CAPITOLO IV.
Gli amori del bandito.
La vita randagia del bandito, l’ozio continuo, le visite frequenti a questo e a quell’ovile, fanno sì, che più degli altri egli senta il bisogno dell’amore.
Ho già detto che in nessun tempo la donna mi ha allettato; ed anche da giovinotto preferivo l’esercizio delle armi ai balli ed alle chiacchiere colle forosette.
Datomi alla campagna dopo l’attentato alla vita del prete, e inasprito per l’abbandono dell’ingrata che avevo scelto per compagna, provavo quasi ripugnanza a intrattenermi colle donne, che io trovava negli ovili, nei molini, o nelle aie.
Durante i primi mesi di latitanza avevo appreso, dall’esperienza de’ miei compagni, quanto la donna e gli amori riuscissero fatali al perseguitato dall’umana giustizia. È nel nido d’amore che si colgono più facilmente le belve; e i carabinieri lo sanno. Non pochi banditi caddero in questa rete, ed io ben lo sapeva. Chi ha un’amante ha una spia, e la sua perdizione è certa. La donna, o per gelosia, o per vendetta, o per leggerezza, assai di frequente getta il suo amante fra le braccia della giustizia. La forza non deve mai darsi in braccio alla debolezza. Sono più pericolose le lusinghe e le moine d’una donna, che le manette dei carabinieri; da queste possiamo spesso liberarci, da quelle mai: bisogna soccombere!
Io sorrideva, ogni qual volta vedevo Cambilargiu, Spano e Derudas correre audacemente in cerca di donne, e fidarsene tanto! Non solo mi guardavo dall’imitare i miei compagni, ma badavo di non accompagnarli mai in questo genere di conquista. Mi sottraevo sempre con un pretesto.
La donna si affeziona facilmente al bandito. Non si può immaginare il fascino che sulla loro immaginazione esercita il coraggio, la forza, l’audacia di questi uomini erranti, che gettano lo spavento nelle popolazioni. Non si ha mai migliore amico e protettore di una donna — ma più grande è il loro attaccamento, più grande è il pericolo di essere tratto in arresto.
Non è vanto il mio; poichè non fui più fortunato degli altri. Ci troviamo più spesso nel caso di fuggire l’amore, che di andarlo a cercare. Non c’è bandito che non abbia la sua amante; e quasi tutte, d’ordinario, sono le mogli degli altri. I molini e gli ovili, in modo speciale, sono quelli che a noi forniscono queste innamorate.
Ben difficilmente un bandito fa relazione con una ragazza, se non è per sposarla. Le vedove sono quelle che più ci tentano e più ci danno l’assalto.
Non ancora trentenne, pieno di slancio e di fuoco, anch’io dovetti pagare il mio tributo all’amore — anzi a più amori; e devo subito confessare, che non fui mai fedele, nè costante. Ogni ovile ed ogni molino, dove capitavo per caso, era il mio ritrovo d’amore; ed io rivedevo l’amante ogni settimana, ogni mese, ed anche ogni anno, se l’occasione di avvicinarla non si presentava spontanea. L’idea fissa di un tradimento, di un agguato, di una sorpresa bastavano per frenare i miei bollori e per rendermi cauto; onde posso dire, che nella mia lunga carriera di bandito, per trent’anni, non ebbi mai a lamentare alcun disguido, nè alcun pericolo per causa di una donna. Ho avuto più fastidi assistendo agli amori degli altri, che agli amori miei; e ne avete le prove nell’episodio della vedovella di Derudas, da me narrato.
Sono molte le avventure amorose capitatemi nei primi dieci anni di vita randagia (dai trenta ai quarant’anni) — in seguito misi giudizio, e abbandonai del tutto la donna, poichè fui sempre per natura serio, riflessivo, e mi pareva cosa puerile correr dietro ad una gonnella. La mia dignità ne soffriva in faccia a’ miei compagni.
Dirò di un’altra fissazione. Mentre tutti i miei compagni narravano con un certo orgoglio i loro casi amorosi, le avventure, le conquiste delle mogli altrui, io ridevo con loro, scherzavo, ma mai risposi con pari confidenza. Nessuno mai seppe le mie peripezie d’amore, nè mai dal mio labbro sfuggì il nome d’una donna che mi aveva amato. A me sembrava vigliaccheria denunziare o compromettere una debole creatura, la quale forse non aveva ceduto che alla forza delle nostre lusinghe, od alla paura! Conobbi banditi prepotenti (fra i quali Cambilargiu) che chiedevano amore ad una moglie altrui, minacciando di ucciderle il marito se si mostravano scortesi. Se l’amore veniva, io lo coglieva senza rimorsi; ma certo non lo provocavo, per non pagare d’ingratitudine il pastore a cui dovevo asilo e protezione.
* * *
Diversi casi mi capitarono, ma non mi fermerò sui particolari, poichè mi ripugna rivelarli. Accennerò di volo ad alcune avventure, oltre a quella di Maddalena, la cui relazione ebbe più lunga durata.
Mi trovavo, un giorno, chiuso in una casa di Florinas, il cui padrone era un vecchio che aveva moglie giovane. Mi avevano nascosto al pian terreno. Due figlie del padrone, di primo letto, entrambe maritate, venivano con frequenza a visitare la madrigna e a veder me. Un giorno mi trovai solo con una di esse, e le rivolsi una galanteria.
— Sta attento per la mamma! — ella mi disse dolcemente, incoraggiandomi a continuare la corte.
Il marito era lontano, nella sua fattoria; e la chiusa dell’avventura fu, che ella mi invitò in sua casa, e mi dichiarò che un bandito disgraziato le aveva sempre destato una pietà profonda...
Un altro giorno mi trovavo in un ovile di fiducia, dove solevo recarmi di tanto in tanto. Si era tutti intenti a tosare le pecore; e il padrone, dopo avermi offerto un bicchierino d’acquavite, tornò fuori al lavoro co’ suoi compagni. Mi buttai sul letto perchè mi sentivo stanco ed avevo bisogno di riposare.
Mentre me ne stavo così sdraiato, tra veglia e sonno, entrò pian piano la moglie del pastore, e chinandosi dolcemente verso di me, mi domandò se mi sentissi male. Risposi di no; ed ella allora mi baciò due volte sulle guancie e scappò via.
Fu questa l’introduzione di un romanzetto che durò più mesi.
Un’altra volta avevo bisogno di passare una notte a Florinas per appurare certi miei sospetti. I due giovani figli di una vedova trentenne mi portarono in casa della madre, dove venni nascosto fino al tramonto del giorno successivo. La vedovella s’interessò vivamente della mia sorte, volle conoscere alcuni episodi della mia vita, e fra noi due si stabilì una tenera relazione, che durò per molto tempo, quantunque a lunghi intervalli.
Queste avventure si ripeterono con molta frequenza, e si rassomigliavano tutte. Anche la Nurra non mi fu avara di amori. Ivi ebbi rapporti amichevoli per moltissimo tempo con la giovane moglie di un pastore, che faceva il soldato in continente.
Ebbi altra relazione con una donna, il cui marito si assentava spesso dall’ovile; ma questa mi creò qualche fastidio, come dirò a suo luogo.
Vedete dunque che le vedove e le maritate erano abitualmente le mie pietose confidenti!
* * *
Tacendo di tanti altri episodi galanti della mia vita di bandito (comuni a tutti i miei compagni d’infortunio) narrerò la mia ultima avventura, che lasciò più grata e più profonda impressione nel mio animo, per la tenacità dell’affetto col quale venni corrisposto.
Frequentavo nella Nurra l’ovile di un pastore proprietario, il quale aveva in casa una figlia giovane e bella, vedova da un anno. La sua taglia elegante, i suoi lineamenti delicati, il suo volto bianco e roseo (che sotto al nero fazzoletto mi sembrava quello di una madonnina addolorata) mi avevano profondamente colpito. Io mi tratteneva volentieri dentro quella capanna, dove pur convenivano altre donne e qualche vecchio pastore degli stazzi vicini.
O dinanzi al focolare, nelle sere invernali (mentre qualche servo faceva al di fuori la guardia); o seduti nel boschetto vicino, nelle sere d’estate, io raccontavo le peripezie della mia vita: le persecuzioni di prete Pittui, l’ingratitudine di Maria Francesca, i fatti di _Nuzzu_ o di _Monte Fenosu_. Gli astanti mi ascoltavano con religioso silenzio, e prendevano diletto ai miei racconti
La giovine vedovella (non ancora ventenne), colla bocca aperta, e co’ suoi grandi occhioni fissi ne’ miei, era la più attenta di tutti, e tratto tratto sospirava, asciugando qualche lagrima.
Quella donna aveva preso gusto a’ miei racconti, e appena entravo nella capanna mi si sedeva vicina, mi fissava con tenerezza, e mi pregava di narrare qualche barzelletta.
Soddisfatto, non so perchè, dell’attenzione che mi prestava quella bambina vedovella, io metteva tutto il mio impegno nell’infiorare le mie storielle, facendo pompa di tutta la mia erudizione, appresa dai pochi libri che avevo letto.
Per non parlar sempre de’ miei casi, cominciai col narrare le avventure di Fioravante, il figlio del re Fiorello, nato con una croce di sangue sulla spalla destra. Dissi dell’insulto fatto al suo maestro Salardo, a cui tagliò la barba; della sua condanna a morte, commutata poi nel bando.
Io sapevo a memoria tutto il libro dei _Reali di Francia_; e quelle avventure gloriose di Fioravante (bandito al pari di me) commovevano alle lagrime la vedovella. Ella mi guardava fisso fisso quando narravo con enfasi le prove di valore del figlio del re Fiorello, il quale aveva liberato la bella cugina da tre saraceni che l’avevano rapita; oppure quando le raccontavo come Dusolina e Galerana si erano innamorate del giovane valoroso, e come l’ultima ne era morta di dolore. La vedevo impallidire, quando raccontavo come la bella Drusiana, figlia del re Erminione, si era pazzamente invaghita del prode Buovo di Antona, ucciso a tradimento dal proprio fratello Galione, mentre pregava in una chiesa.
Un altro giorno erano gli amori di Rebecca che io narravo; oppure il dolore di Giuseppe, venduto da’ suoi fratelli pastori; il sogno di Giacobbe, od il tradimento fatto a Sansone dalla donna a cui si era affidato.
Leggevo talvolta una pagina dell’ufficio della Beata Vergine; o tiravo fuori la vita di Sant’Agostino, il quale non aveva fatto una bell’azione, quando per consacrarsi a Dio si era separato dalla propria moglie[10].
Ero dunque il benvenuto in quella casa di pastori, e mi ero accorto che la vedovella mi guardava in un modo strano, quando raccontavo le storie di tanti eroi. Avevo pur notato, che essa si commoveva e piangeva più alle mie sventure, che a quelle di Fioravante, di Buovo d’Antona e di Giuseppe ebreo.
Quella vedovella mi aveva intenerito e turbato.
Una mattina, che capitai nell’ovile, la trovai sola. Era in maggio, e la campagna era tutta fiorita — come il mio cuore.
La vedovella era seduta in un canto, colla guancia appoggiata sulla palma della mano.
— Cos’è accaduto? — esclamai vivamente, accostandomi a lei.
— Ho un dente che mi fa male. Non ho potuto chiuder occhio in tutta la notte.
— Vediamo — dissi scherzando — sono un po’ medico e chirurgo.
La bella fanciulla si alzò da sedere, venne vicino alla finestra, ed aprì leggermente le due labbra, che sembravano due foglie di rosa.
— Un po’ di più — le dissi.
Ella sorrise, lo le presi la testa fra le due mani, finsi guardare il dente, e poi rapidamente la baciai sulla bocca.
Divenne rossa come bragia, sedette... e mi guardò fisso fisso, come quando le narravo la storia di Dusolina innamorata di Fioravante.
— Tu non hai più marito... ed io non ho più moglie! — le dissi; e null’altro.
Fu questo il bandolo di una matassa non arruffata, che dipanammo felicemente per oltre un anno.
Io aveva con lei frequenti colloqui, specialmente nel vicino boschetto, all’insaputa del babbo.
Giammai donna, in mia vita, mi amò tanto. Passato l’anno, la vedovella fu chiesta in moglie da un ricco pastore, e il padre trovò convenientissimo il matrimonio. Lei non voleva saperne, e fui io che la indussi con molte preghiere a non lasciarsi sfuggire il buon partito.
— Che puoi sperare da me?... Io non sono un uomo libero. La nostra relazione colpevole non potrebbe recare che guai ad entrambi. Pensaci! Tuo padre e i tuoi fratelli potrebbero vendicarsi... e io sono un bandito, che non ha nulla da perdere!
La vedovella finì per accettare la mano del pastore con ambascia indicibile, e si rassegnò al suo destino.
La mattina del giorno delle nozze — alle quattro dopo mezzanotte — poche ore prima che andasse a sposare, ella volle stare con me per ricordare il dolce passato e per darmi l’ultimo addio.....
Il boschetto tacque sempre quest’ultimo colloquio — e lo tacqui anch’io. Oggi per la prima volta, lo rivelo![11].
M’incontrai più volte con quella giovane donna, ma le parlai sempre come a straniera. Feci di tutto per non trovarla mai sola... e ci sono riuscito. Fu l’unica penitenza che m’imposi per cancellare il mio peccato. Il marito di quella cara bambina (che mi era molto amico) mi pregava di andar con più frequenza nel suo ovile; ma io fuggiva da lui, perchè sicuro che un giorno o l’altro mi sarei tradito.
* * *
Per dimostrare l’orgoglio, che le donne in genere sentono per la relazione con un bandito, basterà il seguente fatto.
Un giorno alcune amiche, che si trovavano riunite in un’aia, intente al lavoro, presero a raccontarsi a vicenda le proprie simpatie, o relazioni amorose, lecite ed illecite.
La moglie di un agricoltore lasciò scapparsi:
— L’uomo che mi ama e che amo sorpassa i vostri: certo è, che nessuno oserebbe dargli uno schiaffo...
— È dunque Giovanni Tolu! — fece una compagna imprudentemente, forse nutrendo qualche sospetto.
La donna tacque con eloquente ed orgoglioso silenzio; e poco mancò che questo pettegolezzo non suscitasse seri guai, che per fortuna son riuscito ad evitare, ascrivendo l’incidente ad un puro scherzo.
E bastano queste mie piccole avventure per darvi un’idea degli amori di un bandito; il quale, errante per la campagna, senza tetto nè famiglia, non vive d’ordinario che di pascolo abusivo!