuola per altri due anni.
* * *
Mia madre si recava di tanto in tanto a Florinas per visitarvi i parenti, ma ritornava subito a Portotorres per sorvegliare Maria Antonia. Ero io che pensava a mantenere la vecchia; e ci tenevo!
Fin dal primo anno che avevo ritirato la bambina da Florinas, Maria Francesca si era recata a piedi fino a Portotorres, per rivedere la sua creatura. La prima volta trovò in casa mia sorella Andriana, la quale si rifiutò a mostrarle la bambina, dicendole ch’era a scuola.
La seconda volta vi trovò invece mio cognato, il quale, più pietoso, non solo la ricevette, ma l’ospitò in casa una notte, con cruccio della moglie, e con cruccio mio quando me lo riferirono.
Al terzo anno la madre disgraziata si ammalò gravemente di angina, e fece scrivere una lettera alla figliuola, dicendole che voleva abbracciarla prima di morire.
In famiglia non sapevano dove io mi trovassi per chiedermi consiglio. Mio cognato allora, dietro il caso urgente, condusse addirittura la mia figliuola a Florinas per abbracciare la mamma.
Montai sulle furie quando ciò seppi, e sgridai fortemente mia sorella, dicendole che non volevo, senza mio ordine, che la figliuola uscisse da Portotorres. Scrissi subito la seguente lettera a Maria Antonia[19]:
_Cara figlia_,
«Ti voglio subito in casa a Portotorres. Tu hai fatto uno _sbaglio_ recandoti a Florinas senza il mio consenso. Sei partita senza un mio consiglio e senza i soldi che ti avrei dato. Non lo farai più un’altra volta, spero.
Tuo babbo
Giovanni Tolu.»
La madre di Maria Antonia, a cui il sindaco mostrò la lettera, asserì che era falsa; ma il sindaco dichiarò che conosceva la mia scrittura.
Mia figlia era ritornata a Portotorres, dopo quattro giorni di assenza.
* * *
Continuai intanto ne’ miei esercizi calligrafici, e mi ero dato a leggere con più passione libri di ogni genere, specialmente i sacri e quelli che trattavano di fatti bellicosi. Fra gli altri avevo preso diletto a leggere la Bibbia del Diodati. Un mio nipote che studiava per farsi prete, mi avvertì un giorno ch’era un libro da dare alle fiamme.
— Io lo trovo bello e buono, e non lo brucio! — gli risposi.
Volli nondimeno consultarmi con altro prete parente (il teologo Cugurra rettore di S. Catterina) il quale mi disse:
— In fondo non è che un ristretto (!) della vera Bibbia, ma i precetti vi sono sani. Così li osservassero tutti i cattolici, in questi tempi di miscredenza e di pazzie _quarantottesche_!
Ciò inteso, continuai la lettura del libro sacro di Diodati, e tolsi ogni scrupolo dalla mia coscienza.