CAPITOLO XVIII.
Fra ladri di bestiame.
Ciccio Tiringone era un tristo soggetto. Lo conobbi la prima volta ad _Abba meiga_, per un favore fattogli, di cui non mi fu riconoscente. Narro il caso.
Il fattore dello Stabilimento della Crucca, certo Pinotto, rinvenuta una cavalla di Tiringone nelle tanche, l’aveva sequestrata per metterla in contravvenzione. Accortosene Tiringone, inseguì Pinotto, e lo raggiunse vicino al fiume. Ivi si accapigliarono, e ne avvenne una lotta corpo a corpo, durante la quale la cavalla si era data alla fuga. Un compagno di Tiringone, ivi accorso, suggeriva di uccidere Pinotto.
Venuto quest’ultimo da me per prendere consiglio, m’incaricai di aggiustare le cose. Andato in cerca di Tiringone, lo trovai piangente, dicendosi rovinato.
— Sta tranquillo — gli dissi — chè aggiusterò io le cose!
— Consigliami tu.
— Corri subito alla Crucca, e domanda scusa al Cav. Maffei. Questi è un signore generoso, e non vorrà rovinarti.
E così fece. Il Cav. Maffei rispose a Tiringone che l’offeso era Pinotto, e che se questi perdonava, egli avrebbe chiuso un occhio.
Pinotto si dichiarò soddisfatto, e l’incidente fu esaurito.
Questo fatto io deposi alle Assise di Sassari, quando vi fui chiamato in salvacondotto, come teste di difesa di certa Satta Tiringone, accusata di aver pagato un sicario per uccidere il proprio cognato.
Chiamato un’altra volta alle Assise, fui più esplicito nella mia deposizione. Chiestomi dal presidente che cosa pensassi di Ciccio Tiringone, risposi:
— Dico, ch’è un ladro ed un sicario; e sono pronto a provarlo qui stesso, con testimoni presenti a quest’udienza.
Il capo giurato (che per caso era stato il difensore di Tiringone in un precedente dibattimento) fece osservare al presidente, che il teste non diceva il vero, poichè il suo cliente, per le risultanze del processo, era stato dichiarato innocente dell’assassinio di Lorenzo Longiave.
Allora io, rivolto al capo giurato, dissi solennemente.
— Ella, come avvocato, avrà fatto il suo dovere secondo le risultanze della causa; però devo dirle, che, senza volerlo, non ha fatto un’opera buona! Ha saputo strappare il cliente alla giustizia, non però a’ suoi nemici. Che Ciccio Tiringone sia stato l’assassino di Longiave è fuor di dubbio; ne sono convinti gli stessi parenti dell’ucciso, come ne erano convinti i fratelli Pintus d’Osilo. Eppure la giustizia di Sassari condannò alla galera in vita Antonio Pintus, ch’io dichiaro innocente della morte di Lorenzo Longiave.
Non so qual peso abbiano avuto le mie parole sulla bilancia della giustizia; ma so, che, poco tempo dopo, venne rimesso in libertà l’osilese Antonio Pintus, il quale aveva già scontato tre anni di galera. E dopo questi casi edificanti, mi si esortava a fidare nei tribunali!
Fu Ciccio Tiringone il vero autore dell’assassinio di Lorenzo Longiave, il facoltoso cittadino, ucciso nella propria casetta di campagna. Mentre sull’imbrunire cenava, vennero smosse alcune tegole del tetto, e lo si era freddato con una fucilata.
Da qualche tempo Tiringone introduceva abusivamente il proprio bestiame nelle tanche di Longiave, e costui lo aveva rimproverato. Sapendo Tiringone che il danneggiato proprietario era in urto coi fratelli Rocca di Sorso, aveva pensato di vendicarsi, guadagnandosi le grazie di costoro. La voce pubblica, intanto, fatta circolare ad arte, diceva che Antonio Pintus, pastore di Longiave, si era proposto di uccidere il padrone. Due testimoni falsi lo avevano giurato... e la giustizia umana non volle altro per condannare un innocente!
Il giorno stesso che fu consumato l’assassinio io mi trovavo in compagnia del bandito Antonio Rocca, nella Nurra _di dentro_, nell’ovile di Antonio Sechi Pelicanu. Come giunse la notizia dell’uccisione, egli mi disse:
— Lorenzo Longiave mi era nemico; tuttavia mi dispiace la sua morte, poichè si dirà che ne sono io l’autore.
* * *
Pur narrando i fatti con scrupolosa verità, quali mi risultano, dichiaro di non essere in grado di saperli indicare con ordine cronologico. Gli avvenimenti che narro accaddero pochi anni prima, o pochi anni dopo l’uccisione de’ miei buoi.
Esisteva verso quel tempo nella Nurra un’associazione di malintenzionati, i quali andavano in giro, dilettandosi dell’uccisione del bestiame altrui, o per portarselo via, o per lasciarlo sul luogo, ma sempre con scopo di malfare, più che di vendetta. All’oziosa compagnia si univa spesso anche qualche proprietario benestante, che prendeva gusto a queste escursioni avventurose.
Visitavo spesso l’ovile di uno di questi proprietari vagabondi; il quale possedeva un eccellente cavallo, e si univa con piacere agli altri scapestrati, per aiutarli ad uccidere e a scorticare i buoi. Ne taccio il nome per riguardo personale; ma dirò ch’era padre di più figli ed aveva una moglie saggissima, la quale continuamente gli rinfacciava la mala vita che menava.
Un giorno costei, alla mia presenza, prese a dirgli:
— Ma perchè non stai in casa ad accudire al tuo patrimonio? Perchè non sorvegli con maggior cura gli uomini che lavorano le nostre terre? Senti tu il bisogno di unirti ai cattivi compagni? Tu hai buoi, tu hai vacche, tu hai pecore e capre, tu hai porci — e puoi ucciderne quanti vuoi, senza ricorrere al bestiame altrui.
Il marito, piccato, le rispose canzonandola:
— Eh, capisco! mi vorresti sempre cucito alle tue gonnelle... per carezzarti!
— C’è tempo per tutto, anche per le carezze! — gli rispose la moglie seria. E lui di rimando:
— Eppure, quando porto a casa la carne, tu la mangi!
— La mangio, e ne do anche ai cani, pari tuoi!
E così la durarono un bel pezzo, finchè mi interposi per metterli in pace.
Trovatomi un giorno in campagna col marito, gli dissi affettando indifferenza:
— Guardati! Ti prevengo che venne riconosciuto il tuo cavallo, montato da uno scorticatore di buoi. È una vergogna che ricade sulla tua onesta famiglia.
— Ti spiegherò la cosa. Ho prestato il mio cavallo a Pietro V*, che me lo ha chiesto per due giorni. Forse fu imprudente, e...
— Ed è così che ti pregiudichi e ti avvilisci! — soggiunsi, interrompendolo.
— Che vuoi? Pietro V* è molto povero, ed ha bisogno di raggranellare cento scudi per liberarsi da una causa...
— E in tre anni e più di esercizio, con centinaia di cuoi strappati alle bestie, la _compagnia_ non è ancora riuscita a mettere insieme cento scudi?! Ma via! io credo meno scrupolo farla da una buona volta finita col rubare addirittura uno o due gioghi di buoi. Questa continua carneficina è vergognosa, e non piace a nessuno.
Innumerevoli furono i danni cagionati nella Nurra da questa combriccola maledetta. Ricorderò, fra gli altri, quello della mandria di quaranta maiali, sgozzati in una sera in _Baddiniedda manna_, terre comunali di Sassari. Essi furono ridotti in lardo e salsiccie, che i ladri vendettero allegramente.
Posso assicurare, che fra gli sgozzatori dei porci era pur compreso il proprietario benestante, a cui la moglie faceva le prediche morali.
* * *
Oltre a questa combriccola di sgozzatori di bestiame, la Nurra era infestata in quel tempo da un’infinità di oziosi; i quali, sdegnando il lavoro onesto e faticoso, si erano dati a fare i cacciatori di professione, pretendendo sostentare le numerose famiglie coi proventi del solo fucile. Se capitavano a tiro lepri o pernici, cinghiali o caprioli, essi tornavano a casa cogli animali selvatici; se la fortuna li avversava, rubavano qua e là qualche agnello, qualche pecora, o qualche maiale, e portavano alla famiglia animali domestici. La carne, però, non doveva mancar mai!
Per questi furti era generale la lagnanza dei proprietari nurresi; i quali ogni anno dovevano rassegnarsi a perdere una somma rilevante, che andava a profitto degli oziosi ladruncoli.
A me, che lavoravo continuamente, o coltivando terre, od allevando un po’ di bestiame col concorso de’ miei cognati, dava molto ai nervi questa rapina vergognosa. Vedevo con dispiacere tante braccia inerti, le quali avrebbero potuto rendere produttive un’infinità di terre abbandonate.
Un giorno Lorenzo Muzzu (forse il primo dei proprietari della Nurra) si lamentava meco del danno ch’ei subiva per il continuo furto del bestiame. Io gli dissi seriamente:
— Eppure, voi proprietari, siete in grado di scongiurare il flagello!
— Noi...?
— Sì. A voi rubano, in media, non meno di 500 lire di bestiame all’anno: non è così? Orbene: voi ricchi dovreste unirvi, e somministrare ai poveri il mezzo di lavorare.
— Sono pigri e non lavorano.
— Lavoreranno!
— E come?
— Prestate loro i buoi da lavoro.
— E questo basta?
— Voi ricchi unitevi: io m’incaricherò di far lavorare i poveri.
— Che dovrò fare?
— Ecco. Quando i poveretti verranno a chiederti in prestito i buoi, non scacciarli, ma prometti loro di contentarli.
— Lo farò, se si presenteranno da me.
— M’incaricherò io di farli venire. Siamo intesi?
— Te lo prometto.
Preso commiato da Lorenzo Muzzu, mi posi subito d’impegno per raggiungere lo scopo, sicuro di fare un’opera buona.
Cominciai poco per volta a fare il giro della Nurra. Come m’imbattevo in uno dei ladruncoli (li conoscevo tutti) lo fermavo e gli dicevo:
— Non vedi, che hai la Nurra tutt’addosso?
— Perchè?
— Perchè sei ritenuto come un ozioso, e dicono che tu campi col furto del bestiame. E non sei il solo! Attenti, chè un giorno non abbiate a far conti colla giustizia, rovinando voi e le vostre famiglie. Io so quello che mi dico.
L’individuo sbarrava tanto d’occhi alle mie parole misteriose, e diceva:
— Ma che dovrei fare?
— Lavorare. So che tu hai un pezzo di terra: coltivala.
— Io non vado a zappare.
— Ma la terra ce l’hai.
— Mi mancano i buoi.
— I buoi te li farò dare io; ma lavora.
— Chi me li dà?
— Va da Lorenzo Muzzu. Se te li negasse, digli che pagherò io l’affitto.
— Scherzi?
— Non scherzo.
Il ladruncolo si presentava al Muzzu per far la domanda; e questi gli rispondeva:
— I buoi te li darò; ma siccome non ne ho disponibili (poichè li ho tutti impiegati negli aratri e nei carri) ne comprerò degli altri. Se tu conosci chi ne vende, mandalo da me; ed io li acquisterò per prestarteli.
E in questo modo riuscì a contentare non pochi sfaccendati ladri, i quali cominciarono seriamente a lavorare. Potrei citare molti nomi.
I proprietari prestavano i buoi ai richiedenti quando ne avevano bisogno, e se li ritiravano di tanto in tanto, per impiegarli nei propri lavori.
Venuta la raccolta, qualcuno chiedeva al Muzzu il prezzo dell’affitto, ed egli rispondeva:
— Non voglio nulla. Mandate a me tutti quelli che vendono buoi, ed io ne acquisterò anche venti paia.
L’esempio di Lorenzo Muzzu fu seguito ben presto da molti altri benestanti, fra i quali mi piace citare Francesco Piras, la vedova Lucia Zanfarino, Proto Salis e Antonio Masala — tutti da me consigliati e incoraggiati, colla promessa che sarebbero stati compensati dal minor numero dei furti di bestiame.
Dal mio canto continuavo a correre di qua e di là per far la predica ai ladri, i quali, un po’ per amore, e un po’ per forza, si adattavano a lavorare.
Col concorso dei generosi proprietari, ero riuscito a persuadere quella trista gente, che il lavoro onesto è assai più rimuneratore del furto. La coscienza mi diceva di aver reso un buon servizio alla Nurra; e confesso che fu questa una delle azioni, di cui più mi compiacqui durante la mia vita di bandito.
Avrò il rimorso di aver dato qualche fucilata ai nemici, ma non ho quello di aver rubato un centesimo al mio simile. Questo mio merito fu riconosciuto da tutta la Nurra, e mi fu confermato anche nelle Assise di Frosinone dalla bocca del Presidente e del Pubblico Ministero.
Eppure, chi lo crederebbe? La persecuzione verso i ladri fu quella che mi procurò qualche nemico nella Nurra, ad anche in Sassari. Una persona rispettabile un bel giorno mi disse:
— Chi vuol vivere tranquillo non deve occuparsi che del fatto suo.
Gli risposi piccato:
— Non sempre. Dobbiamo anche occuparci dei fatti altrui, quando possiamo risparmiare un danno al nostro simile.