Chapter 8 of 31 · 2041 words · ~10 min read

CAPITOLO VI.

Tra carabinieri e spie.

Molti furono gli appostamenti e le caccie datemi dai carabinieri, sì a Florinas che alla Nurra, ma coll’astuzia e la prudenza pervenni a sventarli. Salvo a _Nuzzu_ ed a _Monte Fenosu_, tutte le altre volte sono riuscito a svignarmela senza ricorrere al fucile.

Così stesso posso dire delle spie, maschi e femmine, nelle quali incorsero molti miei compagni. Ho già parlato della moglie di Derudas, della quale non volli vendicarmi perchè non ho mai creduto degna di punizione una gonnella, all’infuori di quella di un prete!

Di spie avrò sempre argomento di toccare lungo la mia narrazione, e così pure di carabinieri; ma voglio qui notare qualche fatto isolato e più importante.

Un giorno mi recai dalla Nurra a Florinas, per assistere alle nozze di una mia cugina. Mandata la cavalla in casa di mia madre (come solevo fare) feci chiamare mio fratello, a cui dissi:

— Domani notte vieni a trovarmi nel solito ritrovo, insieme al capitano dei barracelli, col quale voglio conferire.

Era di maggio, nel pomeriggio di un giorno piovoso.

Non avendo veduto nessuno, mi recai al villaggio, presso mio cugino Gio. Maria Nuvoli, facendo avvertire mio fratello che venisse là col capitano.

La pioggia continuava insistente, e i due chiamati non venivano.

Verso la mezzanotte sentii sbuffare il cavallo nella casetta attigua, posta all’estremità del villaggio. Quando un cavallo sbuffa, vuol dire che sente l’alito di gente estranea alla casa.

Spensi il lume, e dissi al padrone di casa, ch’era con me:

— Che vuol dir ciò? Il cavallo avverte qualcuno che si accosta. Se fossero stati mio fratello e il capitano non sarebbero passati per il cortiletto.

Mio cugino si spaventò. Io lo spinsi in un angolo della stanza, dicendogli:

— Non muoverti di lì! Se picchiano correrò io ad aprire.

Era mio sistema, quando mi sapevo circondato in un luogo chiuso, di saltar subito fuori, affrontando il pericolo — mezzo sicuro per sfuggire all’agguato.

Tesi l’orecchio, ed udii le pedate di più persone che si allontanavano dalla porta.

Tenni pronte le armi: il fucile in pugno, la pistola legata al polso, e il pugnale alla cintola. Aspettavo che gli sconosciuti si facessero all’uscio.

Mio cugino tremava. Nella casetta vicina, da cui ci divideva il muro, dormivano la figlia ed il genero. Ad un tratto sentimmo la voce di quest’ultimo:

— Babbo: l’acqua cola dalle tegole e cade sul nostro letto. Ce ne veniamo da te!

Consigliai Nuvoli di farli venire.

I due coniugi, infatti, uscirono in istrada, e il babbo aprì loro la porta.

Interrogati entrambi, risposero di non aver veduto nessuno sulla strada. Io dissi al giovine, ch’era barracello:

— Va a vedere: in vicinanza ci devono essere carabinieri.

Quegli uscì fuori, e rientrò dicendo che il luogo era deserto.

Allora gli ordinai d’insellare il suo cavallo e di portarlo in istrada. Montai di un salto in sella, e mi allontanai a spron battuto, dopo aver mormorato all’orecchio del barracello:

— Domani vieni a ritirare il tuo cavallo da _Sos badigius de clexia_.

Non mi ero ingannato. Poco discosto dal villaggio erano otto carabinieri, venuti nella notte per darmi l’assalto. Seppi che tre di essi volevano entrare addirittura nella casa di Nuvoli — cinque vi si opposero, osservando ch’io mi trovava in luogo forte e buio, donde avrei potuto ucciderne almeno tre. Dovetti quel brutto tiro ad una spia dei signori, i quali avevano immaginato che non sarei mancato allo sposalizio, e che probabilmente avrei chiesto un ricovero a mio cugino Nuvoli. Non credo, però, che mi avessero veduto entrare in paese.

* * *

I carabinieri erano avidi di prendermi; e a proposito narrerò un altro fatto, accadutomi nel tempo che avevo a compagno il bandito Derudas.

C’era nel molino di San Lorenzo, presso Florinas, una giovane e belloccia mugnaia, maritata ad un vecchio e un po’ scioccone. Questa donna amoreggiava coi carabinieri, ed andava con piacere a portare qualche sacco di farina alla caserma di Codrongianus, dove i soldati se la tenevano a chiacchierare. Il marito, di frequente, si recava alla caserma per cercarvi la moglie, ma il piantone gli rispondeva... che non vi era andata.

I carabinieri, con le tenerezze, erano riusciti a far di quella donna una spia, per potersi impadronire di me e di Derudas, che frequentavamo il molino di San Lorenzo.

Mi accorsi della trama, e non passai più nel molino. La bella si lamentò con Derudas dell’assenza mia, e questi venne a confidarmi che la peccatrice desiderava la nostra compagnia.

— Quella donna sa far di tutto... e ci farà anche la spia — risposi — Bada a te: io non mi fido!

Una sera sul tardi la bella Maria uscì dalla caserma con una bisaccia di viveri, che andò a deporre nella chiesetta campestre di San Lorenzo, distante dal molino un 200 passi. La stessa notte dieci carabinieri andarono ad acquartierarsi nel sacro recinto, e vi rimasero chiusi sei giorni e cinque notti.

Fui avvertito da un amico, e compresi l’idea dei carabinieri. Essi volevano prendere i due piccioni nel molino; ma i piccioni erano stati furbi[13].

Trascorse alcune settimane, passai una mattina dinanzi al molino di San Lorenzo, e mi feci al limitare della porta.

Maria, tutta sola, era intenta a pettinarsi nel centro della stanza.

Come alzò gli occhi e mi vide sulla soglia, notò il mio viso arcigno: impallidì, diè un grido e... si lasciò cadere sconciamente a terra.

La guardai, mi venne da ridere, e scrollando le spalle passai oltre, pago dell’effetto del mio sguardo.

* * *

Le delazioni a mio danno continuarono sempre.

Un giorno sull’imbrunire, a Florinas, un avvocato diceva ad un altro signore:

— Bisogna pensare da una buona volta a liberarci da Giovanni Tolu. Tolto lui di mezzo, i suoi parenti, che oggi a noi s’impongono, diventeranno mogi al nostro comando. Il paese è intranquillo, ed è dovere di ogni cittadino mettere quel ribaldo nell’impossibilità di nuocere!

Quando i due signori così parlavano, fermi in un viottolo, volle il caso che una mia nipote li udisse dalla finestra, sotto la quale essi cianciavano.

Ne fui informato.

Appena si sparse la voce delle minaccie di costoro, a me riferite, gli altri rispettabili del paese se ne impressionarono vivamente, prevedendo qualche mia vendetta.

Si diedero tutti attorno, per persuadere i miei fratelli e i miei congiunti, che nessuno pensava a farmi male.

Fra le altre persone impegnate, venne a me il fratello di uno dei ciarloni, beneficiato allora nella cattedrale di Sassari. Egli, alla larga, mi esortò a far da bravo, a perdonare, e a non prestar fede a _certe dicerie_.

Figurarsi se io poteva dubitare delle orecchie di mia nipote, che mi voleva bene!

Risposi al canonico:

— So che lei, come confessore, ha l’animo disposto ad assolvere tutti i peccati, di cui un zoticone si accusa. Se vuole che anch’io perdoni, deve dirmi di qual peccato intende parlarmi. Ella — mi scusi — non è che un credenzone, il quale vuol cuoprire le piaghe degli altri, senza preoccuparsi di quelle che ha in casa!

E senz’altro piantai il canonico.

Conosciuta la mia risposta, i due signori chiacchieroni credettero prudenza uscir di casa accompagnati; e la paura li acciecò talmente, che giunsero ad asserire d’esser stati una sera da me inseguiti. Era questa una solenne bugia, che mi fece sorridere. Credendosi da me pedinati in campagna, un giorno essi fecero una mezz’ora di strada alla corsa, per salvare, la pelle... di cui non sapevo che farmi!

* * *

Quantunque bandito, non ho mai tralasciato le mie pratiche religiose. Leggevo sempre l’ufficio della Beata Vergine; recitavo le orazioni del mattino e della sera; pregavo per i defunti, e frequentavo la chiesa e la confessione.

Il rettore Dettori, di Florinas, mi conduceva dentro la chiesa, facendomi passare per una scaletta segreta, che dalla sua casa vi comunicava. Mentre al di fuori i barracelli facevano la guardia, io, bandito, tutto solo col prete, servivo ed ascoltavo la messa allo stesso tempo, e mi confessavo una volta all’anno.

Questo rettore in quel tempo mi diceva:

— Figlio caro: tu devi dare le spalle a tutte le dicerie che corrono, a riguardo dei supposti signori che ti fanno la spia.

Io rispondeva:

— A me basta che non mi cerchino. Lei però, come padre spirituale, che conosce e vuol bene a tutti questi signori, dovrebbe avvertirli che facciano il proprio dovere, badando al fatto loro; poichè se mi cercano, correranno il pericolo della vita. Lei può far loro del bene. Veda? noi adesso siamo in chiesa, nella casa del Signore; io mi sento contrito, perchè mi sono confessato e comunicato; eppure, se questi signori mi sapessero qui, sarebbero capaci di darmi l’assalto anche a piedi dell’altare.

— No, figlio mio!

— Le dico di sì! Or senta, signor rettore. Se i suoi amici qui mi assalissero, io li ucciderei, perchè ho il dovere di conservare la mia vita con tutte le forze. Mi sono riconciliato con Dio, non farò male a nessuno; ma se mi cercano, mi trovano, e non rinunzio al mio diritto di difesa!

Questo parroco, mio confessore, aveva una paura maledetta di me.

Un giorno capitai nella valle di _Nolo gialvu_; dove mi trovai col rettore Dettori, col notaio Oppia, e diversi altri colà convenuti por assistere alla tosatura delle pecore di Don Ignazio Piras.

Vedendo un libro nel taschino della mia giacca, il notaio mi chiese di che trattasse.

— È l’ufficio della Beata Vergine in latino regalatomi dal rettore — risposi.

— Che ne capisci tu?

— Qualche cosa ne capisco, perchè ho fatto il sagrestano.

Il rettore allora soggiunse gravemente:

— Ancorchè lui non lo capisca, Iddio accoglie le sue orazioni, perchè conosce tutte le lingue. Basta in Tolu la fede, e Dio lo ascolterà.

Don Ignazio voleva che quel giorno rimanessi là a pranzo colla brigata; ma io ricusai per far piacere al rettore, il quale si mostrava intranquillo alla mia presenza.

* * *

Narrerò sulle spie un altro episodio, avvenutomi nella Nurra.

Fra le donne mie favorite era la moglie di un pastore nurrese, certa Anna Maria, colla quale ero in relazione da qualche tempo.

Il pastore, non so se per qualche imprudenza della moglie, o per la relazione di qualche maligno, entrò in sospetto, divenne geloso, e mi guardava in cagnesco.

Accortomi del suo malumore, feci l’indifferente, e lo tenni d’occhio.

Non potendo egli prendermi di fronte, perchè mi temeva, pensò di vendicarsi in altro modo; e si diede allo spionaggio, per farmi cadere nelle mani della giustizia.

Anna Maria, in confidenza, mi pose sull’avviso, ma io dubitavo delle minaccie di quel gradasso geloso.

In quel tempo un carabiniere disse in segretezza ad un suo e mio amico nurrese:

— Senti. Tu conosci Giovanni Tolu; digli che Tomaso gli fa la spia perchè è geloso della moglie. Che si guardi, poichè noi dobbiamo fare il nostro dovere!

Un altro giorno il brigadiere del mandamento di Portotorres mandò due carabinieri a Tomaso, per richiamarlo alla promessa fatta sul conto mio. Il pastore rispose, che ben presto avrebbe fornito indizi sicuri.

La moglie del pastore, che voleva salvarmi ad ogni costo, mi confidò la trama, ed io le diedi parola che non me ne sarei vendicato.

Alcuni carabinieri in perlustrazione, giunti una mattina all’ovile, dissero a Tomaso in presenza della moglie:

— Non ti accorgi, dunque, che sei un disgraziato? Tu cammini da stolto, perchè sei acciecato dalla gelosia. Se Giovanni Tolu sa che gli fai la spia così apertamente, sarà capace di spararti, anche se tu avessi il tuo figliuolo in braccio!

Informato di questi fatti, e non volendo recar danno al marito di Anna Maria, io mi ridussi a rendere meno frequenti le visite all’ovile di Tomaso, per dargli agio a frenare la sua gelosia... che non era infondata. Capitavo da lui ogni due o tre mesi, ed egli forse si persuase dell’insussistenza di una colpa.

Posi ogni studio per sfuggire agli agguati, ma non pensai neppure a vendicarmi di Tomaso, che me li preparava. Egli non era che un tradito traditore, e meritava tutta la mia indulgenza. Devo d’altronde dichiarare, che non ho mai attentato alla vita di un marito ingannato, anche sapendolo spia. Colla clemenza verso gli offesi mi pareva di soffocare un po’ di rimorso.