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CAPITOLO XVII.

Fra giudici e avvocati.

Il caso dell’uccisione dei buoi divenne popolare nella Nurra, e la giustizia se n’era immischiata.

Trascorse due settimane, venni chiamato a Sassari in salvacondotto, e mi presentai al giudice Pirari.

Invitato da lui a dar ragguagli, ed a deporre in causa contro gli uccisori de’ miei buoi, risposi:

— Se il Governo è disposto a risarcirmi del danno, svelerò il nome dei ladri... e dirò altro ancora!

— Il Governo ha il dovere di far giustizia, ma non può rimborsare danno alcuno.

— Ed io non dirò una parola!

— Ecco il vostro contegno! — fece il giudice Pirari con aria di malcontento — Prima vi dolete del danno sofferto, e poi vi rifiutate a denunziare i rei. Che volete che faccia la giustizia?

— Ma ella dunque ignora, che non ho altre entrate per vivere? Io conto sul mio lavoro, nè voglio andare a rubare. Se il Governo rifiuta di pagarmi, troverò io il mezzo di farmi pagare dai ladri.

— I ladri non ti pagheranno, poichè sono in molti... e tu sei solo.

— Ella è in errore. Appunto perchè in molti mi riuscirà facile ucciderne qualcuno; mentre sarà loro difficile venirmi a trovare. Creda pure, d’altra parte, che se mi cercano mi trovano!

— Ripeto che da nessuno verrai pagato: nè dai ladri, nè dal Governo.

— I ladri mi pagheranno; e se non mi pagassero, è segno che morrò presto.

— Pensaci bene!

— Ci ho pensato. Faccia una cosa: ne tenga parola col prefetto, col procuratore del re, con chi vuole: mi si paghino i buoi, e in seguito si vedrà se sarò capace di mettere la giustizia sulle traccia dei malandrini!

— È una cosa impossibile!

— Se il Governo mi paga i buoi, le prometto di unirmi ai carabinieri per arrestare i ladri.

Il giudice mandò allora a chiamare il capitano Castelli, essendo assente da Sassari il maggiore.

Il capitano mi disse con compunzione fratesca:

— Bisogna essere amico dei carabinieri!

— Sicuro; ma prima il Governo rimborsi il danneggiato. Si mettano d’accordo col prefetto, ed io farò quello che vogliono.

— È inutile conferire col prefetto, perchè egli non è autorizzato a pagar buoi.

— Allora è finita. Io mi farò pagare dai ladri, e lei non strapperà una parola dalla mia bocca. Ho un salvacondotto, e posso andarmene quando voglio!

Il mio interrogatorio era terminato, ed io mi separai dal giudice Pirari e dal capitano Castelli.

* * *

Ero ospite dell’amico e compaesano Antonio Giuseppe Zara, la cui abitazione era sul Corso, nella casa del Cav. Chiappe (oggi di Michele Canessa). Nello stesso piano, in un quartiere separato, abitava pure il procuratore del re Cavalier Dore; il quale, quasi ogni giorno, mi faceva chiamare dalla sua cameriera, e si tratteneva un’oretta a discorrere con me — spinto un po’ dalla curiosità, e un po’ dalle esigenze della carica che copriva.

Un giorno, mentre mi disponevo ad entrare in casa del Cav. Dore, m’imbattei sul pianerottolo in uno degli avvocati da me veduti nella Nurra. Veniva a cercarmi.

— Ritorni più tardi — gli dissi — perchè or ora venni chiamato dal procuratore del re.

Non potei celare al Cav. Dore la visita dell’avvocato, venuto forse per conchiudere l’affare dei buoi.

— Bada bene — mi disse il fisco — se tu ti farai pagare i buoi, non avrò più bisogno di testimoni per far arrestare i ladri. Mi saranno noti.

— Se io li denunziassi, però!

Tornò sul tardi da me l’avvocato, in compagnia di altri tre colleghi. La camera dov’io stava era attigua ad una delle sale del procuratore del re, il quale aveva udito gran parte del nostro dialogo.

— Ebbene, che cosa hai fatto? — mi domandò l’avvocato.

— Ancora nulla.

— Non fosti chiamato dal giudice per la causa dei buoi?

— Sì; ma io non sono l’uomo da vuotare il sacco in una volta. Ho tacciuto, perchè il Governo si ostina a non volermi pagare i buoi.

— Sentiamo il prezzo che ne chiedi.

— Per i tre buoi che mi hanno ucciso, io chiedo 150 scudi.

— È troppo!

— Lo so; ma siccome i ladri si hanno preso il gusto di scannarli per farmi dispetto, così anch’io voglio gustare il piacere di farmeli pagare come voglio!

— Il tuo non è che un dispetto.

— Non lo nego; e vi dico pure, che se mancherà un centesimo alla somma, la rifiuto... e saprò che cosa fare!

— I buoi uccisi non erano quattro?

— Sì: ma i miei sono tre. Non mi occupo di quello appartenente a Giovanni Puzzone, perchè questi non mi è fratello, non mi è nipote, non mi è genero. Io penso ai miei buoi — pensi lui ai suoi!

I quattro avvocati dichiararono, che fra una quindicina di giorni mi avrebbero pagato i buoi per incarico del loro cliente ed amico.

Nel giorno indicato, mio fratello Giomaria venne a Sassari, e ritirò i 150 scudi.

Mi abboccai pochi giorni dopo coll’avvocato principale, che mi disse:

— Che sia una cosa finita, veh?

— Per me è finita. Ma badino i ladri a lasciarmi tranquillo e a non farmi la spia. Li avverta anche lei, se li vede!

— Come avvocato, sono lieto di aggiustare le cose, perchè non nascano guai.

— Le dirò francamente, che mi sarebbe riuscito facile uccidere compare Maurizio; ma sarebbe stato troppo onore per lui venir freddato da Giovanni Tolu. Non l’ucciderò mai, poichè le partite sono ormai saldate. Che si guardi, però! poichè gli pronostico, che verrà ucciso da un altro miserabile suo pari!

E qui terminò quel brutto affare dei buoi, che per circa due anni mi tenne irrequieto e mi fece montare su tutte le furie[30].

* * *

Invece di lasciarmi tranquillo, compare Maurizio faceva il gradasso negli ovili, e cercava di nuocermi per vendicarsi.

Un giorno si recò dal pastore Salvatore Antonio Marras, e gli consegnò due palle (una di argento ed una di piombo) dicendogli:

— Se con queste colpirai Giovanni Tolu, egli morirà inesorabilmente, anche se avesse addosso qualunque talismano. Oltre al compenso di cento scudi, mi adoprerò per farti ottenere il porto d’armi, col consenso del maresciallo dei carabinieri di Portotorres.

Il pastore Marras (che mi era amico) non esitò ad accettare le due palle; ma venne segretamente a mostrarmele, riferendomi le parole di compare Maurizio.

— E perchè, matto che sei, non hai ritirato anche i cento scudi? — dissi al pastore fra il serio e il burlesco. — Non vorrei che tu andassi a ritirarli un’altra volta!

L’amico — che mi era fedelissimo — mi rispose seriamente:

— Non scherzare, o Giovanni; ma mettiti in guardia! Quel malintenzionato potrebbe trovare altro pastore, di me meno scrupoloso.

— Sta tranquillo: la palla di compare Maurizio, fosse anche d’oro, non sarà quella che ucciderà Giovanni Tolu. Non è buono che ad uccidere buoi, colui!

Aizzando or l’uno, or l’altro, compare Maurizio continuava nell’idea di sbarazzarsi di me. Non poteva darsi pace dell’affare dei buoi, per lui così disastroso. Tuttavia, in apparenza, mi si mostrava amico, e parecchie volte mandò a dirmi, che mi guardassi dai carabinieri, ch’erano usciti da Portotorres in perlustrazione. Io, certamente, non me ne fidavo, perchè mi erano noti questi strattagemmi da _fiduciario_. Assai spesso questa gente ha la furberia di avvisare allo stesso tempo carabinieri e banditi, per tenersi in buon accordo cogli uni e cogli altri. Era un gran _filone_ quel compare Maurizio!

Dal mio canto non cercai di fargli male, per due ragioni: la prima, per la promessa fatta agli amici avvocati di Sassari; la seconda, perchè ero saldo nel proponimento di non spargere più sangue. Il pensiero dell’avvenire della mia figliuola — come ho già detto — frenava il mio braccio. Se l’uccisione de’ miei buoi fosse avvenuta quindici anni addietro, Dio sa la strage che avrei fatto dei ladri!

* * *

Ma anche per compare Maurizio doveva avverarsi la mia profezia. Egli si era associato negli affari con un pastore osilese. Costui, oltre al bestiame sociale, possedeva una greggia propria di una cinquantina di pecore. Venuta essa meno per le rilevanti spese di pascolo, il pastore cercò di rifarsi, rubando al consocio molte pecore, che vendette ad un amico d’Osilo. Accortosi Maurizio della mancanza, andò alla ricerca, e trovò le sue pecore presso il pastore Ligios; il quale minacciò subito di mandare in galera chi glie le aveva vendute. Per evitare fastidi, i due pastori finirono per mettersi d’accordo, e tolsero di mezzo compare Maurizio con una fucilata.

E così morì di piombo colui, che sperava di uccidermi con una palla d’argento!

* * *

Non tardarono parecchi altri scannatori dei miei buoi a raggiungere nell’altro mondo il loro capo supremo.

Baingio Matagnu — il quale, dopo essersi un giorno bisticciato con me, aveva osato nell’ovile di _Boturru_ vantarsi con Domenico Tignosu di avermene dette delle crude — colto dalle febbri si era messo a letto[31].

Trovatomi un giorno con certo Lorenzo Murineddu, che aveva tenuto a battesimo un figlio di Matagnu, gli chiesi:

— Non sei stato a visitare il tuo compare ammalato?

— Non ancora.

— Hai fatto male! Vacci pure, e digli da parte mia, che si confessi, poichè la confessione gli farà bene.

Questa ambasciata — che è sempre augurio di morte — impressionò talmente Baingio Matagnu, che ne morì poche settimane dopo.

Non passò gran tempo che anche Ciccio Tiringone ebbe la sua paga. Egli fu ucciso sul proprio carro da un nemico, che venne arrestato. Anche lui, come Matagnu, avrà dato conto a Dio, fra gli altri delitti, dei buoi sgozzati a _Montixiu Àinu_.

Erano precisamente costoro i due che avevano impugnato il coltello per scannare i miei buoi; gli altri compagni li avevano tolti dalla tanca, presi col laccio, o tenuti fermi durante lo sgozzamento.

La _scomunica_, da me lanciata contro di loro colla messa a Sant’Antonio _del fuoco_, aveva ottenuto il suo effetto.