Chapter 4 of 31 · 2010 words · ~10 min read

CAPITOLO II.

I nuovi pirati.

Fu dopo il 1855, che mi determinai a fermarmi più a lungo nella Nurra _di dentro_.

Comunicata l’idea a mio cognato Ignazio Piana, che aveva colà molte conoscenze, egli mi raccomandò segretamente a un suo buon amico: certo Vigliano Masia, che aveva l’ovile nella regione di _Fiume santo_.

— Bisogna procurare, per alquanti giorni, un rifugio sicuro a Giovanni Tolu — gli disse.

— Vieni da me con lui sabato notte — gli rispose — ed io penserò a custodirlo.

Presentatomi a Masia con mio cognato, egli c’invitò a cena; poi mi accompagnò all’ovile di un suo cognato, dicendomi che ivi fossi rimasto tranquillo fino al suo ritorno.

Mi lasciò colà solo.

Nei dintorni di quella cascina abitavano diversi cugini di Masia; ed io andava a visitarli con frequenza, essendo tutti brava gente.

Dopo una diecina di giorni che rimasi fisso in quella cascina, Vigliano mi fece montare a cavallo, e mi portò in giro per visitare gli ovili circonvicini. Gli amici comuni stavano sempre in vedetta, per avvertirmi quando scorgevano carabinieri in perlustrazione, o qualche nota spia che avrebbe potuto arrecarmi danno.

In quel frattempo io mi ero adoperato per assestare una vertenza sorta fra Vigliano e certi dispettosi suoi vicini, i quali da qualche tempo gli demolivano il muro di cinta d’una tanca. Scoperti da me i malevoli, e appianata la questione, mi cattivai la stima dell’amico.

Trascorsa così un’altra quindicina di giorni, Masia mi portò prima dell’alba nell’ovile di Paolo Sechi, suo compare di battesimo, e già intimo amico di Agostino Alvau. Picchiò alla bassa finestra con un segno convenzionale, e il pastore si alzò da letto per aprire la porta.

— Ti lascio quest’amico per dieci giorni — gli disse presentandomi — Verrò io a riprenderlo. Procura di custodirlo gelosamente!

Vigliano Masia, — che mi conduceva sempre di notte per non essere veduti — mi lasciò nell’ovile, senza dire a Paolo chi io mi fossi.

* * *

Rimasi alcuni giorni nell’ovile. Una sera mi addormentai, e feci un sogno, che mi rimase impresso nella mente, per le singolari circostanze che lo seguirono.

Sognai di trovarmi in riva al mare, vicino all’Argentiera, e propriamente nel luogo detto la _Carazza grande_, dove vidi un bastimento sfasciato, sulla cui prora era scritto a lettere grosse: _Basto_[5].

— Dentro a questo legno — pensai nel sogno — ci dev’essere qualche cosa di buono. Voglio entrarvi!

Montai sulla nave, col proposito di non accettare da bere da chicchessia, nel dubbio che mi si volesse avvelenare.

Mi trovai dinanzi ad una grande signora, a cui chiesi:

— Chi è lei?

— Sono la moglie del governatore di _Basto_. Per carità, non uccidetemi!

— Non vi uccido — risposi — ma datemi di quello che avete!

Mentre guardavo le tre sale sontuose che si offrivano in fila a’ miei occhi, vidi un signore sfarzosamente vestito e coperto di decorazioni, che le attraversò rapidamente. Egli si dileguò come in una nebbia.

Mi svegliai tutto agitato, ripensando alla mia visione.

Poco dopo fui chiamato a pranzo, e sedetti a tavola coi padroni dell’ovile. — Paolo Sechi e sua moglie; Maria Antonia Dore — a cui narrai il mio sogno.

La sera di quello stesso giorno, proveniente dalla _Stantarida_, venne un servo, che disse a’ suoi padroni:

— Vostro compare vi prega di recarvi a visitarlo alla marina, poichè sulla spiaggia della _Carazza grande_ trovasi un grosso barco sfasciato, là buttato dalla tempesta.

Ci guardammo in viso meravigliati. Paolo Sechi mi disse:

— Ma questo è il tuo sogno avverato!

— Andiamo insieme a vedere il barco — esclamai — Non sono mai stato da quelle parti.

Si partì tutti alla volta della _Carazza grande_, dove giungemmo a notte.

La mia meraviglia crebbe, quando mi accertai che la località era quasi identica a quella da me veduta in sogno. Fu questo uno dei fenomeni che più mi abbiano colpito nella vita, nè giunsi mai a spiegarmelo[6].

Era un legno a tre alberi, pendente da un fianco, vicino al quale stavano due barche algheresi, in cui erano sei o sette individui.

Spintomi fino all’alta roccia, quasi a picco sul mare, puntai il mio fucile in direzione delle barche, e gridai forte:

— Venite a terra, o vi brucio uno per uno! Voi siete i ladri, e poi riferirete che il bastimento fu spogliato dai pastori della Nurra!

— Ch’io possa morire, se siamo ladri! — gridò uno dalla barca a me rivolto — Siamo in compagnia del vice console d’Alghero.

— Venite tutti da noi per provarcelo! — soggiunsi a voce alta — altrimenti vi faccio fuoco addosso!

Vennero allora a farsi riconoscere; e in seguito le due barche si portarono ad Alghero, per dar rapporto che i pastori nurresi avevano loro fatto resistenza, perchè il pistacchio (di cui era carico il legno) non venisse derubato.

Il vice console ordinò allora a due guardie di finanza di pernottare nell’ovile più vicino al mare, per poter di giorno meglio sorvegliare lo scaricamento del legno, incagliato sulla spiaggia.

Le ondate del mare avevano trasportato a terra una grande quantità di pistacchio. Alcune barche algheresi, due giorni prima, avevano rubato dal bastimento tutto lo zucchero, il caffè e molta tela.

Mentre ogni notte le due guardie se ne stavano tranquille nell’ovile a conversar colle donne, non pochi pastori si portavano alla spiaggia, per trasportare coi cavalli il pistacchio, che nascondevano dentro i macchioni, all’insaputa dei sorveglianti. Avevamo appreso dalle stesse guardie, che quel frutto valeva a 15 scudi il quintale; e perciò si era riuscito ad accumularne nelle macchie per oltre 12 rasieri.

Ci eravamo pure accorti, che le due guardie, per proprio conto, facevano anch’esse man bassa su molti effetti appartenenti al bastimento. Un legno naufragato appartiene alla spiaggia su cui viene sbalzato dalla tempesta, e perciò ciascuno ha diritto alla preda[7].

La notte susseguente si scatenò un violento uragano. Il vento soffiò orribilmente da mezzanotte all’alba, e il mare mandava i ruggiti di un toro.

Io rimasi nel crepaccio di una roccia, in compagnia di alcuni pastori; altri tornarono alle loro capanne per custodirvi il bestiame.

Il vento impetuoso sbatteva il legno alle roccie, e il chiasso infernale non mi lasciò chiudere occhio in tutta la notte. Pareva un finimondo.

Verso le due dopo mezzanotte mi affacciai alla roccia. Pioveva a dirotto, e le ondate schiumose si frangevano con fragore agli scogli sottostanti. Il legno, a dieci metri dalla spiaggia, si dondolava scricchiolando, ed aveva i fianchi aperti.

Poco prima dell’alba, insieme a cinque pastori, scesi fino alta spiaggia. Il mare era ingrossato, e vedevo galleggiare sui marosi, di qua e di là, alcuni pezzi quadrati, come piccoli bauli. Quei dadi curiosi uscivano ad uno ad uno dal fianco squarciato del bastimento, nè sapevo che cosa fossero.

Mi levai le scarpe, rimboccai i pantaloni all’altezza del ginocchio, ed entrai piano piano nell’acqua. Giunsi ad afferrare uno di quei dadi, che erano ricoperti di tela ben cucita. Tagliai con un coltello l’involucro, e mi accorsi che contenevano grossi pani di cera.

Poco mancò che io non fossi travolto dalle onde furiose. Due altri pastori, che erano entrati con me nell’acqua, sorpresi dai cavalloni, si videro perduti. Feci in tempo ad afferrarli per la mano, e guadagnammo la spiaggia.

Da solo, quindi, con molto coraggio e altrettanta pazienza, giunsi a tirare a riva una quindicina di quei grossi dadi di cera. Dieci ne nascosi accuratamente accanto ad uno scoglio vicino, collocandovi sopra grossi macigni; e cinque ne portai meco in vicinanza dell’ovile.

Uno dei pastori, mio compagno nella pirateria, mi sbirciava con occhio torvo e diffidente. Più tardi egli stesso mi confessò, che aveva temuto che io lo uccidessi in quel luogo deserto, per appropriarmi dell’intiero bottino.

Fui invece giusto. Eravamo in sei, e divisi la cera in sette parti uguali, assegnandone una ai padroni dell’ovile, ch’erano povera gente. Gli altri miei compagni si opposero vivamente, e vollero divisa fra essi anche la settima parte. Allora regalai una ventina di libbre di cera al proprietario dell’ovile, togliendola dalla mia porzione. Speravo, d’altronde, di rifarmi dal deposito di cera, che avevo nascosto nella spiaggia, sotto alle grosse pietre.

Corsi sull’alba allo scoglio per ritirare gli altri pani di cera; ma un nuovo uragano, sopravvenuto nella notte, me ne aveva portato via oltre la metà.

Vendetti più tardi la mia porzione di cera ad un prete di Florinas, e ne ricavai quasi cento scudi. Ne avrei avuto più di 200, se il mare furioso non fosse stato più ladro di me.

Prima di comprare da me la cera, il prete florinese volle spezzare i pani colla scure:

— Se vi è deposito di danaro — egli mi disse — sarà tuo; ma se vi è qualche pietra, io non voglio pagarla a prezzo di cera!

I timori del prete non erano infondati. Era tradizione, che una volta fu trovato un grosso pane di cera sulle spiaggie della Nurra, dentro il quale si rinvennero 3000 lire in marenghi, nascostivi per precauzione. Parimenti era noto, che un’altra volta un parroco aveva trovato una grossa pietra in un pane di cera, vendutogli da un bandito.

* * *

Il pistacchio non fu per noi rimuneratore al par della cera. Allettati dal prezzo di 15 scudi al quintale, tentammo di metterlo in commercio; ma la merce era troppo sospetta, e i pochi salumai e confettieri di Sassari, cui l’offrimmo, non vollero acquistarne. I dodici rasieri di pistacchio finirono per esser dati in pasto ai porci della Nurra; e certo nessun maiale d’Europa ebbe la fortuna principesca di essere ingrassato con quel frutto prezioso!

Durante il tempo in cui le guardie si fermarono sulla spiaggia della _Carazza grande_, per sorvegliare il legno naufragato, io rimasi con esse, spacciandomi per un porcaro della Nurra. Ero armato del solo fucile, perchè avevo nascosto in una macchia pugnale e pistola, per non destar sospetto. Le trattenevo spesso col tiro al bersaglio, per dar agio ai pastori di rubare il pistacchio.

Devo notare, che la famiglia di Paolo Sechi, a cui ero stato raccomandato, non disse mai ad alcuno ch’io mi fossi, ma mi presentava come un _camparo_. Ero molto conosciuto nella Nurra di Portotorres, dove avevo lavorato, ma pochissimo nella Nurra _di dentro_, e niente verso la spiaggia occidentale.

Le generose guardie, avevano permesso ai pastori di ritirare dal bastimento molto cordame, utilissimo per i carri; ma non si erano mai accorte, che la loro fiducia era mal ricompensata.

Segnalo un curioso aneddoto.

Un giorno una di esse, che aveva preso a volermi bene, mi chiamò da una parte, e mi diede molte manate di pistacchio, dicendomi:

— Te ne faccio un regalo.

— A che servono questi semi? — le chiesi facendo l’idiota.

— Son buonissimi a mangiare. Con essi si fanno i confetti più fini.

— Vi ringrazio tanto! — risposi ipocritamente.

Quel credenzone non sospettava neppure, che a quell’ora io avevo prestato mano a rubargliene dodici rasieri!

Trasportato in Alghero tutto il carico, il legname, e gli attrezzi del barco naufragato, le due guardie presero commiato da noi, incantate dell’ospitalità dei nurresi, e liete di aver tutelato con coscienza gli interessi d’una nazione straniera!

* * *

Non sono d’altronde rare queste avventure nella Nurra. I pastori, che hanno gli ovili verso la costa occidentale, ricevono assai spesso i regali del mare; poichè le onde inferocite gettano di frequente su quelle spiaggie gli avanzi dei legni naufragati. Dopo una tempesta, non trascurano i pastori la visita ai littorali, per portare a casa grosse tavole, antenne, ed altri attrezzi marinareschi. Conosco diverse capanne, la cui travatura è formata da antenne e pennoni vomitati dal mare.

Ricorderò, a proposito, un altro curioso episodio. Recatomi una volta ad esplorare le spiaggie, in compagnia di due pastori amici, rinvenimmo la carcassa di una grossa barca, incastrata fra due scogli. Penetrati dentro, non vi trovammo che una lunga catena, che dividemmo in tre parti uguali.

Rientrato all’ovile, che mi aveva ospitato, e chiestomi se avessi nulla rinvenuto, risposi scherzando alla moglie del pastore:

— Sì: abbiamo trovato ciò che meritiamo.

— Che cosa?

— Un pezzo di catena!