Chapter 25 of 31 · 1194 words · ~6 min read

CAPITOLO XXIII.

Nel mondo dei curiosi.

Fu ben numerosa la schiera dei curiosi, che, in ogni tempo, vollero conoscermi da vicino. La fama delle mie gesta, de’ miei scontri coi carabinieri, e di non so quante altre avventure bizzarre (in gran parte fantastiche ed esagerate) mi sottoponeva ad un continuo esame, che molte volte m’irritava. Tutti si rivolgevano ai miei intimi amici per ottenere il _favore_ di parlarmi, di ascoltarmi, e sovratutto di vedermi tirare al bersaglio.

Superfluo dirvi, che il ceto dei signori era in numero preponderante. Militari alti locati, alti magistrati, negozianti, giornalisti, signori d’ogni genere, sentivano più o meno il bisogno di rivolgere la parola al bandito di _Monte fenosu_, all’uccisore di tanti nemici, al benefattore della Nurra.

Antonio Giuseppe Zara, d’ordinario, era l’uomo più ricercato per ottenere da me una _intervista_, come oggi si dice con parola di moda.

Essendo egli mio compaesano ed intimo amico, a lui si ricorreva, come a colui che conosceva il rifugio del tigre benefico, o la parola d’ordine che doveva strappare dalla tana la belva addomesticata

Contandosi a centinaia i miei incontri coi curiosi, mi limiterò a riferire i pochi che mi vengono alla memoria.

Devo anzitutto dichiarare in coscienza, che la fama di non essere un ladro, nè un sicario, fu quella che mi attirò maggior numero di simpatie. Ond’è, che io tenevo a questa stima, la quale forse non fu estranea a farmi perdurare nel proposito di dar la caccia al malandrini, in favore dei deboli e degli onesti[35].

I più smaniosi di vedermi furono sempre i continentali, e non solamente quelli residenti in Sardegna. A Frosinone ed a Roma, per esempio, fui assalito dai curiosi; e basti dire, che in quest’ultima città dovetti cedere alle insistenze del mio avvocato, il quale volle presentarmi ad un _pezzo grosso_ del Ministero di Grazia e Giustizia. Costui aveva esternato il desiderio di vedermi da vicino, supponendo forse che io avessi gli occhi di lince e il muso d’una jena.

* * *

Un distinto pittore di Sassari, che desiderava ardentemente di conoscermi, si rivolse al solito Zara per un’_intervista_. Accondiscesi alle preghiere dell’amico, e gli diedi appuntamento alla _Valle della noce_, nelle vicinanze di Campomela.

Il pittore venne in compagnia di altri curiosi, portando seco una grande quantità di viveri, di polvere e di palle — solito regalo che d’ordinario mi facevano i visitatori.

Per dar gusto a costoro, prendevo sempre parte alle partite di caccia; ed essi si divertivano un mondo, nel vedere che le lepri e le pernici non sfuggivano al mio tiro. Era mio costume, in simili partite, di regalare ai cacciatori la selvaggina che prendevo.

Non devo qui tacere, che anche fra quei cacciatori non mancavano gli scrocconi. Col pretesto di vedermi e di conoscermi, essi tornavano a casa colle bisaccie piene di cacciagione, mentre io qualche volta ci rimettevo la polvere e la fatica. Volendo lor dare una lezione, mi appigliai al partito di regalare al solo Zara le lepri e le pernici, facendo capire che non ero tanto gonzo. Si noti che in simili caccie io giunsi a prendere persino una trentina di pezzi, facendo altrettanti spari. La polvere era preziosa, nè volevo sprecarne nemmeno una carica.

* * *

Un giorno, nella Nurra, fu concertata una partita di caccia grossa, a cui vollero ch’io prendessi parte. Assegnatami una posta insieme ad un altro signore, volle il caso che un enorme cinghiale passasse a me dinanzi. Lo puntai e l’uccisi.

Tutti i cacciatori corsero sul luogo, gridando:

— Chi lo ha ucciso?

— Questo signore! — risposi con finta mortificazione.

Il signore tacque, ma sottomano mi regalò dieci lire, tenendosi una gloria, che volentieri gli cedetti. Mi era stato dato a compagno, e volevo fargli fare una bella figura. Non paleso il suo nome, perchè ancor oggi egli si dà vanto di quel tiro, che mi fruttò due scudi.

* * *

Venuto per diporto in Sardegna uno dei fratelli Rocca (banchieri genovesi) fu concertata una caccia alla Nurra da diversi signori di Sassari. Il banchiere volle conoscermi e mi pregò di narrargli alcuni episodi della mia vita. Convintosi ch’ero un disgraziato, più che un malfattore, mi propose di prendermi seco sulla sua nave, per farmi sbarcare in terra straniera, dove sarei tornato libero. Rifiutai recisamente la generosa offerta, dicendogli:

— Che mi vale la libertà, quando mi allontana dalla mia figliuola e dai luoghi che mi videro nascere? Non tarderei a morirne di crepacuore. Meglio, dunque, che affronti il mio destino!

* * *

Altra simile proposta mi era stata fatta da parecchi viaggiatori continentali, poco prima dell’annessione delle due Sicilie all’Italia. Mi si voleva condurre a Napoli, e di là in Grecia. Il pensiero della mia bambina (che da un anno appena avevo strappato alla madre) mi consigliò a respingere la libertà, che mi si voleva concedere fuori dell’isola mia.

* * *

Mentre mi trovavo a Sassari, in salvacondotto, fui chiamato un giorno dagli ingegneri inglesi, incaricati dello studio delle strade ferrate nell’isola.

Recatomi nel loro ufficio (posto allora nella casa Crispo) vollero consultarmi a proposito del tracciamento:

— Siccome vi sappiamo pratico dei luoghi, che per molti anni avete battuto, noi chiediamo il vostro parere sulla strada più comoda e più breve per andare a _San Michele_. Diteci qual via scegliereste: quella che passa per i bagni di San Martino — quella che va per il _Piano di coloru_ — o quella che prende la vallata di _N. S. di Saccargia_?

Risposi agli inglesi, senza punto esitare:

— Per _San Martino_ avreste molte aperture da praticare e molti rialzi da formare. Per la _Valle della Trinità_ dovreste costruire una galleria molto lunga. Io, dunque, sceglierei il _Piano di coloru,_ poichè il terreno è meno accidentato e più comodo per la linea.

Seppi più tardi che fu scelta la linea da me suggerita. La cosa era chiara: le strade battute dai banditi sono quelle più costose nel tracciamento d’una ferrovia.

In compenso del parere dato, gli inglesi mi offrirono una ricca fiaschetta da polvere ed una rivoltella, che rifiutai[36].

* * *

Un’altra volta, trovandomi in Sassari (sempre in virtù di salvacondotto) l’amico Zara mi prevenne, che doveva condurre alcuni inglesi in campagna, per visitare un _nuraghe_. Avendone poco prima veduto uno in sughero ad un’Esposizione, essi volevano esaminarlo al naturale.

Desiderosi di conoscermi, montai con loro in carrozza, e lungo il viaggio diedi spiegazione su molte località della Sardegna. Fra essi erano due signore, a cui regalai diverse monete antiche, da me trovate nella Nurra. Mi pregarono di mandargliene altre in Anversa, dov’erano domiciliati.

* * *

Taccio molti altri incontri di simil genere, perchè tutti si rassomigliano.

Tanto nelle vicinanze di Florinas durante il primo periodo, quanto nelle terre della Nurra quando la prescelsi a mia stabile dimora, non mi mancarono mai le visite dei curiosi, appartenenti ad ogni ceto. Ho notato altra volta il piacere che provavano le dame e i cavalieri dei villaggi, quando andavo a visitarli in campagna.

In seguito. — dopo la mia assoluzione — cominciarono a piovere le _interviste_ dei redattori delle _gazzette_; i quali (come accennerò a suo tempo) non riuscirono a strapparmi che confessioni monche, che alteravano sconciamente.